Middlesex (Versione italiana)
eBook - ePub

Middlesex (Versione italiana)

  1. 612 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Middlesex (Versione italiana)

Informazioni su questo libro

A raccontarci una ben strana vicenda, con una voce avvolgente che si impone fin dalle prime righe, è Calliope Stephanides, una rara specie di ermafrodito che ha vissuto i primi anni della sua vita come bambina, prima di scoprire la sua doppia natura. Responsabile della sua "eccentricità biologica" è un gene misterioso che attraversa come una colpa tre generazioni della sua famiglia e che ora si manifesta nel suo corpo.
Inizia così l'Odissea di Callie, un'odissea che ci proietta nei sogni e nei segreti della famiglia Stephanides, tra furbi imprenditori e ciarlatani, sagge donne di casa e improbabili leader religiosi, in un alternarsi di nascite, matrimoni, scandali e segreti che dalla Turchia negli anni in cui crolla l'Impero Ottomano si trasferisce nell'America del Proibizionismo e della guerra, dei conflitti razziali e della controcultura, del Vietnam e del Watergate. L'odissea di un'adolescenza in cui si mescolano e si oppongono il senso di un destino, di un'eredità familiare, e la volontà di essere artefice di se stessi, per dare voce ai propri desideri, alla propria sessualità e ai propri sentimenti.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Middlesex (Versione italiana) di Jeffrey Eugenides, Katia Bagnoli in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2011
Print ISBN
9788804511793
eBook ISBN
9788852021800

LIBRO TERZO

Filmini familiari

Aprendo gli occhi vidi quanto segue: un’infermiera che tendeva le mani per prendermi da quelle del dottore, la faccia trionfante di mia madre, grande come il monte Rushmore, che mi guardava mentre mi portavano a fare il primo bagno. (Ho detto che è impossibile, però io me lo ricordo lo stesso.) Ricordo altre cose, materiali e immateriali: le luci spietate della sala parto, le calzature bianche che scricchiolano sui pavimenti bianchi, una mosca che contamina una garza e intorno a me, su e giù per i corridoi del Women’s Hospital, i drammi individuali in corso. Sentivo la felicità delle coppie che tenevano tra le braccia il primo figlio e la forza d’animo con cui i cattolici accettavano il nono. Percepivo la delusione di una madre nel ritrovare nel volto della figlia appena nata il mento sfuggente del marito e il terrore di un neopadre davanti al calcolo delle spese per l’istruzione di tre gemelli. Sopra la sala parto, in stanze senza fiori, altre donne giacciono nel letto dopo un’isterectomia o una mastectomia. Adolescenti con cisti ovariche esplose riemergono ciondolando la testa dal sonno della morfina. Fin dall’inizio era tutto intorno a me, il peso della sofferenza femminile con la sua giustificazione biblica e i suoi tentativi di fuga.
L’infermiera che mi lavò si chiamava Rosalee. Era una graziosa montanara del Tennessee con la faccia ovale. Dopo avermi risucchiato il muco dalle narici mi fece un’iniezione di vitamina K per far coagulare il sangue. Sui monti Appalachi gli accoppiamenti tra consanguinei sono normali come le deformità genetiche, tuttavia lei non notò niente di strano. Era preoccupata per una macchia rossa che avevo sulla guancia perché credeva che fosse una voglia. Era soltanto placenta che venne via con un po’ d’acqua. L’infermiera Rosalee mi riportò dal dottor Philobosian per un esame anatomico, mi appoggiò sul tavolo tenendo una mano sopra di me per sicurezza. Non le era sfuggito come avevano tremato quelle del medico, durante il parto.
Nel 1960 il dottor Nishan Philobosian aveva settantaquattro anni. La sua testa ricordava quella di un cammello, con la pelle cascante sul collo, e muoveva le guance come se ruminasse. Aveva una sottile aureola di capelli bianchi sulla testa altrimenti calva, e peli bianchi che gli ostruivano le orecchie come batuffoli di cotone. Sugli occhiali da chirurgo erano attaccate due mascherine rettangolari.
Cominciò dal collo, cercando tracce di cretinismo. Mi contò le dita di mani e piedi. Mi ispezionò il palato, osservò il riflesso di Moro, controllò la spina dorsale. Poi mi riappoggiò, afferrò entrambe le mie gambe ripiegate e le spalancò.
Che cosa vide? Il chiaro mollusco dei genitali femminili; infiammato, gonfio di ormoni. Quell’aspetto da babbuino tipico dei neonati. Il dottore avrebbe dovuto scostare le pieghe per vedere meglio, però non lo fece. Perché proprio in quell’istante l’infermiera Rosalee (un momento segnato dal destino anche per lei) gli toccò accidentalmente un braccio. Il dottor Phil guardò in su. Due occhi presbiti e armeni incontrarono due occhi di mezz’età, appalachiani. Lo sguardo indugiò, poi si interruppe. Ero nata da soli cinque minuti e già i temi della mia vita – casualità e sessualità – si annunciavano. L’infermiera Rosalee arrossì. «Bellissima» disse il dottor Philobosian riferendosi a me ma guardando la sua assistente. «Una ragazza sana e bellissima.»
In Seminole Street i festeggiamenti per la mia nascita furono mitigati dalla prospettiva della morte.
Desdemona aveva trovato Lefty sul pavimento della cucina vicino alla tazza rovesciata. Gli si inginocchiò accanto posandogli un orecchio sul petto. Non sentendo battito gridò il suo nome. L’urlo echeggiò contro le superfici dure della cucina: tostapane, forno, frigorifero. Infine Desdemona si lasciò cadere su di lui. Nel silenzio che seguì provò un’emozione strana che si diffondeva nello spazio tra panico e dolore come un gas e la gonfiava. Subito dopo, riconoscendo l’emozione, spalancò gli occhi: era felicità. Le lacrime le correvano sulle guance e stava già rimproverando Dio per averle strappato il marito, ma dietro i sentimenti adeguati alla circostanza c’era un senso di sollievo decisamente fuori luogo. Il peggio era accaduto. Eccola lì: la più tremenda delle ipotesi si era verificata. Per la prima volta nella vita mia nonna non aveva niente di cui preoccuparsi.
Secondo me, le emozioni non possono essere descritte da singole parole. Io non credo in termini come “tristezza”, “gioia” o “rimpianto”. Sono proprio le eccessive semplificazioni che dimostrano le caratteristiche patriarcali della lingua. Mi piacerebbe disporre di complesse emozioni ibride, costruzioni di tipo germanico come: “la felicità che accompagna il disastro”. Oppure: “il disappunto di dormire con la propria fantasia”. Mi piacerebbe dimostrare che gli “annunci di mortalità portati da un membro della famiglia che invecchia” si collegano all’“odio per gli specchi che comincia nella mezza età”. Mi piacerebbe avere una parola per definire “la tristezza ispirata dai ristoranti destinati al fallimento” come per “l’eccitazione che ti dà una stanza con il minibar”. Non ho mai trovato le parole giuste per descrivere la vita e adesso che mi sono immerso nel racconto della mia storia personale ne ho più bisogno che mai. Non posso starmene a guardare da lontano. D’ora in poi tutto quello che racconterò sarà colorato dall’esperienza soggettiva, dal fatto di aver preso parte agli eventi in prima persona. È qui che la mia storia si separa, si divide, subisce una meiosi. Il mondo sembra pesare di più, adesso che ne faccio parte. Sto parlando delle garze, del cotone inzuppato, dell’odore di muffa nei cinema, e dei gatti pulciosi con le loro cassette piene di sabbia maleodorante, della pioggia sulle strade cittadine quando fa salire la polvere e dei vecchi italiani che ripiegano le sedie per portarle dentro. Fino a questo momento non era il mio mondo, non era la mia America. Ora, infine, ci siamo.
La felicità che accompagna il disastro non possedette Desdemona a lungo. Pochi secondi dopo, appoggiando di nuovo la testa al petto del marito, sentì che il cuore batteva! Lefty venne trasportato di corsa all’ospedale dove riprese conoscenza due giorni dopo. La sua mente era lucida, la memoria intatta. Quando provò a chiedere se fosse nato un maschio o una femmina scoprì però di non essere più in grado di parlare.
Secondo Julie Kikuchi, la bellezza è sempre un po’ mostruosa. Ieri cercò di dimostrarmelo davanti a uno strudel e un caffè all’Einstein. «Guarda questa modella» disse, mostrandomi una rivista di moda. «Guarda le orecchie. Sembrano quelle di un marziano.» Sfogliò qualche pagina. «E guarda la bocca di quest’altra. Ci potresti infilare dentro la testa.»
Stavo cercando di ordinare un altro cappuccino ai camerieri con le uniformi austriache che mi ignoravano, come fanno con tutti, mentre fuori i tigli gialli grondavano lacrime e pioggia.
«Che cosa mi dici di Jackie Onassis?» insisté Julie nella sua arringa. «Aveva gli occhi talmente distanti che praticamente sembrava un pesce martello.»
Sto lavorando alle premesse di una descrizione fisica di me stessa. Le fotografie di Calliope bambina evidenziano alcune caratteristiche che potrebbero rientrare nella categoria del mostruoso. Ai miei genitori, amorevolmente chini sulla culla, non sfuggirono. (A volte penso che fosse la mia strana faccia leggermente inquietante a distrarre l’attenzione della gente dalle complicazioni sotto la cintura.) Immaginate la mia culla come un diorama al museo: schiacciate il pulsante e le orecchie mi si illuminano come due trombe d’oro. Ne schiacciate un altro e il mento aguzzo brilla. Un altro ancora e dall’oscurità spuntano gli zigomi alti ed eterei. Fin qui l’effetto d’insieme non promette bene. Con orecchi, mento e zigomi simili potrei essere un Kafka in miniatura. Il pulsante successivo illumina la bocca e le cose incominciano a migliorare: è piccola ma ben fatta, baciabile, musicale. Poi ecco il naso nel bel mezzo. Non è affatto un naso da scultura greca classica, questo naso è arrivato in Asia Minore dall’Oriente, come la seta. In questo caso dal Medio Oriente. Il naso della bambina del diorama sta già formando, se guardo da vicino, un arabesco. Orecchi, naso, bocca, mento e adesso gli occhi. Non soltanto sono molto distanti (come quelli di Jackie Onassis), sono grandi, troppo grandi per un faccino di bambina. Come quelli della nonna, grandi e tristi come gli occhi del personaggio di un dipinto di Keane, frangiati da lunghe ciglia scure che mia madre si stupiva di aver costruito dentro di sé. Come aveva fatto il suo corpo a realizzare simili dettagli? L’incarnato: olivastro chiaro. I capelli: corvini. Adesso schiaccio tutti i pulsanti insieme. Mi vedete? Ci sono tutta? Probabilmente no. Nessuno mi ha mai visto per intero.
Da bambina avevo una bellezza stravagante. Presi singolarmente, i miei tratti erano tutt’altro che perfetti, eppure nel complesso davano vita a un insieme attraente, un’involontaria armonia. Si intuiva anche qualcosa di mutevole, come se sotto il volto ve ne fosse un altro, con pensieri diversi.
A Desdemona il mio aspetto non interessava. Era la mia anima a preoccuparla. «La bambina ha due mesi» disse a mio padre in marzo, «perché non l’hai ancora battezzata?» «Non voglio farla battezzare» rispose lui. «Sono tutte fregature.»
«Fregature, eh?« Adesso Desdemona lo minacciava con il dito indice. «Tu credi che la Sacra Tradizione che la Chiesa mantiene da duemila anni sia una fregatura?» Invocò la Panaghia ricorrendo a tutti i suoi nomi. «Santissima, Immacolata, benedetta tra le donne e glorificata, Madre di Dio e sempre Vergine, senti cosa dice mio figlio Milton?» Vedendo che mio padre continuava a non darle retta, Desdemona ricorse alla sua arma segreta, cominciò a farsi aria col ventaglio.
Per chi non l’abbia sperimentato personalmente è difficile descrivere la qualità temporalesca del farsi aria di mia nonna. Rifiutando altre discussioni, Desdemona ondeggiò sulle caviglie gonfie fin nel salotto con le ampie vetrate e sedette sulla poltroncina di vimini vicino alla finestra. La luce invernale, obliqua, le arrossava le narici lucide e frementi. Prese il ventaglio di cartone con la scritta “atrocità turche”. Sotto, con un carattere più piccolo, c’erano i dettagli: il pogrom di Istanbul del 1955, quando vennero uccisi quindici greci, violentate duecento donne greche, saccheggiati quattromilatrecentoquarantotto negozi di greci, distrutte cinquantanove chiese ortodosse e profanate perfino le tombe dei patriarchi. Desdemona possedeva sei ventagli delle atrocità: la collezione completa. Ogni anno mandava un obolo al patriarcato di Costantinopoli e qualche settimana dopo riceveva un ventaglio nuovo con i particolari del presunto genocidio e in un caso, addirittura con la fotografia del patriarca Athenagoras in mezzo alle rovine di una cattedrale saccheggiata. Assente dal ventaglio quel giorno, ma ciò nondimeno denunciato, c’era il crimine più recente, non commesso dai turchi ma dal suo stesso figlio, un greco che si rifiutava di dare alla figlia il giusto battesimo ortodosso. Quando Desdemona si faceva aria non si limitava a muovere il polso avanti e indietro, l’agitazione le nasceva dall’interno. L’origine era quel punto tra stomaco e fegato che una volta mi aveva spiegato essere la sede dello Spirito Santo, un luogo ancora più profondo di quello in cui si trovava sepolto il suo crimine. Milton cercò riparo dietro il giornale, ma l’aria mossa dal ventaglio agitava le pagine. La forza sprigionata dal movimento della mano di Desdemona veniva percepita in tutta la casa; faceva vorticare la polvere sulle scale, stormire le persiane e naturalmente, visto che era inverno, faceva venire i brividi a tutti. Dopo un po’ sembrava che l’intera casa fosse in iperventilazione. Il movimento seguì Milton fino alla sua Oldsmobile che cominciò a emettere un leggero sibilo dal radiatore.
Oltre a farsi aria con il ventaglio, la nonna cercò di fare appello al senso della famiglia. Padre Mike, suo genero nonché mio zio, all’epoca era tornato dall’esilio greco e si trovava – nel ruolo di assistente del prevosto – alla chiesa greco-ortodossa dell’Assunzione.
«Ti prego, Miltie» disse Desdemona. «Pensa a padre Mike. Non lo faranno mai diventare prevosto. Non fa una buona impressione, se sua nipote non viene battezzata. Pensa a tua sorella, Miltie. Povera Zoe! Sono anche poveri.»
Alla fine, dando segno di cedimento, mio padre chiese: «Quanto vogliono per un battesimo, oggi?».
«Non costa niente.»
Milton aggrottò la fronte. Dopo un momento di riflessione annuì, confermato nei propri sospetti. «Non chiedono niente, eh? Ti fanno entrare gratis e poi paghi per tutta la vita.»
Nel 1960 la congregazione greco-ortodossa dell’East Side di Detroit aveva un nuovo edificio in cui riunirsi a pregare. La chiesa dell’Assunzione si era trasferita da Vernon Highway a una nuova sede su Charlevoix. La costruzione della chiesa di Charlevoix era stata fonte di grande eccitazione. Dagli umili inizi nel negozio di Hart Street fino al rispettabile, per quanto fangoso domicilio vicino a Beniteau, si stava finalmente per avere una vera grande chiesa. Alla gara d’appalto parteciparono molte ditte, e alla fine si decise di affidare la costruzione a “qualcuno della comunità” cioè a Bart Skiotis.
Poiché le ragioni che avevano portato alla costruzione della nuova chiesa erano duplici: resuscitare l’antico splendore di Bisanzio e mostrare al mondo la consistenza finanziaria della prospera comunità grecoamericana, non si badò a spese. Un pittore di icone fu fatto venire da Creta e si trattenne per oltre un anno dormendo su un nudo giaciglio nella struttura in costruzione. Ortodosso molto tradizionalista, il pittore si asteneva dalla carne, dall’alcol e perfino dai dolci per purificare l’anima e ricevere l’ispirazione divina. I suoi pennelli erano fatti secondo le regole, con la punta della coda di uno scoiattolo. A poco a poco, nel giro di due anni, la nostra Haghia Sophia dell’East Side si elevava, non lontano dalla Ford Freeway. C’era soltanto un problema: diversamente dal pittore di icone, Bart Skiotis non lavorava con cuore puro. In seguito si scoprì che aveva usato materiale di qualità scadente, infilando i soldi così risparmiati sul suo conto personale. Le fondamenta furono mal realizzate, e non passò molto tempo prima che nei muri cominciassero ad aprirsi crepe che deturpavano le icone come cicatrici. Il tetto faceva acqua.
All’i...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Middlesex
  4. LIBRO PRIMO
  5. LIBRO SECONDO
  6. LIBRO TERZO
  7. LIBRO QUARTO
  8. Copyright