Zigulì
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Zigulì

La mia vita dolceamara con un figlio disabile

  1. 192 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Zigulì

La mia vita dolceamara con un figlio disabile

Informazioni su questo libro

"Metà di quello che ho scritto è uscito in una notte. Il resto sul tram, mentre andavo al lavoro" racconta Massimiliano Verga, padre di Jacopo, Cosimo e Moreno, un bellissimo bambino di otto anni, nato sano e diventato gravemente disabile nel giro di pochi giorni. "Così ho raccolto gli odori, i sapori e le immagini della vita con mio figlio Moreno. Odori per lo più sgradevoli, sapori che mi hanno fatto vomitare, immagini che i miei occhi non avrebbero voluto vedere. Ho perfino pensato che fosse lui ad avere il pallino della fortuna in mano, perché lui non può vedere e ha il cervello grande come una Zigulì. Ma anche ai sapori ci si abitua. E agli odori si impara a non farci più caso. Non posso dire che Moreno sia il mio piatto preferito o che il suo profumo sia il migliore di tutti. Perché, come dico sempre, da zero a dieci, continuo a essere incazzato undici. Però mi piacerebbe riuscire a scattare quella fotografia che non mi abbandona mai, quella che ci ritrae quando ci rotoliamo su un prato, mentre ce ne fottiamo del mondo che se ne fotte di noi. Questo libro è uno dei tanti scatti che ho fatto negli ultimi anni. Ma mi sento come un fotografo che usa ancora una macchina analogica. Per vedere se è lo scatto giusto, devo aspettare che qualcuno sviluppi la pellicola e mi faccia avere la stampa." Queste pagine sono una raccolta di pensieri e immagini quotidiane su che cosa significhi vivere accanto a un disabile grave (la rabbia, lo smarrimento, l'angoscia, il senso di impotenza), pensieri molto duri, ma talvolta anche molto ironici, su una realtà che per diverse ragioni (disagio, comodità, pietà) tutti noi preferiamo spesso ignorare. E che forse, proprio perciò, nessuno ha mai raccontato nella sua spietata interezza.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2012
eBook ISBN
9788852022241
Print ISBN
9788804615835

le dimensioni dello sguardo 1:
lo sguardo di Moreno

Parlare di sguardo, considerato che Moreno non ci vede, ha un senso del tutto particolare. Moreno non usa gli occhi per farti capire quello che gli passa per la testa (dunque, devo ancora capire se in quella testa passa qualcosa...). Non li usa per chiedere, non li usa per rispondere. I suoi occhi sono sempre aperti, ma sono utili soltanto per la bellezza che esprimono. Da lì, non entra nulla. E nulla esce.
È la privazione più grande, non soltanto per lui.
Ogni genitore sa benissimo a che cosa mi riferisco. Non c’è niente di più bello che guardare tuo figlio e ricevere un sorriso in risposta. E quando mette gli occhi a palla perché non capisce quello che gli stai dicendo? O quando li chiude per farti sapere che non ti vuole ascoltare?
Soprattutto quando sono piccoli, tutto passa da lì, dagli occhi. Anche perché i bambini non nascono sapendo già parlare, mentre di solito cominciano a vedere dopo pochi giorni. Di solito...
Con Moreno, questo mi è stato sottratto fin dall’inizio. E considerato che non parla ancora e che non parlerà mai, penso di avere una buona ragione per essere giù di tono, ogni tanto.
Dopo otto anni, però, mi ostino ancora a cercare questa comunicazione con lui. Cerco ancora i suoi occhi, nonostante tutto. Mi consolo pensando che si tratta di istinto e che un papà cerca sempre gli occhi del figlio.
Ma ogni volta mi dico che sono un idiota.

le dimensioni dello sguardo 2:
lo sguardo degli altri

Ci sono poi gli sguardi degli altri, a cominciare dai parenti fino all’ultimo degli sconosciuti. Se potessi avere un centesimo per ogni sguardo ricevuto, potrei finalmente comprarmi una casa più grande.
Le tipologie di questi sguardi non sono molte, in verità. Anzi, si possono ridurre a due. Ci sono quelli brevissimi di chi si gira subito da un’altra parte, dopo aver realizzato la situazione. E ci sono quelli lunghissimi di chi si fissa su Moreno, prima, e su di me, poi.
Col tempo ho imparato a gestirli. Non è stato facile, all’inizio. Per strada mi sono sentito spesso a disagio, avvertivo le gambe molli. Già sapevo, nell’imminenza di incontrare qualcuno, che avrei provocato come minimo un torcicollo. Oppure, che avrei dovuto sopportare il peso di occhi non miei. Facevo mio il disagio di altri. E dico disagio nella migliore delle ipotesi.
Poi mi sono abituato, perché ci si abitua a tutto. Non faccio più caso a chi si volta di scatto. E a chi ci fissa, rispondo sempre più o meno così: «È peggio di quanto immagini».
C’è però un’eccezione: i bambini. Con loro è diverso, sono ancora a disagio. Perché capisco che i loro occhi nascondono una genuina voglia di capire. E Moreno non offre risposte.
Io lascio fare. Mi diverto a osservarli quando si piegano, si contorcono, a volte si sdraiano perfino, alla ricerca degli occhi di Moreno. Non dico e non faccio nulla. Intervengo soltanto se i loro occhi si spostano su di me, con aria interrogativa. «Lui non ti vede» spiego sempre. Anche se già conosco la domanda successiva: «Perché?».
I bambini vivono in un universo di «perché» che gli adulti fanno fatica a comprendere e a spiegare. Io per primo. La domanda è terribile, ma non si può lasciare un bambino senza una risposta. Come fare? Le mie risposte più gettonate sono due.
Risposta A: cambiare discorso con una domanda qualsiasi, tipo «Come ti chiami?». Efficacia pari a zero, perché i bambini sono meno scemi di quanto pensiamo.
Risposta B: chiamare la mamma del bambino e supplicarla di rispondere lei a suo figlio. Idem, in termini di efficacia, perché di solito la mamma cambia discorso e mi chiede: «Come si chiama suo figlio? Quanti anni ha?» eccetera.
Non vivrò a sufficienza per arrivare a una risposta con efficacia pari a dieci. Però mi piacerebbe andare oltre lo zero. Lo dico per i bambini che continuano a farmi domande.

le dimensioni dello sguardo 3:
lo sguardo del giudizio

È sempre lo sguardo degli altri, ma visto con i miei occhi.
È lo stesso sguardo che vedo quando mi guardo allo specchio. È inevitabile: mi giudico. Non mi giudico per aver fatto male un figlio o per aver fatto un figlio male. Insomma, non mi giudico per avere un figlio diverso (non mi si faccia il discorso che ogni figlio è diverso, perché non lo reggo...). Non ne faccio una questione di sensi di colpa. Ma giudico il mio essere padre con lui, nella quotidianità. Giudico la mia impotenza, la mia fragilità, il mio egoismo.
Mi dico: «Sono così». E non sempre sono contento.

le dimensioni dello sguardo 4:
lo sguardo normativo

È lo sguardo del modello «sedia a rotelle». È il modo di guardare la disabilità come un universo omogeneo e di pensare ai disabili soltanto come persone che non possono camminare.
Purtroppo, la disabilità non è soltanto questo. Ma lo sguardo normativo pare rinchiuso in questa gabbia culturale. Non c’è soltanto il problema della barriere architettoniche, per intenderci. Anche se questo non è un buon motivo per non cominciare almeno da lì.

disorientamento

È una sensazione che ogni tanto ti travolge. Perché col tempo uno si attrezza e riesce a trovare un po’ di spazio per sé. Qualche ora, s’intende.
Col tempo riesci a mollare tuo figlio a qualcuno e decidi di godertela.
Il più delle volte, però, sei talmente preso dalla routine che quando resti da solo entri nel pallone e non sai che cosa fare. Per esempio, a volte sei contento se riesci a fare le pulizie di casa. Che, a ben guardare, non sono ai primi posti delle cose più piacevoli. Ma hai riempito la giornata. Hai fatto qualcosa.
Altre volte non ci sono neppure le pulizie e potresti davvero dedicarti a qualcosa che non hai più fatto da quando è nato tuo figlio. Ma non ci riesci. E anche quando ci provi, non ha più lo stesso sapore di prima.

le regole della buona educazione

Avere un figlio handicappato ha anche i suoi vantaggi, occorre riconoscerlo. Per esempio, ti risparmia la fatica di insegnargli i rudimenti della buona educazione che tanto fanno incazzare molti genitori.
Nel caso di Moreno, che non vede, che ha un cervello grande come un cuscinetto a sfera di un monopattino e che ha due molle al posto delle gambe, la fatica si riduce ulteriormente.
Di seguito, una lista di comandi inutili che posso tranquillamente risparmiarmi di impartire.
A tavola:
– Non si mangia con le mani (le mani a badile nella ciotola della pappa sono una conquista raggiunta a cinque anni. Il primo passo verso l’autonomia. Il secondo sarà la cacca nelle mutande e non nel pannolino).
– Si mastica con la bocca chiusa (posso contare con le dita della mano destra le volte che ho visto Moreno masticare).
– Si sta seduti composti (nemmeno se legato con una imbracatura da alpinista).
– La pappa non è un gioco (e, comunque, io non mi diverto quando la sputi).
– Pulisciti la bocca (a volte succede, invece. Basta guardare le maniche delle tue magliette).
– Non ci si alza fino a quando non si ha finito di mangiare (e possibilmente non ci si catapulta dal seggiolone).
– Non si parla con la bocca piena (se mai imparerai a parlare, ti concedo di farlo).
In casa:
– Metti in ordine la stanza (è già complicato intuire il concetto di stanza).
– Non lasciare in giro i vestiti sporchi (in genere, li tieni addosso).
– Non fare la pipì nella vasca (fosse soltanto pipì...).
– Non si salta sul divano (può funzionare soltanto se eliminiamo il divano).
– Non si corre (il giorno che impari a correre, fallo pure).
– Non seminare briciole dappertutto (possibilmente neppure quelle che porti a casa dall’asilo).
– Tira su l’asse quando fai pipì (qui ci pensano i Pampers).
Per strada (ma un po’ dappertutto):
– Non si dicono le parolacce (il mio sogno? Che tu un giorno possa dire «’fanculo»).
– Non si sputa (per lo meno, non il farmaco contro l’epilessia).
– Non si morde (se proprio devi farlo, non mordere il papà).
– Non si urla (questo mi piacerebbe proprio insegnartelo).
– Non si mettono le dita nel naso (a meno che tu non stia cercando di togliere qualcosa che ci hai infilato in precedenza, tipo i maccheroni).
Modi di dire inapplicabili:
– Conta fino a dieci prima di parlare (contare? dieci? parlare?).
– Guarda dove metti i piedi (anche nella versione «Guarda dove vai». Qui non è questione di Zigulì...).
– Guardare, ma non toccare (se fosse il contrario, potresti giocarti la medaglia d’oro alle Olimpiadi).
– Passi lunghi e ben distesi (la volta che provi a fare un passo più lungo di dieci centimetri, di sicuro finisci disteso).
– La notte è fatta per dormire (in questo te la giochi alla pari con i tuoi fratelli e forse con molti altri).
– Parla come mangi (lasciamo stare, forse è meglio così, se non parli...).
– Acqua in bocca (anche nella versione «Muto come un pesce». Comunque, se quando bevi tieni l’acqua in bocca invece di sputarla, è sempre una buona cosa).
– Non vedo, non sento e non parlo (due su tre, niente male!).

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Zigulì
  3. Zigulì (perché di questo parlo)
  4. la diagnosi
  5. tua madre
  6. pari opportunità
  7. il dolore
  8. il modello sedia a rotelle
  9. ventiquattro ore
  10. bistrot «Il Sole»
  11. addormentarti
  12. «zero tituli»
  13. confronti
  14. l’altro piatto della bilancia
  15. le voci
  16. fattene una ragione
  17. pulire il culo
  18. Fidanza
  19. cinque centesimi
  20. Kasabian
  21. la novità
  22. le competenze
  23. diverso inverso
  24. l’abilità (Laura, Carlo e ancora Laura)
  25. Dio
  26. genitore alpinista
  27. Nofx
  28. goccia dopo goccia
  29. semaforo giallo
  30. A = non A
  31. carillon
  32. le dimensioni dello sguardo 1: lo sguardo di Moreno
  33. le dimensioni dello sguardo 2: lo sguardo degli altri
  34. le dimensioni dello sguardo 3: lo sguardo del giudizio
  35. le dimensioni dello sguardo 4: lo sguardo normativo
  36. disorientamento
  37. le regole della buona educazione
  38. seconda chance
  39. attesa
  40. Ibrahimovic (estate 2009)
  41. Bach
  42. aggratis
  43. quanto cresci!
  44. anche tu sei normale
  45. il lettino
  46. codice 22
  47. la sirena
  48. una piccola moneta
  49. le dimensioni del tuo spazio
  50. le scartoffie
  51. la pappa
  52. bingo
  53. al mio posto
  54. lo yogurt
  55. una cagata pazzesca
  56. l’Inter
  57. capirti
  58. sospetti
  59. Cate, Mara, Lele (giugno 2010)
  60. la sfiga
  61. l’olio di canapa
  62. anguilla
  63. fra due padri
  64. complicità
  65. diversamente abile
  66. a passeggio
  67. Sandro, Rossana e Pietrolupo
  68. prenderti in giro
  69. Eleonora
  70. ci vede?
  71. sono tuo papà
  72. la spiaggia
  73. sempre presente
  74. l’autonomia
  75. decibel
  76. selezione naturale
  77. il diritto allo studio (gennaio 2010)
  78. i gruppi di auto-aiuto
  79. le dimensioni del tempo
  80. Capraia, solo andata
  81. due più due
  82. unghie corte
  83. questione di abito
  84. tamtam
  85. allo stadio
  86. diritti
  87. il gelato
  88. il Principe
  89. decido io
  90. «The Soccer Tribe»
  91. quando sei lontano
  92. il sole
  93. quella finestra
  94. l’amore
  95. la fortuna delle nuove generazioni (maggio 2010)
  96. la paura
  97. il bagnetto
  98. il mondo delle fiabe
  99. la lotteria
  100. il ciuccio
  101. ciao
  102. la nostra canzone
  103. sul tram
  104. farti fuori
  105. la legge 104
  106. la camicina della fortuna
  107. a Jacopo
  108. a Cosimo
  109. Isabella
  110. chiedere, domandare, pretendere
  111. lavaggi nasali
  112. il dondolino
  113. l’acqua
  114. i nonni
  115. al supermercato
  116. la torta di compleanno
  117. codice binario imperfetto
  118. il sole e la luna
  119. «No future»
  120. ombre e luci
  121. i manuali
  122. percorsi
  123. la famiglia
  124. unità di misura
  125. in mezzo al campo c’è un giocatore che dribbla come Pelé
  126. il passante ferroviario
  127. rami spezzati
  128. il passeggino
  129. porgi l’altra guancia
  130. reo confesso
  131. il risveglio
  132. The Smiths
  133. senso di colpa
  134. otto anni
  135. raccolta differenziata
  136. Special One (aprile 2011)
  137. la prima volta
  138. per gentile concessione
  139. rinunce
  140. animali
  141. l’evoluzione del casco (marzo 2010)
  142. spazzolino e dentifricio
  143. due certezze
  144. nettezza urbana
  145. ho smesso (aprile 2009)
  146. Antonio (novembre 2008)
  147. Antonio se ne va (estate 2009)
  148. Carla
  149. quando ridi...
  150. Val Canè
  151. matematica
  152. i colori
  153. rassegnazione
  154. chimica e ceffoni
  155. Francesca (Supporto H)
  156. aspettative
  157. a Jacopo e Cosimo
  158. ci vediamo alla prossima?
  159. per come sei, per come sono, per come viene (perché questo ho cercato di dire)
  160. Copyright