Questo libro è una scatolina che raccoglie le pillole più colorate e sottili dell'universo mentale di Giulio Andreotti. Sono istantanee dell'Italia papalina, democristiana, moderata, figlia della guerra fredda: il distillato della cultura e dell'esperienza di un professionista della politica. Ma chi le ha prescritte era convinto di regalare un vademecum della sopravvivenza a uso di tutti. Per questo sono pastiglie scritte che vanno «ingerite» con qualche precauzione: con le controindicazioni che accompagnano certe medicine leggere e innocue solo in apparenza, perché in realtà contengono impercettibili dosi di veleno. D'altronde, Andreotti è sempre stato un teorico della «modica quantità» come garanzia della longevità. Non è stato solo un uomo di potere ma il più efficace divulgatore della cultura del potere che l'Italia abbia avuto nell'ultimo secolo. Per decenni ha dispensato una sorta di «saggezza del cinismo» non confinata ai principi dell'arte di governo. Nell'ottica di questo «ministro a vita», prima che senatore a vita, ciò che valeva nei rapporti duri, spesso spietati della politica tendeva a impregnare la vita in generale. Per Andreotti, la separazione netta fra società civile e sacerdozio del potere sfumava quando dettava i suoi «comandamenti» esistenziali. Le battute e gli aforismi scelti per questo volumetto ci consegnano un'Italia di «medi peccatori»; di potenti per i quali «il potere logora chi non ce l'ha»; di un'umanità per la quale «se non vuoi far sapere una cosa non devi dirla neanche a te stesso». Per Andreotti non esistono bugie ma solo «verità parziali», perché mentire, spiega nel suo pessimismo cosmico, non è solo una necessità di chi comanda ma di chi vive. È la filosofia di un personaggio che dalla fine della Dc e della Prima Repubblica teorizzava: «Io sono postumo di me stesso». Ma riflette una mentalità che, senza rendersene conto fino in fondo, l'Italia - o almeno un'Italia - si tramanda da generazioni. Forse da secoli.

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Sono postumo di me stesso
Potere, Vaticano, donne, Inferno e Paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti
- 128 pagine
- Italian
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Potere, Vaticano, donne, Inferno e Paradiso negli aforismi di Giulio Andreotti
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Argomento
Politica e relazioni internazionaliCategoria
Politica«I processi? Provo una rabbia incontrollabile»
Non si può valutare l’atteggiamento nei confronti della magistratura prescindendo dai processi che hanno visto Andreotti imputato per mafia a Palermo e per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli a Perugia. Per l’ex ministro e presidente del Consiglio, i giudici sono sempre stati alleati del governo, interlocutori e magari anche elettori andreottiani. Per questo, la frattura anche psicologica provocata dai processi sembra avere segnato in profondità la fiducia di Andreotti nei confronti della magistratura; o almeno di una certa magistratura. Uno dei suoi avvocati, Giulia Bongiorno, ha sempre detto che quell’esperienza ha determinato «lo spacco» nella vita del senatore. Significa uno spartiacque, qualcosa di irreparabile, nonostante le sentenze di assoluzione e la prescrizione.
Andreotti non ha mai smesso di ritenere che le accuse rivoltegli dalla procura di Palermo siano state un modo per metterlo fuori gioco. Di volta in volta ha visto una manovra suggerita da avversari individuati prima in alcuni settori dell’amministrazione statunitense, poi nel PCI. E nonostante la sua diplomazia e l’autocontrollo, ha continuato a evocare complotti dei quali le procure sarebbero state strumenti a volte ignari, altre consapevoli.
«Mi auguro solo che questo non sia un processo alla Prima Repubblica.»
«Non conosco condanne per violazione del segreto d’ufficio. Non solo, ma qualche rara cronaca sulla ricerca dei propalatori di notizie assume aspetti persino umoristici, tanto è divenuto abituale il non segreto… È veramente lo scempio dei diritti umani.»
«Con la mafia non ho avuto niente a che fare. La mafia non mi ama perché con il provvedimento Vassalli impedimmo la rimessa in libertà dei boss durante il maxiprocesso di Palermo.»
«Come sto? Be’, ho le gomme un po’ sgonfie. Ma spero di trovare presto una stazione di servizio.»
«In questi giorni mi trovo più a mio agio come senatore che a difendermi dalle panzane di baci e altre cose che certi pentiti sono indotti a dire.»
«I pentiti hanno detto che ero solito andare a caccia. Ci sono andato una volta e presi tanto di quel freddo che mi bastò per tutta la vita. Ho pure sparato, ma con assoluta garanzia di incolumità per il cinghiale.»
«Io non ho mai fatto i nomi dei suggeritori, che sono certo esistano ma non conosco.»
«Certo è diverso essere eletto a Sesto San Giovanni o a Partinico. Chi è eletto in certe zone, di contatti finisce per averne.»
«Esiste uno strano modo di intendere la giustizia che oscilla tra la richiesta della pena di morte e quella di abolire perfino le multe.»
«Non bisogna mai lasciare tracce.»
«Non mi danno la colpa anche delle guerre puniche solo perché sono avvenute troppi secoli fa.»
«I calunniatori sono peggio degli assassini, o almeno uguali. E il mio amico Salvo Lima è stato per decenni un calunniato.»
«Quel film, Il Divo, è una mascalzonata. È molto cattivo. Cerca di rivoltare la realtà facendomi parlare con persone che non ho mai conosciuto.»
«Forse andranno a vedere Il Divo per curiosità. Ma di certo non è un’opera che aggiunge qualcosa alla cultura cinematografica.»
«Sono contento per il produttore del film. E se avessi una partecipazione agli utili sarei ancora più contento.»
«Nel Divo continuano con la balla del bacio a Riina. Ma tanto, da quando sono senatore a vita, i voti degli elettori non me li possono più togliere.»
«Io non sapevo dei rapporti di Lima con Cosa Nostra e non so nemmeno ora se ci siano davvero stati. E comunque anche Gesù Cristo su un uomo tra dodici si sbagliò.»
«Ho conosciuto Lima quando era sindaco di Palermo e non ho mai avuto modo di considerarlo veramente mafioso.»
«Forse Lima fece dei favori alla mafia. Io, invece, per averla combattuta ho ricevuto minacce.»
«Lima era stimato molto anche da John Kennedy, di cui era amico personale.»
«La mafia ha un’influenza limitata nel mondo politico. Qui a Roma non conta. Possono esserci stati o esserci legami individuali, ma i legami con i partiti credo che vadano negati.»
«Il nostro è un sistema che incita al linciaggio. E non tanto al linciaggio fisico quanto al linciaggio morale: quello che c’è stato anche nel caso Valpreda.»
«V’è in Italia una brutta abitudine: prima farsi una convinzione e poi cercarne la prova. Il che è un capovolgimento del senso di giustizia.»
«Quando ripenso ai processi provo una rabbia incontrollabile. Essere sotto tiro per cose che hai fatto, passi. Ma così no.»
«Hanno usato i processi per mettermi fuori gioco politicamente. È stato un momento di politica molto cattiva.»
«Questi magistrati di Palermo mi fanno paura.»
«Mi ha aiutato a resistere la fede religiosa. Ma non nego che, per alcune settimane, ho creduto di impazzire.»
«Non credo che quello di Giancarlo Caselli fosse un atto dovuto. Chi fa il procuratore capo a Palermo è soggetto a pressioni inimmaginabili. E lui, evidentemente, essendo nuovo voleva dimostrare che non insabbiava nulla. E non doveva insabbiare nulla, ma questa storia è incredibile.»
«Quando esiste un’accusa concreta, uno si può difendere. Ma di fronte a una cosa vaga come l’accusa di essere il punto di riferimento della mafia a Roma, è impossibile.»
«Sono uno che ha sempre guardato con assoluto rispetto e ammirazione alla magistratura. Ma era un tempo nel quale non esistevano giudici che si sostituivano agli altri poteri dello Stato o che facevano della toga uno strumento di lotta politicizzata.»
«Dal 1969 al 1983 ventisei presunte colpe: quasi da meritare l’ergastolo.»
«Contro Lima emergono tante anonime tutte smontate da successive inchieste e procedure giudiziarie. Protesto. E quanto alle anonime, attenzione. Con la scuola dell’obbligo, e il superamento dell’analfabetismo, non vi sono più limiti per contrastare potenzialmente il fenomeno. Qui gladio ferit della stessa arma può divenire vittima.»
«Le sentenze dei giudici non si discutono. Si appellano.»
«Caselli ha portato con sé tutto il suo massimalismo sia di comunista che di cattolico, mettendo a rischio l’obiettività.»
«Quando gli danno un incarico, Caselli non si cura di niente e di nessuno pur di portarlo a termine.»
«Io Caselli al processo praticamente non l’ho mai visto, tranne alla prima udienza. Non credo però si occupasse del Torino Calcio, di cui è tifoso. Caselli non sa che del Torino io sono socio onorario, perché dopo la tragedia di Superga aiutai il presidente di allora, Ferruccio Novo, a rimettere su la squadra perita nello schianto dell’aereo.»
«Ora contano anche sull’età. Anche se la media di vita sale, quota settantotto non è zona di sicurezza. Ma non farò ai magistrati il favore di morire prima della sentenza.»
«Vidi i sorrisetti di Caselli e Lo Forte. Sembrava che dicessero: “Come puoi pensare che ti crediamo?”. O erano prevenuti, o convinti di trovarsi di fronte il capo della Cupola mafiosa…»
«Quelli della procura di Palermo si sentivano tutti in cattedra, anzi, con lo scettro napoleonico.»
«I Salvo li conosco come Cristoforo Colombo.»
«Se Brusca non crede alle mie effusioni con Riina non fa un grande sforzo, non ci credo neanch’io e lo dico da molto tempo.»
«Non ho mai conosciuto mafiosi, né italiani né americani. Forse Leoluca Orlando, quando è anda...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Sono postumo di me stesso
- Il potere è vita (finché dura)
- Un democristiano orfano di De Gasperi
- I comunisti e la minigonna socialista
- I Popolari piccoli piccoli
- Abbasso la Seconda Repubblica di Berlusconi
- I dilettanti della politica
- L’uomo del Purgatorio e il dottor Jekyll
- Viva la vita, abbasso la morte
- La verità secondo Giulio…
- Il bambino col mal di testa
- Lo sport fa male
- La maledizione del Quirinale
- Raccomandare stanca
- I massoni e Gelli
- L’Italia? Non si può spiegare
- Romano e romanista (con autoironia)
- L’uomo dell’America. Ma non solo
- «I processi? Provo una rabbia incontrollabile»
- «Sogno un ascensore senza porte…»
- L’amico dei papi
- I baci di Andreotti
- Copyright
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