Dopo l'infinito cosa c'è, papà?
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Dopo l'infinito cosa c'è, papà?

Fare il padre navigando a vista

  1. 120 pagine
  2. Italian
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Dopo l'infinito cosa c'è, papà?

Fare il padre navigando a vista

Informazioni su questo libro

«Chi sei, papà?» Un bel giorno capita che un figlio di sei anni faccia questa domanda disarmante, a suo modo imbarazzante. Una domanda che, oggi soprattutto, coglie nel segno, mettendo a nudo una condizione: verrebbe la tentazione di liquidarla con quelle risposte evasive o distratte con cui spesso i grandi mascherano la loro inadeguatezza. Ma un papà come Stefano Zecchi non si sottrae così facilmente alla sfida. Ne fa invece il punto di partenza di una riflessione sincera sul suo ruolo di «giovane padre che ha un po¿ di anni in più della media dei padri giovani» e, in generale, sulla crisi della figura paterna nella nostra società. Senza scrivere un saggio di sociologia o psicopedagogia, ma semplicemente raccontando la sua esperienza personale, il rapporto quotidiano con il figlio. L¿inserimento all¿asilo e a scuola, i giochi, le passeggiate alla scoperta della natura e della città, le curiosità infantili riguardo al mondo circostante, i primi confronti con la vita scandiscono così le tappe di un percorso che, dalla constatazione di una decadenza dell¿immagine paterna, sempre più debole ed evanescente, conduce alla possibilità di un suo riscatto.
La paternità pone l¿uomo essenzialmente di fronte a un problema: quanto tempo dedicare al proprio bambino e come influire sulla sua formazione. Archiviata la tradizionale figura del pater familias, il padre-padrone che imponeva la sua autorità senza discussioni e talvolta in modo violento, il padre si trova disorientato, privo di riferimenti, e delega sempre più il suo ruolo educativo alla madre. È un fuggiasco che rifiuta le proprie responsabilità o diventa un «mammo» che vive all¿ombra della figura materna, sempre più pervasiva ed efficiente, cercando di emularla e rinunciando a un¿educazione umana e sentimentale del figlio che tenga conto del punto di vista maschile.
Se gli adolescenti sono insicuri e crollano al primo insuccesso, ci dice Zecchi, è perché viviamo in una società «mammizzata», in cui i giovani apprendono dalla madre a rifugiarsi nell¿interiorità e in una dimensione consolatoria. Il padre, invece, apre il figlio al mondo, gli trasmette conoscenza ed esperienza, senza nascondergli i propri limiti e le proprie fragilità.
Lealtà, coraggio, tolleranza, fedeltà: il padre è la storia. Senza storia non si hanno radici, non si può costruire quell¿alleanza tra padre, madre e figlio che si chiama famiglia.

Scelto da 375,005 studenti

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2012
Print ISBN
9788804620211
eBook ISBN
9788852024535

Bello e buono

La mia professione mi aiuta indubbiamente in questo compito di aprire lo sguardo del bambino alla bellezza e di orientarlo nell’educazione estetica. Ma il tipo di lavoro che svolgo mi crea nei suoi confronti altri problemi non secondari.
«Papà, perché tu non vai mai a lavorare?» mi domanda un giorno.
«Certo che lavoro!»
«Ma se non hai neppure un ufficio.»
«Non ho bisogno di un ufficio. Studio qui, a casa.»
«Alla tua età hai ancora bisogno di studiare?»
«In un certo senso: studiare è il mio lavoro.»
Mio figlio ritorna a giocare tranquillo con le automobiline sul tappeto, appunto, del mio studio, che preferisce alla sua camera. Dopo un po’ si alza in piedi, appoggia il mento sulla mia scrivania, ha il suo visino proprio di fronte a me.
«Scusa, papà, ti posso fare una domanda?» Oltre a saper tenere il cucchiaio in mano ha imparato anche i fondamentali della buona educazione.
«Sì» rispondo.
«I papà dei miei compagni tutte le mattine vanno in ufficio a lavorare. Perché tu non esci di casa?»
«Ti ho appena detto che il mio ufficio è questo studio qui.»
«Dove sto giocando?»
«Eh sì.»
«Ma tu mi avevi spiegato una volta che insegni ai bambini…»
«Non proprio ai bambini, a quelli grandi.»
«Come fai a insegnare se stai ancora studiando? La mia maestra viene tutti i giorni a scuola per insegnare e ha finito di studiare. Se studi, non insegni.»
«Insegno all’università, e per insegnare lì devo studiare ogni giorno per preparare le lezioni.»
«L’università è la tua scuola?»
«Sì.»
«Ma sei sempre a casa, quando ci vai?»
«In genere dopo che ti ho accompagnato a scuola. Ma non tutti i giorni.»
«Solo qualche volta?»
«No, non faccio come voglio io. Ho un orario da rispettare.»
«Mi ci porti a vederla?»
«Insegno quando tu sei a scuola. Come facciamo: la salti?»
«Per un giorno: non diciamo niente alla mamma…»
«Perché non dovremmo dirglielo: mica ti sgrida.»
«Ma salto la scuola!»
«Glielo dico io. Però devo chiedere a un mio collaboratore se ti può accompagnare.»
«A chi, a Giancarlo?»
«Sì.»
«E tu dove vai?»
«Io vengo con voi, però lui starà con te, perché dopo un po’ ti stancherai e te ne vorrai andare, e io non posso mollare lì la lezione.»
Sono qualche centinaio gli studenti che seguono il mio corso in una grande aula ad anfiteatro. Il bambino è sconcertato, quasi impaurito nel vedersi in mezzo a quella marea di giovani. Lo osservo con la coda dell’occhio di tanto in tanto, mentre faccio lezione. Dopo un quarto d’ora mi accorgo che lui e il mio collaboratore si alzano dal loro banco e se ne vanno. Li ritrovo nel cortile dell’università che passeggiano, aspettandomi.
«Hai visto, adesso, che lavoro faccio e dove insegno?»
Mio figlio rimane un po’ sulle sue. «Ma tu, papà, li conosci tutti quei ragazzi?»
«No, solo qualcuno.»
«Allora non sai i loro nomi!»
«No. Perché ti interessa tanto se so i loro nomi?»
«Come fai a insegnare se non li conosci?»
E ora, come me la cavo? È evidente e giusto che per il bambino l’insegnamento sia una relazione tra lui, la maestra e i compagni di classe. Se non si conoscono i nomi, come si fa a «fare scuola»: ci si parla tra estranei? Infatti, l’altra preoccupazione di mio figlio era sapere come potessero tutti quegli studenti conoscersi tra loro.
«L’università non è come la scuola, è diversa» gli rispondo. «Hai notato che quei ragazzi avevano un quaderno e scrivevano mentre io parlavo? Ecco, io spiegavo proprio quello che mi vedi studiare a casa. Loro studiano quello che dico io, e poi in certi giorni li interrogo.»
«E cosa gli spieghi?»
Se gli dico che tengo lezioni di Estetica, le sue perplessità sul mio lavoro, già notevoli per il luogo e per il modo in cui stanno insieme gli studenti con il sottoscritto che neppure conosce i loro nomi, arrivano alle stelle. Tergiverso un po’, sperando in un’illuminazione. Poi gli rispondo così: «Insegno a capire quello che è bello e quello che è brutto».
Vedo il suo viso raggiante, ho fatto centro.
«Tu sai quali sono tutte le cose belle e tutte quelle brutte del mondo!» mi dice sorpreso.
Devo stare al gioco che ho incominciato. Se mi metto a fare dei distinguo finisco male, mentre ho bisogno di recuperare le posizioni perdute. Non ho un ufficio come tutti i papà dei suoi compagni di scuola; rimango a casa mentre gli altri papà escono per lavorare; alla mia età studio ancora; insegno a ragazzi che non conosco… almeno insegno qualcosa che lo meraviglia. Non mi metto a sottilizzare sulla mia conoscenza del bello e del brutto nel mondo, altrimenti non posso, poi, lamentarmi se, diminuendo la mia credibilità professionale, aumenta agli occhi del bambino quella della madre, nel senso che è proprio e soltanto lei a fare tutto ciò che serve.
Mi accorgo che essere depositario della verità su ciò che è bello e su ciò che è brutto mi conferisce un’autorevolezza impensabile: suo padre sa cosa è bello e cosa è brutto. Per mio figlio dispongo di un potere magico! Non è un relativista, ha bisogno di certezze, e credo che sia giusto così: il dubbio e la criticità del pensiero, infatti, si sviluppano negli anni e, per non essere vacui narcisismi, devono basarsi sulla solidità della propria coscienza, sulla sicurezza della propria identità storica e culturale.
Sapere che suo padre lo garantisce nel giudizio che distingue il bello dal brutto gli dà una soddisfazione enorme. Mi chiede di spiegargli questa distinzione anche nelle occasioni più strane della giornata. Prima, per esempio durante le nostre passeggiate, illustrandogli la bellezza di una chiesa o di un paesaggio, il bambino capiva le differenze di valore di ciò che gli mostravo, faceva attenzione, era interessato. Ora, però, c’è qualcosa di più. Collega quelle descrizioni alla mia professione. L’autorevolezza del padre, che gli spiega come apprezzare la bellezza di una cattedrale, è aumentata esponenzialmente: è come se desse più valore alle cose che gli dico. Un vero successo: sono capitato nella casella del gioco dell’oca che mi ha fatto avanzare rapidamente.
Il bambino è così entusiasta del potere magico del padre che orienta i suoi giudizi più comuni e generali proprio attraverso la differenza di bello e brutto. Un grande ritorno alla classicità, alla paideia greca: gli diventa spontanea l’equivalenza tra il bello-buono e il brutto-cattivo, senza che io mi metta a disquisire di filosofia, anche se per bambini. Io stesso divento più sicuro nella mia comunicazione con lui. Mi impegno per essere comprensibile, convincente: la distinzione bello-brutto viene recepita da mio figlio come un sostegno a cui affidare le sue scelte, le sue decisioni: non essendo un relativista, ha bisogno di riferimenti certi.
Se stiamo guardando insieme un film, prima ancora che l’azione entri nel vivo mi chiede quali siano i buoni e quali i cattivi. «Aspettiamo» gli rispondo. Ma lui è inquieto perché vuole parteggiare subito per i buoni. E i buoni sono anche belli: difficile trovare in una fiaba un buono che sia brutto. Potrà essere povero, ma non brutto; e se fosse brutto, proprio perché buono, prima o poi incontrerà qualcuno che lo farà diventare bello.
In breve, mio figlio diventa l’incarnazione vivente del concetto classico di kalokagathia, della relazione tra bellezza e bontà. Per esempio, il trasferimento nel gioco di questa equivalenza per lui è esaltante: gli dà la vera percezione del successo di un’azione. Il buono è, come il bello, qualcosa di concreto, non un’idea astratta: se il bello è percepibile, è percepibile anche il buono.
D’altra parte, nel linguaggio comune non si dice: «Non è bello che tu faccia così»? Quella determinata azione non è bella perché non è buona. E viceversa. E allora, quando vedo il bambino lasciar cadere sul pavimento un pezzo di formaggio o tenere il coltello come una lancia, gli dico che non è bello che lui faccia così. La mia osservazione non avrà un effetto immediato come può essere la sgridata della mamma, però vedo che lo fa riflettere e immagino che il mio richiamo lavori in profondità, come un tarlo.
Dunque, tutti felici e contenti: il padre perché, nello spirito della kalokagathia, proprio della paideia classica, trova il suo spazio di educatore; la mamma perché vede ogni tanto nella fumosa, evanescente educazione paterna qualcosa di pratico; il bambino perché non si sente strillare il rituale «così non si fa!».
Ma, come si sa, l’educazione non si esaurisce all’interno delle mura domestiche.
Il bambino sente parlare in famiglia della Biennale d’arte veneziana, ascolta le discussioni, vuole vederla anche lui, non è lontana dalla nostra casa a Venezia. Immagino come mi metterà alla prova con il mio discorsetto sul bello e sul brutto, e sono curioso di capire come farò io a cavarmela. Una cosa è visitare le Gallerie dell’Accademia e mostrargli Giorgione e Tiziano, altra faccenda è discutere sull’arte contemporanea che, di per sé, rifiuta qualsiasi giudizio estetico che utilizzi la categoria della bellezza.
Mi rimprovero di non aver parlato segretamente di Biennale, come si fa quando si vuole nascondere qualcosa di sconveniente. È già un bell’impegno spiegare al bambino l’arte della nostra tradizione senza annoiarlo e ossessionarlo al punto da fargli desiderare di diventare da grande un meccanico: adesso ci si mette di mezzo anche la Biennale; impossibile recedere.
Gli spazi dell’esposizione sono così affascinanti e ampi che lo distraggono. La mamma, con la sua saggezza pratica, ha convinto gli amici che ci avrebbero accompagnato a portare anche i loro figli, della stessa età del nostro. Così i bambini scorrazzano avanti e indietro per i giardini e i padiglioni, tra le installazioni e le sculture, come se fossero in un parco giochi. Mio figlio non mi fa domande: guarda, corre, scherza.
Torniamo a casa e rimaniamo soli uno davanti all’altro. Il confronto è inevitabile.
«Interessante?» gli chiedo senza nessuna intenzione di costringerlo a darmi un giudizio, ma soltanto per parlare della mattinata e non fingere di essere stati, appunto, ai giardini per giocare.
«No, papà.»
«Ma hai dato almeno un’occhiata? Ti vedevo correre su e giù coi tuoi amici…»
«Sì, sì, guardavo: non ci voleva molto tempo per guardare.»
«Ci sarà stato qualcosa che ti ha interessato!»
«No, solo pasticci.»
«Pasticci? Opere complicate, strane. È arte moderna.»
«Ci siamo divertiti a passare dentro a quella rete di ferro e poi a girare in mezzo a quei tubi di plastica.»
Insomma, nessun entusiasmo: è sulla strada giusta dell’onestà intellettuale. Sono orgoglioso di lui. Penso che se alla mia domanda avesse risposto: «Sì, interessante», mi sarei dovuto preoccupare. Col tempo, con lo studio capirà che quello che ha visto non sono pasticci (o forse sono proprio pasticci).
Ma al peggio non c’è limite, come si sa. Appena archiviata la vicenda Biennale senza danni alla mia autorevolezza sul bello e sul brutto, devo fronteggiare un’altra minaccia. La mamma e la sua amica conoscono uno spazio-giochi in cui è allestito un atelier di pittura creativa: un’eccellente occasione per portare i figli e proseguire l’introduzione all’arte contemporanea incominciata con la visita alla Biennale. Una bella e buona invasione di campo. Non voglio saperne niente, ma so di non poter opporre resistenza e mi rassegno: sono finito nella casella sbagliata, spero di non retrocedere troppo.
Al suo ritorno, mio figlio è loquace, e il suo stato d’animo mi evita di dargli l’impressione di sottoporlo a un antipatico interrogatorio.
«Ci siamo molto divertiti» mi dice. «Eravamo in una stanza come quella che abbiamo a scuola per la pittura. Dei maestri ci hanno dato delle matite e dei pastelli e ci hanno detto di disegnare e dipingere qualsiasi cosa.»
«Cioè? Una casa, una montagna, un gatto, un cane… ?»
«No, no, papà: non quello che si vede normalmente. Così, a caso.»
«Come “a caso”?»
«Ma sì. I maestri volevano che disegnassimo quello che ci veniva in mente senza pensare di fare proprio una cosa che si vede. A caso, ti dico: linee, cerchi…»
«Dei segni, colori …»
«Sì, sì: dei pastrocchi qualsiasi. È stato divertente… Sono andato a pasticciare anche il foglio di Michele e lui il mio e quello di Francesco…»
«E ti sei divertito.»
«Un gioco… E poi i maestri ci hanno detto di mettere un nome.»
«Il vostro nome. La firma.»
«Ma no, papà, cosa capisci! Un nome ai pastrocchi.»
«Infatti, non capisco.»
«Allora ti spiego: abbiamo riempito i fogli di segni e di colori, che non erano una casa, una montagna... niente. Allora i maestri ci hanno detto di mettere un nome che voleva dire quello che avevamo fatto. Hai capito?»
«Forse. E tu cosa hai scritto?»
«Io ho scritto: “Bambino che ride”; Michele: “Bambino che piange”; Francesco: “Bambino che fa la pipì”. Tanto non volevano dire niente... I maestri ci hanno regalato una scatola di matite perché siamo stati molto bravi.»
Vedo la mia educazione estetica rischiare il tracollo, la mia autorevolezza sul bello e sul brutto sprofondare nell’abisso di una crudele modernità, il praticismo educativo della mamma trionfare. Sento incombere su di me un destino da mammo.
Per adesso il bambino se la ride di quei pasticci e della Biennale, ciò significa che ho un margine di manovra per tenere sotto controllo la situazione. Ma devo intervenire prima che sia troppo tardi. Rivendico in famiglia il mio spazio educativo: almeno l’educazione estetica non mi deve essere messa in discussione! Mi...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dopo l'infinito cosa c'è, papà?
  3. Grandi madri, piccoli padri
  4. Il gioco della vita
  5. Il coraggio e la violenza
  6. Pater familias
  7. «Mi prendi la luna?»
  8. Educazione estetica
  9. Bello e buono
  10. Autorevolezza e gerarchie
  11. Educazione sentimentale
  12. Fedeltà
  13. Dello stesso autore
  14. Copyright

Domande frequenti

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