Steven Popkes (www.stevenpopkes.com) vive a Hopkinton nel Massachusetts. “Ho deciso di mettermi a scrivere sul serio nel 1972. Ho frequentato il Clarion Science Fiction Workshop nel 1978. L’anno successivo ho lasciato la biologia per l’informatica, con l’idea che l’ingegneria sarebbe stata di aiuto alla mia scrittura. Dopotutto, era solo un lavoro dalle 9 alle 5, giusto?” (Scoppio di risa isteriche.) Ha pubblicato quaranta storie di fantascienza nel corso degli ultimi vent’anni, di cui quattro nel 2010, e due romanzi, La doppia vita di Caliban (1988) e Slow Lightning (1991), che affrontano entrambi le complessità del contatto alieno.
Il ragazzo di Jackie è apparso su “Asimov’s”. È un racconto post-catastrofico ambientato nel Midwest e nel Sud degli USA, dopo il crollo della civiltà mondiale in seguito a disastri naturali, riscaldamento globale ed epidemie scatenate da bioterroristi Michael è un giovane sopravvissuto che, dopo la morte del suo ultimo parente, si introduce di soppiatto nel ben fortificato zoo locale e diventa amico dell’unico elefante rimasto... che può parlare con lui. Ben presto sono costretti a lasciare lo zoo per imbarcarsi in una ricerca attraverso i bizzarri scenari della civiltà crollata. La storia di questa avventura costituisce uno dei più bei racconti di fantascienza dell’anno.
1
Michael si innamorò di lei non appena la vide.
I Long Bottom Boys erano subentrati alla gang di Nature Phil nel controllo dell’entrata dello zoo di Saint Louis. London Bob aveva ucciso in un duello, e mangiato, Nature Phil. Più o meno fu questo a stabilire il possesso. Ai Custodi non importava, purché i ragazzi restassero fuori dal terreno. Così i Boys aspettavano all’esterno per raccogliere chiunque uscisse o entrasse. Dovevano solo attendere. Qualcuno veniva sempre attirato dalla vista di tutta quella carne ancora viva. Soltanto una trentina di metri di aria vuota e armi invisibili, automatizzate e letali, impedivano che venisse trasformata in cibo. Le persone entravano per darle un’occhiata e sbavare.
Michael conosceva i loro piani. Li aveva osservati di soppiatto per una settimana, nascondendosi in luoghi dove nessun adulto poteva arrivare senza lasciare tracce visibili. I Boys avevano catturato una donna qualche giorno prima, e un uomo la notte precedente. Si passavano ancora la donna. I resti dell’uomo giravano su uno spiedo. Il bambino annusò l’aria. Un pungente fetore misto a un odore simile a quello dello sciroppo d’acero. Funghi spuntati su un cadavere allo stadio di corpo fruttifero. Da qualche parte lì vicino c’era un campionario di funghi che il giorno prima era stato il corpo di un essere umano. Michael si chiese se si trattasse di un individuo putrefatto prima di venire preso dai Boys o se fossero gli ultimi resti non commestibili dell’uomo sullo spiedo. Al mattino sarebbe rimasto poco più di un sottile mucchio di terra a mostrare il punto in cui prima c’era la carne.
In quella scura mattinata primaverile, proprio quando i cancelli vennero aperti, una delle guardie continuò a dormire. Michael serrò lo zaino contro il petto per non fare alcun rumore. L’uomo sobbalzò nel sonno. Per un attimo il ragazzo pensò di dover raccogliere uno dei mattoni a terra per ucciderlo prima che si svegliasse. Ma la guardia si girò, e il giovane la superò scivolando furtivo. Michael era felicissimo. L’unica cosa che faceva arrabbiare i Boys più della carne era la vendetta.
Restò fuori vista anche dopo aver superato il cancello. Se i Boys avessero scoperto la sua presenza, si sarebbero tenuti pronti all’orario di chiusura, quando i Custodi buttavano tutti fuori. Non era mai stato allo zoo, ma sperava che un ragazzo potesse trovare luoghi in cui nascondersi dove un adulto non sarebbe arrivato. Dentro lo zoo si era al sicuro, all’esterno no. La situazione era molto semplice.
Si era accovacciato nei cespugli fuori dal recinto di un animale nell’area di osservazione dei visitatori, tenendosi al riparo dai Custodi e cercando un posto dove nascondersi.
Lei uscì all’esterno, con le grandi orecchie tonde e le pesanti zampe cilindriche, gli occhi saggi e la lunga proboscide. Quando arrivò all’acqua, Michael trattenne il respiro e si fece piccolo come riusciva solo a un bambino di undici anni. Forse non l’avrebbe notato.
A eccezione dell’elefantessa, il ragazzo non vide nessuno. Il riparo e il recinto di uno degli ultimi animali rimasti erano il luogo peggiore per nascondersi. L’avrebbero trovato subito. Tutti ci avevano probabilmente già provato. Ciò nonostante, quando l’elefantessa vagò fuori vista lungo la collina, Michael balzò oltre lo steccato e corse silenzioso nella struttura, con lo zaino che rimbalzava facendogli perdere l’equilibrio, aspettandosi di venire ridotto in poltiglia dalle pallottole.
Una volta all’interno si guardò rapidamente intorno e vide sul pavimento di calcestruzzo un soppalco pieno di balle di fieno. Salì la scala a pioli e vi si rintanò. Il fieno gli pizzicava la pelle attraverso la maglietta e i pantaloni, e gli solleticava un piede da un buco nella scarpa. Con attenzione tastò lo zaino in cerca del blocco per appunti. Era al sicuro.
— Ti vedo — giunse dal basso una voce femminile.
Michael si bloccò. Si strinse forte allo zaino.
Qualcosa colpì la balla di fieno lì accanto e la tirò giù. La luce del soffitto brillò su di lui.
Era l’elefantessa.
— Non ti nasconderai lassù — disse.
Il ragazzo si sporse oltre il bordo. — Hai parlato?
— Vattene dalla mia stalla. — Sferzò la proboscide e lo afferrò per una gamba, trascinandolo oltre l’orlo.
— Ferma, Jackie. — Una voce dalla parete.
L’elefantessa lo tenne sospeso sul terreno. — Stai perdendo colpi, Ralph. Dovevo trovare il suo cadavere fuori, appeso al recinto. — Si portò il ragazzo all’altezza degli occhi; Michael capì che stava pensando di ridurlo in gelatina sbattendolo senza indugio sul calcestruzzo.
— Non farlo — sussurrò l’uomo.
— Commettiamo tutti degli errori. — Di nuovo la parete.
— Devo gettarlo fuori o schiacciarlo? Questo è il tuo lavoro. Non il mio.
— Mettilo giù. Forse ci sarà utile.
Il tempo sembrò allungarsi. Il giovane la fissò. Talmente impaurito da non riuscire a respirare. Talmente eccitato di trovarsi davanti l’elefantessa a distanza ravvicinata da non poter distogliere lo sguardo.
Lentamente e con riluttanza, lei lo mise giù. — Come vuoi.
Un dispositivo di metallo alto più di due metri – un custode dello zoo – entrò nella stanza dall’esterno. Tre braccia metalliche provviste ognuna di una telecamera e di una canna di fucile seguirono sia Jackie che Michael.
— Vieni con me. — Stavolta la voce giunse dal robot.
Il ragazzo fissò per un attimo l’elefantessa. Lei sbuffò sdegnata e si voltò per tornare fuori.
Michael seguì lentamente il Custode, osservando Jackie andare via. — Gli elefanti parlano?
— Quello sì — rispose la guardia.
— Uau — sospirò il giovane.
— Apri lo zaino — ordinò il Custode.
Michael fissò nella telecamera/canna di fucile. Immaginò che fosse troppo tardi per scappare. Aprì lo zaino e lo svuotò sul pavimento.
Il guardiano smistò il contenuto. — Un filone di pane. Due scatolette di tonno. Un blocco per appunti. Varie penne. — Le lenti sulla telecamera lo fissarono, ronzarono e si allungarono verso di lui. — Sono tuoi? Sai leggere e scrivere?
— Sì.
— Riprenditi le tue cose. Puoi chiamarmi Ralph, come fa lei — disse il Custode mentre lo guidava all’interno di un ufficio.
— Perché non sono morto?
— Cerco di non uccidere i bambini, se posso evitarlo. Interpreto la mia autorità in modo flessibile, entro certi limiti. — La voce si interruppe per un momento. — In assenza di un direttore, sono io il responsabile dello zoo.
Michael annuì. Si guardò intorno nella stanza. Era ancora scioccato per aver visto un vero elefante vivo. Il fatto che parlasse sembrò una specie di extra.
Il Custode rimase fuori dall’ufficio, e la voce riprese a parlare dal soffitto.
— Prego, siediti.
Il ragazzo si accomodò. — Come mai avete ancora la luce? Gli unici luoghi ancora illuminati sono lo zoo e la cattedrale.
— Sono ancora in grado di negoziare con la Union Electric. Non molti posti possono garantire la sicurezza antincendio.
Michael non aveva idea di cosa stesse parlando. — Fa caldo — provò a dire.
— Con la luce arriva il calore. Ora, come ti chiami?
— Michael. Michael Ripley.
— Quanti anni hai?
Il ragazzo si guardò intorno nella stanza. — Undici, penso.
— Non ne sei sicuro?
Il giovane scosse la testa. — Sono sicuro che ne avevo sei quando morirono i miei genitori. Zio Ned mi prese con lui. Siamo rimasti insieme per cinque anni. I Long Bottom Boys l’hanno ucciso qualche mese fa.
— Non hai nessun parente ancora in vita?
Michael scrollò le spalle e non rispose.
— Dove vivi?
Il ragazzo rivolse di scatto l’attenzione verso il Custode e guardò con diffidenza il soffitto. — Ciondolo nel parco.
— Non hai un luogo dove stare?
— No.
— Ti piacerebbe stare qui?
Michael si guardò di nuovo intorno nella stanza. Faceva caldo. Lì, evidentemente, c’era molto da mangiare. A nessuna delle gang veniva mai permesso di entrare. Ma dove prendevano il cibo per gli animali? Come mai le persone non potevano entrare di notte? Forse sarebbe stato sul menù anche lì.
— Immagino di sì — rispose piano.
— Bene. Sei assunto.
— Cosa?
— Mi chiamerai Ralph come ti ho detto prima. Io ti chiamerò Michael, tranne in specifiche circostanze quando mi rivolgerò a te come “vicedirettore”. Hai capito?
Il ragazzo fissò il soffitto. — Che cosa dovrei fare?
Cara mamma,
ho trovato un lavoro. Devo aiutare a prendersi cura di una ellefante. Si chiama jakee. Lei non è molto divertente ma mi piace lo stesso. Forse le piacerò di più quando imparerà a conosciermi. È una ellefante!!! Non penso di averne mai visto uno prima. Solo nei libri che mi legevi.
Lavoro nello zoo. Scommetto che non pensavi mai che avrei lavorato in uno zoo. Quasi tutti gli animali sono morti. Ma ci sono una ellefante e un rinocerronte. Niente serpanti.
È molto meglio che dormire nei casonetti dell’immondizzia. E un casonetto non ferma molto un fucile. Mi mancate tu e PAPA. Ma non mi manca poi tanto zio NeD. Mi manca l’appartamento, però...