Il socio anziano studiò il curriculum per la centesima volta e per la centesima volta non trovò niente da eccepire riguardo a Mitchell Y. McDeere, almeno sulla carta. Aveva intelligenza, ambizione, bell’aspetto. Ed era affamato: doveva esserlo per forza, con quei precedenti. Era sposato, come d’obbligo. Lo studio legale non aveva mai assunto un avvocato scapolo e disapprovava energicamente il divorzio, il correre dietro alle donne e l’abitudine all’alcol. Il contratto prevedeva un controllo antidroga. Era specializzato in diritto amministrativo, aveva superato l’esame di abilitazione al primo tentativo e aspirava a diventare avvocato fiscalista, il che era ovviamente un requisito importante per uno studio legale specializzato in questioni fiscali. Era bianco e lo studio non aveva mai assunto un negro: riusciva a mantenersi molto riservato ed esclusivo perché non sollecitava mai le richieste di impiego. Altri studi lo facevano e assumevano i negri. Questo, invece, acquisiva soci e restava tutto bianco. Inoltre, la sede era a Memphis, figurarsi, e i negri più qualificati volevano andare a lavorare a New York, Washington o Chicago. McDeere era maschio, e nello studio non c’erano donne. Quell’errore era stato commesso una sola volta a metà degli anni Cinquanta quando avevano preso come socio il primo in graduatoria dei laureati di Harvard, che era appunto una donna e una vera maga in fatto di problemi fiscali. Aveva resistito per quattro anni turbolenti ed era morta in un incidente d’auto.
Sulla carta McDeere sembrava promettente. Rappresentava per loro la migliore opportunità. Anzi, per quell’anno non c’erano altri possibili candidati. L’elenco era brevissimo: o McDeere o nessuno.
Il socio dirigente, Royce McKnight, studiava un dossier intestato “Mitchell Y. McDeere – Harvard”. Era un fascicolo spesso un paio di centimetri, con rapporti a caratteri minutissimi e poche fotografie, ed era stato preparato da certi ex agenti della CIA che lavoravano in un’agenzia di informazioni privata con sede a Bethesda. Erano clienti dello studio e ogni anno effettuavano le indagini senza presentare il conto. Era un lavoro facilissimo, dicevano, controllare gli ignari studenti di legge. Avevano scoperto, per esempio, che McDeere avrebbe preferito lasciare il nord-est, che aveva tre offerte di lavoro, due a New York e una a Chicago, e che la più alta era di 76.000 dollari, la più bassa 68.000. Era piuttosto richiesto. Durante il secondo anno di università gli era stata data la possibilità di barare all’esame sui titoli pubblici. Aveva rifiutato e aveva preso il voto più alto del suo corso. Due mesi prima gli avevano offerto la cocaina in una festa di studenti. Aveva detto di no e quando tutti avevano cominciato a sniffare se n’era andato. Ogni tanto beveva una birra, ma bere costava e lui non aveva soldi. Aveva un debito di circa 23.000 dollari con il fondo prestiti riservato agli studenti. Era affamato.
Royce McKnight sfogliò il dossier e sorrise. McDeere era l’uomo per loro.
Lamar Quin aveva trentadue anni e non era ancora diventato socio. Era stato condotto lì perché proiettasse un’immagine giovanile per conto dello studio Bendini, Lambert & Locke, che in effetti era uno studio giovane, dato che quasi tutti i soci davano le dimissioni o poco prima o poco dopo i cinquant’anni e si ritiravano con un sacco di soldi. Lamar Quin sarebbe diventato socio. Con un reddito di sei cifre garantito per il resto della vita, poteva godersi gli abiti da milleduecento dollari confezionati su misura che si adattavano così bene alla sua figura alta e atletica. Si mosse con disinvoltura nella suite da mille dollari al giorno e si versò un’altra tazza di caffè decaffeinato. Diede un’occhiata all’orologio, poi guardò i due soci seduti al piccolo tavolo da riunioni accanto alle finestre.
Alle due e mezzo in punto qualcuno bussò. Lamar guardò di nuovo i soci, che fecero sparire il curriculum e il rapporto in una borsa aperta. Tutti e tre presero le giacche. Lamar si allacciò l’ultimo bottone e aprì la porta.
«Mitchell McDeere?» chiese con un gran sorriso, tendendo la mano destra.
«Sì.» Si strinsero la mano con energia.
«Lieto di conoscerla, Mitchell. Io sono Lamar Quin.»
«È un piacere. Prego, mi chiami Mitch.» McDeere entrò e girò prontamente lo sguardo sull’ampia stanza.
«Sicuro, Mitch.» Lamar gli posò una mano sulla spalla e lo condusse incontro ai soci che si presentarono con la massima cordialità. Gli offrirono il caffè, poi l’acqua. Sedettero intorno al lucido tavolo di mogano e si scambiarono i soliti convenevoli. McDeere si sbottonò la giacca e accavallò le gambe. Ormai era un veterano esperto nella ricerca di un posto di lavoro, e sapeva che quelli lo volevano. Si rilassò. Con tre offerte di impiego di tre degli studi legali più prestigiosi del Paese, non aveva bisogno di quel colloquio e di quello studio. Ormai poteva permettersi un certo eccesso di sicurezza. Era venuto per curiosità. E aspirava a un clima più caldo.
Oliver Lambert, il socio anziano, si sporse in avanti, si appoggiò sui gomiti e assunse il comando delle chiacchiere preliminari. Era loquace e garbato, e aveva una voce baritonale, quasi da cantante professionista. A sessantun anni era il patriarca dello studio e passava gran parte del tempo accattivandosi l’ego colossale di alcuni degli avvocati più ricchi del Paese. Era il consigliere, colui al quale si rivolgevano i soci più giovani per esporre i loro problemi. Lambert si occupava anche del reclutamento, ed era suo compito ingaggiare Mitchell Y. McDeere.
«È stanco di sostenere colloqui?» chiese Oliver Lambert.
«Non direi. Fa parte del gioco.»
Sì, sì, riconobbero tutti. Sembrava appena ieri quando avevano sostenuto colloqui, presentato curriculum e vissuto nel terrore di non trovare un posto, di aver buttato via tre anni di sudore e di torture. Sapevano che cosa stava passando, certo.
«Posso fare una domanda?» chiese Mitch.
«Certamente.»
«Sicuro.»
«Dica pure.»
«Perché questo colloquio si svolge in una stanza d’albergo? Gli altri studi lo fanno nelle università tramite l’ufficio di collocamento.»
«È una domanda intelligente.» I tre annuirono, si scambiarono un’occhiata. Su questo erano tutti d’accordo.
«Forse posso rispondere io, Mitch» disse Royce McKnight, il socio dirigente. «Lei deve capire com’è il nostro studio. Siamo diversi, e ne andiamo molto orgogliosi. Abbiamo quarantun avvocati, quindi è uno studio relativamente piccolo in confronto a tanti altri. Non assumiamo troppa gente: all’incirca una persona all’anno. Offriamo lo stipendio più alto e i maggiori fringe benefits del Paese, e non sto esagerando. Quindi siamo molto esigenti. Abbiamo scelto lei. La lettera che ha ricevuto il mese scorso è stata spedita dopo che abbiamo setacciato duemila studenti del terzo anno di legge delle migliori università. E la lettera che abbiamo spedito a lei è stata l’unica. Non facciamo pubblicità e non sollecitiamo le richieste di assunzione. Ci teniamo defilati e facciamo le cose in modo diverso. Ecco la nostra spiegazione.»
«Mi sembra giusta. Che tipo di studio legale è?»
«Fiscale. Ci occupiamo anche di attività bancarie, proprietà immobiliari e titoli, ma per l’ottanta per cento il nostro lavoro riguarda le tasse. Perciò abbiamo voluto conoscerla, Mitch. Lei ha un’ottima preparazione in campo fiscale.»
«Perché si è iscritto alla Western Kentucky?» chiese Oliver Lambert.
«È molto semplice. Mi avevano offerto una borsa di studio tutto compreso per giocare a football. Se non fosse stato per quella, non avrei potuto frequentare il college.»
«Ci parli della sua famiglia.»
«Perché? È importante?»
«Per noi è importantissimo, Mitch» disse calorosamente Royce McKnight.
Dicono tutti così, pensò McDeere. «E va bene. Mio padre morì in una miniera di carbone quando avevo sette anni. Mia madre si è risposata e adesso vive in Florida. Avevo due fratelli. Rusty è morto in Vietnam. L’altro si chiama Ray McDeere.»
«Dov’è?»
«Questo non vi riguarda.» McDeere fissò Royce McKnight con aria risentita. Stranamente, il rapporto non parlava di Ray.
«Chiedo scusa» disse a voce bassa il socio dirigente.
«Mitch, il nostro studio legale si trova a Memphis» disse Lamar. «Le dispiace?»
«Per niente. Non amo il clima freddo.»
«È mai stato a Memphis?»
«No.»
«La faremo venire laggiù molto presto. Le piacerà.»
Mitch sorrise, annuì, e stette al gioco. Parlavano sul serio, quelli? Come poteva prendere in considerazione un piccolo studio legale in una città così piccola quando lo stavano aspettando a Wall Street?
«Come si è classificato nel suo corso?» chiese Lambert.
«Tra i primi cinque.» Proprio tra i primi cinque, non nel primo cinque per cento. I primi cinque su trecento. Avrebbe potuto dire che si era classificato al terzo posto, a un soffio dal secondo e a poca distanza dal primo. Ma non lo disse. I tre erano usciti da facoltà di second’ordine, Chicago, Columbia e Vanderbilt, come ricordava in base a una rapida consultazione dell’Annuario Legale Martindale-Hubbell. Sapeva che non avrebbero insistito sui dettagli accademici.
«Perché aveva scelto Harvard?»
«Per la verità era stata Harvard a scegliere me. Avevo presentato domanda di ammissione a varie università e tutte mi avevano accettato. Harvard mi offriva una migliore assistenza economica. E pensavo che fosse anche la miglior facoltà di legge. Lo penso tuttora.»
«Se l’è cavata molto bene, Mitch» disse Lambert, ammirando il curriculum. Il dossier, invece, era dentro alla borsa, sotto il tavolo.
«Grazie. Ho lavorato sodo.»
«Ha ottenuto il massimo dei voti nei corsi sulle tasse e i titoli.»
«Sono gli argomenti che mi interessano di più.»
«Abbiamo esaminato la sua tesi, ed è davvero notevole.»
«Grazie. La ricerca mi piace molto.»
I tre annuirono, accettando quell’ovvia menzogna. Faceva parte del rituale. Nessuno studente di legge e nessun avvocato in pieno possesso delle facoltà mentali amava la ricerca; ma infallibilmente ogni aspirante associato manifestava un profondissimo amore per la biblioteca.
«Ci parli di sua moglie» disse Royce McKnight in tono quasi mite. I tre si prepararono a un’altra brusca reazione. Ma era un normale campo di indagine, esplorato da ogni studio legale.
«Si chiama Abby. Ha conseguito la laurea in pedagogia alla Western Kentucky. Ci siamo sposati una settimana dopo la laurea. Negli ultimi tre anni mia moglie ha insegnato in un kindergarten privato nei pressi del Boston College.»
«E questo matrimonio…»
«Siamo molto felici. Ci conosciamo dai tempi delle superiori.»
«In che ruolo giocava?» chiese Lamar, passando ad argomenti meno delicati.
«Quarterback. Avevo ricevuto molte proposte prima di rovinarmi un ginocchio nell’ultima partita delle superiori. Tutti gli altri college si sono volatilizzati tranne la Western Kentucky. Ho giocato a intervalli per quattro anni e a un certo punto sembrava che potessi concludere qualcosa, ma il ginocchio non era ritornato a posto.»
«Come faceva a prendere i voti migliori e contemporaneamente a giocare a football?»
«Anteponevo i libri allo sport.»
«Non credo che la Western Kentucky sia una grande università dal punto di vista accademico» commentò Lamar con un sorriso stupido, e subito si pentì di averlo detto. Lambert e McKnight aggrottarono la fronte prendendo atto dell’errore.
«Un po’ come la Kansas State University» rispose Mitch. Tutti e tre restarono di sasso e per qualche secondo si scambiarono sguardi increduli. Quel McDeere sapeva che Lamar Quin aveva studiato alla Kansas State. Non l’aveva mai incontrato prima di quel giorno e non poteva aver saputo in anticipo chi si sarebbe presentato a nome dello studio p...