Primo maggio 2011: il Re del Terrore è morto. Osama bin Laden, l'uomo che per un decennio ha tenuto l'Occidente nella morsa della paura, è stato ucciso.
Per la prima volta la più importante ed eclatante operazione di intelligence degli ultimi anni viene raccontata attraverso le clamorose rivelazioni di uno dei diretti protagonisti, un ex appartenente al Team Six dei SEAL (le forze speciali della Marina statunitense) che per primo ha fatto irruzione nell'ultimo rifugio di Bin Laden.
Sotto lo pseudonimo di Mark Owen, l'autore ripercorre la sua esperienza nei corpi speciali, a comiciare dall'agognato ingresso nei SEAL, passando per il salvataggio del capitano Richard Phillips, rapito dai pirati somali nell'Oceano Indiano, fino alla guerra ai talebani sulle montagne afghane e all'assalto del compound di Abbottabad, in Pakistan, dove si nascondeva il leader di al Qaeda.
Per due settimane gli uomini della squadra vengono addestrati ad affrontare il compito più importante della loro vita: la caccia a Bin Laden, nell'operazione denominata Lancia di Nettuno.
Per Owen e i suoi compagni il successo della missione, oltre che dovuto alla partecipazione a centinaia di operazioni in tutto il globo, è frutto di anni di addestramento durissimo, teso a portare ai limiti massimi la resistenza psicofisica, una preparazione che consente loro di affrontare qualsiasi genere di evento e di imprevisto, qualsiasi tipologia di nemico. Il raid nel quartier generale segreto di Bin Laden è raccontato nei minimi dettagli con un ritmo da togliere il fiato, dall'incidente con l'elicottero che avrebbe potuto compromettere la missione e costare la vita a Owen fino alla comunicazione radio che conferma la morte del loro obiettivo. In No Easy Day, Mark Owen conduce i lettori dietro le linee nemiche insieme a uno dei più straordinari corpi d'élite del mondo, offrendoci l'unico resoconto in prima persona di una delle loro missioni più spettacolari.

eBook - ePub
No easy day
Il racconto in prima persona dell'uccisione di bin Laden
- 264 pagine
- Italian
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Il racconto in prima persona dell'uccisione di bin Laden
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Politica e relazioni internazionaliCategoria
Politica comparataIl libro
Dopo aver descritto in No Easy Day la più importante e clamorosa operazione di intelligence degli ultimi anni – l’uccisione di Osama bin Laden –, Mark Owen torna a raccontare le sue imprese di Navy SEAL. In No Hero l’attenzione si allontana dalle missioni da prima pagina, caratterizzate da bersagli di alto profilo, per concentrarsi sugli incarichi per Owen più significativi sul piano personale – missioni «minori» che non sono mai finite sui giornali – e sui momenti in cui l’autore ha imparato a conoscere se stesso e i suoi compagni, nei successi così come nei fallimenti.
«Vorrei che No Hero offrisse qualcosa di diverso da gran parte dei libri: il lato intimo, le battaglie personali, le difficoltà e quello che ho imparato affrontandole» dichiara Owen. «Le storie che racconto in No Hero sono un omaggio ai miei compagni e a tutti gli altri SEAL, ancora in servizio o meno, che hanno dedicato la loro vita alla libertà. Nella nostra comunità ci viene sempre insegnato a essere i mentori della generazione successiva e a trasmettere agli altri le lezioni e i valori che abbiamo appreso, in modo che possano servire alle generazioni che verranno. È quello che spero di aver fatto per i lettori di No Hero.»
Carico di azione come No Easy Day, con storie che spaziano dall’addestramento ai campi di battaglia, No Hero offre per la prima volta al lettore uno sguardo ravvicinato su esperienze e valori che hanno reso Mark Owen, e i SEAL con i quali ha prestato servizio, in grado di portare a termine le missioni che leggiamo sui giornali.
Mark Owen
Kevin Maurer
NO HERO
Storia di un Navy Seal

Prologo
Quaranta nomi
Ero a casa a Virginia Beach, in stand-by, quando cominciarono ad arrivare gli SMS.
Era l’agosto 2011 e la città era piena zeppa di turisti. Ogni giorno incrociavo gente in vacanza, diretta verso l’oceano blu per trascorrere una giornata in spiaggia. Io invece mi tenevo alla larga dalla zona di fronte al mare, con i negozi di T-shirt e i minigolf che attraggono vacanzieri ustionati dal sole. I turisti avevano in mente spiaggia e mare, mentre io riuscivo a pensare solo all’Afghanistan e al mio imminente assegnamento laggiù.
Tutta la messinscena di dignitari e politicanti assortiti si era finalmente conclusa. Adesso, la prospettiva di andare di nuovo oltreoceano mi faceva sentire come un cane che tira il guinzaglio. Ero pronto a riprendere il lavoro, ma prima c’era una cosa a cui dovevo sopravvivere: lo stand-by.
Lo stand-by era il peggio del peggio.
Era una specie di continua girandola. Ogni settimana ci toccava un sunto dei più recenti rapporti dell’intelligence sui punti caldi del globo, che di fatto serviva solo a peggiorare le cose. Tutti noi volevamo solo fare il nostro lavoro, portare a termine missioni vere. Nei periodi di attesa, invece, potevamo soltanto progettarne, anche se probabilmente non sarebbero mai cominciate. Sul campo era normale ricevere un ordine, elaborare un piano e metterlo in atto nel giro di poche ore, ma la maggior parte delle operazioni in cui venivamo coinvolti nei periodi di stand-by nasceva da emergenze estemporanee, che alla fine si risolvevano in una bolla di sapone. Ci mettevamo in movimento, pianificavamo l’operazione e poi ci dovevamo fermare perché a Washington avevano ripiegato su un’altra opzione, o il punto caldo si era raffreddato. A rendere ancora più insostenibili gli stand-by era il vivere a casa, ma avendo in realtà pochissimo tempo per stare davvero con le nostre famiglie. Dovevamo anzi tenerle a distanza, perché non sapevamo mai quando saremmo partiti, sapevamo solo che non ci sarebbe stato preavviso. Per quanto mi riguardava, anche nei periodi di stand-by ero in missione, quindi incasellavo i miei genitori in uno scomparto della mente: la sola differenza stava nel fatto che potevano telefonarmi.
Sapevo che lo stesso valeva per ogni membro della squadra. Volevamo solo una cosa: entrare in azione.
Si stava facendo sera e avevo appena finito di cenare. In stand-by non dovevamo bere, né fare bisboccia, perché l’ultima cosa auspicabile era presentarsi ubriachi al briefing per una possibile missione. La prospettiva era quella di una pigra serata davanti alla tv. Poi cominciarono ad arrivare i messaggi. Parlavano di un elicottero precipitato e, sul display, continuavano ad apparire le stesse parole.
«In Afghanistan è andato giù un CH-47. È nostro?»
Era quello che tra di noi chiamiamo rumint, un miscuglio di notizie dall’intelligence e di voci che il più delle volte si rivela per quello che è: una stronzata. In questo caso, purtroppo, le voci erano vere.
La mia mente prese a turbinare già dopo il primo messaggio. Se era vero, non importava che si trattasse di un elicottero dei SEAL, della Delta o delle Forze speciali. Erano compagni d’armi, che combattevano la mia stessa guerra. Chiamai un caro amico appartenente allo squadrone di stanza laggiù. Non era al momento con il suo team perché era rimasto a casa a occuparsi della madre malata. Pensai che forse sapeva qualcosa di più.
Non rispose.
Passai in rassegna l’intera rubrica del cellulare, chiamando tutti quelli che potevano avere qualche informazione. Poi ebbi la conferma.
«Era nostro.»
La notizia mi colpì come una scarica elettrica. Nella mia testa, vedevo uno per uno gli amici dello squadrone. Intanto il cellulare ronzava, man mano che la notizia si diffondeva. Sempre lo stesso messaggio.
«Era nostro.»
Sentivo delle fitte allo stomaco. Non riuscivo a starmene lì seduto. Cominciai ad andare su e giù per la cucina con lo sguardo fisso sul display, scorrendo i messaggi in cerca di maggiori dettagli, ma tremando al pensiero di ciò che avrei potuto scoprire. Sapevo bene che tutti i miei compagni si erano offerti volontari innumerevoli volte per andare proprio laggiù, a fare quello che stavano facendo. Avrei potuto benissimo esserci io, su quell’elicottero. Diavolo, mi ci ero trovato proprio pochi mesi prima su un elicottero che aveva avuto un incidente. Era più difficile starsene a casa in attesa di notizie, una sensazione che la maggior parte delle nostre mogli e fidanzate conosceva fin troppo bene.
Dopo un po’, non riuscii più a stare da solo. Presi dal frigo una confezione di birre da dodici e andai a trovare un altro SEAL che abitava nella mia stessa strada. Quella sera ne avremmo avuto bisogno, di farci qualche birra.
Il sole se n’era ormai andato e le vie erano deserte. Percorrendo i pochi isolati che separavano casa mia da quella del mio amico, osservai il quartiere. Era una lottizzazione recente, con pochi alberi. Ampi edifici in mattoni, adagiati su prati verdi dall’aspetto impeccabile. Nei fine settimana stavo a guardare i miei vicini tutti affaccendati a tagliare l’erba e a potare i cespugli alla perfezione. Nell’insieme, la zona trasmetteva una sensazione di serenità.
La maggior parte dei miei vicini ignorava quale fosse il mio lavoro, o quello degli amici che venivano a trovarmi. Passando davanti alle loro case, riflettevo sul fatto che i loro unici pensieri dovevano sicuramente essere i progetti per le prossime vacanze, i conti da pagare e, magari, il dubbio su quale partita di baseball guardare quella sera. Mi colpì quanto fosse ampio il baratro tra ciò che stava accadendo in Afghanistan e la situazione in patria. Le persone che vivevano intorno a me sostenevano in ogni modo i nostri soldati, lo sapevo, ma non avevano idea di come fosse davvero la guerra e di quante volte i miei compagni rischiassero la vita. Era un tema per lo più assente dalla vita quotidiana qui a casa, salvo che per le famiglie in ansiosa attesa del ritorno di un marinaio o di un soldato.
I miei vicini non avrebbero mai capito quanti sacrifici facevano i nostri militari, ogni giorno. Non ero minimamente in grado di cambiare questo stato di cose e, quella sera, non aveva neanche più importanza. Il sacrificio estremo si era compiuto. A noi restava il compito di far sì che non venisse dimenticato. Mai come in quella sera così tranquilla il divario fra chi di noi rischiava la vita e il resto del paese mi era parso così marcato.
Arrivai dal mio amico e sulla sua faccia, appena aprì la porta, colsi la mia stessa espressione di dolore. Si limitò ad annuire e mi fece cenno di entrare. Io andai dritto al frigorifero e misi in fresco le birre, poi ne presi due e ci trasferimmo nella veranda sul retro, per non disturbare il resto della famiglia che sedeva in soggiorno.
Stappai la bottiglia e mandai giù una lunga sorsata. La birra non sapeva di niente, quello che mi interessava era l’effetto dell’alcol. Accanto a me, il padrone di casa beveva scorrendo gli SMS. Restammo seduti in silenzio, per un po’. Quell’elicottero era pieno di nostri amici, ed erano morti tutti. Era una sensazione paralizzante: tutto quello che volevamo era agire, ma non c’era niente che potessimo fare.
Il sole era definitivamente tramontato e la veranda era buia. Nell’ombra riuscivo a malapena a intravedere la faccia del mio amico. Lui non accese la luce, e andava bene così. Credo che entrambi fossimo grati all’oscurità che rendeva il dolore meno intollerabile.
I politici e i media erano andati avanti mesi a glorificare gli uomini dei SEAL dopo la missione contro Osama bin Laden. Non so neanche più quante volte avevo sentito ripetere la parola «eroe». Non è una parola che usiamo con tanta facilità, tra noi, ed era arrivata al punto da perdere qualunque significato nella nostra comunità. Tutti erano eroi, adesso.
Il peso del dolore per i nostri caduti cominciò a manifestarsi realmente solo quando sullo schermo del mio iPhone apparvero i primi nomi.
Ci scolammo una birra dopo l’altra, raccontandoci aneddoti sugli uomini dell’elicottero. Tutti e due ci sforzammo di ricordare gli episodi più divertenti e bizzarri in cui era stato coinvolto ognuno di loro. Ce n’erano in abbondanza. L’umorismo ci permette di superare i momenti peggiori e più stressanti del nostro lavoro. Esplorammo i nostri ricordi in cerca di ogni possibile spunto per una risata, poi il mio amico tornò dentro per recuperare un altro paio di birre. E in quel momento sul mio display apparve un altro nome.
«Ray.»
Fu come un pugno nello stomaco. Lasciai il cellulare sul tavolo e mi sgranchii le gambe sulla veranda, il legno che scricchiolava sotto i piedi. Avevo conosciuto Ray nel 1999, sulla spiaggia di San Diego. Tutti e due stavamo per affrontare il BUD/S, il corso di addestramento per i Navy SEAL. Lui aveva frequentato l’università in Louisiana, dove aveva resistito un anno prima di arrendersi al suo desiderio di diventare un SEAL. Io l’università l’avevo finita, ma solo per cedere a mia volta alla stessa pulsione che mi portavo dentro da sempre. Mi rivedo accanto a Ray, sulla sabbia, a guardare le onde mentre gli istruttori abbaiavano ordini. Aveva l’aria di una persona concentrata e decisa a farcela. Il baccano e il caos tutto intorno sembravano non riguardarlo.
Ray ti dava l’impressione di uno tranquillo, finché non lo conoscevi davvero. Diversamente da me era un atleta naturale, aveva giocato a calcio al liceo e sviluppato un fisico snello. Con il passare del tempo, ebbi modo di vedere quanto fosse bravo a superare la maggior parte delle sfide ai nostri limiti fisici lanciate dagli istruttori. Ma a renderlo così resistente era la sua coerenza. Qualunque cosa stessimo affrontando – una nuotata, una corsa sulla spiaggia o un percorso a ostacoli – la portava sempre a termine per primo, o quanto meno tra i primi del gruppo, quali che fossero le condizioni.
Ottenemmo il brevetto del corso BUD/S nel dicembre 1999 ed entrammo a far parte dei SEAL: Ray fu assegnato al SEAL Team Three, io al SEAL Team Five. Dal momento che entrambi eravamo di stanza a San Diego cercavamo di vederci il più spesso possibile, compatibilmente con il fatto che i nostri continui impegni operativi ci portavano spesso agli estremi opposti del mondo.
Ray aveva le proverbiali sette vite di un gatto.
Alcune volte in cui se l’era cavata per il rotto della cuffia erano ormai leggenda. Era stato ferito al collo qualche mese prima dei test del corso di selezione e addestramento, o S&T (Selection and Training). Di stanza a Guam con il SEAL Team Three per un periodo di sei mesi, era andato in un bar con alcuni amici per festeggiare il Natale. Dopo una baruffa di poco conto con alcuni tizi del luogo, Ray e gli altri SEAL avevano deciso che la serata era finita. Avevano preso un taxi e stavano tornando alla base quando erano stati affiancati da un’auto. Sporgendosi da un finestrino, uno di quelli del bar aveva cominciato a sparare.
I proiettili avevano frantumato i cristalli del taxi e uno aveva trapassato il collo di Ray da parte a parte. Larry, uno degli altri SEAL a bordo, era stato colpito a un orecchio: la pallottola gli era fuoriuscita dal naso. Il tassista li aveva immediatamente portati in ospedale, dove Ray era sceso con calma, tamponandosi la ferita con la camicia, e si era avviato al pronto soccorso per farsi medicare.
Un paio di mesi dopo si era presentato all’S&T e ci eravamo trovati nella stessa classe. Avevamo finito il corso insieme, ma proprio come al termine del BUD/S ci avevano assegnati a due squadroni diversi.
E adesso, Ray era morto. Ancora non riuscivo a crederci.
Il mio amico tornò con un altro giro di birre, scuotendomi dall’abbattimento. Restammo lì in silenzio ancora un po’ guardando i messaggi sui cellulari. Ma io stavo sempre pensando a Ray.
«Ehi,» gli dissi «l’h...
Indice dei contenuti
- Copertina
- No easy day
- Nota dell’autore
- Prologo - Chalk One
- I. Green Team
- II. I cinque migliori e i cinque peggiori
- III. Second Deck
- IV. Delta
- V. Uomo di testa
- VI. Maersk Alabama
- VII. La lunga guerra
- VIII. Sui sentieri delle capre
- IX. Qualcosa di speciale a Washington
- X. The Pacer
- XI. Ammazzando il tempo
- XII. Go Day
- XIII. Infiltrazione
- XIV. Khalid
- XV. Terzo piano
- XVI. Geronimo
- XVII. Esfiltrazione
- XVIII. Conferma
- XIX. Toccare la magia
- Epilogo
- Appendice
- Fonti
- INSERTO FOTOGRAFICO
- No Hero: anteprima
- Copyright
Domande frequenti
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