L'Isottèo
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L'Isottèo

  1. 150 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Informazioni su questo libro

Notizia sul testo e Note di commento a cura di Niva Lorenzini. Cronologia della vita di Gabriele d'Annunzio a cura di Annamaria Andreoli. Nell'ebook si ripropone il testo di L'Isottèo raccolto nei Versi d'amore e di gloria, edizione diretta da Luciano Anceschi, a cura di Annamaria Andreoli e Niva Lorenzini, vol. I, "I Meridiani", Mondadori, Milano 1982. Gli apparati informativi riproducono quelli pubblicati nell'edizione dei "Meridiani"; la Cronologia riproduce quella pubblicata nel primo tomo delle Prose di ricerca (a cura di Annamaria Andreoli e Giorgio Zanetti, "I Meridiani", Mondadori, Milano 2005). Concepita essenzialmente come un esercizio "culto", questa raccolta deriva dalla revisione del Libro d'Isaotta, stampato alla fine del 1886 e accolto con freddezza dal pubblico e dalla critica. Con il titolo L'Isotteo la raccolta venne ristampata, con qualche rimaneggiamento, nel 1899 presso Treves. La fisionomia del libro resta tuttavia invariata: al poeta interessa omaggiare la tradizione letteraria - i riferimenti sono essenzialmente la lirica del Trecento e del Quattrocento toscano, lo Stilnovo e i preraffaelliti - intesa come patrimonio verbale e repertorio di immagini su cui esercitare il suo virtuosismo metrico e la ricerca di un impasto linguistico musicale e prezioso, "poiché la forma e la sostanza sono inseparabili".

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804567363
eBook ISBN
9788852034817
Argomento
Littérature
Categoria
Poésie

NOTIZIA SUL TESTO E NOTE DI COMMENTO

a cura di Niva Lorenzini

1 NOTIZIA SUL TESTO
La raccolta deriva dalla revisione del Libro d’Isaotta, parte iniziale dell’Isaotta Guttadàuro ed altre poesie stampata alla fine del 1886 per le edizioni della «Tribuna» e data come esaurita già all’inizio dell’87. In realtà lo scarso successo del volume è provato sia dalla riproposta di una fittizia seconda edizione come strenna agli abbonati per il secondo semestre 1888, sia dalla lettera di d’Annunzio al Treves del 26 marzo 1889, in cui si legge: «Vorrei combinare con Lei una edizione dei miei ultimi versi in due volumetti dal formato panzacchiano. L’Isaotta Guttadàuro è quasi ignota, si può dire quasi inedita». Neppure quest’ultimo progetto andò in porto, a confermare la sfortunata vicenda editoriale iniziata sin dall’85 con l’offerta al Treves di «un novissimo volume di versi», proseguita nell’agosto del medesimo anno con le trattative per La porta del Sole, da stamparsi presso l’editore Barbera, continuata nella serie di annunci sulla «Tribuna» a partire dal settembre ’86 (che provocarono, tra l’altro, la parodia Risaotta al pomidauro, firmata Raphaele Panunzio e uscita sul «Corriere di Roma» dello Scarfoglio tra il 16 e il 26 ottobre) e conclusa con il rifiuto del Treves a stampare separatamente il volume, nonostante l’insistenza del poeta. Si vedano le lettere del 7 agosto 1889: «[…] Il libro, ora, così composto, è più armonioso: racchiude l’essenza quinta dell’eleganza poetica. Dategli anche una veste elegante. Vorrei che su la prima pagina del volume fosse riprodotta, dalla cintola in su, la figura della Primavera che è nell’Allegoria di Sandro Botticelli […]. Ditemi quando potrete incominciare le stampe dell’Isottèo»; e del 22: «Mi dite che l’Isottèo viene un volume troppo esiguo. Io desidererei da gran tempo che quella mia diletta opera di poesia rimanesse chiusa in un volume solo a parte. Inoltre, i volumi di poesia dovrebbero sempre essere sottili, secondo me. Stampate, dunque, tal qual è, questo Isottèo: e stampatelo con squisitezza, voi che sapete». L’Isottèo apparve infine, con proprio titolo ma unito in volume con la Chimera, nel 1890, preceduto dalla dedica «A Donna Maria di Gallese / Gabriele d’Annunzio dedica» (la dedica fu soppressa in seguito a una lettera del 15 settembre 1889 inviata da San Vito Chietino; riconfermata da lettera del 28).
Il nucleo essenziale del libro (se si eccettuano le aggiunte del 1887 – SONETTI DEL GIOVINE AUTUNNO, TRIONFO D’ISAOTTA, EPODO – e del 1888 – MADRIGALI DEI SOGNI e CANTATA DI CALEN D’APRILE) è costituito dai 21 componimenti del Libro d’Isaotta, composti tra il 1885 e il 1886. Gli anni, quindi, delle Novelle di San Pantaleone (uscite nell’86), punto di riferimento forse insolito ma non estraneo ai motivi di ispirazione di questa poesia ricercata ed elegante, se solo si osservi che il realismo delle novelle, troppo insistito e come ostinato, lascia intravedere tra le smagliature del tessuto stilistico e tematico propensioni di tipo parnassiano per una lingua fredda, ricca di intarsi culturali e di preziosismi. Il naturalismo esasperato denuncia, paradossalmente, l’indifferenza per il contenuto e il culto per l’esercizio. Lo rilevava con la consueta sensibilità di lettura la Noferi, discorrendo di «realismo che a furia di appigliarsi esteriormente alle cose, si fa arabesco decorativo»; e già il Binni aveva parlato di «raffinamento metempirico» delle «cose sensibili».
Da tale ricerca sulla parola (stemperata – annota il Raimondi riferendosi all’Isottèo – «in un impasto morbido di toni come un universo di sillabe elette che basti a se stesso») occorre muovere per capire il senso tutto musicale, «cortigiano», dei recuperi della lirica del Trecento e Quattrocento toscano, dello stilnovismo e insieme del preraffaellitismo, dell’Intelligenza, del Poliziano e del Magnifico («Je regardais la vie avec les yeux d’un “quattrocentista”», secondo la lettera a Georges Hérelle del 14 novembre 1892), dei virtuosismi metrici delle sestine, trionfi, ballate in sequenza, madrigali, nona rima. Si aggiunga la preziosa assimilazione della figuratività botticelliana, pur se solo accennata (Isaotta nel bosco, BALLATA SECONDA); subito ripresa, del resto, con più deciso e sicuro orientamento di poetica, nella Chimera (DUE BEATRICI, I). E non bisogna dimenticare neppure gli scritti giornalistici di quegli anni: la pagina su Carmelo Errico del 28 giugno 1886, ad esempio: «L’onda della melodia e delle immagini è così piena, che copre, e attenua, assorbe perfino ritmi varissimi, onde lo stesso motivo musicale e poetico non assume quasi cambiamento anche se eseguito in un metro diverso»; o lo scritto del 14 marzo 1887: «Io sono in arte partigiano della tradizione e delle forme stabilite, delle forme ch’io chiamerei fisse». Particolarmente importanti si rivelano le considerazioni sui poeti romantici inglesi Swinburne, Coleridge, Shelley, Keats – Keats in ispecie, secondo cui «un verso ben rimato e ben costruito» come si legge in un articolo dell’8 ottobre 1887 «secondo le leggi della prosodia e secondo quelle più delicate e misteriose del senso musicale, è necessariamente bello di forma e di sostanza, poiché la forma e la sostanza sono inseparabili».
Proprio al Keats e allo Swinburne il Nencioni accosta infatti il poeta dell’Isaotta nella recensione del 6 febbraio 1887 pubblicata sul «Fanfulla della Domenica»: «[…] I poeti dell’altra categoria si direbbe che amino staccarsi da ogni religione, da ogni filosofia, da ogni febbrile passione umana per non riprodurre che le belle forme e i colori, la luce e i suoni. Adoratori della bellezza plastica, sono i più felici trovatori di parole e di note che evocano belle immagini e dilettosi fantasmi – e rivaleggiano con la pittura, con la scultura e con la musica, di effetti materiali e immediati all’occhio e all’orecchio del lettore. Tali, Keats nell’Endymion, Swinburne nei Poems and Ballads, Dante Rossetti in gran parte delle sue poesie, e il Morris e il Gautier in tutti i loro versi. Tali i Parnassiens di Parigi, e Gabriele D’Annunzio. Ma Gabriele D’Annunzio è incomparabilmente più poeta di tutti i versificatori Parnassiens […] sprovvisti […] di quella che Wordsworth chiamava la “seconda vista” poetica. E questa, il D’Annunzio l’ha in grado eminente». Nel contesto, la citazione di Wordsworth vale già dunque a correggere certi limiti del parnassianesimo estetizzante in favore di una sensibilità più sottile, da «poeta veggente» che, sulla traccia del Carlyle, coglie, nel «Volume del Mondo», il carattere emblematico delle cose visibili. Nasce da qui la suggestione, frequente nei versi, delle immagini lunari, del paesaggio notturno e fiabesco, della magia di istanti sospesi in attesa di apparizioni metamorfiche; e insieme il musicale estenuarsi dell’immagine verso le tonalità simbolistiche del sonno e del sogno, evocate sempre a partire da un uso prezioso dello strumento verbale. E del resto proprio il culto della parola, spinto sino all’indagine etimologica, all’articolarsi del suono nella più antica pronuncia e scansione frastica, costituisce davvero la specificità dell’Isottèo, anche rispetto alla Chimera: se si guardasse invece solo alle derivazioni, ai modelli letterari, occorrerebbe rilevare che le fonti delle due raccolte sono spesso comuni. La presenza del Flaubert di Salammbô e del Verlaine di Sagesse, oltre che del Mendès e dei parnassiani in genere, non è certo così marginale da non incidere sul gusto di scenari ornamentali e di musicali estenuazioni pittoriche. Lo si nota specialmente nei componimenti dell’87 e dell’88, inclini alla personificazione ed astrazione simbolica, come i MADRIGALI DEI S...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Nota all’edizione
  4. L’ISOTTÈO
  5. Al libro detto Isottèo
  6. I. Il dolce grappolo
  7. II. Ballata d’Astìoco e di Brisenna
  8. III. Isaotta nel bosco
  9. IV. Sonetto di Calen d’Aprile
  10. V. Cantata di Calen d’Aprile
  11. VI. Ballata delle donne sul fiume
  12. VII. Madrigali dei sogni
  13. VIII. Sonetti del giovane Autunno
  14. IX. Ballata e sestina della lontananza
  15. X. Trionfo d’Isaotta
  16. Epodo
  17. Appendice. Da Isaotta Guttadàuro [1886]
  18. Tavola delle sigle e delle abbreviazioni
  19. Notizia sul testo e note di commento
  20. Cronologia
  21. Piano dell’opera
  22. Copyright

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