Dormivo con i guanti di pelle
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Dormivo con i guanti di pelle

  1. 210 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Dormivo con i guanti di pelle

Informazioni su questo libro

William Orsini suona il piano. Sta per pubblicare un disco. Ma la sua vita cambia drammaticamente, e si ritrova a dover indossare dei guanti di pelle. Sì, proprio dei guanti di pelle nera, come quelli di uno scassinatore. Ogni istante, giorno e notte, estate e inverno. Si guarda le mani, le ruota, ma non può fare nulla, se non rassegnarsi a quel destino. I guanti diventano la barriera che lo separa dal mondo, dalla sua normalità, e la sua vita si fa sempre meno palpabile. Ciò che ha inseguito da sempre, ora è ciò da cui deve scappare. Se stesso contro se stesso, mentre il mondo lo sfiora appena e rimane immobile. William Orsini è in stallo, ma cerca di ripartire. Sceglie un lavoro creativo così da sembrare un eccentrico. Si veste con abiti larghi e scarpe col velcro, fingendo di seguire strane mode americane. E ama senza mai darsi fino in fondo, come un vecchio e vizioso playboy. Naike, giornalista di una rivista di musica rock, prova a farlo rialzare, ma le ferite del suo passato, in questo sforzo immenso, riaffiorano acute come non mai, ed entrambi scivolano sempre più nei propri buchi neri. Ma è l'amore, nella sua forma più pura e trasversale, a occuparsi di loro, a riaccenderli e a farli tornare a galla. È la vita che toglie, ed è la vita che dà. E anche stavolta va così.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
Print ISBN
9788804626633
eBook ISBN
9788852034244

PARTE QUARTA

Seguendo il biscione delle auto
lavate per bene

L’Urlatore aveva scelto il tight e lo aveva fatto indossare pure a suo nonno in carrozzina, a suo padre, ai fratelli maggiori Alfredo e Gian Matteo, ai cugini Niccolò e Lorenzo e al padre di Lucilla, il signor Mario.
Tutti avevano, infilata all’occhiello, un’orchidea bianca e mostravano la postura corretta prevista dal bon ton. Il signor Mario era un po’ ingobbito per i troppi anni passati a posare piastrelle, ma non se la cavava neanche male: il parrucchiere, tra l’altro, aveva fatto un gran bel lavoro cotonandogli il riporto e incollandoglielo all’altro lato della testa con una potente lacca professionale.
La chiesa era quella di San Marco in Brera e, siccome era sabato sera, una gran folla di curiosi si era appostata all’altro lato della strada per aspettare la sposa. Alcune signore avevano capito che stava per arrivare un’attrice di “Vivere” e l’erroneo passaparola montò a tal punto che cominciarono a spintonarsi sul marciapiede pur di mantenere la propria posizione.
Lucilla arrivò puntualissima, quando ancora nessuno degli invitati si era accomodato in chiesa. Il signor Mario non era mai stato in ritardo nemmeno una volta in vita sua, e nonostante Lucilla gli chiedesse di rallentare, lui proprio non volle ascoltarla; cioè, ci provò, ma non gli riuscì neanche di perdere cinque minuti. L’Urlatore stava intrattenendo i parenti sul sagrato mentre i compagni del liceo Leone XIII già si stavano sbronzando nell’adiacente enoteca N’ombra de Vin. Qualcuno raccontava, ridendo, episodi esilaranti del passato, ingurgitando noccioline e olive nere, mentre altri si davano semplicemente degli scappellotti in testa come se non fossero passati vent’anni.
A un tratto si sentì un “Ecco la sposa!” urlato a squarciagola. Tutti si girarono, e un applauso partì spontaneo. Le signore curiose strizzarono gli occhi ma non riconobbero nessuna protagonista di “Vivere”. Si emozionarono ugualmente, come solo una donna riesce vedendone un’altra nel giorno più bello della sua vita. Poi si dispersero quasi subito, continuando, però, a testa girata, a controllare se l’attrice di “Vivere”, anche solo come invitata, si palesasse.
Lucilla indossava un abito bianco stile Impero, ideale per nascondere fianchi importanti come i suoi e che la slanciava dandole solennità oltre che una certa regalità. Il punto vita, leggermente spostato sotto il seno, sottolineava quel bendidio messo in mostra dalla scollatura che aveva rimbecillito l’Urlatore, e lanciava la gonna svasata e lo strascico maestoso. L’Urlatore, quando la vide, deglutì talmente forte che sembrò spezzarglisi il pomo d’Adamo.
Poi la madre Lucrezia lo spinse in chiesa con una manata e lo accompagnò all’altare a passi cadenzati e studiati ammiccando ai flash del fotografo che li precedeva camminando sicuro all’indietro, scattando le foto di rito, come se avesse un paio di occhi aggiuntivo trapiantato nella nuca. Il signor Mario, subito dopo, con una falcata da centometrista, consegnò Lucilla all’Urlatore con un velo di lacrime agli occhi. L’Urlatore la guardò intenerito avvicinarsi, e le accarezzò una guancia con il dorso di una mano appena lei fu al suo fianco.
Allo scambio delle promesse il prete ebbe l’accortezza di togliere il microfono dalla bocca dell’Urlatore per evitare che quelle casse vecchissime si staccassero dalle colonne ai lati degli absidi e facessero del male a qualcuno.
Gli sposi si scambiarono dunque gli anelli portati dai nipotini Enrico Maria e Ludovico, anch’essi ingessati in due tight minuscoli e, dopo un batter di mani fragoroso, riverberato e sacro, firmarono i registri con le norme del diritto civile.
L’Urlatore si era sposato.
Non me lo sarei mai immaginato. Invece era proprio così.
Tutto risaliva a quella sera alla Taverna Ronchi in cui me n’ero andato all’improvviso. L’Urlatore aveva accompagnato a casa Lucilla e quei due si erano saltati addosso ancor prima di parcheggiare. Da allora in poi avevano fatto coppia fissa rinunciando entrambi alle loro sacche di autonomia da single di rientro, come se si stessero aspettando da sempre.
Lo guardavo a distanza: ero arrivato in ritardo e quindi avevo seguito la cerimonia in piedi, vicino all’acquasantiera. C’era qualche posto più avanti, nelle panche con l’inginocchiatoio, ma la chiesa mi aveva sempre terrorizzato e preferivo comunque starmene vicino al portone, pronto a scappare, a riprendere fiato nel caso in cui gli incensi, le candele e gli atteggiamenti falsi ed eccessivamente religiosi dei liberi professionisti mi soffocassero.
Naike, come la figlia di Ornella Muti, sarebbe tornata a casa di lì a un mese e non avevo pensieri che per lei. Chissà che emozione avrebbe provato toccando le mie mani nude o infilando le sue dita tra le mie, per poi stringerle, o fare piccoli percorsi irregolari sui dorsi, o seguire le linee dei palmi: quella della vita, quella dell’amore. E chissà che cosa avrei provato io nel vederla finalmente sorridere, con quelle guance tornate belle e rotonde, le stesse che, appassendo, le avevano spento il viso.
La segretaria della casa di produzione mi afferrò un braccio per salutarmi, facendo svanire di colpo la poesia dell’incontro con Naike che stavo mettendo in scena con l’immaginazione. Mi presentò il marito, a bassa voce, e questo Manuel mi strinse la mano con l’energia di uno che faceva palestra cinque sere alla settimana. Alzò poi la testa e mi accorsi che gli sposi stavano per uscire, perciò trovai la scusa per staccarmi da quella morsa callosa.
I compagni del Leone XIII si stavano ammazzando con i mitra sparapetali e, quando la coppia di neosposi uscì dalla chiesa per presentarsi al mondo come una cosa sola, non le piovvero in testa che cinque manciate di riso scroccato a un parente anziano e, grazie a Dio, fortemente legato alle tradizioni.
Seguendo il biscione delle auto lavate per bene e con le antenne agghindate, mi ritrovai a Villa Borromeo, un palazzo neoclassico immerso in un parco meraviglioso a Cassano d’Adda, una località a venti chilometri da Milano. La signora Lucrezia desiderava per l’Urlatore qualcosa in linea con l’immagine della famiglia e perciò gli aveva caldamente suggerito quella location per organizzare la festa e la cena di matrimonio. Anzi, era stata proprio lei a fare pressioni sulla wedding planner perché telefonasse all’agenzia in tutta fretta, temendo che qualcun altro potesse prenotarla per la stessa data. Gli invitati erano circa trecento, i camerieri trenta, e le schiene nude superavano di gran lunga quelle coperte. Gli uomini avevano acceso i loro sigari e giravano tra le stanze di Villa Borromeo con fare ottocentesco.
Stavo per sedermi al tavolo al quale ero stato assegnato quando sentii sulle spalle delle mani possenti strattonarmi. Mi girai, a metà tra l’incuriosito e lo scocciato. L’Urlatore mi abbracciò appassionato, come se fossi il responsabile della sua felicità.
«CAVOLO, WILLY, MA TI RENDI CONTO?»
«Be’, ho fatto un po’ di fatica a vederti impettito davanti a quel prete, ma ora che sei sbronzo sei molto più credibile. Tua moglie è già in bagno col testimone?»
«NO, CREDO CHE SI STIA RISPARMIANDO PER L’ISTRUTTORE DI SUB DELLE MALDIVE, QUELLI TROMBANO MOLTO MEGLIO.»
L’Urlatore aveva già le gote arrossate e aveva già fatto sparire la cravatta. Sua madre, scocciata, gli aveva sussurrato all’orecchio che non era ancora il momento di lasciarsi andare così. Lui le aveva risposto “Okay, non ti preoccupare”, mentre si tirava fuori dai pantaloni anche la camicia.
«Un giro di prova però lo farei anch’io, almeno per vedere se è tutto okay, non vorrei che quel subacqueo rimanesse poi deluso» risposi ancora ironico.
«È TUTTA TUA, TE LA MANDO APPENA RIESCI A STACCARLA DA SUA MADRE. A PROPOSITO, MA ADESSO SENZA GUANTI COME FARAI? HAI GIÀ PENSATO DI TATUARTI UN DRAGO SULLA FRONTE?»
«Non ancora, ma non è una cattiva idea. Bisogna pure che m’inventi qualcosa, altrimenti qui va a finire che non si scopa più.»
Adoravo L’Urlatore quando aveva queste botte di sensibilità. Era uno dei pochi che sapeva dei miei meccanismi psicologici grippati, e se prima non aveva mai drammatizzato il mio stallo, ora non sentiva l’esigenza di celebrare il mio ritorno in quota; in sintesi: “So che ce la farai, non rompermi i coglioni, pirla”.
«MI DEVI CANTARE UN PEZZO, LO SAI? C’È UNA BAND DA PAURA NELL’ALTRA SALA, E TI VOGLIO SUL PALCO.»
«Mi avrai sul palco, promesso. Ora, ti prego, lasciami mangiare, sennò questa roba di polistirolo si fredda.»
«A DOPO, STRONZO.»
Il mio tavolo da otto persone era uno dei cinque destinati ai single. Ma non dovevi essere necessariamente single, bastava aver risposto alla wedding planner via e-mail che venivi da solo.
Al nostro tavolo, battezzato “Empire State Building”, eravamo quattro uomini e quattro donne, tutti dai trenta ai quaranta, e nessuno si era mai conosciuto prima. A partire dalla mia destra: Francesca Chierichetti, una smilza biondina insignificante, se non per l’azienda del padre che fatturava centocinquanta miliardi di lire all’anno. Loris Colombo, un pubblicitario partito dalla provincia e finito a dirigere un’agenzia americana in crisi e costretto, suo malgrado, a licenziare dieci persone al giorno. Manuela Domenichini, una strafiga con le tette siliconate nuove di zecca che aveva il fidanzato momentaneamente a New York anche se per questo fatto non mostrava alcun tipo di dispiacere. Franz Pellizzoni, un giornalista free lance che si occupava di cucina e ricette, e lo si poteva intuire anche dalla stazza. Lara De Palma, una donna in carriera con i capelli corti e rossi che, fra un aereo e l’altro, sosteneva di non avere tempo per l’amore. E infine i due fratelli gemelli Gerber, Chilla e Ulrich, arrivati da Monaco, tedescamente identici, ex compagni di un collegio estivo dell’Urlatore.
La cena fu davvero esilarante.
Trovai in Franz Pellizzoni e Loris Colombo due buone spalle. Ognuno di loro rilanciava sulle battute dell’altro e il macrotema del non essere accoppiati era ironicamente sviscerato a tutte le latitudini. Le mani nude mi davano ora una grande sicurezza e gesticolavo senza timori per dare enfasi e ritmo a ciò che dicevo.
Franz sosteneva che da quando si era sfidanzato era addirittura dimagrito, perché, non avendo nessuno che gli rompesse le palle, non sentiva più la necessità di saccheggiare il frigorifero nel cuore della notte. Loris invece raccontava di quante donne borghesemente sposate di giorno si trasformavano in pantere del sesso la notte, soprattutto quando i mariti erano al calcetto. Raccontò persino di quando passò mezz’ora nudo su un cornicione a Porta Venezia, esattamente come in una commedia americana, e di come la vecchia dirimpettaia con gli occhiali lo fissò a bocca spalancata fino a farsi cadere la dentiera sul marciapiede.
Avevamo creato una sorta di triangolazione, come se stessimo giocando con un pallone a torello e gli altri fossero al centro in balia dei nostri passaggi. Francesca e Lara, che all’inizio sembravano le più rigide, si lasciavano trasportare e ridevano di gusto, dandoci, tra l’altro, dentro col vino. Manuela invece era più silenziosa, ma distribuiva sorrisi maliziosi, anche muovendo ad arte le tette, sia a Loris sia a me, come se stesse facendo delle personali valutazioni su chi portarsi in una camera del secondo piano. I gemelli Gerber si sforzavano di trattenere le risate come se il protocollo al quale erano rigidamente vincolati li obbligasse a farlo.
Finimmo il secondo che eravamo tutti fratelli e sorelle. Manuela aveva deciso per Loris. Loris lo capì quando la vide succhiare il cucchiaino in modo, come dire, anomalo, e si mise a studiare come passare all’attacco senza sembrare troppo in balia dell’eccitazione. Lara si segnò su un foglio tutti i nomi delle cantine dei vini che Franz le suggerì, oltre al suo numero di cellulare. I gemelli Gerber, ormai traviati dalla tavolata, raccontarono all’unisono una barzelletta nel loro italiano teutonico che non fece ridere nessuno, e proprio per questo motivo tutti ridemmo a crepapelle. Io, infine, rincuorai Francesca che avrebbe trovato la persona adatta a lei, prima o poi, qualcuno che l’avrebbe amata per quello che era, senza pensare esclusivamente all’azienda del padre, ma che purtroppo non potevo essere io.
Chiesi scusa e mi alzai dalla sedia nel momento in cui si vociferò dai tavoli vicini dell’imminente arrivo della torta nuziale. Mi girava la testa e la vescica mi scoppiava, e la toilette fu più che mai una scelta obbligata.
Mentre mi stavo asciugando le mani con una salvietta con le iniziali degli sposi ricamate in oro, vidi riflessa nello specchio una pelata che non mi era affatto nuova. Sì, proprio lui, il pianobarista-animatore della Taverna Ronchi, quello che cercava un pubblico con una dodici corde alla Woodstock al collo, marrone bruciato con sfumature dal chiaro allo scuro. Molto Bob Dylan.
Il suo pizzetto d’ordinanza al mento era ora barba a tutti gli effetti, lasciata un po’ andare però, come se i rasoi fossero stati requisiti dallo Stato e non se ne trovasse uno nemmeno al mercato nero. Pensai al senso di liberazione provato dopo essermi tagliato la mia, e non riuscii davvero a invidiarlo: che prurito! Anche lui mi rico...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dormivo con i guanti di pelle
  3. PARTE PRIMA
  4. PARTE SECONDA
  5. PARTE TERZA
  6. PARTE QUARTA
  7. Ringraziamenti
  8. Copyright