Sulla scrivania tengo un orologio. È fermo, ma non è rotto.
Ho tolto le batterie di proposito. Non è sempre fermo, però. In occasione di ogni mio compleanno, sposto in avanti la lancetta di diciotto minuti.
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Poco tempo fa è venuto a trovarmi un ragazzo che chiamerò Kim. Prima di andarsene, si è sfogato con me, dicendomi che presto avrebbe compiuto trent’anni, ma che non aveva ancora ottenuto niente di significativo nella vita e non aveva neppure un progetto per il futuro. Mi ha parlato a lungo, descrivendo il suo senso di frustrazione, che rischiava quasi di farlo impazzire.
Non è facile laurearsi in quattro anni, accumulando tutti i crediti richiesti. Sapendo di dover avere un ottimo curriculum scolastico per ottenere un impiego dopo la laurea, magari vai a frequentare un corso di lingue all’estero, o fai uno stage o un lavoro part-time per aumentare la tua esperienza. Tutte queste attività aggiuntive ti costringono ad assentarti di tanto in tanto dai corsi, magari per uno o due semestri. Se sei un maschio, devi anche tener conto del servizio militare. Se hai dovuto studiare più a lungo per ottenere l’ammissione all’università o se hai cambiato ateneo o corsi, dovrai calcolare uno o due anni di studio in più. Mentre ti affanni a frequentare scuole di ogni tipo, magari all’estero, ti ritrovi a trent’anni senza neppure accorgertene.
Oggi molti ragazzi sono terrorizzati dal tempo che passa, spesso anche quando sono ancora molto lontani dal compiere trent’anni. Gli studenti universitari del secondo anno rimpiangono di non essere più matricole, e quelli del terzo si lamentano dell’imminenza della laurea. Se per caso sei un giovane senza prospettive di lavoro sicure dopo la fine degli studi, ogni giorno che passa può essere un vero tormento, carico d’ansia e frustrazioni. Allora ti chiedi se tutti i tuoi problemi si risolveranno una volta varcata la soglia del mondo reale con successo. Non avere fretta di rispondere a questa domanda. Se sei il tipo che continua a ripetersi frasi come: “Se solo riuscissi a mettere su famiglia presto o almeno a combinare qualcosa...”, probabilmente sei uno che non smette mai di essere ossessionato dal futuro, neppure mentre legge le pagine di questo libro, e che continua a chiedersi: “Com’è che non sono riuscito a combinare niente prima di arrivare a questa età?”.
Voglio chiederti una cosa:
“Quanta vita pensi di esserti lasciato alle spalle?”
Ti pare una domanda assurda? Va bene, allora la formulo in un altro modo. Immagina che la tua vita – dalla nascita alla morte – duri ventiquattr’ore. Secondo te, che ora segnano le lancette del tuo orologio? Il torrido mezzogiorno? Se sei fresco di università, pensi che potrebbero essere l’una o le due del pomeriggio, orario in cui la maggior parte della gente ha finito di pranzare e torna al lavoro? Anziché fare delle ipotesi, usiamo la calcolatrice e troviamo la risposta giusta. Individuiamo il punto esatto in cui un ventiquattrenne appena laureato si trova in questo momento sull’orologio della vita. Se l’aspettativa di vita di un coreano medio è di circa ottant’anni, un ventiquattrenne laureato dove si trova su un orologio della vita di ottant’anni? Alle 7.12 del mattino.
Dodici minuti dopo le sette. Vi pare un po’ presto? È il momento del giorno in cui la gente si è appena alzata dal letto e si sta preparando ad affrontare la giornata. I meno mattinieri sono addirittura ancora a letto. Proprio così. Se sei un ventiquattrenne fresco di laurea, per te sono solo le 7.12 del mattino.
Come insegnante che ha visto molti giovani crescere e diventare adulti, trovo che questo orario mattutino abbia una forte valenza metaforica. Un ventiquattrenne che ha completato il viaggio dall’infanzia all’adolescenza e ha appena raggiunto la soglia che lo porterà a essere un membro adulto della società si trova quasi al momento del giorno in cui la maggior parte della gente si prepara a uscire per andare al lavoro.
Che dire invece di un sessantenne che è appena andato in pensione o sta aspettando di andarci? Sono le 18, il momento della giornata in cui la gente di solito riordina le proprie cose, esce dall’ufficio e torna a casa per godersi le ore serali insieme alla famiglia. È incredibile, vero? Ecco perché mi diverto a paragonare la speranza di vita di ottant’anni alla giornata di ventiquattr’ore.
È facile calcolare l’orario sull’orologio della vita. In ventiquattr’ore ci sono 1440 minuti; se dividi i minuti per ottanta – cioè la tua aspettativa di vita – ottieni diciotto minuti per anno. Una volta stabilito che un anno corrisponde a diciotto minuti, e un decennio a tre ore, puoi scoprire qual è la tua posizione esatta sull’orologio della vita. In base a questo metodo, vent’anni corrispondono alle 6 del mattino e ventinove alle 8.42. Questo partendo dal presupposto che tu, in quanto coreano medio, vivrai ottant’anni. Se l’aspettativa di vita continuerà a crescere, avrai più anni da inserire nel tuo orologio della vita.
In occasione della festa per la mia laurea organizzata a casa mia, incontrai un ex studente della mia stessa università, ormai ultrasessantenne. Un tempo faceva l’insegnante, mi raccontò, poi all’improvviso il ministero dell’educazione cambiò i criteri di pensionamento, costringendolo a ritirarsi quando meno se lo sarebbe aspettato.
Al momento aveva maledetto il ministro in questione, ora invece lo ringraziava. Dopo il prepensionamento, gli si era spalancato davanti un mondo del tutto nuovo e felice, ed era grato a quel politico per avergli permesso di fare quella scoperta con due anni di anticipo. Le sue parole mi lasciarono di stucco. Eppure aveva ragione. Persino dopo le 18, quando le tinte del tramonto cominciano a colorare la tua vita, ti si aprono davanti orizzonti inesplorati.
La maggior parte della gente rimane sconvolta quando viene a sapere qual è la sua posizione sull’orologio della vita. Perché si era aspettata di essere molto più avanti. Quando dissi a un vecchio compagno di studi che aveva appena compiuto cinquant’anni che era solo alle tre del pomeriggio, lui si mise a contare sulla punta delle dita ed esclamò: “Oh, cavolo, hai ragione!”. Quando parlo di questo tipo d’orario ai giovani studenti ventiquattrenni alle soglie della laurea, di solito rispondono: “Solo alle 7.12? E pensare che mi sembrava di aver vissuto già un bel po’!”. Proprio così. Hai ancora molta strada da fare.
Se ti vien voglia di alzare le mani e dire: “Ormai è troppo tardi per me!”, vuol dire che hai un problema, e quel problema non è il tempo che passa, ma sei tu. Smettila di vedere tutto grigio. È troppo presto. Hai ancora tempo per cambiare qualcosa, se non addirittura tutto.
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Le lancette dell’orologio della vita che tengo sulla scrivania mi dicono che sono le 14.24. A quarantotto anni ho ancora tempo per fare qualche altro viaggio prima che siano le 14.30. Quando mi sento giù e penso che per avere quasi cinquant’anni non ho combinato nulla nella vita, alzo lo sguardo verso l’orologio posato sul tavolo, che mi dice che ho quasi tutta una giornata davanti a me. Il protagonista del film Il curioso caso di Benjamin Button esprime questo concetto in modo ineguagliabile nella sua lettera alla figlia:
“Non è mai troppo tardi o, nel mio caso, troppo presto, per essere quello che vuoi essere.”
1) Scegli quel che promette meno guadagni.
2) Non afferrare quel che vuoi tu, bensì quel che vuole te.
3) Va’ dove ci sono poche possibilità di promozione.
4) Non scegliere quel che offre tutto ciò che chiunque potrebbe desiderare; scegli invece quel che ti impone di cominciare da zero, come una grande pagina bianca.
5) Non andare là dove si accalcano tutti. Imbocca invece un sentiero inesplorato.
6) Scegli quel che sembra non avere futuro.
7) Buttati su quel che non garantisce alcun prestigio sociale.
8) Non puntare al centro, bensì ai margini.
9) Scegli quel che fa inorridire uno dei tuoi genitori, tua moglie o la tua fidanzata: afferralo senza esitare.
10) Prendi una strada in fondo a cui ti aspetta la ghigliottina, non la corona.
Sono i Dieci comandamenti che gli studenti della Scuola Superiore Geochang, nel Gyungnam, sono invitati a seguire al momento di scegliere una professione. La lista è talmente nota da comparire in molti motori di ricerca della Corea. Tutte le volte che la leggo, mi sento elettrizzato. E mi chiedo: “Ho mai dato a uno studente un consiglio che valga almeno un decimo di uno solo di quelli?”.
Un po’ di tempo fa Kim tornò a trovarmi. Circa un anno prima aveva ottenuto il diploma di dottorato e aveva cominciato a insegnare in diverse università come lettore part-time. Mi disse che una grande azienda molto conosciuta per i generosi compensi e per la straordinaria cultura aziendale gli aveva offerto un posto all’interno del suo centro di ricerca, ma che lui non sapeva se fosse il caso di accettare o meno. Lui avrebbe preferito aspettare di diventare professore, mi disse, ma tutti i suoi amici e conoscenti gli consigliavano di fare altrimenti. Tutti gli dicevano di accettare l’offerta.
In Corea, i lettori part-time sono fra i lavoratori peggio pagati in assoluto, al punto che ci sono stati persino dei casi di suicidio. Io stesso ho fatto questo lavoro per circa due anni, e so bene che cosa significhi. Tieni tre corsi a semestre, in cambio di circa mille dollari al mese. Nelle vacanze non ti pagano neppure. Naturalmente, non hai diritto a nessuna assicurazione, e i professori e i dipartimenti dell’università ti appioppano lavori di ogni tipo. Ho sentito che negli ultimi tempi la situazione è leggermente migliorata: insomma, quei giovani cervelli muniti di diploma di dottorato sono trattati un po’ meglio di prima. Si tratta comunque di una situazione molto ingiusta, se si pensa a tutto il tempo e al denaro che ci vogliono per ottenere un titolo di studio di quel livello.
E tuttavia, a preoccupare soprattutto i lettori non sono il compenso basso e le condizioni di lavoro indecorose, bensì le scarse prospettive di diventare professori. I medici ospedalieri e gli avvocati tirocinanti sono sottoposti a uguali condizioni salariali e di lavoro, ma non sono mai assimilati – sul piano sociale – ai lettori universitari part-time. Questi, infatti, potendo contare di diventare un giorno medici e avvocati a pieno titolo, sono disposti a tollerare temporaneamente un simile trattamento. Finché la possibilità di realizzare i tuoi sogni è tangibile e reale, sei in grado di sopportare praticamente qualsiasi cosa.
La situazione dei lettori part-time è completamente diversa. Diventare professori non è facile. Essendoci poco ricambio, molti di loro devono aspettare che si liberi una cattedra nel loro campo di specializzazione, e quando ciò accade, la concorrenza è spietata. Quei giovani si trovano in circostanze davvero troppo tristi per poter ricavare conforto da frasi generiche tipo: “È dura, lo so, ma vedrai che presto diventerai professore. Devi solo portare ancora un po’ di pazienza”.
Conoscendo bene la situazione, non potevo essere troppo schietto e dirgli direttamente di rinunciare alla possibilità di lavorare in una grande azienda, occasione che molti altri non si sarebbero lasciati sfuggire per nessuna ragione al mondo. D’altra parte, dovevo anche dirgli come la pensavo veramente.
Esordii così: “Dipende da quanto è forte il tuo desiderio di diventare professore. Come tu ben sai, nessuno può dirti con certezza quando si libererà una cattedra e un posto nel tuo campo di studi, quindi è possibile che tu vada avanti a tempo indeterminato ad aspettare che ti si presenti un’occasione incerta. Ma se il tuo desiderio di diventare professore è abbastanza forte da permetterti di sopportare tutto questo, e se tu sei certo della tua passione, che ne dici di rifiutare questa proposta di lavoro e aspettare ancora un po’?”.
Lui si morse delicatamente il labbro, e poi mi disse che ci avrebbe pensato su ancora per qualche giorno, e se ne andò. L’indomani stesso, però, tornò da me e mi disse: “Ho avvertito l’azienda che ho deciso di rifiutare la proposta. Preferisco tenere duro e aspettare di raggiungere l’obiettivo a cui ho dedicato tanti anni di lavoro”.
Secondo il modo di pensare di molte persone fu una scelta davvero folle.
La proposta di lavoro proveniva da una grande azienda per cui qualunque giovane coreano sarebbe stato felice di immolarsi. Era una via sicura verso il successo. La decisione più logica sarebbe stata quella di accettare l’offerta, garantirsi un impiego sicuro e cominciare a costruirsi una carriera, in attesa che gli si presentasse un’occasione per diventare professore, se proprio ci teneva così tanto.
Sia io che lui sapevamo però che, una volta entrati in un’azienda, è pressoché impossibile trovare il tempo di scrivere saggi di ricerca e accumulare esperienza nel campo dell’insegnamento. Di conseguenza, le probabilità di diventare professore si riducono sempre di più. Molte persone prima di lui avevano accettato di lavorare in un’azienda e alla fine si erano viste sfuggire di mano la possibilità di ottenere una cattedra.
Anche se continui a resistere strenuamente, non è affatto detto che alla fine tu riesca ad avere quel che vuoi. La nostra materia di specializzazione era ben poco richiesta, quindi le probabilità di ottenere un posto come professore erano ancora più ridotte. Insomma, lui mirava a una cosa che non poteva aspettarsi di ottenere in un arco di tempo tipo “un anno”.
Per giunta, la professione di docente universitario non è poi così desiderabile. Sì, è vero, garantisce una serie di vantaggi e indennità, ma dal punto di vista della carriera non è più allettante come un tempo. Se trovi lavoro in una grande azienda, invece, se ti impegni e se raggiungi livelli dirigenziali, avrai molto più successo nella vita.
Ecco perché, se avesse avuto un minimo di sale in zucca, Kim avrebbe accettato quella proposta di lavoro. Invece lui prese una decisione folle. E lo fece per un unico motivo: la sua passione per l’insegnamento universitario. Sapeva benissimo che in realtà fare il professore non era un granché come lavoro, dato che prima di ottenere il diploma di dottorato aveva fatto l’assistente per anni. Se ne rendeva conto meglio di tanti altri. Ma sapeva anche un’altra cosa meglio di tanti altri, e cioè quanto sia bello condividere il proprio sapere con gli studenti seduti nella propria aula. Ecco perché prese una decisione folle.
Mai sottovalutare la forza della passione. È lei a guidarti nella vita, a darti la misura del tuo valore e del tuo grado di soddisfazione personale, e non il giudizio degli altri.
Molte persone hanno preso decisioni azzardate, imboccando strade lunghe e anguste, e un bel giorno si sono ritrovate in cima a vette che nessuno avrebbe mai pensato potessero raggiungere. Puoi fare le scelte più logiche, ma la loro somma non sempre si traduce nel risultato più logico. Alla fine, quel che fa la differenza è la forza della passione.
Da studente universitario avevo notato che, nella scelta della materia di specializzazione e della carriera futura, le matricole mostravano una tendenza particolare. Quando un film o un dramma teatrale su un pilota andava per la maggiore, c’era un’improvvisa impennata nelle iscrizioni a facoltà legate alle Scienze aeronautiche; se invece era in voga un film o uno spettacolo su uno chef, saliva alle stelle il numero di aspiranti studenti di Scienze culinarie. Sia ben chiaro: sono tutte specializzazioni meravigliose. Quel che mi preoccupa è che qualcuno possa scegliere la propria futura carriera ispirandosi a storie ampiamente romanzate o addirittura inventate di sana pianta.
Anche fra gli studenti già iscritti all’università avviene lo stesso fenomeno. Verso la fine degli anni Novanta ci fu un boom di studenti che decisero di andare a iscriversi a Legge negli Stati Uniti. Il boom in seguito riguardò l’American Institute of Certified Public Accountants (Istituto americano di contabili pubblici certificati); poi tornò di moda rimanere a studiare in Corea, anziché all’estero. Le facoltà di Scienze, di Medicina e Odontoiatria rimangono di gran lunga gli argomenti di conversazione più frequenti fra gli studenti degli anni avanzati.
Non intendo assolutamente sottovalutare le professioni del medico e dell’avvocato. Voglio solo sottolineare il senso di vuoto che proverai alla fine di un corso di studi scelto non per passione, bensì unicamente perché promette prestigio sociale, un reddito stabile e considerevole.
A guidare le tue scelte nella vita dovrebbero essere i tuoi so...