
- 320 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Informazioni su questo libro
Gli ultimi giorni di vita di un ambizioso impiegato che, nel momento dell'agonia, scopre l'ipocrisia che ha sempre contraddistinto la sua esistenza e altre celebri storie brevi in cui il grande romanziere russo riesce a toccare le corde più profonde della coscienza umana.
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Informazioni
Print ISBN
9788804431848eBook ISBN
9788852032653Karma
(1894)
Il diavolo
Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei, nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna.
E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
(Matteo V, 28.29.30)
I
A Evgenij Irtenev doveva toccare una brillante carriera. Tutto quel che ci sarebbe voluto, lui l’aveva. In casa aveva ricevuto una splendida educazione, l’università l’aveva terminata brillantemente, alla facoltà di giurisprudenza di Pietroburgo, le relazioni con la migliore società gli venivano dal padre, morto da poco, e aveva già cominciato a prestar servizio in un ministero, con la protezione del ministro in persona. Aveva anche dei possedimenti, ed erano grandi possedimenti, ma precari. Il padre era sempre vissuto all’estero e a Pietroburgo, dando seimila rubli all’anno a ciascuno dei figli – a Evgenij e al maggiore, Andrèj, che prestava servizio nei corazzieri della guardia – e spendendo sempre molto dal canto suo, insieme alla madre. Soltanto in estate andava a stare un paio di mesi nella sua tenuta, ma senza occuparsi dell’azienda, lasciandola tutta nelle mani d’un amministratore, il quale molto se ne approfittava e non si occupava nemmeno lui dell’andamento della tenuta, e nel quale tuttavia egli aveva sempre avuto piena fiducia.
Dopo la morte del padre, quando i fratelli dovettero dividersi l’eredità, vennero fuori talmente tanti debiti che l’avvocato a cui avevano affidato la procura consigliò addirittura di rinunciare all’eredità, e di salvarne soltanto la tenuta che era appartenuta alla nonna, e che era valutata attorno ai centomila rubli. Ma un loro vicino di campagna, un possidente che aveva fatto degli affari con il vecchio Irtenev, che aveva cioè una cambiale a suo nome e appunto a motivo di essa era venuto a Pietroburgo, aveva detto che, malgrado i debiti, tutte le varie faccende si sarebbero anche potute sistemare, e anche in modo da rimanere alla fine con una proprietà pur sempre grande. Sarebbe bastato vendere il bosco, e qualche singolo appezzamento di terreno incolto, e intanto lasciar intatta quella che era in realtà la principale miniera d’oro – i poderi attorno a Semënovskoe, con le loro quattromila desjàtine di terra nera, e con la fabbrica di zucchero, e 200 desjàtine di prato irriguo –, purché ci si impegnasse seriamente, andando a stare in campagna, a far il padrone come si deve, con intelligenza e parsimonia.
E così Evgenij, che in primavera si era recato nella tenuta (il padre era morto durante la quaresima) e là aveva esaminato ogni cosa, decise di licenziarsi, di trasferirsi in campagna insieme alla madre e di occuparsi dell’azienda, per cercar di salvare la parte principale della tenuta. Quanto al fratello, con il quale non era in rapporti particolarmente cordiali, sistemò le cose in questo modo: si impegnò a versargli quattromila rubli all’anno, oppure ottantamila tutti in una volta, se in cambio il fratello avesse rinunciato alla sua quota di eredità.
Così fece dunque, e trasferitosi insieme alla madre nella grande casa, con fervore e cautela al contempo, cominciò a dedicarsi all’azienda.
Si pensa comunemente che di solito i conservatori siano i vecchi, e che gli innovatori siano i giovani. Ciò non è del tutto vero. Il più delle volte, conservatori sono i giovani. I giovani, che han voglia di vivere ma che non pensano e non hanno il tempo di pensare a come si debba vivere, e che perciò si scelgono come modello quel genere di vita che v’era prima di loro.
Così era anche per Evgenij. Dacché si fu trasferito in campagna il suo sogno e il suo ideale divenne resuscitare quello stile di vita che vi era stato, lì, nei tempi andati, e neanche ai tempi di suo padre – il padre era un cattivo padrone –, ma addirittura ai tempi del nonno. E ora, tanto nella casa che nel giardino, nella conduzione dell’azienda egli, sia pur, s’intende, con qualche mutamento conforme ai tempi nuovi, cercava di resuscitare lo spirito complessivo della vita che vi aveva condotta suo nonno: tutte le cose in grande, con dovizia di tutto per tutti, e ordine e agio. E per provvedere a quel genere di vita vi erano davvero molte cose da fare: bisognava soddisfare alle richieste dei creditori e delle banche, e quindi vendere terreni, e ottenere dilazioni dei pagamenti, bisognava anche procurarsi il denaro per mandar avanti, qua con braccianti, qua con lavoranti fissi, gli enormi poderi di Semënovskoe, con le loro 4000 desjàtine di seminato e con la fabbrica di zucchero; e bisognava badare a che anche nella casa e nel parco non vi fosse aria di sciatteria e di decadenza.
Il lavoro era molto, ma anche di forza Evgenij ne aveva molta – forza sia fisica sia spirituale. Aveva ventisei anni, era di statura media, di complessione forte, coi muscoli sviluppati dalla ginnastica, ed era un uomo sanguigno, con un vivido colorito roseo che gli riempiva le guance, e denti e labbra rilucenti e capelli non folti, no, ma morbidi e ricciuti. L’unico suo difetto fisico era la miopia, che egli stesso aveva aggravata portando gli occhiali, sicché ormai non poteva più fare a meno del suo pince-nez, che gli aveva già scavato due piccoli tratti in cima all’arco del naso. Così egli era nel fisico, mentre il suo volto spirituale era tale che quanto più uno lo conosceva, tanto più lo amava. Anche la madre l’aveva sempre amato più di tutti gli altri, e adesso, dopo la morte del marito, concentrava su di lui non soltanto tutta la propria tenerezza, ma tutta quanta la propria vita. I suoi compagni al ginnasio e poi in particolar modo all’università non soltanto lo avevano amato, ma avevano anche nutrito un profondo rispetto per lui. Su tutti gli estranei egli produceva sempre questo effetto. Non si poteva non credere a ciò che egli diceva, non si poteva sospettare in lui un inganno, una menzogna, guardando quel viso tanto aperto, onesto, e soprattutto, quei suoi occhi.
In genere, la sua personalità gli riusciva di grande aiuto negli affari. Un creditore che avrebbe detto di no a un altro, di lui si fidava. Il fattore, lo stàrosta, il mužìk, che avrebbero commesso una bassezza, che avrebbero imbrogliato un altro, si dimenticavano di imbrogliar lui, distratti dalle piacevoli impressioni che veniva suscitando in loro quella loro confidenza con un uomo tanto buono, semplice, e soprattutto, franco.
Si era alla fine di maggio. In città Evgenij era riuscito, bene o male, a sistemare una causa, intentata per liberar da un’ipoteca certi suoi terreni incolti, così da poterli poi vendere a un mercante, e aveva preso in prestito del denaro da questo stesso mercante, per rimodernare l’attrezzatura, cioè i cavalli, i tori, i carri. E soprattutto, per dare inizio alla costruzione d’un ormai indispensabile cascinale. Tutto era andato in porto. Il legname era arrivato, i carpentieri erano già al lavoro, ed era stato già portato sui campi anche il letame – 80 carichi c’erano voluti –, eppure tutto continuava ancora a essere appeso a un filo.
II
Frammezzo a tutte queste cure, capitò una circostanza che per quanto poco importante fosse, a quel tempo riuscì tormentosa per Evgenij. Egli aveva vissuto nella sua gioventù così come vivono tutti gli uomini giovani, sani e celibi, aveva avuto cioè relazioni con ogni genere di donne. Non era un vizioso, ma, com’egli diceva a se stesso, non era neppure un monaco. E si abbandonava a quella cosa solamente per quel tanto che gli era indispensabile per la sua salute fisica e per poter essere intellettualmente attivo, come egli usava dire. E quella cosa era incominciata da quando aveva 16 anni. E sinora gli era andata sempre bene. Bene nel senso che non si era abbandonato alla depravazione, non si era mai infatuato di nessuna e non aveva mai preso malattie. A Pietroburgo aveva avuto dapprima una sartina, ma poi si era guastata, ed egli si era sistemato altrimenti. E questo versante della sua vita era allora talmente ben provveduto, da non dargli alcun pensiero.
Ma ecco che già da più d’un mese abitava in campagna, e decisamente non sapeva come fare. Quella breve astinenza cominciava ad avere su di lui un brutto effetto. Avrebbe dunque dovuto andare apposta in città, apposta per quella cosa? E dove? Come? Questo soltanto allarmava Evgenij Ivànovič, e poiché era sicuro che quella cosa gli fosse indispensabile, ed era sicuro di sentirne il bisogno, cominciò a sentirlo davvero, il bisogno, e si accorgeva di non esser più libero, e di seguir involontariamente con lo sguardo ogni donna giovane.
Riteneva che non fosse bene avere una relazione con una donna o una ragazza della sua tenuta. Sapeva da alcuni racconti uditi in passato, che sia suo padre sia suo nonno si erano distinti totalmente, sotto questo aspetto, dagli altri proprietari di quei tempi, e non avevano avuto mai nessuna tresca con le loro serve della gleba, e decise che neanche lui l’avrebbe fatto mai; ma poi, sentendosi sempre più impastoiato e immaginandosi con spavento quel che sarebbe potuto avvenirgli nella piccola città di provincia, e considerando anche che ormai la servitù della gleba non c’era più,1 decise che si sarebbe potuto farlo anche qui. Solo, si sarebbe dovuto farlo in modo che nessuno lo sapesse, e inoltre non per vizio, ma soltanto per la salute, così egli diceva a se stesso. E quand’ebbe così deciso, si sentì ancora più inquieto; parlando con lo stàrosta, con i mužiki, con il falegname, senza volerlo portava sempre la conversazione sulle donne o, se la conversazione toccava di per sé l’argomento donne, egli faceva in modo che vi si soffermasse. E le donne, continuava a guardarle sempre più.
III
Ma un conto era aver deciso la cosa tra sé e sé, e tutt’altro conto era tradurla in realtà. Rivolgersi lui stesso a una qualche donna, non poteva di certo. E a quale poi? E dove? Bisognava farlo con la mediazione di qualcuno, ma a chi chiederlo?
Gli accadde una volta di fermarsi a bere dell’acqua nel capanno del guardiacaccia, nel bosco. Il guardiacaccia era stato un cacciatore del padre. Evgenij Ivànovič attaccò conversazione con lui, e il guardiacaccia cominciò a raccontargli antiche storie di stravizi durante le partite di caccia. E a Evgenij Ivànovič venne in mente che non sarebbe stato male organizzar quella cosa proprio lì, nel capanno, oppure nel bosco. Solo che non sapeva come fare, né se il vecchio Danila avrebbe accettato di provveder lui a tutto. “Forse inorridirebbe a una simile proposta, e così mi coprirei di vergogna, o forse accetterebbe, molto semplicemente.” Così egli pensava, ascoltando i racconti di Danila. Danila raccontava di una volta che durante una caccia si erano fermati a bivaccare in un posto fuori mano, vicino alla casa della sagrestana, e di come lui avesse portato la baba da uno dei cacciatori, Prjàničnikov.
“Sì, si può” pensò Evgenij.
«Eh, ma il vostro bàtjuška, Dio l’abbia in gloria, di queste stupidaggini qua non si interessava mica.»
“No, non si può” pensò Evgenij, ma per indagare oltre, disse:
«E tu allora, come mai ti davi tanto da fare con queste cose così poco pulite?»
«E che c’è di male in queste cose? Lei era ben contenta e anche il mio Fëdor Zacharyč erano contenti e stracontenti.2 E a me mi dava sempre un rublo. E poi come altro avrebbe potuto fare, dico bene? Anche quello lì vuole la sua parte. E la vodka oramai la beveva, mica era un bambino.»
“Sì, posso dirglielo” pensò Evgenij e subito venne al dunque.
«Sai una cosa» e sentì d’essere arrossito fino a un color di porpora, «sai, Danila, io non ce la faccio proprio più.» Danila sorrise. «Dopotutto non sono mica un monaco, ci avevo fatto l’abitudine.»
Si accorgeva di quanto fosse stupido tutto quel che stava dicendo, ma gioiva, perché Danila aveva cominciato ad annuire.
«Eh, ma dovevate dirlo subito, si può eccome» disse. «Basta che mi dite quale.»
«Ah, guarda, per me fa lo stesso. Be’, s’intende, purché non sia un mostro e sia sana.»
«Capito tutto!» addentò Danila. Ci pensò per qualche istante. «Ah sì, un bel tocchino c’è, altroché. Vedete, l’han data in moglie l’autunno passato» Danila cominciò a parlare sottovoce, «ma quello là non è capace di fare un bel niente. Sapete chi è, è quello che adesso lo fa lui il cacciatore, da voi.»
Evgenij corrugò addirittura la fronte, dalla vergogna che provava.
«No, no» cominciò a dire. «Di queste cose proprio non voglio saperne. Anzi, al contrario (ma cosa poteva essere il contrario?), a me, al contrario, serve soltanto che sia sana, e senza tante storie, non so, una soldatka,3 o qualcos’altro del genere...»
«Capito, capito. Vorrà dire che bisognerà presentarvi la Stepanida. Il marito è andato in città, sicché è tale e quale a una soldatka. E come donnina è mica male, tutta linda. Sarete contento. Io gliel’avevo detto anche l’altro giorno, vacci, vacci, ma lei...»
«Va bene, allora per quando è?»
«Anche domani. Vado al villaggio per il tabacco e passo a trovarla, e voi all’ora di pranzo venite qua, o dietro l’orto, dalla parte della banja.4 Non c’è mai nessuno lì. E poi a mezzogiorno tutta la gente di qua dorme.»
«Be’, va bene.»
Una terribile agitazione si impadronì di Evgenij, quando egli fece ritorno a casa. “Cosa sarà? Chissà com’è una contadina? E magari sarà qualcosa di mostruoso, di spaventoso. No, sono belle” diceva a se stesso, rammentandosi di quelle che aveva guardato passare. “Ma cosa le dirò, cosa farò?”
Per tutta la giornata fu molto a disagio. L’indomani alle dodici andò al capanno. Danila era in piedi sulla porta e senza dir nulla fece un significativo cenno col capo, in direzione del bosco. Il sangue affluì al cuore di Evgenij, egli se ne accorse e andò verso l’orto. Non c’era nessuno. Si avvicinò alla banja. Nessuno. Entrò a vedere, ne uscì e a un tratto udì il cricchiare d’un ramo spezzato. Si volse, lei era in piedi, in un folto d’alberi, di là da un piccolo borro. Egli si precipitò là attraverso il borro. Nel borro c’era l’ortica, di cui egli non si accorse. Vi si punse, e gli cadde il pince-nez dal naso mentre saliva di corsa lungo il pendio. Vestita d’un tessuto di tenda ricamato, e d’una gonna rosso-bruna, e d’un abito rosso vivo, a piedi nudi, fresca, forte, bella, lei stava lì e sorrideva timidamente.
«Ma c’è lì il sentierino che ci gira intorno, potevate passare di lì» disse lei. «E noi siamo qua da un pezzo. Senza niente.»
Egli le si avvicinò e, guardandosi intorno, la sfiorò.
Un quarto d’ora dopo si separarono, lui ritrovò il pince-nez e passò da Danila e in risposta alla sua domanda: «siete contento, barin?», gli dette un rublo e andò a casa, a piedi.
Era contento. La vergogna c’era stata soltanto all’inizio. Ma poi era passata. E tutto era andato bene. E quel che più importava, era bene che adesso egli si sentisse leggero, calmo, alacre. E lei, non l’aveva nemmeno guardata bene com’era fatta. Ricordava che era pulita, fresca, non brutta, e semplice, senza tante smorfie. “Già, diavolo, chissà di chi è?” diceva a se stesso. “Di Pèčnikov, mi ha detto lui? Chissà quale Pèčnikov è? Ce n’è due di famiglie che...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione di Igor Sibaldi
- Cronologia
- Glossario
- La morte di Ivàn Il’íč (1886)
- Camminate nella luce finché avete la luce (1887)
- Karma (1894)
- (Variante del finale del racconto)
- Note ai testi
- Copyright