Quando l’autobus accosta all’angolo dove Camerata Stizza ha detto che ci avrebbe aspettati, lei è lì in piedi con indosso un giubbotto antiproiettile dell’esercito – verde oliva scuro – e pantaloni mimetici larghi, con i risvolti arrotolati a scoprire anfibi da fanteria. Una valigia da un lato, e una dall’altro. Con quel berretto nero calcato basso sulla testa, potrebbe essere chiunque.
«La regola è…» dice San Vuotabudella nel microfono che gli penzola sul volante.
E Camerata Stizza dice: «D’accordo». Si china a sganciare la targhetta con il nome da una delle valigie. Camerata Stizza si infila la targhetta nella tasca verde oliva, poi solleva l’altra valigia e sale sull’autobus. Con una valigia lì sul marciapiede, abbandonata, orfana, sola, Camerata Stizza si siede e dice: «OK».
Dice: «Parti».
Stavamo tutti lasciando bigliettini, quella mattina. Prima dell’alba. Sgattaiolando in punta di piedi con le nostre valigie giù per scale buie, poi lungo strade buie, in compagnia dei soli camion della spazzatura. Non abbiamo mai visto sorgere il sole.
Seduto accanto a Camerata Stizza, il Conte della Calunnia stava scrivendo qualcosa su un block-notes da taschino, con gli occhi che saettavano tra lei e la penna.
E sporgendosi di lato per guardare, Camerata Stizza dice: «Io ho gli occhi verdi, non marroni, e il colore ramato dei miei capelli è naturale». Lo guarda scrivere verdi, poi dice: «E ho una rosellina rossa tatuata su una chiappa». I suoi occhi si posano sul piccolo registratore argentato che spunta dal taschino della camicia del Conte, sulla maglia di ferro del microfono, e dice: «Non scrivere capelli tinti. Le donne il colore dei capelli se lo correggono, o al massimo lo ravvivano».
Vicino a loro siede il signor Whittier, nel punto in cui le sue mani tremanti coperte di macchie possono aggrapparsi allo scheletro di metallo sagomato della sedia a rotelle. Accanto a lui siede la signora Clark, con i seni così grossi che praticamente le poggiano in grembo.
Adocchiandoli, Camerata Stizza si appoggia contro la manica di flanella grigia del Conte della Calunnia. Dice: «Puramente ornamentali, suppongo, e privi del minimo valore nutritivo…».
Quello è stato il giorno in cui ci siamo persi la nostra ultima alba.
Al successivo angolo di strada buio ci attende Sorella Vigilante, che mostrando il grosso orologio da polso nero dice: «Avevamo detto quattro e trentacinque». Con l’altra mano picchietta il quadrante, dicendo: «E sono le quattro e trentanove…».
Sorella Vigilante si è portata una custodia in finta pelle con una specie di cinghia, un lembo che si richiude con uno schiocco per proteggere la Bibbia all’interno. Un borsello artigianale per trascinarsi appresso la Parola di Dio.
In tutta la città, noi stavamo aspettando l’autobus. Agli angoli di strada o sulle panchine delle fermate, finché San Vuotabudella non fosse comparso. Con il signor Whittier seduto davanti accanto alla signora Clark. Con il Conte della Calunnia, Camerata Stizza e Sorella Vigilante.
San Vuotabudella tira la leva per aprire la porta, e lì sul marciapiede c’è Miss Starnuto. Le maniche del maglione rigonfie di fazzolettini sporchi. Solleva la sua valigia, e quella fa un rumore come di popcorn nel microonde. A ogni passo fatto per salire sull’autobus, dalla valigia parte il rumore di una raffica di mitragliatrice in lontananza, e Miss Starnuto ci guarda e dice: «Le mie pastiglie». Dà un’energica scrollata alla valigia e dice: «La scorta per tre mesi…».
Ecco spiegata la regola del bagaglio limitato. Per starci tutti.
L’unica regola era un solo bagaglio per persona, ma il signor Whittier non ha detto quanto grande, né di che tipo.
Quando Lady Barbona è salita a bordo, indossava un anello con un diamante grosso come un popcorn, in mano stringeva un guinzaglio, e il guinzaglio trascinava una valigia di cuoio su minuscole rotelle.
Agitando le dita per far scintillare l’anello, Lady Barbona dice: «È il mio ex marito, cremato e trasformato in un diamante da tre carati…».
Sentendola, Camerata Stizza si sporge verso il block-notes su cui sta scrivendo il Conte della Calunnia e dice: «Lifting si scrive con la g».
Alcuni isolati più in là, a un paio di semafori e qualche angolo di distanza, aspetta lo Chef Assassino, che porta con sé una valigia di alluminio sagomato. Dentro ci sono tutte le sue mutande bianche con l’elastico, e le magliette e le calze, ripiegate in quadratini compatti come origami. Più un set di coltelli da cucina. Sotto tutto questo, la valigia di alluminio è stipata di mazzette di soldi tenute insieme da elastici, tutte banconote da cento dollari. Nell’insieme, la valigia è così pesante che per trascinarla sull’autobus lo Chef deve afferrarla con entrambe le mani.
Superata un’altra via, passato un ponte e svoltato l’angolo di un parco, l’autobus ha accostato accanto a un marciapiede dove ad aspettarlo non sembrava esserci nessuno. Lì, l’uomo che noi chiamiamo “l’Anello Mancante” è spuntato dai cespugli accanto al marciapiede. Appallottolato tra le sue braccia, un sacco nero della spazzatura lacero, da cui facevano capolino lembi di camicie di flanella scozzesi.
Guardando l’Anello Mancante, ma parlando di lato al Conte della Calunnia, Camerata Stizza ha detto: «La sua barba ha tutta l’aria di qualcosa a cui Hemingway avrebbe probabilmente sparato».
Il mondo immerso nei sogni ci avrebbe creduto pazzi. Le persone ancora a letto, che avrebbero dormito ancora un’oretta, poi si sarebbero lavate la faccia, sotto le ascelle, in mezzo alle gambe, e quindi sarebbero andate al lavoro come ogni giorno. A vivere la stessa vita, ogni giorno.
Quelle persone avrebbero pianto, scoprendo che ce n’eravamo andati, ma avrebbero pianto anche se ci fossimo imbarcati su una nave per andare a rifarci una vita al di là di qualche oceano. Emigranti. Pionieri.
Quella mattina siamo stati astronauti. Esploratori. Vigili durante il loro sonno.
Quelle persone avrebbero pianto, ma poi sarebbero tornate a servire tavoli, a imbiancare case, a programmare computer.
Alla fermata successiva, San Vuotabudella spalanca le porte, e un gatto corre su per gli scalini e giù per il corridoio tra i sedili dell’autobus. Dietro di lui spunta la Direttrice Negazione, dicendo: «Si chiama Cora». Il gatto si chiamava Cora Reynolds. «Il nome non gliel’ho dato io» ha detto la Direttrice Negazione, con il blazer di tweed e la gonna tempestati di peli di gatto. Un bavero rigonfio che le sporgeva dal petto.
«Fondina da spalla» dice Camerata Stizza, avvicinandosi al registratore nel taschino della camicia del Conte della Calunnia.
Tutto questo – sussurri nel buio, appunti, segreti – costituiva la nostra avventura.
Se aveste in programma di passare tre mesi su un’isola deserta, che cosa vi portereste?
Mettiamo che il cibo e l’acqua ci siano, o almeno così credete.
Mettiamo che possiate portarvi una sola valigia perché sarete in tanti, e nell’autobus che vi depositerà sull’isola deserta i posti sono limitati.
Che cosa mettereste in valigia?
San Vuotabudella si è portato scatole di snack di maiale e palline al formaggio, che gli lasciano dita e mento arancioni di briciole salate. Stringendo il volante con una mano ossuta, si rovescia le scatole in bocca, coprendosi di snack il viso magro.
Sorella Vigilante si è portata una borsa della spesa piena di vestiti con una borsetta appoggiata in cima.
Sporgendosi oltre i seni enormi, reggendoseli tra le braccia come un bambino, la signora Clark ha chiesto se Sorella Vigilante si era portata una testa umana.
E Sorella Vigilante ha aperto la borsa quel tanto che bastava per mostrare i tre fori di una palla da bowling nera, dicendo: «Il mio hobby…».
Camerata Stizza guarda il Conte della Calunnia che scrive sul suo block-notes, poi i capelli neri intrecciati stretti di Sorella Vigilante, non una ciocca che sfugga alle pinzette.
«Quelli sì» dice Camerata Stizza, «che sono capelli tinti.»
Alla fermata successiva, Agente Lingualunga aspettava in piedi con una videocamera a coprirgli un occhio, riprendendo l’autobus che si avvicinava al marciapiede. L’Agente si è portato un mazzo di biglietti da visita che ha distribuito in giro per dimostrare a tutti che è un investigatore privato. Con la videocamera a mo’ di maschera che gli copriva mezza faccia, ci ha ripresi, percorrendo il corridoio dell’autobus fino a un sedile vuoto in fondo, accecando tutti quanti con il faretto.
Un isolato dopo è salito a bordo il Mezzano, lasciando tracce di merda di cavallo con gli stivali da cowboy. Con un cappello di paglia da cowboy in mano e una sacca di tela appesa a una spalla, si è seduto, ha abbassato il finestrino e si è messo a sputare saliva marroncina di tabacco sulla fiancata in acciaio spazzolato.
Ecco cosa ci siamo portati per stare tre mesi fuori dal mondo. Agente Lingualunga, la videocamera. Sorella Vigilante, la palla da bowling. Lady Barbona, l’anello di diamante. Ecco cosa ci serviva per scrivere i nostri racconti. Miss Starnuto, pastiglie e fazzoletti. San Vuotabudella, gli snack. Il Conte della Calunnia, block-notes e registratore.
Lo Chef Assassino, i coltelli.
Nella luce bassa dell’autobus, tutti quanti abbiamo spiato il signor Whittier, l’uomo che ha organizzato il laboratorio. Il nostro insegnante. Gli si vedeva la sommità maculata della testa lucida sotto i quattro capelli grigi pettinati a riporto. Il colletto della camicia dritto, un recinto bianco inamidato intorno al collo sottile e coperto di macchioline.
“Le persone che state abbandonando di nascosto” direbbe il signor Whittier, “non vogliono che raggiungiate l’illuminazione. Vogliono sapere sempre cosa devono aspettarsi da voi.”
Il signor Whittier vi direbbe: “Non potete essere la persona che conoscono e il grande, glorioso individuo che volete diventare. Non allo stesso tempo”.
Chi ci voleva bene sul serio, per davvero, ha detto il signor Whittier, ci avrebbe implorato di andare. Per realizzare il nostro sogno. Mettere in pratica il nostro talento. E avrebbe continuato a volerci bene una volta che fossimo tornati.
Tre mesi dopo.
Quel pezzettino di vita che ciascuno di noi si sarebbe giocato.
Che avrebbe messo a repentaglio.
Per tutto quel tempo, avremmo scommesso sulla nostra capacità di creare un capolavoro. Un racconto o una poesia o una sceneggiatura o una biografia in grado di dare un senso alla nostra vita. Un capolavoro capace di riscattare la nostra schiavitù da un marito o da un genitore o da un’azienda. Capace di farci guadagnare la libertà.
Tutti noi, viaggiando per le strade vuote nel buio. Miss Starnuto pesca un fazzolettino umido dalla manica del maglione e si soffia il naso. Poi tira su rumorosamente e dice: «Andandomene così di nascosto, avevo paura di farmi beccare». Infilandosi nuovamente il fazzolettino nella manica dice: «Mi sento come… Anna Frank».
Camerata Stizza si sfila dalla tasca la targhetta, ciò che resta della valigia che ha abbandonato. Della vita che ha abbandonato. E rigirandosela in mano, senza smettere di fissarla, Camerata Stizza dice: «Per come la vedo io…». Dice: «Anna Frank non se l’è passata poi così male».
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