Mia per sempre
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Mia per sempre

Quando lui la uccide per rabbia, vendetta, gelosia

  1. 200 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Mia per sempre

Quando lui la uccide per rabbia, vendetta, gelosia

Informazioni su questo libro

Si chiamano Anna, Chiara, Stefania, Tiziana, Rita, Enza, Serena¿ e l'elenco potrebbe continuare a lungo. Solo nel 2012, in Italia, sono state 120 le donne uccise dal proprio ex, senza contare quelle scomparse e di cui non si hanno più notizie.
L'omicidio all'interno della coppia non è un fenomeno nuovo, ma rispetto al passato a colpire è la tragica escalation nel numero e nella ferocia, e il fatto che le vittime sono quasi tutte donne.
Cinzia Tani affronta una delle più drammatiche emergenze del nostro tempo raccontando alcuni tra gli ultimi e più efferati delitti, ma soprattutto scavando alle radici del problema, nel tentativo di fare giustizia (con l'aiuto di criminologi, psicologi e magistrati) dei tanti luoghi comuni con i quali si tende a mascherare il fatto che le donne devono ancora misurarsi con una violenza di genere che le conquiste sociali non sono riuscite a debellare. Chiamare questi delitti "passionali " o "della gelosia", frutto di un accesso di rabbia o di un momento di "blackout", sostiene l'autrice, significa solo cercare alibi per gli assassini. Invece, di solito l'uccisione della donna avviene dopo un lungo periodo di minacce, intimidazioni, violenze psicologiche e fisiche, e la furia omicida si scatena quando, verificata la loro inutilità, l'uomo avverte il pericolo di essere abbandonato e di trovarsi solo.
Ma non è la paura di perdere l'amore ad armare la mano del maschio e a rivolgerla contro la donna con cui spesso ha vissuto per anni, bensì un folle desiderio di possesso, un delirio di onnipotenza, per scongiurare una ferita narcisistica che, diversamente, non saprebbe sopportare.
Eppure, spiega Cinzia Tani, una via d'uscita per tutte le donne che si sentono minacciate esiste: consultando specialisti già alle prime avvisaglie di comportamenti troppo aggressivi da parte del partner, e denunciando le violenze subite, perché il silenzio non diventi un modo per permettere a maschi deboli e vigliacchi di poter gridare sempre più forte: "Sarai mia per sempre".

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XI

Le colpe della società

Abbiamo visto come molti studiosi attribuiscano la causa dei maltrattamenti nella coppia alla società, che abitua il maschio ad avere un ruolo predominante e a cercare di instaurarlo con la forza. Ma abbiamo anche compreso che non si può ridurre tutto a un fenomeno culturale e sociale. Occorre considerare la vulnerabilità psicologica di certi uomini, anche se questa fragilità non spiega la violenza, se non rientra in un determinato contesto sociale. Criminalizzare l’uomo senza cercare di capire che cosa lo renda violento non servirà a diminuire i maltrattamenti e i delitti, ma solo a opporre ancora di più maschio a femmina, a scavare un baratro di incomprensione fra loro. Non siamo schiavi delle nostre tendenze e dei nostri impulsi, l’aggressività deve essere controllata, non possiamo permettere che si esprima liberamente neppure in età infantile. Bisogna estirpare la mentalità sessista, educare i ragazzi al rispetto dell’altro sesso, liberare maschi e femmine dagli stereotipi che sono stati loro attribuiti.
Quando inizia un rapporto di coppia, l’uomo può assumere un ruolo maschilista che in individui con marcati tratti narcisisti viene rafforzato fino a un livello di potere assoluto, di scarsa considerazione verso la compagna, che si unisce a una bassa tolleranza verso la frustrazione e a un’autostima elevata ma fragile, alla necessità continua di attenzione e ammirazione. La donna diventa la persona di fiducia che dà all’uomo la stabilità e la sicurezza di cui lui ha bisogno. Afferma Anna Oliverio Ferraris: «Spesso si riscontra in questi uomini una debolezza enorme. Otello si lascia convincere da Iago perché ha già una sua vulnerabilità, è il nero a Venezia, è il diverso. Molti uomini violenti, in realtà, dipendono dalla loro donna, hanno paura di essere lasciati e di non riuscire a vivere senza di lei. È da una debolezza che nasce la rabbia. Anche il bisogno di dominare è una forma di debolezza. Nella famiglia tradizionale l’uomo comandava e la donna ubbidiva, nella famiglia attuale il rapporto è simmetrico ma alcuni uomini non sono pronti ad accettarlo. Poi c’è un problema di scarsa stima di sé, che diminuisce ulteriormente se lui ha perso il lavoro o se vede che la compagna guadagna di più. Se non inquadra questa realtà storicamente, socialmente, sociologicamente, può sentirsi frustrato».
In famiglia, molti ragazzi sono spesso orientati verso comportamenti di affermazione personale e indipendenza, ma anche di aggressività. Le ragazze sono educate a essere passive, dipendenti e compiacenti. Più i vecchi modelli della separazione dei ruoli sono spinti all’estremo e più si manifesteranno episodi di violenza. Di fronte a una delusione, a un fallimento, le femmine possono piangere, chiedere aiuto, ma il maschio, stimolato a essere forte, coraggioso, solido, non ha a volte altra risorsa che la rabbia. Oltretutto, in una società che premia soprattutto i vincenti, non è permesso mostrare la propria vulnerabilità. Molti uomini sentono il peso di questo codice della virilità e non sanno affrontare le frustrazioni. Alcuni accettano la loro parte femminile, altri cadono in depressione, altri ancora reagiscono con la violenza. «È necessaria un’educazione sentimentale, più consapevolezza nell’infanzia e nella scuola» afferma lo psicoterapeuta Alessandro Meluzzi. «Ma se non si riassettano le emozioni profonde delle persone, non bastano i cambiamenti educativi. Le relazioni devono trovare un nuovo equilibrio.»
Gabriella D’Avanzo, mediatore familiare, afferma che le conquiste femminili in ambito sociale e professionale possono causare disagi all’uomo. «Nei colloqui emerge una percezione di perdita del proprio ruolo. Nella maggior parte dei casi è proprio questa la causa di scontri e rotture dannosi in famiglia. Spesso, l’attitudine a voler comandare o a voler considerare la propria famiglia secondo uno schema patriarcale, di vecchio stampo, è un fattore attribuibile all’educazione ricevuta sin da piccoli. Abbandonare vecchie idee, che potevano essere utili alla società di un tempo, prendendo spunto da esse come un bagaglio culturale dal quale attingere ciò che più serve, adattando il tutto alla società attuale, completamente diversa, arricchendo questo patrimonio di nuovi valori: questo è un possibile traguardo. Infine, se i nostri nonni, i nostri genitori, ci tramandano valori come il rispetto, noi dovremmo arricchire il nostro corredo valoriale mettendoci dentro la comprensione e il dialogo, per far sì che questi ultimi si trasformino in doveri dettati dal cuore.»
Non è raro che, anche quando la donna viene maltrattata dal marito, i familiari pensino che non sia capace di soddisfarlo e che debba fare di più. Anche i periodici femminili, soprattutto quelli rivolti alle adolescenti, danno consigli per sedurre e attrarre sessualmente il proprio partner, e propongono immagini di donne fragili, superficiali, che devono portare l’armonia in casa a prezzo della loro serenità. È normale, allora, che alcune si sentano in colpa se non ci riescono, che considerino la violenza come parte dell’esistenza. In caso di aggressione dubitano della propria percezione della realtà, non ne parlano con nessuno, la negano perfino a loro stesse nel timore di essere ridicolizzate o, peggio, colpevolizzate. Se socialmente sono considerate responsabili della riuscita di una coppia, quando il loro compagno si comporta male sentiranno di aver fallito.
Luigi de Maio ritiene che troppo spesso i figli non vengano educati al rispetto dell’altro. «Molte ragazze pensano di poter cambiare il proprio partner. Se noi le portiamo a credere che sono così intelligenti e seduttive da avere il potere di cambiare l’altro, le stiamo condizionando negativamente. Dovremmo educare i ragazzi ad amare, mentre si insegna alle donne a subire, a sopportare, e al maschio a difendersi in maniera arrogante.»
Scrive Anna Oliverio Ferraris in Padri alla riscossa. Crescere un figlio oggi: «Un’affidabile figura maschile nella vita di un ragazzo aiuta a capire come gestire l’aggressività al fine di evitare che si trasformi in violenza. Anche una donna può aiutare un ragazzo in questa impresa, ma un uomo è in genere più credibile agli occhi di un giovane, anche perché spesso i giovani maschi trovano nell’ambiente circostante – nella realtà come nella fiction – numerosissimi esempi di comportamenti violenti a opera di maschi e non di rado contro le donne. Di fronte a questi modelli dove il maschio è il protagonista indiscusso, l’attore al centro della scena, la violenza può esercitare un forte fascino su un ragazzo che sta crescendo fino a convincerlo che si tratta di una caratteristica connaturata al sesso maschile, promozionale al suo successo, e che è reprimendo sentimenti come l’empatia e la compassione, sviluppando un’insensibilità verso il dolore degli altri, che si diventa “veri uomini”».
Anche i luoghi di socializzazione preferiti dai maschi possono rafforzare un comportamento violento. A volte, il consiglio, l’esempio e l’orientamento degli amici possono giustificare o addirittura stimolare l’abuso verbale o fisico nella coppia. L’amicizia fra uomini e donne è importante per allargare l’orizzonte, un’opportunità per espandere i limiti di concetti rigidi sulla mascolinità ed esplorare aree emozionali diverse.
Francesco Bruno parla di educazione sbagliata «che, invece di portare comprensione tra maschio e femmina, ne esalta gli aspetti più profondamente diversi fino a generare una sorta di irriducibilità di questi opposti, che si possono molto amare ma anche molto odiare. Viviamo in una società che ancora basa tutto il rapporto sulla bellezza e desiderabilità della donna e sulla capacità dell’uomo di essere forte, virile, ricco ecc. Le bambine sono addestrate a catturare un maschio e quest’ultimo a trovare la donna più desiderabile. Le scuole elementari, in cui il bambino comincia ad avere relazioni con gli altri, devono sempre essere miste. Nella mia c’era una rigida separazione dei sessi, addirittura con percorsi diversi per entrare e uscire. È completamente sbagliato. Quello è il momento in cui i piccoli devono godere della comune fanciullezza. Consideriamo poi che l’adolescenza produce grandi differenze tra maschi e femmine, le quali maturano prima. In una giornata la bambina diventa donna, mentre il bambino difficilmente sviluppa un rapporto con la figura paterna tale da convincerlo di essere in grado di separarsi dai modelli e simboli che il padre gli ha inculcato».
La disuguaglianza parte da lontano. Nel libro La sindrome Lolita, Anna Oliverio Ferraris riferisce un esperimento, condotto alla fine degli anni Settanta da una nota casa produttrice di giocattoli, che indicava come i bambini, quando sono privi del controllo dei genitori, si accostino a ogni tipo di giocattolo, senza mostrare preferenze per quelli «maschili» o quelli «femminili». «Lontani dalle paranoie degli adulti, erano incuriositi da giocattoli diversi di cui cercavano di esplorare potenzialità e applicazioni … Quando però tornavano in famiglia la maggior parte dei bambini si dedicava ai giocattoli del proprio sesso. Il motivo era chiaro agli stessi bambini. “Papà e mamma non vogliono”, era la spiegazione ricorrente. D’altro canto sono i genitori che regalano i giocattoli ai figli e questo è un tipo di messaggio molto forte. “I giochi da maschio mi piacciono” spiega un bimbo di cinque anni. “Qualche volta mi piace giocare con le pentoline delle bambine. Sono però giochi da femmine e mamma vuole che io faccia soltanto giochi da maschio.”»
La scuola ha il compito fondamentale di spiegare la differenza fra una relazione sana e una malata, considerando che la violenza è in aumento anche nelle fasce più giovani. Alcune inchieste condotte nelle scuole superiori hanno rilevato che un quinto delle ragazze ha subìto abusi fisici e sessuali da parte di ragazzi. Spesso le adolescenti interpretano l’eccessiva gelosia dei loro fidanzati come attestati d’amore e non come minacce alla loro incolumità.
Il 12 febbraio 2001, durante la ricreazione, Roberto Giaquinto uccide Monica, la sua fidanzata sedicenne, nel cortile dell’istituto Erasmo da Rotterdam di Sesto San Giovanni (Milano) recidendole la carotide con un coltellino multiuso che ha sottratto a una compagna.
Arrestato, il diciassettenne appare confuso, ripete che non aveva intenzione di uccidere Monica, ma solo di spaventarla. Tre mesi dopo, il «Corriere della Sera» riporta alcune dichiarazioni degli psichiatri che lo hanno esaminato: «Gli aspetti cruciali del rapporto di Roberto con Monica erano “il bisogno di un controllo assoluto della relazione, nella quale doveva sempre ritrovarsi in una posizione dominante, pena la perdita dell’autostima”. Per questo “uccidere Monica non era veramente ucciderla, ma portarla con sé definitivamente, sottraendola alla possibilità di autonomia decisionale e sottraendo se stesso alla possibilità, presente e futura, di rifiuto e quindi di ferita narcisistica”». Il quotidiano milanese cita poi alcune affermazioni di Roberto: «Avevo il tarlo che qualcuno potesse portarmela via, al punto che nei primi mesi pensavo: “Piuttosto, la lascio io”. La lasciavo perché non volevo più stare così male, con tutte quelle paure. Erano paure assurde, erano paure di perderla, erano più forti di me. Vedevo delle cose che non esistevano. Vedevo Monica come la pensavo io, non come lei era veramente. Erano le paure che alimentavano la realtà». Nel processo, Roberto viene giudicato «non punibile» ma «socialmente pericoloso» e affidato a una comunità di recupero. I genitori protestano contro la scuola, che non ha dato peso ai problemi del ragazzo, che si procurava sovente dei tagli, aveva bruschi cambiamenti di umore e affermava nei temi di avere due personalità diverse, una buona e una cattiva. Perché nessuno si è accorto che quello che poteva apparire come un normale disagio adolescenziale stava degenerando in malattia?
La storia è piena di attacchi alle donne avvenuti sullo sfondo di un atteggiamento sociale che li ha permessi. Molte persone hanno mantenuto il silenzio e hanno consentito che questo accadesse. Per troppo tempo non ci si è posti seriamente la domanda: perché l’uomo aggredisce la donna con cui ha o ha avuto una relazione, e lo fa in modo sistematico, seguendo una spirale di intensità crescente? La giustificazione comune era che l’aggressore soffrisse di problemi mentali prima di manifestare la sua violenza o che li avesse nel momento in cui questa esplodeva, per un insieme di fattori personali: gelosia, abbandono, frustrazione, o alcolismo, droga, stress, disoccupazione, abusi subiti nell’infanzia ecc. Un altro modo di minimizzare il problema era la considerazione che questi uomini appartenevano a livelli socioculturali bassi, con insufficiente educazione e scarsa cultura, provenienti dunque da un settore marginale della società. Abbiamo visto, invece, come la violenza contro le donne sia trasversale, abbracci tutte le classi sociali, ogni luogo geografico, età, livello di educazione e cultura, professione. Abbiamo anche visto che se l’alcol e gli stupefacenti possono rappresentare il detonatore della violenza non ne costituiscono la causa principale.
L’errore è stato non comprendere che in una società androcentrica, che discrimina la donna e la relega a ruoli secondari, quando la violenza contro di lei aumenta di mese in mese, evidentemente il sistema di socializzazione tra maschio e femmina non è adeguato ed è necessario cambiarlo. Non si è trattato di disconoscimento dei fatti ma di occultamento, giustificazione e minimizzazione. La normalizzazione di un comportamento assolutamente anormale ha fatto sì che oggi gran parte dei maltrattamenti subiti dalle donne rimanga nascosto fra le quattro pareti di casa e coperto da una serie di valori comunemente accettati, norme e abitudini socioculturali che non permettono di comprenderne la portata. E quando la violenza non viene negata, è spesso giustificata o deformata in vari modi.
Alessandro Meluzzi afferma che, per quanto possa sembrare paradossale, i delitti di tipo violento contro la persona sono diminuiti dal secolo scorso. Negli ultimi dieci anni sono invece aumentati i reati contro la donna. «L’incremento è dovuto a una crescita di autonomia e autodeterminazione che porta la donna a essere un soggetto libero, capace di poter scegliere il proprio destino. Questo la rende sempre meno debole, subordinata, subalterna, posseduta da qualcun altro. Parallelamente, è cresciuta una certa fragilità, debolezza e regressione adolescenziale maschile. Alcuni uomini reagiscono alla perdita del legame con la propria compagna con comportamenti distruttivi nei confronti dell’oggetto d’amore, perché è meglio distruggerlo che perderne il controllo. Ciò è dovuto all’incapacità di elaborare il lutto della perdita dell’altro.»
Nei casi di maltrattamento raccontati in questo libro si è visto come l’uomo sappia esattamente cosa sta facendo quando aggredisce la sua compagna. Sa perché lo fa e sa quando usare la violenza psicologica o quella fisica, quando fermarsi e quando ricominciare, come colpire determinate zone del corpo affinché non rimangano segni. Inoltre mantiene il sangue freddo che gli consente di trovare delle giustificazioni al suo comportamento e di colpevolizzare lei per i propri atti violenti. L’isolamento graduale della donna, l’aumento altrettanto graduale della violenza e la sua imprevedibilità destabilizzano la vittima, che diventerà ancora più vittima quando avrà perso i propri punti di riferimento. Vedendo la compagna confusa, vulnerabile, sottomessa, l’uomo si rende conto che il suo modo di agire ha l’effetto sperato, quello cioè di mantenere il controllo della relazione, e non smetterà di attuarlo.
Fortunatamente, non si pensa più che la vittima sia in parte responsabile di quanto le accade, ma permane in certi ambienti il dubbio che qualcosa, per finire così, abbia fatto. Se è troppo arrendevole, l’uomo ne approfitterà. Se persegue l’affermazione personale e l’indipendenza, sfiderà l’uomo a controllarla, bloccarla. Se abbandona un marito violento, sarà criticata. Se non lo lascia perché non ne ha la possibilità, sarà considerata complice dei maltrattamenti che subisce.
Spiega Chiara Camerani: «La violenza verso la donna origina dalle differenze e dall’asimmetria di forza tra maschio e femmina ed è una realtà che nasce con l’uomo. Le stime allarmistiche degli ultimi anni derivano da un maggiore interesse sociale, una presa di coscienza femminile, dal grande rilievo mediatico e dai cambiamenti sociali avvenuti nel XX secolo. Ma ci vorrà tempo perché anche la cultura cambi veramente. Ferma restando la condanna per tale condotta, mi stupisce che ci sorprendiamo tanto della violenza di genere, quasi fosse un fenomeno nuovo e inaspettato che ci spinge a interrogarci furiosamente su tutte le possibili ragioni. Eppure, tra queste innumerevoli ragioni sembriamo dimenticare secoli di storia in cui la sottomissione femminile era la norma.
«Agli albori del XX secolo troviamo ancora la donna “angelo del focolare”, interamente compresa nel suo ruolo di madre e governante. Non individuo, ma elemento inscindibile dal nucleo familiare e dal capofamiglia. Su questa immagine di donna si inserirà la rivoluzione sessuale, che in Italia porterà un cambiamento di pensiero, ma non ancora di legge; fino al 1975, infatti, era lecito che il marito si avvalesse di “mezzi di correzione” nei confronti della moglie; nel 1981 verranno aboliti il delitto d’onore e l’istituto del matrimonio riparatore, che estingueva il reato di stupro qualora il violentatore avesse sposato la propria vittima. Se non è sufficiente a capire perché ancora non riusciamo a toglierci di dosso questa forma di pensiero che ha intriso la nostra cultura, basti pensare che gli abusi sessuali verranno considerati reati contro la persona, contro la libertà di un individuo, solo nel 1996. Prima di questa data, uno stupro era un crimine contro la morale pubblica. Perché la società civilizzata e moderna decreti un intervento di tutela della donna in ambito coniugale dobbiamo attendere il 2001, con la previsione dell’allontanamento del coniuge violento dall’abitazione familiare.»
È terribile leggere dati e statistiche da cui emerge che più le donne maltrattate subiscono in silenzio e meno rischiano di essere uccise. Le vittime di assassinio sono infatti coloro che reagiscono ai soprusi, che denunciano, che tentano di andarsene o che effettivamente lo fanno.
Qualcuno chiede l’istituzione di magistrati e tribunali appositi per i crimini coniugali. Riguardo a tale ipotesi, Salvatore Cosentino commenta che «la Costituzione italiana in linea di massima vieta l’istituzione di tribunali speciali, e tribunali appositi per i crimini coniugali contro le donne non sarebbero nient’altro che quello. Il problema della criminalità, anche di una sola speciale tipologia di crimine, non si risolve “specializzando” (che è un modo elegante per non dire “ghettizzando”) rei, vittime e giudicanti, relegandoli a un settore che rischierebbe di avere procedure, norme e sanzioni speciali o esemplari. Un tribunale che irroga pene esemplari sarebbe deleterio e comunque in contrasto con l’ordinamento democratico. La legge penale (soprattutto quella processuale) deve essere uguale per qualunque criminale, evitando però che qualcuno sia più uguale degli altri».
Ho chiesto a Ruben De Luca se la situazione italiana è simile a quella degli altri paesi. «A grandi linee sì, nel senso che la crisi del maschio è emersa in tutti i paesi nei quali la donna ha aumentato il livello della sua emancipazione. Per l’Italia esiste probabilmente un’aggravante culturale, perché il maschio spesso viene cresciuto proprio dalle madri come se fosse una specie di “re del focolare domestico”, le cui esigenze vengono sempre soddisfatte dalle “donne di casa”. Fortunatamente, nelle nuove generazioni questo atteggiamento si va stemperando, ma esistono ancora troppi uomini di tutte le età che continuano a considerare le donne come “proprietà”.»
Per migliaia di anni l’aggressione domestica è stata giudicata uno strumento necessario all’uomo per mantenere ordine e disciplina in casa e per affermare le proprie regole. Quella cultura arcaica ha ancora effetto, quando si arriva a sostenere che una donna stuprata ha fatto qualcosa per provocare il violentatore e quando si dimostra scetticismo nei confronti degli abusi domestici.
Un bambino che assiste per anni ai maltrattamenti del padre contro la madre e si rende conto che il genitore non viene punito potrà giudicare corretto tale comportamento proprio perché non incorre in critiche e sanzioni da parte della comunità. Una società che ha difficoltà nel riconoscere gli abusi sulle donne si comporta nello stesso modo verso i problemi dei minori, che assistono a questa violenza e che possono riportare gravi conseguenze sul piano fisico, emozionale, comportamentale. Nei casi estremi, i figli diventano lo strumento per ferire la madre, come fossero un coltello con cui colpirla al cuore. Abbiamo visto come già la gravidanza possa essere un periodo a rischio per la compagna di un uomo violento. La donna maltrattata rischia di partorire prima del tempo, di abortire o di dare alla luce un neonato sottopeso. Subito dopo è più facile che cada in depressione o che non sia in grado di accudire il figlio nel modo migliore.
Anche i bambini cresciuti in un ambiente violento sono vittime di questa situazione, soprattutto se assistono ad aggressioni e abusi nei primi tre anni di età. Minore è l’età del bambino, maggiore è la sua vulnerabilità e più gravi sono le conseguenze. «Esperimenti hanno dimostrato che se i minori vedono un adulto che picchia un manichino, poi tendono a imitarlo» spiega Alberto Oliverio. «Non solo» aggiunge Anna Oliverio Ferraris. «La violenza coniugale ha effetti devastanti sui figli, che ne sono le vittime indirette. Assistere al maltrattamento della madre da parte del padre provoca loro molta insicurezza, e possono apprendere a comportarsi nello stesso modo, magari con la sorella o con le bambine a scuola. I bambini tendono a imitare quello che succede in casa; inoltre, vedere una persona a cui vuoi bene trattata da inferiore ti può portare, per non soffrire troppo, a separ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. MIA PER SEMPRE
  3. Dello stesso autore
  4. I. Non chiamateli «passionali»
  5. II. Come e dove uccide
  6. III. Quando uccide
  7. IV. Perché uccide
  8. V. La sindrome di Otello
  9. VI. Maltrattate
  10. VII. Perseguitate
  11. VIII. Medea al maschile
  12. IX. Io ho ucciso la mia adorata Carmen!
  13. X. Cancellate
  14. XI. Le colpe della società
  15. XII. Perché non accada più
  16. Lettera aperta alla donna scritta dai «giovani del 2012» di Ilaria Ceci
  17. Post scriptum
  18. Copyright