1 NOTIZIA SUL TESTO
Dall’estate 1889 alla primavera 1894, la gestazione del Trionfo della morte si svolge durante un lustro cruciale. Il narratore ha già al suo attivo la prova del Piacere, con la sperimentazione del romanzo psicologico e simbolista, quando decide di battere sino in fondo la via redditizia della narrativa. Meglio della poesia il romanzo è in grado di appagare quel «bisogno del sogno» che garantisce, nella società di massa, la sopravvivenza della letteratura e di un letterato di professione qual è d’Annunzio. «Il commercio della prosa narrativa non era mai giunto a un tal grado di attività» dichiarerà fra poco nell’intervista rilasciata a Ojetti (gennaio 1895), «l’appetito sentimentale della moltitudine non era mai giunto a un così rapido consumo di alimenti letterari». E dopo aver appuntato l’attenzione, da esperto sociologo, sulla fortuna delle appendici nei quotidiani, pronostica lo «straordinario sviluppo» della letteratura avvenire. Non sfugga, intanto, il nuovo protagonismo del pubblico femminile su cui poggia l’ottimistica previsione: «tra il romanzo sottile appassionato e perverso, che la dama assapora con lentezza voluttuosa nella malinconia del suo salotto aspettando, e il romanzo di avventure sanguinarie, che la plebea divora seduta al banco della sua bottega, c’è soltanto una differenza di valore. Ambedue i volumi servono ad appagare un medesimo bisogno, un medesimo appetito: il bisogno del sogno, l’appetito sentimentale. Ambedue in diverso modo ingannano un’inquieta aspirazione a escir fuori dalla realità mediocre, un desiderio vago di trascendere l’angustia della vita comune, una smania quasi incosciente di vivere una vita più fervida e più complessa. / Avendo notato il fenomeno volgare, ne traggo per conseguenza che la letteratura contro ogni profezia funebre è destinata nel prossimo avvenire a uno straordinario sviluppo».
Senza abbandonare la poesia, ma gestendola secondo una calcolata alternanza con la prosa in modo che il lettore apprezzi un talento versatile (appena concluso il Piacere, subito nel marzo 1889 viene proposto a Treves il rimaneggiamento dell’Isaotta Guttadauro e altre poesie da pubblicarsi con aggiunte in due volumi distinti, l’Isottèo e la Chimera) è indubbio che il romanzo attrae sempre più l’interesse del d’Annunzio. Nonostante che le Elegie romane o il Poema paradisiaco, in volume rispettivamente nel ’92 e nel ’93, attestino la vivacità della musa, bisognerà attendere la grande stagione delle Laudi perché la vena lirica abbia la meglio. Solo allora, dopo l’ardua impresa del Fuoco, il poeta sembrerà riconsegnarsi alla sua più autentica vocazione. Ma per ora, anche considerando gli interventi del saggista, sociologo e teorico della letteratura, è il romanzo il genere vincente e, a sentire quei seguaci del wagnerismo letterario che d’Annunzio non perde mai di vista, il solo che potrà realizzare l’opera d’arte totale e dell’avvenire.
Torneremo fra poco sul wagnerismo, componente decisiva del Trionfo. Tuttavia, anche a prescindere dall’ultimo approdo del narratore, si pensi a quanto accade in Francia (è Parigi la patria ideale di questo d’Annunzio) allo scadere del naturalismo. Il quadro appare davvero mosso e tale da attirare l’attenzione di un giovane che intende eccellere. Nel ’90, Zola è tutt’altro che finito quando progetta la trilogia Paris-Rome-Lourdes, benché il protestatario Manifeste des Cinq abbia già preso le distanze dal suo metodo e si vada imponendo il romanzo psicologico, filiazione del simbolismo, con la ricerca tutta interiore che soppianta le ragioni dell’affresco sociale. Ciò che non comporta la cancellazione dell’ideologia e dell’engagement; piuttosto, una dichiarata rivalsa dell’io, come attesta il Culte du moi di Barrès, sarà la postazione dalla quale si traguarderanno ora le masse, inquietante contraltare dell’uomo d’intelletto che «pensa» e «sente».
Così, dopo i Nouveaux essais de psychologie contemporaine (1885) e il Disciple (1889), il credito di Bourget va crescendo insieme con la sua psicologia nutrita dagli studi di Ribot e dall’Intelligence di Taine. Per parte sua, d’Annunzio non abbandona certo quella che per il Piacere era stata una vera e propria guida: l’esordiente narratore aveva subito accolto il punto di vista schopenhaueriano degli Essais, combinandolo con le letture di cui si era già saldamente appropriato (Zola, Flaubert, i Goncourt, Maupassant, Péladan, Huysmans…), tanto più poi che i brillanti aperçus di Bourget potevano rappresentare, a ben vedere, qualcosa di molto simile a una teoria del romanzo postnaturalista, del romanzo radicato nella décadence finesecolo. Théorie de la décadence, La maladie de la volonté, L’objet d’art dans les lettres: basterebbero questi sottotitoli degli Essais a indicare a grandi linee i temi della prima narrativa dannunziana.
Quando ancora non è conclusa la stampa del Piacere, Emilio Treves viene informato del progetto di un nuovo romanzo: «Intanto io preparo un nuovo romanzo: Un’agonia» gli scrive d’Annunzio il 26 marzo 1889. Titolatura che si direbbe autobiografica, rapportabile com’è alla vicenda amorosa con Barbara Leoni («O amore, questa non è più la vita; è un’agonia», 4 luglio 1889), benché, sempre accosto alla pagina di Bourget, non sia improbabile che il titolo, poi dimesso a favore dell’Invincibile per divenire un giorno il Trionfo della morte, fosse ricavato dalle battute del francese. Quelle riservate al primo romanzo di Barrès, Sous l’oeil des barbares, potevano aver colpito un narratore in cerca di nuove idee, che di qui a poco, attraverso la poesia AL POETA ANDREA SPERELLI, mostrerà di aver letto, subito e attentamente, un altro testo barresiano: Une visite à Léonard de Vinci (cfr. la nota introduttiva al Piacere in Rom. I).
Troppo scontato il roman de moeurs, tutto il futuro – secondo Bourget – è riservato al roman d’analyse. «Mon goût» dice «est très vif pour ces sortes d’ouvrages. J’avouerai même qu’aujourdh’hui je n’ai goût véritable que pour eux.» Arido e narcisistico, il romanzo di Barrès gli sembra tuttavia toccare l’oltranza del genere analitico. Vi compare un eroe ripiegato su se stesso, intento solo ad auscultarsi: «Arraché à lui même par la chimère» osserva in un’appendice dei Nouveaux essais «[…] grandit la sensibilité fictice, acquise et comme greffée, qui nous fait jouir et souffrir comme l’autre, mais dans des conditions toutes imaginaires. La personne solide, active et utile, que nous pourrions, que nous devrions être, se trouve comprimée, et une personne artificielle et composite grandit en nous, qui n’a pas de milieu ni d’atmosphère et qui, cependant, est contraint d’agir et de vivre». Chimera e autoanalisi non possono che determinare l’agonia e quindi la morte di questa specie di narcisi: «Ce sont comme des Narcisses de leur propre misère, toujours en train de suivre leur agonie dans le miroir que leur offre leur analyse, et cependant ils meurent vraiment. Cette agonie n’est pas une attitude. Ce ne sont pas des commédiens […] Ce sont des martyres sans Dieu».
Lettura polemica ma insieme partecipe, come si vede, che doveva poi apparire quasi una professione di fede allo scoccare di un esperimento in proprio: il Disciple esce a puntate sulla «Nouvelle Revue» nei primi mesi dell’89 ed entra subito nel repertorio dannunziano. Risale al febbraio una lettera a Treves nella quale si bolla il romanzo di Bourget in quanto «troppo psicologico e quindi nojoso». Non ingannino, comunque, le ripetute liquidazioni: se alcuni mesi dopo anche Vincenzo Morello sarà l’interlocutore di un ribadito giudizio negativo, l’«attenzione fierissima» che d’Annunzio dice di aver dedicato all’opera è senza dubbio rivelatrice: «Ho letto il Disciple con attenzione fierissima. Ci sono pagine assai belle nella Confession. Ma dov’è l’arte? Mi pare che l’elemento scientifico sia troppo preponderante. È più facile scrivere venti pagine di analisi che una sola rappresentazione vitale» (15 luglio).
Non va del resto eluso, a proposito del Disciple, il fatto che suonasse come denuncia delle nefaste conseguenze del cerebralismo, come atto d’accusa – la stessa appena mossa a Barrès – dell’«abus d’analyse à vide». Robert Greslou, soggiogato dalle teorie di un filosofo positivista (Adrien Sixte che adombra Taine), seduce una giovane donna per pura «curiosité psychologique». Messo in atto, il piano ha come risultato il suicidio della vittima dello spietato calcolo a freddo. Nell’Innocente e nel Trionfo non c’imbatteremo in una denuncia non dissimile da quella mossa da Bourget? Solo che si consideri il destino fallimentare di Hermil e di Aurispa, vittime squisite, specie quest’ultimo, degli «analisti contemporanei con i quali aveva comunicato».
Il Disciple doveva calamitare l’interesse di d’Annunzio non solo per le ragioni che appagano le sue esigenze di narratore attratto dal monstrum. A sentire Wyzewa, in uno scritto commemorativo del 1910, il romanzo di Bourget, tutt’uno con gli esordi di Barrès, giunse nelle mani di una generazione che si apprestava ad accogliere il verbo nietzschiano: «Ignorant encore, ou du moin ne connaissant que d’une manière assez vague, le défi lancé par l’infortuné Nietzsche à l’antique distinction du bien et du mal, déjà nous étions prêts à lui faire l’accueil qu’avaient reçu de nous, avant lui, les théories “amorales” de Taine et de Renan ou cette captivant doctrine du “cult du moi” qui venait alors de nous être prêchée par M. Barrès avec un mélange délicieux de passion poétique et de détachement».
Sono affermazioni che d’Annunzio avrebbe potuto sottoscrivere poiché riguardano proprio il suo itinerario, con gli incontri che preparano, di lì a poco – si sa – la conversione nietzschiana. Non a caso, anch’egli, al pari di Wyzewa, vent’anni dopo quegli incontri, vorrà ammettere il debito lontano rendendo omaggio almeno a uno degli antigrafi del Trionfo. Nel 1911, l’esule volontario a Parigi, accolto come un divo dall’intelligenza che è sempre stata la sua vera interlocutrice, si rivolge a Barrès manifestandogli una riconoscenza retrospettiva davvero per lui inconsueta visto che invano cercheremo analoghi riscontri: «[…] dans les années lointaines de cette horrible servitude d’où naquit le Triomphe de la mort, quand je ressentais le morne désespoir des compagnons d’Ulysse enfermés dans l’étable dela magicienne “aux mille herbes”, mes yeux tombèrent par hasard sur quelque ligne de la Visite au Vinci; et tout à coup mon cerveau inerte donna des étincelles et une spiritualité soudaine rendit transparente ma misère. C’est au front qui bat la vie… Vous avez du écrire cela quelque part». E si sappia che non alla Visite risale il citato («c’est au front qui bat la vie chez les élus») ma a Sous l’oeil des barbares, il romanzo inaugurale del Culte du moi.
Il tandem Bourget-Barrès è dunque attivissimo nell’estate del 1889 allorché d’Annunzio decide di impegnarsi in un secondo romanzo. È infatti indubbio che da un c...