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La buttano giù dal letto i ragazzini della tipografia. Hanno trascinato fino a Sant’Anna un carrettino coi pacchi del «Monitore» numero 35 del 20 di pratile.
«Signo’! Donna Lionora!» strillano. Danno calci alla porta.
«E ched’è!»
«Signo’, né ieri né stamattina è venuto nisciuno a ritirà’ li pacchi. Don Salvatore ha detto de li porta’ a la casa vostra.»
Imbambolata di sonno, estenuata di sudore e d’afa, li guarda, senza capire; quelli vanno e vengono, recando sulle spalle i pacchi che odorano d’inchiostro fresco.
«Ma che è successo?»
Va in cucina a prendere mestolate d’acqua, per rinfrescarsi, tornare in sé. Silenzio strano in casa e fuori: mancano i concerti di campane che dall’alba fan tintinnare l’aria del quartiere, manca il rumore di scuri e di portelle che sbattono, annunziando il risveglio nei palazzi e nei bassi, mancano rotolio di carrette, richiami, gli urli dei ragazzi. Napoli tace.
Allarmata, apre la finestra, facendo entrare vampe di calore bianco. Pochissime persone in giro, radi i potecari che s’avviano, in mano le enormi chiavi alla san Pietro, per toglier catenacci alle botteghe. Un solo carrettino di verdura s’arrampica verso il mercatino al trivio, il padrone non scarica mazzate né bestemmie sul povero ciuccio affaticato. E ched’è?
Riempie la caffettiera. Ora si sente lucida. Forse questo è l’ultimo caffè che mi preparo, pensa. Domani è sant’Antonio, il giorno stabilito da Ruffo. E il numero 35 del «Monitore» è proprio l’ultimo. Non lo leggerà nessuno.
Con la tazzina fumante in mano, torna in sala da pranzo, contempla i pacchi accumulati in disordine. Che fine faranno? I lazzari, i vicini, quando verrà saccheggiata la casa, li piglieranno per accendere il fuoco, farci coppetti pei venditori di lupini. Per quello che c’è scritto dentro! Il numero più brutto del giornale. Bugie. Tutte bugie.
Dal Governo le avevano spedito dispacci scarabocchiati in fretta, con le notizie dei combattimenti alle soglie di Capodichino, al ponte della Maddalena. «Esaltare, entusiasmare»: la solita postilla di Lauberg. E come no! I fuggiaschi, terrorizzati, avevan riferito che i Sanfedisti tagliavano con ogni cura i corpi dei nemici. Ne facevano ordinati mucchioni: teste qua, gambe là. Perché? Vallo a capire.
Si sente molto colpevole. Ha osato scrivere di “presenti vittorie”, di successi sugli “insorgenti” in provincia, i dispacci con la brusca annotazione «I Sanfedisti sono al ponte» li ha liquidati con un ipocrita, vile «Notizie più circostanziate le daremo nel foglio seguente». Quale foglio seguente? Eccolo qua, il «Monitore». A pacchi. Se vuoi, te lo puoi leggere e rileggere. Tu sola, a tuo piacere, fin quando non verranno a pigliarti.
Stavolta, stranamente, questo pensiero non dà angoscia. Forse perché, nelle pieghe misteriose dell’anima, sente giunto il finale conseguente di tutta la vicenda. È venuto il tempo. L’altra volta si disperava perché sapeva che non tutto era ancora scritto. Ora no. Mo’ non c’è proprio più niente da fare. Il resto di niente. Sarebbe bene prepararsi, ha ragione Luigi.
Va al comò, ove conserva biancheria, sciqquaglie, i pochi soldi. Solo questi, forse, serviranno, ha esperienza del carcere. Ma adesso sarà peggio. Purché non mi faccian molto male. Che m’ammazzino subito.
In un sacchetto di maglia ficca soldi, gioielli. Dal comò saltano ricordi: lo scialle di vovó, una miniatura di mamãe, di papài non riuscì a farne fare, per via dei soldi. E nemmeno di Francesco, il bel bambino riccio che le somigliava. Le balza in mente, nel cuore, così vivo, nitido, da farle perdere d’un colpo la fermezza un po’ beota ostentata sin qui. S’inginocchia a piangere.
«Ma che c’è, Lenòr? Che cosa hai fatto?»
Primicerio la trova così, occhi rossi, petto ancora agitato.
«Niente, Luigi. Un piccolo momento di debolezza.»
«No, no. Niente debolezze» sorride. «Sono andato al Governo, non c’è più nessuno. Manthonè è al ponte della Maddalena, con Ruvo. Per farsi ammazzare: chi lo ferma più, quel Ruffo? Lauberg s’è trincerato in Castelnuovo, i Pignatelli dentro Castel dell’Ovo. Marra è a Sant’Elmo, dove si sono rifugiati tutti gli altri.»
«A quale scopo, ormai?»
«È quel che dico anch’io. Resisteranno qualche giorno, poi... Ma la pazzia maggiore che intendono fare è un’altra: nel pomeriggio fucileranno Baccher e soci al Largo del Castello.»
Impallidisce. Brutto, marcio senso di debolezza, Luigi se ne accorge, fa per sostenerla.
«Che hai? Ti senti male?»
«No. Ma penso che la colpa di questo eccidio sia anche mia.»
Lui scuote il capo, con smorfia scettica.
«Eccidio... Sono tre o quattro mascalzoni, che a loro volta preparavano eccidi ben più grossi. Meritavano d’essere puniti. Ma non ora. È questa la sciocchezza: significa scatenare i lazzari prima del tempo. Dobbiamo andarcene immediatamente, Lenòr.»
Lei gli pone una mano sul braccio.
«Dove vuoi andare, ormai» mormora, stanca.
Lui s’infervora.
«Senti. So che han messo pattuglie a ogni uscita dalla città. Ma il mare è ancora libero. Se riusciamo a pigliare una barca a Mergellina, a puntare su Pozzuoli, è fatta. Possiamo raggiungere Roma. Milano. La Francia.»
«L’America» dice lei, con debole sorriso. «Con la tua barchetta.»
«Non scherzare, Lenòr. Non è il momento. Hai denaro?»
Gli dà il sacchetto, con tenera obbedienza.
«Io non posso andarmene, Luigi. Io sono... Sono stata la cittadina Lenòr Fonseca. Ho diretto il “Monitore”, la voce della Repubblica. Ho denunziato i congiurati Baccher che saranno fucilati oggi, non posso scappare come una serva qualunque.»
«Non far retorica» esclama, brusco, afferrandole un braccio. «Cosa guadagni a lasciarti ammazzare? Se riesci a salvarti, a raggiungere Milano...»
«A Milano ci sono i Russi.»
«La Francia, allora. Lì potrai ancora essere utile a Napoli. Scrivere, controbattere la propaganda infamante che i Borboni scateneranno contro la Repubblica.»
«Nella Grande Repubblica Madre» sorride, con caparbia ironia. «Protettrice amorosa delle repubblichette figlie.»
Diviene seria, fissa Luigi in quei curiosi punti neri dietro le lenti.
Ecco: ancora una volta, nella mia esistenza, c’è qualcuno che sceglierà per me. Mi disegna il destino. E io mi piegherò. Com’è avvenuto sempre, come, in fondo, m’ha fatto sempre comodo. È così vantaggioso non decidere!
Fuggiremo, Luigi mi porterà via. Com’è strana la vita. Dopo trent’anni si ripiglierà un discorso interrotto. Da vecchi avremo quell’incontro di carne mancato per scelta del mio corpo, non del mio desiderio. Prova pietà un po’ stizzosa all’immagine del proprio grassume bianco, sfatto, accanto al corpo vizzo, fuligginoso, di Primicerio. Cerca d’immaginare l’unione. Possibili guizzi di piacere? Oh no, solo per accontentarlo. Espiazione, compenso? Per sé il gelido, inutile guadagno della carità.
Piccole luci le balenano dentro. Posso confessarmi che amore, carità, non ne ho provati mai? Nemmeno per Francesco. Volevo farne arma di vendetta e orgoglio, è giusto che quello lì me l’abbia tolto, se lo sia ripreso. Neppure adesso voglio, né so dare. A questo rottame d’uomo. Fargli tornare dignità. Barlumi malinconici di sesso. E questo, solo questo, il movente antico di Luigi? Si difende, secernendo disprezzo dal cervello.
«Non parlarmi più di fuggire» sbotta, con marcata alterigia. «Sai che per me non è possibile. Il mio dovere è un altro.»
Lui non appare incollerito. Sorride, pronuncia una frase che la sbalordisce.
«Sei sempre tu. Provi piacere nel farti male. Nel punirti.»
Rimane trasognata a guardarlo, il grande petto molle si gonfia, ansando.
«Io non ho mai deciso niente» farfuglia, tirando su col naso. «Sono stata sempre e solo scelta. Tutti hanno utilizzato me. Ne hanno approfittato.»
Luigi la prende tra le braccia, la schiaccia contro sé. Prova a darle piccoli baci sulla fronte, sul viso inumidito.
«Farsi scegliere è scegliere» le sussurra, girandole il volto con la spinta del proprio, in cerca delle labbra. Ha barba ispida, l’alito leggermente cavernoso, tuttavia lei s’accuccia contro di lui.
Queste sensazioni levano spazio a ogni altra cosa. Le piace sentire le mani di lui, stavolta leggerissime, timide, sfiorar le spalle nude sbocciate dal vestito, aspetta con ansia tenue il momento in cui le dita di Luigi si stringeranno attorno ai seni.
2
Tira il lenzuolo sul grande petto nudo. Si vergogna un po’ che Luigi, steso accanto a lei, continui a guardarla. Ma senza i suoi occhialacci la vede davvero? Ha aria così buffa, privo delle lenti... Strizza gli occhi, allunga il collo. I radi capelli grigi son tutti scompigliati. Lo contempla nel nudo corpo smagrito: gli si vedono le costole, il pelame sul petto è bianco.
Luigi ansa ancora. Spinge una mano a giocare, a strizzarle, con lieta levità, i capezzoli bruni, ogni tanto scuote il capo.
«Chi l’avrebbe detto...» ripete. «Dopo trent’anni. Son trent’anni, è vero?»
«Esattamente ventinove e qualche mese» sorride lei, rivestendosi. Non hanno mangiato, bisognerà preparare qualcosa. Strano come ora si senta naturale, serena, in questa minima dimensione d’una casa serrata sul mondo esterno, con un vecchio uomo gentile che le ha voluto bene. Ha desiderio di fargli da mangiare, accudirlo.
«Non ti muovere» dice, vedendo che anche lui sta per levarsi. «Riposati ancora un po’. Preparo maccheroni ziti col sugo fresco. Ti vanno?»
Luigi sorride, non obbedisce. Cerca gli occhiali, si riveste in fretta.
«Pensi sempre che mi piaccia tanto mangiare? Non è più così. Ho avuto una brutta malattia proprio allo stomaco. Ma non possiamo perdere altro tempo. Dobbiamo andare via. Non senti nulla?»
Corre alla finestra, apre, ascolta.
«Non senti?»
Lei, volenterosa, accorre, tende l’orecchio. È la controra deserta, ardente, quando davvero tutto tace. Si percepisce solo l’ansimare assopito di natura, animali, persone.
«No, Luigi. Io non sento niente.»
«Aspetta. Ma che ore sono?»
Obbediente, va a pigliare l’orologino di metallo: le quattro e cinque minuti. Trasale. Ha ragione lui: lontano martellio di passi, rullo affiocato di tamburi a morte.
«L’esecuzione» mormora, pallidissima. Anche Sant’Anna ha udito: si smuove infastidita, nell’incrocio delle voci impastate, nel batter di portelle.
«Lenòr, andiamo. Prima che si scateni l’Inferno.»
Nel vicolo si sta radunando gente. La conoscono tutti, sanno chi è, se volessero... Non dice né fa niente nessuno. Luigi, invece di scendere a Toledo, la spinge in su, verso il Tiratoio.
«Dove pensi d’andare?»
«Ora è il caso di dirlo: non siamo noi a scegliere. A Toledo andiamo dritti nel caos. Potremmo buttarci nei vicoli della Salata, tentare di raggiungere Santa Lucia. Ma come passiamo Chiaia? Non resta che salire al Vomero.»
«A Sant’Elmo?»
«No. Se potessimo, dal Vomero, buttarci pei Camaldoli. O ad Agnano: ti ricordi quando andammo da Bonito? Lì ci sono sentieri. Poi vedremo. Il guaio è che fa un caldo infernale e queste sono salite da assassini.»
«Non hai neppure mangiato nulla, Luigi.»
Lui ansa, suda, rivoli gli scendono per il viso. Il sole è altissimo nel cielo, spacca. Non un filo d’ombra. Gli alberi, nei giardini lungo la Concordia, proiettano freschezza all’interno. Per fortuna non s’incontra nessuno. Al trivio di Cariati Luigi si ferma, cereo, intriso. Anche lei non ce la fa più: soffoca, il cuore batte da scoppiare.
«Ora viene il problema» ansa lui. «O prendiamo il Petraio...»
«Meu Deus!»
«Lo so ch’è duro. O proviamo a scendere per Santa Maria Apparente, Betlemme, ed osiamo per Chiaia. No, no, aspetta.»
Corre verso il sentiero lungo il convento di San Nicola, dopo un istante torna, trafelato.
«Di qua no. Sento voci. Niente scelta, dobbiamo buttarci nel Petraio.»
Vanno in fretta verso San Carlo alle Mortelle. Lei tiene gli occhi chiusi, arida e dolce insieme. Decide Luigi!
All’altezza della chiesetta di San Carlo altro momento tenero, nonostante la spossatezza del corpo. La chiesa è serrata, il sole screpola le vecchie ante pittate in verde. Manda un bacio con la mente, verso il caro quadratino. Andiamo.
I ciottoli del Petraio riverbe...