Umiliati e offesi
  1. 544 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Pubblicato a puntate nel 1861 sulla rivista "Vremja", è il primo grande romanzo di Dostoevskij dopo il ritorno dalla deportazione in Siberia. "Umiliati e offesi" è costruito secondo i moduli del romanzo d'appendice in cui colpi di scena, intreccio, estrema inquietudine dei personaggi, tempi narrativi ora bruschi, ora trattenuti, danno vita a una narrazione d'effetto, spesso avvolta nel mistero. L'autore schiera i suoi personaggi su due fronti, secondo una contrapposizione netta tra vizi e virtù, luce e tenebre. Tuttavia, di là dall'epopea avventurosa, la sua capacità di soffrire insieme con i singoli personaggi, l'intensità dei sentimenti che egli infonde, conferiscono una tensione continua a questo romanzo di relazioni impossibili e d'amore.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2012
Print ISBN
9788804516033
eBook ISBN
9788852031892

PARTE SECONDA

I

Dopo un momento ridevamo tutti come matti.
«Su, lasciatemi, lasciatemi raccontare» diceva Alëša, coprendo le nostre voci con la sua. «Credono che le cose stiano come prima... Credono che io sia venuto con delle sciocchezze... Vi dico che ho un affare molto importante. Volete tacere, sì o no?»
Aveva un gran desiderio di raccontare. Dal suo aspetto si poteva concludere che avesse delle notizie rilevanti da comunicarci. Ma l’aria d’importanza che aveva assunto per l’ingenuo orgoglio di essere in possesso di tali notizie, divertiva molto Nataša. Anch’io, mio malgrado, fui preso da un gran desiderio di ridere. E quanto più egli si stizziva contro di noi, tanto più noi ridevamo. La stizza di Alëša, prima, poi la sua disperazione infantile ci ridussero in quel particolare stato d’animo nel quale basta che, come il guardiamarina di Gogol’, l’eroe della situazione mostri un dito perché tutti scoppino a ridere.1 Mavra, uscita dalla cucina, stava sulla porta e ci guardava con seria indignazione, contrariata che Alëša non avesse ricevuto da Nataša una bella lavata di capo, cosa alla quale s’era preparata con gran godimento durante gli ultimi cinque giorni, e che invece noi fossimo così allegri.
Alla fine Nataša, vedendo che il nostro riso offendeva Alëša, smise di ridere.
«Che cosa vuoi raccontare, dunque?» gli chiese.
«Allora, devo accendere il samovar?» domandò Mavra, interrompendo Alëša senza il minimo rispetto.
«Via, Mavra, via» rispose questi, facendo gesti impazienti con la mano perché se ne andasse al più presto. «Racconterò tutto quel che è successo, tutto quel che succede in questo momento e tutto quello che succederà, perché io so tutto. Vedo, amici miei, che volete sapere dove io sia stato durante questi cinque giorni. Ebbene, è proprio quello che voglio raccontarvi, e voi non mi lasciate parlare. Prima di tutto sappi Nataša che io ti ho sempre ingannata; da molto tempo ti ingannavo, e questa è la cosa più importante.»
«M’ingannavi?»
«Sì, t’ingannavo, da un mese; anche prima del ritorno di mio padre; ma ora è giunto il tempo della piena sincerità. Un mese fa, quando mio padre era ancora in viaggio, ricevetti d’un tratto da lui una lettera lunghissima, e ve lo tenni nascosto a tutti e due. In quella lettera mio padre mi scriveva semplicemente, in modo reciso (e con un tono così serio che, figuratevi, ne ebbi persino paura), come la questione del mio fidanzamento si fosse risolta, come la mia fidanzata fosse una perfezione della quale io, naturalmente, non valevo il dito mignolo, ma che comunque dovevo assolutamente sposarla. Dovevo quindi prepararmi, liberando la mia testa da tutte le sciocchezze che la ingombravano e via di seguito su questo tono. Voi capite bene a che sciocchezze alludesse. Ebbene, questa lettera io ve l’ho nascosta.»
«Non l’hai nascosta affatto!» l’interruppe Nataša. «Non vantarti! In realtà ci hai raccontato tutto subito. Mi ricordo ancora come tu mi apparissi d’un tratto obbediente, tenero, e non ti staccassi da me, quasi avessi commesso qualche colpa; e tutta la lettera, poi, ce l’hai raccontata a brani.»
«Non può essere; la parte più importante comunque non ve l’ho raccontata. Forse avrete indovinato qualche cosa; questo è affar vostro, ma io non ho raccontato nulla. Ho taciuto e ne ho sofferto immensamente.»
«Rammento, Alëša, che a quel tempo chiedevate continuamente i miei consigli e mi avete raccontato tutto, naturalmente a brani, certo sotto forma di supposizioni» aggiunsi io, guardando Nataša.
«Hai raccontato tutto! Non vantarti, ti prego» continuò Nataša. «Che cosa puoi nascondere tu? Puoi forse ingannare, tu? Anche Mavra ha capito tutto. È vero, Mavra, che sapevi?»
«E come non sapere?» rispose Mavra, sporgendo la testa dalla porta. «Ha raccontato tutto nei primi tre giorni. Non sei capace, tu, di fare il furbo!»
«Ah, che noia parlare con voi! Tu fai tutto questo per cattiveria, Nataša! E anche tu, Mavra, ti sbagli. Mi ricordo che ero come pazzo, in quei giorni. Te lo ricordi, Mavra?»
«Come potrei non ricordarmelo? Anche adesso sei come pazzo.»
«No, no, non parlo di questo. Ricordi? Allora non avevamo denaro, e tu sei andata a portare al monte di pietà il mio portasigarette d’argento; ma soprattutto, Mavra, permetti che ti faccia questa osservazione, tu cominci a prenderti davvero troppe confidenze con me. È Nataša che te l’ha insegnato. Ammettiamo che allora io vi abbia raccontato tutto a brani (ora me lo rammento). Ma il tono, il tono della lettera voi non lo conoscete, e in una lettera quello che ha importanza è appunto il tono. È proprio di questo che sto parlando.»
«Ebbene, parlaci di questo tono» disse Nataša.
«Senti, Nataša, tu parli come se si trattasse di uno scherzo. Non scherzare. Ti assicuro che è una cosa molto seria. Il tono di quella lettera era tale che mi sentii cadere le braccia. Mio padre non mi aveva mai parlato così. Scriveva che sarebbe stato più facile che Lisbona sprofondasse sotto terra, piuttosto che vedere i suoi desideri frustrati: questo era il tono della sua lettera.»
«Suvvia, continua; e perché, allora, mi hai nascosto tutto ciò?»
«Ah, Dio mio! Per non spaventarti. Speravo di accomodare tutto da me. Ebbene, dopo quella lettera, non appena arrivò mio padre, cominciarono i miei tormenti. Mi preparai a rispondergli con fermezza, con chiarezza e serietà, ma, non so perché, non riuscivo a farlo. E lui, il furbacchione, non mi interrogava nemmeno. Anzi mostrava di credere che tutto fosse ormai deciso tra di noi, e non vi potessero essere discussioni e perplessità di sorta. Hai capito: che non vi potessero nemmeno essere... che presunzione! E con me, intanto, era diventato tenero, gentile come non mai. Ne ero addirittura stupito. Voi non potete immaginare come sia intelligente mio padre, Ivan Petrovič. Ha letto tutto, sa tutto; basta che lo vediate una sola volta, e lui conoscerà tutti i vostri pensieri come se fossero i suoi. Forse per questo l’hanno soprannominato “il gesuita”. A Nataša non piace che io ne faccia le lodi. Non ti arrabbiare, Nataša. Ecco... dunque... sì, a proposito! Prima non mi dava denaro; ieri, invece, me ne ha dato. Nataša, angelo mio! La nostra miseria è finita! Ecco, vedi! Tutto quello che mi aveva tolto per punirmi durante questi sei mesi, me l’ha dato ieri in una volta sola; guardate quanto denaro, non l’ho ancora contato, Mavra, guarda quanto denaro! Ora non dovremo più ricorrere al monte di pietà per impegnare i cucchiaini e i gemelli per i polsini.»
Tirò fuori dalla tasca un fascio abbastanza voluminoso di biglietti di banca, un migliaio e mezzo circa di rubli in argento, e depose il tutto sulla tavola. Mavra guardò il mucchio di denaro con gioia e fece i suoi complimenti ad Alëša. Nataša l’incitò a raccontare.
«Ed ecco che io mi chiedo: che posso fare adesso?» continuò Alëša. «Come posso andare contro di lui? Vi do la mia parola che se egli fosse stato cattivo con me invece di essere tanto buono, non ci avrei neanche pensato. Gli avrei detto chiaro e tondo che non ne voglio sapere, che ormai sono cresciuto, e mi sono fatto uomo, e che adesso non c’è più niente da fare! E, credetemi, sarei riuscito a tenere duro. E invece, allo stato delle cose, che cosa gli potevo dire? Ma non prendetevela con me. Vedo, Nataša, che non sembri contenta. Perché vi scambiate delle occhiate? Già, probabilmente state pensando: come lo hanno saputo raggirare, non ha un briciolo di carattere. Avete torto. Di carattere ne ho, e più di quanto voi possiate credere! Ne è prova che, malgrado la mia situazione, mi sono detto subito: il mio dovere è quello di dire tutto, tutto a mio padre; e infatti ho cominciato a parlare, gli ho detto tutto, e lui mi è stato ad ascoltare fino in fondo.»
«Ma che cosa gli hai detto precisamente?» chiese Nataša, ansiosa.
«Che non volevo un’altra fidanzata perché avevo la mia, e che eri tu. Intendiamoci: non gliel’ho ancora dichiarato così francamente, ma l’ho preparato, e domani glielo dirò; ho deciso così. Da principio ho cominciato a dire che è vergognoso e poco dignitoso sposarsi per interesse, e che è ridicolo per noi considerarci degli aristocratici (gli parlo con grande franchezza, come da fratello a fratello). Poi gli ho spiegato che io appartengo al tiers-état e che le tiers-état c’est l’essentiel; che mi sento orgoglioso di rassomigliare a tutti e che non voglio differire dagli altri... in una parola gli ho esposto tutte queste sane idee. Ho parlato con calore, con eloquenza. Ne ero stupito io stesso. Alla fine gli ho dimostrato... anche dal suo punto di vista... gli ho detto francamente: Che principi siamo noi? Sì, lo siamo per nascita; ma in fondo che cosa c’è in noi di principesco? Prima di tutto non possediamo una grande fortuna, e quello che conta è precisamente la ricchezza. Ai giorni nostri il vero principe è Rotschild. In secondo luogo è tanto che nel gran mondo non si sente parlare di noi. L’ultimo Valkovskij un po’ noto è stato lo zio Semën, ma anche lui era conosciuto soltanto a Mosca e solo per il fatto di aver saputo dilapidare le ultime trecento anime che erano ancora in suo possesso, e se mio padre non fosse riuscito a farsi una fortuna, forse i suoi nipoti sarebbero ora costretti a lavorare la terra; ecco che razza di principi sarebbero. Dunque, non capisco perché noi ci si debba dare delle arie. In breve, io ho dato sfogo a tutto quello che mi bolliva nell’anima, a tutto, con calore e franchezza e ho aggiunto anche qualche altra cosa. Mio padre non ha fatto obiezioni; mi ha semplicemente rimproverato di aver abbandonato la casa del conte Nainskij, poi mi ha detto che era necessario cercare di entrare nelle grazie della principessa K., mia madrina, perché se fossi stato accolto bene da lei avrei trovato un’ottima accoglienza dappertutto, e la mia carriera sarebbe stata assicurata; ed è andato avanti per un pezzo a parlare di queste cose! Erano tutte allusioni al fatto che io, dopo essermi legato a te, Nataša, ho abbandonato tutti; il che farebbe dipendere tutto quello che è accaduto dalla tua influenza. Ma finora mio padre non mi ha parlato direttamente di te: è evidente che evita di farlo. Giochiamo tutti e due d’astuzia, aspettiamo, ci spiamo l’un l’altro; ma stanne certa, tu e io finiremo per vincere.»
«Sì, va bene, ma com’è andata a finire? Lui che cosa ha deciso? Ecco l’importante. Che chiacchierone sei, Alëša!»
«Dio solo lo sa! Non si riesce a capire che cosa abbia deciso; ma io non sono affatto un chiacchierone, non dico che delle cose serie: forse non ha deciso nulla, si limitava a sorridere ascoltando le mie parole, ma aveva un sorriso come se provasse compassione per me. Capisco che è umiliante, ma non me ne vergogno. “Io” diceva “sono interamente d’accordo con te; ma ora andiamo dal conte Nainskij, e bada di non parlare di queste cose in casa sua. Io ti capisco, ma quelli là non ti capiranno.” Pare che non sia visto di buon occhio e che abbiano qualche cosa contro di lui. In generale nel gran mondo mio padre non è amato. Il conte da principio mi ha accolto molto freddamente; mi trattava dall’alto in basso, quasi avesse completamente dimenticato che ero cresciuto in casa sua e dovesse, parola d’onore, fare uno sforzo per ricordarsene. Era semplicemente stizzito con me per la mia ingratitudine, ingratitudine che invece da parte mia non è mai esistita; a casa sua ci si annoia terribilmente, ed è per questo che preferivo non andarci. Anche mio padre è stato ricevuto con molta indifferenza, con una tale indifferenza, che, a ripensarci, non capisco come egli possa frequentare quell’uomo. Tutto questo mi ha indignato. Il mio povero padre è costretto a piegare la schiena davanti a quell’uomo; capisco che lo fa per me, ma io non ho bisogno di niente. Dopo, naturalmente, ho provato il desiderio di esprimere a mio padre tutti i miei sentimenti, ma me ne sono trattenuto. Perché avrei dovuto farlo? Non sarei riuscito a cambiare le sue opinioni, e lo avrei soltanto afflitto; egli ha già troppe pene senza che io le aumenti. Ebbene, mi sono detto, sarò astuto, sarò il più astuto di tutti, farò in modo che il conte mi stimi. Ebbene? Ci sono riuscito in un batter d’occhio; in un solo giorno tutto è cambiato! Adesso il conte Nainskij non sa più a che posto d’onore farmi sedere. E tutto questo l’ho fatto io, con la mia astuzia, di modo che dopo mio padre non ha potuto fare altro che allargare le braccia!»
«Senti, Alëša, faresti meglio a raccontare il fatto!» esclamò Nataša, impaziente. «Credevo che ci avresti raccontato qualche cosa che riguarda noi due, invece hai soltanto desiderio di narrare come ti sia riuscito di distinguerti in casa del conte Nainskij. Che cosa vuoi che m’importi del tuo conte?»
«Cosa voglio che te ne importi? Sentite, Ivan Petrovič? Che cosa voglio che gliene importi? Ma appunto in ciò sta l’importante. Lo riconoscerai anche tu; tutto si spiegherà alla fine. Lasciatemi soltanto raccontare... Infine (perché non dirlo francamente?) dillo pure, Nataša, e anche voi, Ivan Petrovič, forse io sono qualche volta veramente poco ragionevole; ammettiamo pure (anche ciò è stato detto) che io sia semplicemente stupido. Ma in questo caso, vi assicuro, ho dimostrato molta astuzia e... si può dire... anche dell’intelligenza, e per questo ho creduto che vi avrebbe fatto piacere rendervi conto che non sempre sono... poco intelligente.»
«Che dici, Alëša, piantala! Mio caro!...»
Nataša non poteva sopportare che Alëša venisse considerato poco intelligente. Quante volte succedeva che mi tenesse il broncio, senza però dirmelo chiaramente, solo perché io, senza cerimonie, avevo dimostrato ad Alëša che egli aveva fatto qualche sciocchezza; era, questo, un punto debole del suo cuore. Nataša non poteva sopportare di vedere Alëša umiliato, tanto più che, probabilmente, essa aveva ben chiara dentro di sé la coscienza della sua mediocrità. Ma non gli diceva mai la propria opinione tanto temeva, facendolo, di ferirne l’amor proprio. Quanto a lui, in simili casi dava prova di una straordinaria perspicacia e indovinava sempre i sentimenti celati di Nataša. Essa se ne accorgeva e se ne affliggeva molto, cercando subito di adularlo, di accarezzarlo. Ecco perché le parole di Alëša ebbero un’eco dolorosa nel suo cuore.
«Ma no, Alëša, tu sei soltanto spensierato, non sei sciocco come dici,» aggiunse Nataša «perché umiliarti?»
«Va bene, e allora lasciatemi finire di raccontare. Dopo il ricevimento in casa del conte, mio padre si è persino adirato con me. Allora io mi son...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Umiliati e offesi
  3. Introduzione - di Serena Prina
  4. Cronologia
  5. Bibliografia
  6. Umiliati e offesi
  7. Parte prima
  8. Parte seconda
  9. Parte terza
  10. Parte quarta
  11. Epilogo
  12. Copyright