Dura solo un attimo, la gloria
eBook - ePub

Dura solo un attimo, la gloria

La mia vita

  1. 180 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Dura solo un attimo, la gloria

La mia vita

Informazioni su questo libro

«Ho giocato a calcio per quarant'anni, di cui undici di fila, senza riposarmi mai, nemmeno per una domenica, nemmeno con la febbre e con gli acciacchi. Quarant'anni trascorsi con la faccia affondata nell'erba, o nel fango, o sulle righe di gesso dell'area di rigore, con gente pronta a staccarti la testa pur di arrivare un secondo prima di te su una palla. Qualche volta ho perso, più spesso ho vinto, ma questo non è così importante. Mi hanno chiamato mito, monumento, leggenda. Le mie mani sono finite in un francobollo commemorativo firmato da Guttuso. Ho giocato a scopone con Sandro Pertini, scherzato con Karol Wojty?a, viaggiato con Gheddafi, mi sono confidato con Gianni Agnelli. Ho conosciuto ladri, poeti, eroi, capi di stato, bancarottieri, alcolisti. E oggi, dopo tutto questo, posso dire che aveva ragione nonna Adelaide, friulana dura come il mogano ma dolcissima: "È passato Napoleone che aveva gli speroni d'oro agli stivali, figurati se non passa anche il resto". Tutto cominciò proprio con lei, a pensarci bene. In un pomeriggio qualunque di sessant'anni fa, a Mariano. Collezionavo foto sbiadite di portieri, strappate dai pochi giornali che arrivavano in paese, e sognavo di diventarlo anch'io. Ma ero mingherlino, crescevo poco, e per questo mi faceva mangiare uova ogni giorno. Poi quel pomeriggio si mise a giocare con me: tirava le prugne in aria e io dovevo prenderle al volo. Era un gioco per modo di dire: nelle case dei contadini, il cibo non si spreca, mai. Quindi, se volevo continuare a giocare con lei, dovevo prenderle tutte. Iniziò così. E arrivò tutto il resto. Il pallone vero, l'Udinese, il Mantova, il Napoli, la Juventus. I momenti belli e i momenti brutti. I campioni visti da vicino, gente geniale, dal talento divino, Sivori, Pelé, Altafini. E poi ancora la panchina da allenatore, la Nazionale in ogni sua forma. Le coppe, i fischi, i record. Ma, soprattutto, sono arrivati gli uomini veri, quelli dritti e silenziosi come mio padre. Gaetano ed Enzo, Scirea e Bearzot, amici, fratelli, esempi. Persone devote alla cultura del lavoro, della serietà, consapevoli anche loro che tutto passa, tranne la soddisfazione e la serenità di chi ha fatto il proprio dovere, fino in fondo. È a quegli uomini e all'intelligenza dei loro silenzi che penso ancora oggi, settant'anni e cento mestieri dopo. Succede ogni giorno, all'improvviso, quando al circolo, al golf, o al parco con i miei nipoti, mi capita di sentire il profumo dell'erba. Allora non riesco a domare un brivido, una nostalgia bellissima, istintiva. E mi dico che sì, aveva ragione mia nonna, la gloria dura un attimo solo. Ma certi attimi, se li sai coltivare, possono durare una vita intera.»

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Dura solo un attimo, la gloria di Dino Zoff in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804645870
eBook ISBN
9788852055324

VI

Azzurro destino

No, quella conversazione con l’Avvocato non fu la mia più grande delusione sportiva. Volendo proprio dare una misura, un peso alle delusioni, direi che, anzi, quella notizia mi provocò un dolore personale, ma non particolarmente profondo, roba di superficie. Come dire? Al cervello, non al cuore, qualcosa che non si avvicinava nemmeno a quelli che avevo avuto in campo, quando ero calciatore.
Sull’erba, quando si gioca, le percezioni sono dilatate.
Il colpo più duro me lo ricordo ancora oggi. E fu uno dei primi. Avevo 17 anni e vivevo ancora con mia madre e mio padre a Mariano. Giocavo nell’Udinese e in quei giorni dovevano uscire i nomi dei convocati per la Nazionale juniores che doveva andare in Portogallo a disputare gli Europei. Nell’ambiente il mio nome circolava già, avrei debuttato di lì a poco in serie A. Piano piano cominciarono a girare le solite indiscrezioni sulle convocazioni, si facevano i primi nomi e il mio veniva dato per scontato. Me la dovevo vedere con la concorrenza di Alfiero Capasciutti della Fiorentina e di Bruno Bonollo del Padova. Pensavo di essere più forte io, la cosa mi sembrava talmente evidente da giustificare la mia convinzione. Poi un giorno, al bar, sulla «Gazzetta dello Sport» lessi che non c’era dubbio. Il titolare della Juniores sarei stato io. Non sbagliava quasi mai, la «Gazzetta».
Camminavo per Mariano tronfio e baldanzoso. E mi accorgevo che la gente, per la prima volta, cominciava a prendere sul serio quella mia passione per il ruolo di portiere. La Federazione mi contattò e decidemmo di avviare le pratiche per fare il passaporto, visto che non ce l’avevo. A quei tempi, mica era facile come oggi fare il passaporto. Ci voleva un sacco di tempo e mille fogli di carta e timbri. Era una specie di evento.
Quella chiamata dagli uffici di Roma mi parve un segno abbastanza eloquente circa la volontà del selezionatore. Così, più si avvicinava il giorno delle convocazioni ufficiali e più io ero gasato. E, invece, niente. L’illusione sfumò in un attimo: uscirono le convocazioni e io, semplicemente, non c’ero. Il ct non mi aveva convocato, aveva preferito Capasciutti e Bonollo.
Ci rimasi malissimo. Mi crollò il mondo addosso. Avevo imparato una lezione importantissima, che mi sarebbe stata utile da lì in avanti, ma ovviamente in quel momento non me ne rendevo conto, ero solo dolente e furioso.
Nel tempo, mi è capitato spesso di ripensare all’episodio. E però il mio ricordo era sempre accompagnato da quello di un altro fatto, ben più drammatico, che accadde al povero Capasciutti pochi anni dopo. Non era un grande portiere e presto si riconvertì in un ruolo diverso, divenne centravanti. Era un altro calcio e cose del genere capitavano. Nel 1965 giocava nella Sambenedettese e durante il derby contro l’Ascoli si scontrò con il portiere Roberto Strulli, che morì per le lesioni subite nell’impatto. Di Capasciutti non seppi più nulla. Così, quando ripenso a quella lontana, fortissima delusione giovanile, mi tornano tutti in mente, di colpo, Strulli, Capasciutti e Bonollo, un unico insieme di facce e nomi: un tempo avevano significato tanto per me. Tutti hanno imboccato strade diverse dalle mie, che hanno portato altrove, strade guidate solamente dal destino e dalla sua terrificante forza cieca.
Quella volta non era il mio turno. Tutto qui. Mi chiusi in casa per un po’, per farmi passare la delusione. È nel mio carattere. Mi isolo, in silenzio. Poi tornai alla mia routine, convinto che prima o poi quella maglia, la maglia azzurra, sarebbe arrivata.
L’occasione per rifarmi arrivò molto presto. Tre anni dopo, per l’esattezza. Il ct Edmondo Fabbri era sempre stato un mio estimatore. E nel 1964 mi chiamò per portarmi con la Nazionale ai Giochi del Mediterraneo di Napoli. Ero carico di aspettative ma dovetti ricredermi presto, perché nei programmi di Fabbri ero la riserva di Rino Rado, del Bologna. E così fu: non giocai. E ci rimasi male un’altra volta.
L’occasione giusta, mi dissi allora, sarebbe stata quella immediatamente successiva: gli Europei d’Inghilterra. Ero già nel Mantova, stavo giocando bene, gli alti e bassi di Udine erano un ricordo, ero quotatissimo. Ma proprio perché ero nel Mantova Fabbri, che del Mantova era stato allenatore fino a pochi mesi prima, decise di evitare polemiche sui giocatori raccomandati e ancora una volta mi lasciò a casa. Portò Pizzaballa, quello delle figurine Panini. Allora cominciai a pensare male. Forse l’azzurro non era nel mio destino.
E invece mi sbagliavo. Solo che dovevo saper aspettare. Dovevo avere la pazienza di maturare, di migliorare. E non serve a niente chiedersi se gli altri erano effettivamente più pronti di me. Non ero pronto io e tanto basta. Quando lo sono stato, tutto è andato diversamente.
Accadde nel ’68, a Napoli. E fu una magia. La Nazionale doveva qualificarsi alla fase finale degli Europei. La Bulgaria, nella gara d’andata a Sofia, ci aveva battuto per 3 a 2, se perdevamo eravamo fuori. Albertosi, il portiere titolare, e Sarti, il vice, si erano infortunati o erano fuori forma, così il ct Valcareggi decise di puntare su di me. Avevo 26 anni, stavo facendo un ottimo campionato a Napoli. E proprio a Napoli si sarebbe disputata la gara di ritorno. Così, scesi in campo, nel mio stadio, quello che avevo appena imparato a salutare prima del fischio d’inizio, ed ero carico come una molla, ma sereno. Sapevo che avrei fatto bene.
Più volte mi sono chiesto come sarebbe stato il debutto se nelle precedenti occasioni, magari in Portogallo con la Juniores, le cose fossero andate diversamente, se mi avessero convocato, se mi avessero schierato titolare. Di certo, non sarei stato così tranquillo. Feci novanta minuti perfetti. Parai tutto ciò che c’era da parare, e in particolare un tiraccio del loro attaccante, Asparouhov, che tolse il fiato a tutto lo stadio. Fosse entrata la palla, avremmo dovuto salutare l’Europeo, la cui fase finale, quell’anno, si sarebbe svolta proprio in Italia.
Non solo Valcareggi, ma anche Rivera, Mazzola e soprattutto Facchetti – che erano già tre veterani della maglia azzurra – rimasero molto colpiti dalla mia calma. A me sembrava qualcosa di scontato, ma non lo era tanto. Quel giorno divenni una colonna della nostra squadra.
Da allora giocai tutte le partite. Ricordo, in particolare, la gara successiva, la semifinale con la Russia, sempre a Napoli. Più che una partita di calcio fu una specie di guerra di trincea. Una partita storica, davvero. Un calciatore può dirsi fortunato se in carriera gli capita di essere parte di un evento del genere. Quella russa era una squadra gigantesca, anche perché al tempo l’Unione Sovietica non era divisa in diciassette repubbliche e poteva pescare da un bacino di talenti immenso, uomini, e quindi calciatori, di ogni genere e tipo, gente di una tempra e di una fibra davvero difficile da trovare.
Nei primi minuti si fece male Rivera, il faro del nostro gioco. Si stirò. Non si potevano fare le sostituzioni, quindi giocammo in dieci. Fu difficilissimo, i russi arrivavano da tutte le parti, eravamo sempre sul punto di cedere, se avessimo preso un gol, probabilmente ci avrebbero distrutto. Ma non successe. Lo stadio di Napoli si trasformò in un enorme catino rovente e una specie di scudo invisibile avvolse la nostra area di rigore: ogni volta che la Russia prendeva la palla, dagli spalti esplodeva un fischio assordante che terrorizzava gli avversari. Io assistevo a tutto ciò come se fossi altrove. Rimasi gelido, e giocai particolarmente bene. Non mi avrebbero fatto gol per nessun motivo. A quei tempi non c’erano né i supplementari né i rigori. C’era la monetina. Testa o croce. Andò Facchetti che era il capitano, c’era il delegato Uefa, gli arbitri. Qualcuno nei giorni successivi raccontò che quando la monetina ricadde al suolo si conficcò nel terreno, rimanendo così l’esito dell’incontro sospeso a metà. Ma è una sciocchezza. Vincemmo noi perché fummo più fortunati. Ma potevamo rivendicare il merito indiscutibile di avere resistito una partita intera in inferiorità numerica.
Arrivammo quindi all’ultima partita. Avevo iniziato terzo portiere e mi stavo giocando la finale, a Roma. Nessuno mi convincerà mai che il destino non esiste.
Dall’altra parte c’era la Iugoslavia. Una squadra fortissima, che a Firenze aveva appena battuto nientemeno che l’Inghilterra campione del mondo, la grande favorita. Era l’8 giugno 1968. Scesero in campo e cominciarono da subito a giocare meglio di noi. A pochi minuti dalla fine del primo tempo la loro terribile ala sinistra, che già era stata fatale all’Inghilterra, segna. Era il primo gol che subivo in azzurro. Dal punto di vista psicologico non era scontato che incassassi bene il colpo. Potevo cedere alla tentazione di soffermarmi su quel dettaglio e di perdere la concentrazione. Poteva fare l’effetto di una crepa sulla diga. Invece, rimasi calmo. E ricominciai a giocare come sapevo. E Dio solo sa se ce ne fu bisogno.
Loro continuavano a giocare meglio di noi e fecero moltissimi tiri in porta, alcuni anche pericolosi. Parai tutto. L’Olimpico, che allora era senza copertura ed era uno stadio bellissimo, vibrava a ogni intervento. E la partita, nonostante loro stessero meritando di vincere, rimase in equilibrio a lungo, fino a quando, all’ottantesimo, Domenghini – proprio mentre tutti si stavano preparando alla vittoria della Iugoslavia – pescò, non si è mai capito bene dove, un insperato gol su punizione. La palla passò in mezzo alle gambe di uno dei calciatori della barriera. Pari, 1 a 1. A ripensarci oggi, forse, la finale l’abbiamo vinta in quel momento, quando il nostro gol rovesciò tutto.
Per la finale, il regolamento non prevedeva la monetina, per fortuna, ma la ripetizione del match. Che si disputò due giorni dopo, sempre a Roma. Noi eravamo stremati, loro invece sembravano più freschi. E, paradossalmente, fu questa la chiave della vittoria. Valcareggi si era accorto della pericolosità della situazione e cambiò per quattro o cinque undicesimi la formazione rispetto alla partita precedente, voleva contare su gente ancora «carica». Loro, invece, con un po’ di presunzione, cambiarono un solo giocatore, puntando su quella che, teoricamente, era la formazione tipo. Erano più forti, pensarono, sarebbe bastato.
La mossa del nostro ct si dimostrò azzeccata, dall’inizio la nostra superiorità tattica, unita alle maggiori energie a disposizione, impose alla partita un senso unico. Dopo pochi minuti avevamo in mano il match e i nostri attaccanti erano già andati vicini al gol un paio di volte. Segnò Riva quasi a metà del primo tempo. E raddoppiò Pietro Anastasi con un gol straordinario, poco dopo. A quel punto, per vincere gli iugoslavi avrebbero dovuto giocare la partita della vita ma, purtroppo per loro, l’avevano già giocata due sere prima.
Il ricordo che mi mozza il fiato ancora oggi è quello dell’Olimpico che comincia lentamente a incendiarsi. La gara non era ancora finita, ma si era già capito che avremmo vinto noi. E Roma, anzi l’Italia intera, cominciò a liberare nel cielo estivo dell’Olimpico la tensione accumulata in quei 180 minuti, e forse, anzi, certamente, molto molto di più. Era l’estate rovente del 1968, Pasolini si era schierato con i poliziotti di Valle Giulia e da Palermo a Torino il paese era attraversato dalla febbre di quella primavera. Piano piano, tenui, oscillanti fiammelle cominciarono a comparire sugli spalti bui. Erano gli accendini della gente che ci voleva ringraziare così per quello che stavamo facendo.
Dopo pochi minuti le luci erano centinaia, poi migliaia, agli accendini si erano aggiunte torce improvvisate, fogli di giornale, legnetti di gelati... Io, dalla porta, respiravo profondo in mezzo a quel mio piccolo firmamento privato, cercando di rimanere concentrato. In realtà, avevo fatto il mio dovere e ora mi stavo godendo lo spettacolo di un paese, che per un attimo si ritrovava unito, dal posto migliore del mondo: la linea di una porta inviolata.
Fu quella la prima coreografia di massa mai vista in uno stadio. E la cosa che mi commuove ancora oggi è che non riguardò solamente la curva ma tutto lo stadio, che si organizzò spontaneamente, lì per lì, e alla fine divampò in un incendio dolcissimo.
C’era «la meglio gioventù». E c’era la peggio. Così dicono i giornali. Noi del calcio, in quell’Italia lì, attraversata da brividi remoti e allora incomprensibili, rappresentavamo l’«altra gioventù». Una generazione a parte, lontana anni luce dai dibattiti e dalle piazze. Ma non per questo lontana dal mondo. Vivevamo nei centri di allenamento, e nelle nostre case sempre un po’ fuori mano eravamo in parte dei privilegiati e in parte degli emarginati. Ma la realtà in cui viveva il paese la conoscevamo bene, perché da lì provenivamo e perché con quella, anzi, con la sua espressione più emotiva, facevamo i conti tutte le domeniche.
Di cosa stesse succedendo in giro per l’Italia ce ne accorgevamo la domenica, meglio di altri probabilmente, quando allo stadio ci tiravano e ci dicevano di tutto, quando al nostro indirizzo arrivava rabbia originata da altro e destinata ad altri. Il ’68, visto da un’area di rigore, era molto interessante. Ma noi facevamo calcio, calcio e basta. Nessuna rivoluzione. Nessuna reazione. Solo partite e gol e punti.
Quella sera all’Olimpico, però, l’impressione di aver fatto qualcosa di importante l’avemmo tutti. E chissà come avremmo reagito se ci avessero detto che era solo l’inizio, che quella Nazionale, quella maglia azzurra, avrebbe unito ancora il paese, e forse molto più di quanto non avesse appena fatto, negli anni successivi.
Giocavamo e gli stadi si riempivano, in tutte le città d’Italia. Oggi danno la colpa del vuoto sugli spalti agli impianti scomodi. Allora lo erano ancora di più, eppure Roma faceva 80.000 spettatori, Napoli 90.000, tutti in piedi, tutti a prendere l’acqua in testa, se pioveva, come noi in campo. I tifosi arrivavano da ogni città d’Italia, in pullman. Da Udine, da Cosenza, da Reggio. Guardavano le partite e poi viaggiavano l’intera notte per tornare a casa e andare al lavoro la mattina dopo.
Giocavi con la maglia azzurra e sentivi che, in qualche modo, giocavi per quella gente. Non c’era retorica, non c’erano chiacchiere. Era una questione di sensazioni. Per questo poi, in campo, davi sempre qualcosa di più. Anche per una questione di rispetto. Va inoltre detto che non c’erano molte televisioni, al tempo. E non c’erano nemmeno molte occasioni di farsi vedere da tanta gente. Il calcio era un fenomeno popolare, che si «consumava» principalmente dal vivo, in diretta, e sui giornali il giorno dopo. Diversamente da oggi, che è uno spettacolo di massa e molto televisivo. Quindi, se volevi mostrare agli altri quanto eri bravo, cosa sapevi fare con la palla, e avevi l’occasione di giocare in Nazionale, è chiaro che davi il massimo.
Dopo quella notte all’Olimpico, la Nazionale diventò «mia». La sentivo così. Di lì a due anni ci aspettavano i Mondiali in Messico ed era logico che i campioni d’Europa fossero tra i favoriti. Feci la mia prima trasferta internazionale con la maglia azzurra nelle qualificazioni, contro il Galles, finì 0 a 1. Uscii dal campo con la rete inviolata, ancora una volta, e pensai che nessuno mi avrebbe mai più tolto di lì. Ma, ancora una volta, mi sbagliavo. Perché poco dopo, il mio posto da titolare svanì, in un soffio. Tuttora non so darmi un motivo preciso. Non sono riuscito a capirlo. In campionato, il 1969-70 era stato l’anno del Cagliari e la Nazionale poteva contare su un «blocco sardo» molto cospicuo. In questo blocco c’era anche Albertosi, un ottimo portiere che, evidentemente, al momento dava più garanzie di me a Valcareggi.
Poi poco prima della partenza avevamo giocato un’amichevole a Madrid: pareggiammo 2 a 2, con due autoreti di Salvadore. Pagammo sia lui sia io. Ero molto deluso, per quella scelta. E questo non favorì certo i miei rapporti personali con Albertosi. Era il mio esatto contrario. Molto esuberante, guascone, forse un po’ pigro. Era un portiere «tradizionale», nel senso che di solito i portieri, soprattutto a quei tempi, venivano considerati un po’ i pazzerelli della compagnia: è un ruolo particolare e quindi è stato sempre svolto da gente un po’ particolare. Io sono stato forse il primo portiere ad avere una personalità più introversa. Ero un tipo più deciso, più determinato rispetto ai miei colleghi. Con Albertosi, insomma, eravamo proprio in antitesi su tutto. Un distacco vero, gelido. Neppure ci parlavamo, se no forse ci saremmo menati. Però, devo essere onesto: era molto forte, anche se io lo ero di più.
Feci quasi tutte le qualificazioni, poi fui relegato in panchina. In panchina si soffre. Si sta male. Si è impotenti, inermi. Si provano sensazioni poco gradevoli nei confronti di tutto e di tutti. Partecipi emotivamente alle vicende della squadra, ma dopo pochi minuti di partita il sentimento che finisce per prevalere è la rabbia. Sai che è sbagliato, che non dovresti, ma provi rabbia, e più te ne accorgi più la rabbia monta. Occorre essere dei grandi professionisti per accettarla, la panchina. Soprattutto se non la si merita o se, semplicemente, come spesso capita, non è il prodotto degli errori di qualcuno, ma solo delle circostanze. Io sono abbastanza soddisfatto di come mi comportai, mi allenavo moltissimo e con serietà e anche con un po’ di cattiveria, nelle uscite non facevo sconti a nessuno e, anzi, mi sa che qualche compagno si fece pure un po’ male. Ma non potevo fare altro che lavorare duramente per riconquistare il mio posto.
La squadra era un’ottima squadra, anche se era attraversata e scossa da polemiche di natura politico-calcistica. Alla lunga aveva anche smaltito le scorie tossiche della famosa «staffetta» Rivera-Mazzola: l’allenatore, dopo un po’, aveva cominciato a far giocare un tempo all’uno e un tempo all’altro in modo da accontentare i due giocatori «star» di quella Nazionale e i rispettivi clan e gruppi di supporto. E la cosa buffa è che stava funzionando. Quindi l’Italia arrivò piuttosto avanti. Disputò la storica semifinale contro la Germania, quella del 4 a 3. E poi si schiantò contro il Brasile di Pelé.
Successe, in quella finale, che Valcareggi tradì la stessa sua invenzione, la staffetta. Lasciò Mazzola in campo per quasi tutta la partita e mise dentro Rivera solamente per i sei minuti finali, a gara già abbondantemente compromessa. Una mossa forse motivata da argomenti tattici o tecnici, non si capì mai bene. Che però ebbe la forza di concentrare su di lui le ire di un paese che a ogni passo, sia nel calcio sia nella vita, si spaccava. Tornammo in aereo dal Messico e trovammo una situazione paradossale: l’aeroporto di Fiumicino era invaso, c’era un mare di persone. Alcuni erano lì per festeggiare l’impresa contro la Germania e il secondo posto ai Mondiali. Altri per scaricare tutta la rabbia contro Valcareggi per il mancato ingresso di Rivera. Un delirio. La pista era invasa dalla gente. Il pilota fermò l’aereo in fondo in fondo, lontano dallo scalo, come se fosse un dirottatore. Valcareggi dovette fuggire nascosto su un furgoncino anonimo o qualcosa del genere. Mentre noi fummo «stoccati» in un hangar in attesa che la polizia organizzasse un servizio di scorta per farci andare via.
Il paese sentiva la Nazionale. E noi sentivamo il paese. Anche perché, a volte, era impossibile non farlo. Dopo il Mondiale in Messico, la Federazione organizzò un’amichevole internazionale contro la Spagna, nel febbraio ’71. E decise che la partita si sarebbe disputata proprio a Cagliari, per celebrare il nuovo stadio, appena costruito. Cagliari era impazzita per il pallone, la squadra locale aveva vinto lo scudetto e l’intera isola, che fino ad allora aveva vissuto come staccata dal resto del paese, si trovò coinvolta – e da protagonista – nel gioco che appassionava tutti. Decenni di isolamento furono spazzati via dalle cannonate di Gigi Riva. I minatori del Sulcis, gli operai del Sud, i pastori dell’entroterra, gente che magari di calcio non capiva niente, il lunedì mattina entrava al bar e chiedeva: «Ma il Cagliari è ancora a sinistra?» e il barista rispondeva con tono rassicurante: «Sì, sì, a sinistra e in alto». E tutti sorridevano compiaciuti. (La classifica della serie A era allora divisa in due colonne, otto squadre di qua e otto di là. In alto a sinistra era la posizione d...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Dura solo un attimo, la gloria
  3. Premessa. L’erba
  4. I. Chi tanto parla, poco sa
  5. II. Le parole giuste da dirle
  6. III. È arrivato Nembo Kid
  7. IV. Gaetano
  8. V. La maledizione del portiere
  9. VI. Azzurro destino
  10. VII. Stelutis alpinis
  11. VIII. L’operaio specializzato
  12. IX. Un corpo estraneo
  13. X. Enzo
  14. Epilogo. La vita ha un suo senso
  15. La squadra ideale (ma è solo un gioco...)
  16. Copyright