Albert Stark era un codardo. Non uno di quelli a cui tremano le ginocchia per la fifa; piuttosto uno che vede la vigliaccheria come una questione di buonsenso; un codardo nel nome del pragmatismo. Albert alzava lo scudo della codardia in difesa dell’obiettivo più che sensato dell’autoconservazione. Nel West, se eri coraggioso, ti facevano fuori. Se eri codardo, sopravvivevi.
Lungo la frontiera la morte non lasciava scampo.
“Tutti tranne te ti vogliono morto” diceva sempre Albert. “Banditi, indiani, scommettitori furiosi, prostitute inviperite, animali selvaggi, e poi il clima, le malattie – che cazzo, perfino andare dal dentista vuol dire rischiare la vita.”
Bastava dare un’occhiata alla prima pagina di un quotidiano qualsiasi per capire quanto ci fosse di vero in un punto di vista del genere:
NEONATO CALPESTATO DA UN RONZINO
L’UMIDITÀ PRIMAVERILE FA CENTINAIA DI VITTIME
MAESTRA MUORE PER ESCORIAZIONI DA ROTOLACAMPO
IMPICCAGIONE DI MASSA: TUTTO PROCEDE REGOLARMENTE
IL FANGO UCCIDE: RECORD DI VITTIME DEGLI ULTIMI TRENT’ANNI
FAMIGLIA OLANDESE TRAVOLTA DA VALANGA DI CINESI
DONNA CONDANNATA PER ADULTERIO: TAGLIATI LINGUA E SENI
CITTÀ DISTRUTTA DA GIGANTESCA MANDRIA DI BISONTI
BAGNANTE NEGRA CONTAMINA TORRE IDRICA
ORSI BRUNI BANCHETTANO CON BAMBINI DI ASILO NIDO
SERPENTI IN CHIESA DURANTE GRANDINATA. NESSUN SUPERSTITE
Sì, secondo Albert la paura era una cosa decisamente utile per un uomo che viveva nel Sud dell’Arizona.
Così, in quella giornata di caldo soffocante, era ben contento di ricorrere ancora una volta alla vigliaccheria per scampare a un decesso prematuro.
Sostava al centro della via principale, la pistola nel cinturone pronta all’uso – o almeno così sembrava. I cittadini di Old Stump si accalcavano ai bordi della strada, come sempre desiderosi di assistere al più elettrizzante di tutti gli spettacoli della frontiera: il regolamento di conti. Ma al momento Albert era solo. Mezzogiorno in punto era passato e dell’avversario non si vedeva neanche l’ombra. Se si escludono gli occasionali mormorii di trepidazione con cui gli astanti pregustavano confusamente l’evento, non parlava nessuno. I contadini più poveri osservavano pazienti. Le donne si sventolavano, cercando disperatamente di far passare un po’ d’aria tra i numerosi strati dei loro vestiti. I facoltosi gentiluomini controllavano gli orologi da taschino e fumavano il tipo di sigari raffinati che si può godere appieno solo quando fuori ci sono quarantacinque gradi. I bambini si muovevano di continuo e giocavano pigramente con i loro balocchi preferiti: torsoli di mela, corde, topi morti. I cani giacevano a terra ansimando e senza dubbio si chiedevano come cazzo era possibile che gli esseri umani restassero immuni da tendenze suicide in un posto così orribile e deprimente.
Albert cercava di evitare il contatto visivo con gli spettatori circostanti, a parte l’occasionale scambio di occhiate con una bionda mozzafiato seduta sui gradini dell’emporio. Lei gli rivolse un sorriso che voleva essere rassicurante, ma senza troppa convinzione.
Finalmente udirono un rumore di zoccoli. Prima debole e lontano, poi più distinto, finché dall’altra parte della via principale comparve un uomo a cavallo, che frenò tirando con decisione le redini. L’animale sembrò trasalire, ma poi, ubbidiente, si fermò. L’uomo smontò e, con deliberata lentezza, raggiunse la sua posizione in fondo alla strada.
Albert si irrigidì e studiò l’avversario. Il suo portamento e quello di Charlie Blanche non potevano essere più diversi: Blanche era brizzolato, un blocco di aggressività segnato dalle intemperie. Guardandolo si sarebbe detto che non sorrideva dall’epoca delle grandi esplorazioni. Lanciò ad Albert uno sguardo torvo che sembrava dire: “Voglio spararti al cazzo con un proiettile cancerogeno”.
Albert si schiarì la gola. «Quindi… immagino che per te mezzogiorno in punto significhi le dodici e un quarto.»
Charlie fissò il vuoto per un attimo. «Cosa?»
«Be’» disse Albert, che malgrado la paura era sinceramente seccato. «Hai detto mezzogiorno in punto, io a quell’ora ero qui e… ho dovuto aspettare.»
Blanche socchiuse gli occhi minaccioso. «Adesso ci sono.»
«Sì, lo so, ma è, cioè… è una mancanza di rispetto, perché è come se tu dicessi che il tuo tempo vale più di quello degli altri e… so che qui tutti hanno le giornate piene, hanno dovuto prendersi una pausa per venire e… insomma, voi che dite, ho ragione o no?»
Nessuno rispose. Albert si guardò intorno furtivo in cerca di qualche occhiata di approvazione ma non ne trovò neanche una. Il suo sguardo si posò su un vecchio sdentato che non sembrava affatto un tipo indaffarato. Aveva l’espressione smarrita e con la lingua correva lungo il perimetro dell’unico dente che gli rimaneva, come una sentinella a cui tocca pattugliare l’ultimo avamposto di un esercito a un passo dalla sconfitta.
«Fuori le pistole» disse Charlie Blanche.
Una nuova ondata di aspettativa travolse il pubblico, che trattenne il fiato. Iniziava lo spettacolo!
Albert fece un respiro profondo. «Ehm… no.»
Brusio dei cittadini perplessi. La bella bionda scrutò Albert, sgomenta.
«Che significa “no”?» Blanche socchiuse ulteriormente gli occhi, fin quasi a farli scomparire.
Albert trasse un altro respiro profondo. «Io… non voglio. Ovvio che spari meglio di me, quindi prima che la cosa ci sfugga di mano, prima che diamo i numeri o ci ammazziamo, io… non voglio la sparatoria.»
«Sei giallo dalla paura, Stark?» L’angolo della bocca di Blanche si curvò in un sorrisetto perverso – di certo l’espressione più cordiale che il suo temperamento corrotto potesse concedergli.
«Senti, be’, dire giallo è...» Albert si fermò, a disagio. «Voglio dire, è un po’ razzista nei confronti dei nostri amici dell’Estremo Oriente, tutti grandi lavoratori, vero ragazzi?»
Si voltò verso un capannello di ferrovieri cinesi che osservavano la scena in disparte. Adesso sì che avrebbe ricevuto un piccolo segno di incoraggiamento. Il più basso di loro alzò il dito medio.
«Ok, ok» balbettò Albert. «Tante grazie.»
Blanche esplose in una risata roca. «Lo sanno pure quegli stronzi di cinesi che sei giallo dalla paura!»
Albert si voltò di nuovo verso l’avversario. «Senti, io… vorrei risolvere la questione in maniera ragionevole, ok? Voglio dire, siamo entrambi adulti e intelligenti, giusto? Quindi… ti ripagherò i danni.»
Blanche non mutò espressione. «Mi sta bene. Sono cinquanta dollari.»
«Sì, ok» disse Albert, lievemente irrequieto. «Ecco, qui sta il problema… io cinquanta dollari in contanti non ce li ho…»
La mano di Charlie si avvicinò al calcio della pistola.
«Ma… ti darò venticinque pecore.»
L’indice di Charlie era lì lì per toccare il grilletto. «Le pecore non mi interessano, Stark.»
Al sudore per il caldo si aggiunse quello per la paura, quando Albert capì di essere nei guai. «Be’, ma… ma qui si tratta di un sacco di pecore. Tipo venticinque pecore. Praticamente un intero… branco. O una muta. Com’è che si dice?»
Rise nervoso mentre il cervello annaspava liberando una scarica di idiozie. «Oddio, è incredibile! Sono un allevatore di pecore e ho un vuoto totale sul nome collettivo – una colonia di pecore? Proprio non mi viene! Ehi, sapete come si chiama un gruppo di aringhe? Un banco. Un banco di aringhe. Che divertente la lingua, ha un mare di tesori nascosti…»
Il bang di un proiettile bucò l’aria. Charlie Blanche aveva sparato un colpo ai piedi di Albert. Questi fece un salto indietro, con un urletto decisamente poco virile.
«Le tue maledette pecore hanno brucato metà del mio ranch, Stark! L’erba non ricrescerà mai più.»
L’odio degli allevatori per i pecorai era devastante, e in gran parte si doveva al fatto che le pecore brucavano l’erba in modo altrettanto devastante e, se lasciate allo stato brado, potevano rasare a zero un intero pascolo, costringendoti poi a riseminare l’erba. “Nessuna mucca può pascolare dove è passata una pecora” proclamavano i vaccari. Così scoppiavano le famose “guerre delle praterie” tra allevatori di vacche e di pecore, con tutte le terribili conseguenze del caso. Non aiutava poi il fatto che in generale i pecorai erano considerati incredibili pappamolle.
Albert deglutì la poca saliva che gli era rimasta mentre Charlie impugnava la pistola e prendeva la mira.
«Ok, ok!» Albert alzò le braccia in segno di resa. «Venderò le pecore e ti porterò i soldi, va bene? O-okay? Li avrai domani.»
Ci fu un attimo di terrore in cui Albert fu certo che, pur avendo ceduto alle richieste dell’avversario, l’altro avrebbe premuto il grilletto. Blanche invece abbassò lentamente la pistola. «Se non arrivano i soldi, ti vengo a cercare. Poi ti sparo tre colpi: fronte, naso e mento, così la testa ti si apre a metà come un’anguria.»
«Be’, me lo sarei meritato» disse Albert ossequiosamente. «In quel caso, Dio, sarei proprio un idiota! Ma io… io non sono quel tipo di persona, quindi… quei soldi saranno tuoi.»
Charlie Blanche ripose con cura la pistola nella fondina. Vedendolo tornare al suo cavallo, Albert esalò un respiro tremolante. “Meno male che non me la sono fatta sotto” pensò, ancora scosso per aver visto la morte così da vicino. Si voltò e prese a camminare, con le gambe che sembravano di ricotta…
BANG!
La città restò senza fiato. Albert crollò a terra: un dolore pazzesco gli era esploso nella caviglia. «CAZZO!» urlò, voltandosi sbalordito.
Charlie gli aveva sparato.
«Giusto un assaggio» disse Blanche in tono piatto e letale. Rinfoderò la pistola, montò a cavallo e ripartì a tutta birra senza aggiungere altro.
Come se niente fosse, i cittadini iniziarono a disperdersi subito. Fine dello spettacolo. Ciascuno tornò distrattamente alle proprie occupazioni, come se fosse appena finito uno dei tanti numeri di un circo itinerante, con la sola differenza che pochi istanti prima qualcuno per un pelo non aveva perso la vita.
Un tizio...