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  1. 200 pagine
  2. Italian
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Informazioni su questo libro

"Ciascuno di noi può fare e fa miracoli quotidiani. Viaggiare nel tempo, dialogare con le anime dei defunti, vedere ciò che è accaduto e prevedere ciò che accadrà, uscire dal proprio corpo, chiamare gli altri solo con la forza del pensiero, entrare nei sogni e nei pensieri altrui, avere visioni, sogni premonitori, leggere nei segni, operare guarigioni... Possediamo tutti dei doni speciali, quelli della "mente intuitiva" ma spesso li neghiamo, relegandoli nelle forme più misere della superstizione, dell'inganno, del raggiro, della dipendenza, della paura. Si tratta di doni che soltanto alcuni riconoscono, ricercano, coltivano in se stessi. E soltanto alcuni, poi, li esprimono, li accettano e, nel tempo, imparano anche a gestirli e a usarli. In realtà tutti abbiamo la capacità di trasformare l'angoscia, gli immensi traumi, le cadute e i dolori della vita, in capacità di presagire, intuire, vedere. Come una fotosintesi clorofilliana che cancella l'anidride carbonica della sofferenza.
Tanta parte del funzionamento del cervello umano è ancora sconosciuta al sapere degli scienziati." Alternando passione e rigore, testimonianze sconvolgenti e resoconti scientifici, Maria Rita Parsi ci rivela i poteri nascosti nel nostro cervello. Riunisce in questo libro quarant'anni di osservazioni, studi, riflessioni, per metterci davanti al potere della "mente intuitiva", alla nostra capacità di compiere miracoli.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2012
Print ISBN
9788804621843
eBook ISBN
9788852030390

Parte prima

Le testimonianze

Elvira o dell’angelo custode

A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune: a uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza;
a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue. Ma tutte queste cose le opera l’unico e medesimo Spirito, distribuendole a ciascuno come vuole.
1Cor 12,7-11
L’Elvira era la portiera dello stabile che sorgeva proprio accanto all’anomala costruzione, una sorta di casa bassa, una via di mezzo tra un garage e un’officina, dove mio padre e mia madre passavano gran parte del loro tempo a sperimentare quel brevetto meccanico che ci avrebbe fatto diventare ricchi. Quando erano intenti al loro lavoro ci lasciavano nel cortile dell’Elvira, donna buonissima, dolce e dall’aria un po’ intontita che volentieri ci guardava scorrazzare, sporcarci con la terra, saltare la corda e giocare a campana, per tutto il pomeriggio. Più volte alla settimana. D’estate e d’inverno. Così, mia sorella e io prendevamo parte alla vita di coppia che si svolgeva nel gabbiotto del portiere, in numerose occasioni avevamo assistito a tragiche scene di maltrattamento.
Il marito dell’Elvira, individuo rozzo, ubriaco ogni sera, la picchiava senza ritegno, la umiliava davanti a tutti e si vantava di averla piegata a ogni sua richiesta. L’Elvira sembrava sopportare tutto senza gravi ripercussioni. Si curava le ferite, non andava al pronto soccorso, non chiamava i carabinieri, nonostante i condomini glielo consigliassero continuamente. “Non è cattivo” diceva “è soltanto il vino!” E andava avanti così fino a quando, un giorno, non la trovarono più. Quella bestia di marito, il suo nome era Claudio, claudicante nell’anima, si alzò al mattino presto per andare a fare il suo lavoro di muratore saltuario e l’Elvira già non c’era più. La cercarono ovunque: dai parenti di lei, da quelli di lui, al paese, nei dintorni. «È andata a suicidarsi!» disse mia nonna. E io, che neppure sapevo che cosa significasse suicidarsi, pensai che fosse fuggita lontano, in luoghi impensabili, e che aveva fatto un gran bene. Claudio cadde nel peggiore dei suoi vizi come un topo nella fogna: beveva dalla mattina alla sera, ma i condomini non osavano mandarlo via perché urlava a chiunque, era violento e minaccioso. Al mattino presto, però, seppur in stato di ebbrezza, faceva le pulizie di cui era solita occuparsi l’Elvira, per non consentire loro di dire che le scale e il cortile erano sporchi.
Dopo quasi quattro mesi e tante inutili ricerche e denunce, un pomeriggio, sul tardi, l’Elvira ricomparve. Indossava lo stesso vestito di sempre; era pettinata, pulita e decente com’era sempre stata. Claudio, esterrefatto, non credeva ai propri occhi. Li chiudeva e li apriva come se quella fosse un’apparizione. Poi, finalmente convinto che era proprio l’Elvira, le si catapultò contro e cercò, come sempre, di picchiarla. “Dove sei stata, bastarda?” gridava. Ma prima che la pesante mano di lui potesse colpirla, l’Elvira alzò il braccio destro, fermò quella mano e disse con voce profonda, cambiata, ferma e forte: «Non toccarmi mai più!». L’uomo arretrò, colpito dalle parole ma soprattutto dalla voce, dal tono e dalla luce degli occhi. «Sono stata con il mio angelo custode» disse poi l’Elvira. «E tu non berrai più, sarai pacifico, silenzioso, lavoratore, rispettoso! Tu sarai così!» Claudio non sembrò più se stesso dopo quelle parole della moglie. Noi che eravamo a giocare in cortile, io, mia sorella, le sorelle Cavarri e i gemelli Gentile, assistemmo al primo dei miracoli dell’Elvira. Si vedeva, infatti, che l’uomo lottava con qualcosa di più forte di lui che, da dentro, gli imponeva di non reagire. Alla fine, volse le spalle e scappò via, e non osò mai più aggredire la moglie. L’Elvira, come se niente fosse e nonostante fosse attorniata dai condomini che la tempestavano di domande: “Ma dov’era, Elvira? Come sta? Cosa le è successo?”, entrò nel gabbiotto del portierato e si mise a fare le pulizie, come sempre, come se niente fosse accaduto. Non rispose ad alcuna domanda, né soddisfò la nostra curiosità. Di quel che era avvenuto in quei quattro mesi, non parlò mai con nessuno.
Ma proprio il giorno del suo ritorno, mentre si affaccendava nel gabbiotto, a un tratto, guardando la signora Celestina, una sessantacinquenne, pettegola e tristissima, le disse: «Sorridi! È il tuo momento di sorridere alla vita, prima che domenica il tuo tempo si compia». Celestina morì d’infarto la domenica mattina seguente, e fu proprio l’Elvira a vestirla per l’ultimo viaggio. A Natalina, una donna che aveva fatto di tutto per avere figli, l’Elvira offrì, due settimane dopo, un caffè nel suo gabbiotto. «Vieni dentro» le disse «che ho da parlarti. Mangia tante verdure e pasta. Prega e sorridi. La felicità è contagiosa: sulla terra fa sbocciare i fiori e scorrere i fiumi. La felicità fa nascere e fiorire ogni cosa. Anche un tiglio!» La donna, stupefatta da quelle parole, si commosse e pianse, riempiendo la tazza del caffè di lacrime. Più tardi, raccontò a tutti quello che le aveva detto l’Elvira. Lo riferì anche al parroco che, naturalmente, scosse la testa come a dire: “Parole di una pazza!”.
Tre settimane dopo, Natalina, rasserenata e quasi allegra, scoprì di essere incinta e gridò al miracolo. “Lei lo sapeva!” disse a tutti. E la gente le credette, e cominciò a frequentare il gabbiotto dell’Elvira come se fosse il ritiro di una santa. Claudio, il marito, era profondamente cambiato: non beveva, non fumava più come un dannato. E, soprattutto, non urlava e non picchiava. Sembrava un cane addomesticato dedito soltanto alla protezione della sua padrona. Ogni giorno si alzava, andava a lavorare e le consegnava il salario che aveva guadagnato. Non una parola mal detta, una bestemmia, un urlo. Un altro uomo! Anche mia madre andò dall’Elvira, con la nonna, a salutarla, e le portò un ciambellone. «Com’è gentile, signora Lucia» disse l’Elvira a mia madre. «Avrà questa gentilezza fino a centouno anni!» E mia madre è morta l’anno scorso ed era entrata già da quattro mesi nel suo centunesimo anno! Allora, però, non facemmo caso a quelle parole. Ma quando mia madre spirò nel sonno, proprio a quell’età, mia sorella ricordò le parole dell’Elvira, che è morta ormai già da sessant’anni. Quando ogni giorno profetava a quel modo ne aveva quarantacinque, e prima di morire, rimpianta da tutti, profetò per altri quindici anni, senza mai sbagliare. Solo una volta, proprio a mia madre che, spesso, si rivolgeva a lei per chiederle consiglio e aiuto per noi, per i tre fratelli che erano nati dopo me e mia sorella, per il marito che spesso la tradiva, disse che era il suo “angelo custode” a dettarle le parole che le fiorivano in bocca. «L’angelo mi protegge, mi parla, mi guida. Io non ho nessuna paura perché come Dio provvede ai passeri, provvede anche a me. Il dolore ha il suo limite. Poi arrivano gli angeli e le loro parole.» A me personalmente, una volta, mentre giocavo in cortile, disse: «Piccolina, sorridi! Tu sarai sempre libera e fortunata nella vita. Ma non ti fidare dei nei». Il solo problema serio che ho avuto nella vita mi è derivato da un neo, per fortuna subito individuato e clinicamente estirpato, senza chemio né radioterapia. Perché io ho sempre seguito le parole dell’angelo dell’Elvira.
(R.M., 76 anni, Mantova)

Didi o un metro sopra il cielo

Chi non trova il paradiso quaggiù non lo troverà neanche in cielo. Gli angeli stanno nella casa accanto alla nostra ovunque noi siamo.
EMILY DICKINSON
Ho vissuto tutta la vita un metro sopra il cielo. Non i tre metri che parlano di amore ma quel metro che parla di dolore. Il dolore di essere sopravvissuta, di sapere quale prezzo era stato necessario pagare, fin dalla nascita, alle persone che amavo; e tutto per la mia sopravvivenza. Forse, se fossi semplicemente morta, avrebbero avuto tutti una vita migliore… E io, comunque, avrei sofferto? Di sicuro, avrei tenuto loro la mano per sempre. Il mio papà, puro e vero, avrebbe dovuto sacrificare la sua vita, fino a quel momento così intensa, per garantire a tutti noi un’esistenza dignitosa? La mamma, donna altera, di una bellezza mozzafiato, sarebbe diventata prigioniera della sua disfatta? Il mio fratellino avrebbe trascorso una vita di droga e distruzione cercando di spiegarsi il perché da piccolissimo non era stato accolto dalla sua famiglia, ma spedito altrove? E mia sorella, l’unico pezzo della mia famiglia che oggi ancora cammina nel mondo, mentre gli altri li immagino (o forse li vedo?) camminare finalmente liberi, sorridenti e uniti nei prati verdi… Mia sorella avrebbe avuto il coraggio di andare contro tutti e coronare il sogno che aveva già quasi raggiunto: diventare una star della musica?
Sono queste le mie riflessioni di oggi, donna adulta cresciuta un metro sopra il cielo attraversando il dolore; una donna che prova a ripercorrere e ad analizzare la sua vita e che ha l’umiltà quanto il coraggio di spiegarla, e spiegarsela, per chiudere “il cerchio”. Coraggiosa, devo dirmelo, sono sempre stata, o forse ho dovuto esserlo per forza. Forte, anche, e certo sempre vera… Ma lo scrivo con pudore. E, in fondo, è una questione che riguarda solo me, al di là del racconto.
Tutto inizia in una stupida ambulanza, quella che, a soli otto anni, mi porta via da casa perché forse sto morendo. Entro in quell’ambulanza con il mio pigiamino di bimba fortunata, sfoglio Tom & Jerry non per scelta ma per condizione: sono allergica alla ruvidità della carta, il che, letto a posteriori, è forse prodromo della ruvidità futura, protagonista della mia vita. Ricordo ancora oggi quel racconto di Tom & Jerry come se lo stessi leggendo ora, così come ricordo la sensazione improvvisa di buio totale. Buio che dovrebbe far paura, ma che per me corrisponde a un’indescrivibile pace interiore…
E laggiù, in fondo, un punto di luce bianchissima a cui vado incontro, sempre più vicina…
Sto volando in una stupenda camicina da notte bianca di pizzo che, in realtà, non ho mai avuto nei miei perfetti cassetti di bambina fortunata. Ma adesso ce l’ho, in quell’armadio senza tempo che è il coma.
È così che è successo. Ed è così che è cambiata la mia vita, e con essa quelle di chi amavo. Cambiate per sempre.
Lì, in quell’ambulanza, librandomi leggerissima verso la luce, sono entrata in coma. Poco dopo mi sono ritrovata a volare su me stessa, su un letto di ospedale, nel più stretto isolamento, con quella lunga, candida ed eterea camicia da notte d’altri tempi.
Ed era dall’alto, mentre sfioravo il soffitto, che vedevo chiaramente Didi, l’altra me, attaccata a macchine e flebo con il pigiamino di bimba fortunata. Eravamo ambedue serene, io svolazzante come una versione bianca di Trilli, la fatina di Peter Pan, e l’altra addormentata dolcemente con quelle macchine che l’aiutavano nel suo sonno profondissimo. Le due Didi. L’antica camicina di pizzi candidi e il pigiamino da bimba della borghesia romana, due versioni per due situazioni. La vita eterna, la vita terrena. Eppure, sempre io.
Certo, potrebbe anche essere stato un sogno iniziato in quell’ambulanza. Ma allora perché tre mesi dopo, al mio violento e meraviglioso risveglio, ho potuto narrare altro? Ho raccontato i tre mesi di parole di tutti quelli che mi erano venuti a trovare, i pianti del papà, le preghiere della nonna e lo stordimento disperato della mamma, consapevole che stava perdendo me e aveva già forzatamente dovuto rinunciare a mia sorella, ormai grandicella, e anche al suo piccolino. Allontanati dalla famiglia per evitare il contagio.
Sì, perché tutto questo, la svolta della mia vita che, chissà, sarebbe potuta essere una favola, nasce da una cozza, uno stupido, succulento mitile dal morbido sapore, mangiato durante la passeggiata serale in uno di quei baracchini dove le servivano così, crude e condite con i limoni più gialli, classica usanza al mare in estate, al Circeo.
Epatite virale.
Nessuno era preparato. Allora non era una malattia comune, né esistevano reparti ospedalieri specializzati. Tant’è che nella fase iniziale della cura, ben prima di quella ambulanza, sono stata assistita in casa, dall’amico pediatra del mio adorato papà, perché “meglio a casa che in un orrido ospedale, confusa con malattie contagiose ben peggiori”, disse lui ai miei genitori appena capito quale fosse il problema.
È così che sono finita a volare sul mio corpo. Curata nel calore della mia casa dalla mamma e da Maria, l’infermiera-tata che già adoravo, perché era lei che fin da piccola accettava le mie bizze. Ma ero nel vuoto in quella casa, dove prima c’erano Gaby, mia sorella, e Cicci, il fratellino che iniziava appena a gattonare. Avevano dovuto allontanarli perché potevano essere contagiati. Nessun genitore abbandonerebbe la sua bimba malata. Ma neanche farebbe correre rischi agli altri figli sani. E così i miei genitori hanno dovuto seguire la scelta suggerita dal medico, la migliore per tutti, certi che sarebbe stato un periodo brevissimo, l’allontanamento di un attimo, e non un distacco. Invece, per tutti, è stata la bomba atomica. Che ci ha strappato la pelle, devastandoci la vita. Non un semplice e breve distacco, ma lo smembramento della nostra famiglia e di ognuno di noi individualmente. Dopo tutto un settembre di cure private, quando tutto era a un passo, a poche ore dal ritorno alla normalità, la mia guarigione cambia rotta ed ecco quell’ambulanza che nel buio di una serata romana di inizio ottobre mi porta via, e quella luce bianca e accecante che mi fa sollevare e volare verso di lei, verso Didi, l’altra me…
Vuol dire la mia pace nel coma e l’inizio del dolore vissuto dopo, per tutta la vita.
Il coma è pace: è vedere il tuo corpo che dorme di un sonno profondissimo, ascoltare la disperazione di chi ti ama, e sono stilettate nel cuore le parole di chi vuole che tu viva. “Continuare a curarla è come gettare secchi d’acqua nell’oceano”, ripetevano i medici ai miei. Medici convocati da tutto il mondo, perché Didi doveva farcela, ovviamente doveva.
Continuo a sentirla ancora oggi quella frase, così come vedo la disperazione e il dolore dei miei genitori a quelle parole che ogni volta affondavano come coltelli incandescenti nei cuori già martoriati. Mi hanno salvata, alla fine, ma hanno anche distrutto l’oceano di amore e felicità che era la mia famiglia prima di questo avvenimento. Ma so anche che più che i dottori e le cure, gli alambicchi e le attenzioni, che avevano ben poco effetto, mi ha salvato il mio papà, grande uomo e simbolo di amore come tutti i papà buoni del mondo.
Intanto continuo a volare serena sul mio corpo, ed entra la nonna: prega e invoca Dio che prenda lei che ha già vissuto, e che Dio mi renda alla vita. Nonna, perché? Sii serena. Io lo sono e lo è anche Didi, che vedi nel letto dove dorme dolcissima e le puoi accarezzare il viso, ancora più bello nel suo sonno profondo. Perché tanta disperazione? Li ascolto, sempre, capisco il loro tormento ma continuo a sorridere, certa così di riuscire a placare il loro dolore. Perché non mi lasciano andare? Avrei dovuto insistere, forse, per tutti loro cui non riuscivo a parlare e un po’ anche per me.
E invece proseguo, da spettatore “volante”, giorno dopo giorno, ad ascoltarli, a vederli senza cercare di avvicinarmi né di toccarli; la sensazione di essergli così vicino, dentro e intorno a loro, è talmente intensa da non farmi provare il bisogno di un contatto fisico terreno.
Ricordo Angelo, il mio infermiere preferito, che entrava nella stanzetta anche solo per salutarmi, non necessariamente per cambiare flebo o controllare macchine come facevano gli altri, nei loro passaggi costanti ma scanditi da orari prestabiliti; lui voleva semplicemente avere un’occasione per dirmi qualche parola, nella speranza che Didi aprisse gli occhi e si svegliasse da quel sonno così profondo.
Mi chiamava angelo Didi, anzi, tutti mi chiamavano così nei lunghi mesi che ho trascorso in quell’ospedale, e io quando ho fatto il grande tonfo del risveglio l’ho cercato, Angelo, e l’ho chiamato per nome.
“Ma come fa Didi a sapere il nome dell’infermiere se quando è arrivata in ospedale era già in coma?” Ma è semplice, quando Angelo entrava nel mio rifugio di silenzio mi parlava, e una delle prime cose che mi aveva detto era proprio il suo nome!
Ehi, vorrei dire a tutti: io c’ero in tutto quel lungo periodo del sonno profondo, vi vedevo e vi ascoltavo; ero con voi mentre vi guardavo dall’alto.
È questa la mia esperienza del coma: raggiungere quella splendida luce e, da lì, vedere il mondo che vive intorno alla te che non risponde alle parole, alle cure e all’amore che si pretende sia dei vivi.
Io c’ero, ed ero serena come mai prima o dopo sono stata, vi riempivo i cuori di amore e per questo la parola è superflua come lo è raccontare o stringere le mani. L’abbraccio grandioso del mio essere avreste dovuto sentirlo ancora più forte. Non provavo dispiacere per la difficoltà di scaldarvi l’anima e quindi placare il vostro male, e mi è oscuro il perché fossi serena anche di fronte alla vostra disperazione; chissà, forse ero certa che avreste compreso e sentito la mia presenza e la mia pace.
“Papà, calmati, io ci sono sempre per te, e se anche Didi dal suo sonno profondo mi raggiungesse, noi saremo sempre con te. Ti ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Doni
  3. Prefazione
  4. Introduzione
  5. Parte prima - Le testimonianze
  6. Parte seconda - Storia di un santo
  7. Parte terza - Il cervello che non c’è A colloquio con lo psichiatra Claudio Cundari
  8. Parte quarta - Il dizionario del “cervello che non c’è” a cura di Claudio Cundari
  9. Bibliografia
  10. Copyright