Spesso e volentieri molesto mia figlia declamando le mie idee su questo e su quello. Quando si arriva a parlare di scuola, di come io patisca il modo in cui molti genitori la intendono – palcoscenico per il loro piccolo capolavoro, palestra per precoci performer di successo, ma anche prolungamento delle cure familiari tutte coccole e concessioni –, lei mi ferma dicendo: «Senti chi parla!». Touché.
A partire dalla scelta della scuola materna, ho affannosamente e anche un po’ ossessivamente cercato per lei «il meglio». Ho fatto il diavolo a quattro per imbroccare le educatrici «giuste» (attente alla relazione, ma anche a offrire buoni stimoli al processo cognitivo, ma anche attente al processo di socializzazione, ma anche... ma anche…). Poi ho svolto indagini accurate per individuare la sezione delle elementari con le maestre «giuste» (il tempo pieno sì, certo, ma che sia pieno davvero, se il pomeriggio è come un doposcuola tutto il senso del tempo pieno si perde, e che diamine!).
Idem dicasi per le medie «giuste»: che fossero esigenti ma non troppo (bisogna prepararli questi ragazzini al botto del liceo però insomma la scuola non dev’essere neanche una galera, in fondo sono ancora bambini, sì però o consolidano le basi adesso o alle superiori poi è un trauma, anche se…); che garantissero attività pomeridiane (sennò poi nel pomeriggio che fanno, vanno in giro a far guai; il volley, magari, perché il gioco di squadra è decisamente molto formativo, ma anche la scuola di teatro, perché no); che non fossero troppo lontane da casa (ma neppure troppo vicine perché insomma anche imparare, magari in seconda, a usare i mezzi è importante per l’autonomia…).
Infine la scelta del liceo (classico, ovvio: what else?) non poteva che ricadere su quello «giusto» (selettivo ma non troppo, latino e greco di sicuro perché si ha un bel dire ma la cultura classica è un’altra cosa, sì però ci vuole una sperimentazione con un bel po’ di matematica perché, diciamocelo, al classico normale la matematica è una pena, e ovviamente anche l’inglese per cinque anni perché oggi come oggi dove vai senza l’inglese…).
Sì, dovrei stare zitta: io sono stata un esempio da manuale della madre convinta di aver messo al mondo un «piccolo capolavoro» per il quale immaginare una bella iscrizione alla scuola di quartiere più vicina, e amen, sarebbe stato offensivo.
Invece parlo. Primo, perché la mia hybris materna è già stata punita e sbeffeggiata dalla vita: non ne ho azzeccata una. La mia piccola «eletta» veniva sempre inserita nella scuola o nella sezione che avevo cercato di scantonare con tutta la mia, evidentemente scarsa, furbizia. Il che ha consentito a mia figlia di imbattersi in educatrici e maestre e professori straordinari. Non posso che ringraziare la pessima stratega che c’è in me. Secondo, posso parlare proprio perché, come si dice, ci sono passata. Ben aldilà dei miei presunti saperi professionali, conosco – anche se mi piace pensare di averne schivato, soprattutto grazie al mio discreto senso del ridicolo, le trappole più nefaste – l’ansia di controllo e la profonda ambivalenza dei genitori verso la scuola dei propri figli: «Te lo consegno, il mio tesoro, mandamelo a casa con voti ottimi, pochi compiti, ché poi ha la scherma, il nuoto, la danza, il circo, e nel fine settimana non si può passare il tempo a fargli fare i compiti, rimandamelo bello autonomo, bello educato, che legge che scrive che fa di conto che parla inglese…, te lo consegno ma non te lo affido, non potete venirmi a dire che non sta mai fermo nel banco, che non riesce a concentrarsi, che non sopporta la minima regola, che non c’è collaborazione da parte della famiglia, evidentemente non lo sapete prendere, il mio tesoro, non sapete fare il vostro mestiere, basta, cambio sezione, cambio scuola, lo ritiro e gli faccio fare il biennio o triennio o quadriennio, male che vada c’è pur sempre il CEPU…».
«Mi sa che sto invecchiando, dottoressa» mi diceva sconsolata Antonella, venticinque anni di onorata e appassionata carriera di insegnante elementare. «I bambini di oggi sono difficili, molto difficili, ma loro non si toccano: provo ancora piacere, dopo tanti anni, a guardare le faccette dei primini e pensare che staremo insieme per cinque lunghi anni. Con i genitori, invece, faccio sempre più fatica. L’altro giorno c’è stata la riunione di classe della prima: la mia collega e io – siamo al tempo pieno da sempre – ci siamo preparate come si deve, abbiamo introdotto la riunione spiegando bene qual era la nostra impostazione educativa quanto a regole e stimoli per facilitare il processo di socializzazione, per filo e per segno qual era il nostro metodo, il metodo globale, per l’apprendimento della scrittura e della lettura, l’importanza dell’ora di mensa come momento per consolidare il gruppo, insomma ce l’abbiamo messa tutta per creare le premesse della condivisione, della collaborazione. Finiamo di parlare: silenzio. Poi interviene una mamma e, con l’aria già un po’ agguerrita, dice: “Scusi ma non capisco perché ci chiedete di mettere in cartella una mela o dei cracker e non la solita merendina; quel che è abituato a mangiare mio figlio, se permette, non riguarda la scuola, e visto che mio figlio mi dice che il cibo della scuola non gli piace e anche di questo bisognerà parlare… perché, insomma, diciamocelo, la pasta e fagioli a sei anni forse non va bene; e poi, già che ci sono, quei compiti dal venerdì al lunedì sono proprio necessari? Saranno anche pochi ma noi lavoriamo tutta la settimana e nel weekend vorremmo stare un po’ tranquilli e in fondo questi bambini sono ancora piccoli; tra l’altro vorrei capire com’è questa storia delle lettere: mio figlio mi ha sgridato dicendo che non si deve dire Emme o Esse o Pi, che la maestra non vuole, che si deve leggere tutta la parolina. Ma, dico io, si è sempre fatto così, è dall’asilo che gli insegno a leggere usando le lettere, e comunque non mi sembra una buona cosa che un bambino si metta a sgridare i genitori invocando l’autorità della maestra…”.
«Capisce lo sconforto, dottoressa?» aveva continuato la maestra Antonella. «Noi avevamo dedicato quasi un’ora a spiegare perché avremmo insegnato a leggere e a scrivere con il metodo globale – si parte dalla parola intera per arrivare alle sillabe e poi alle lettere – e per questo chiedevamo ai genitori di collaborare. L’obiezione di quella mamma – ma qualche altro genitore assentiva col capo – non era nel merito, era seccata che suo figlio le facesse un’osservazione a partire da uno spunto ricevuto a scuola. Lo stesso vale per la questione della merenda. Avevamo spiegato, con pazienza, che l’intervallo è a ridosso dell’ora di mensa, che una merenda troppo nutriente rischia di togliere l’appetito, che non è bello per un bambino fare la parte dell’inappetente, sollecitato dalle maestre, osservato dagli altri bambini. Avevamo spiegato poi che certe merendine golose (lasciamo stare ora se facciano bene o male) creavano invidie e disuguaglianze nel gruppo classe e che, al nostro compito di educatrici (anche delle abitudini alimentari, certo) di tessere le lodi della frutta, una bella mela da casa avrebbe fatto comodo, come rinforzo, intendo.
«E poi i compiti: giuro, dottoressa, è una scheda, un’unica scheda, al più un disegno. I nostri bambini del tempo pieno lasciano lo zaino a scuola tutta la settimana, niente compiti, solo qualcosa dal venerdì al lunedì. Ma come lo introduciamo un bimbo al lavoro autonomo se non gli assegniamo la minuscola responsabilità di lavorare a un’unica benedetta scheda nell’arco di due giorni? Poi i genitori si lamentano quando più avanti i compiti diventano una caterva e le loro creature non sanno organizzarsi: o si ritrovano alle undici di sera seduti alla scrivania dei figli che strozzerebbero, a loro volta oggetto di fantasie parenticide, oppure, se hanno i soldi, vai con le ripetizioni o col tutor, come usa adesso. E poi, mi dica lei se sbaglio, dottoressa, ma non è un bene che un bambino torni casa con una cosa nuova, una cosa che ha imparato a scuola, che la difenda come una sua piccola conquista? Non è per questo che li mandiamo a scuola i figli? Perché allarghino i loro orizzonti, perché magari sì, una maestra, una persona fuori dalla famiglia, si faccia ascoltare, diventi un nuovo riferimento credibile? Perché vedere il conflitto dove c’è solo una possibilità di arricchimento? Qualche volta ho l’impressione che certi genitori di oggi vorrebbero tenerseli a casa i figli, assumere un istitutore, qualcuno che ossequiosamente assicuri l’acquisizione di nozioni, abilità e buone maniere e non dia seccature, proprio come si faceva per l’istruzione dei principini…»
Già, i principini.
Quanti film abbiamo visto, quanti libri abbiamo letto in cui sentivamo pena per certi Piccoli Lord che avrebbero voluto sporcarsi e sbucciarsi le ginocchia giocando liberi con, chessò, il figlio dello stalliere, imparare a spaccar legna o a zappare a costo di trascurare il francese. E non potevano: la loro immensa stanza dei giochi, nei film e nei romanzi, è desolatamente ricca di cose ma non di esperienze. La protezione, una prigione. Abbiamo provato pena per loro perché erano bambini soli.
Neppure la mamma di cui racconta Antonella ci parla di protezione «buona» né della sacrosanta ambizione a presidiare l’esperienza scolastica di suo figlio. Ci parla della sua difficoltà a pensare la scuola come un nuovo prezioso territorio di vita per il suo bambino. Un territorio dove può capitare di sbucciarsi le ginocchia, quelle vere e quelle metaforiche, e di dover modificare qualcuna delle preziose consuetudini familiari: tocca mangiare la pasta e fagioli, abituarsi a far merenda con la mela al posto della barretta soffice soffice che trasuda finto cioccolato, star seduti per ben più di dieci minuti, stare dentro i margini assegnati dalla scheda, e dentro i tempi di lavoro stabiliti da una signora sconosciuta che non dà retta solo a me; non si può parlare a vanvera a voce alta e con chi ci pare come si fa a casa perché altrimenti si fa una gran confusione e non si capisce niente, dice la maestra…
In quel territorio un bambino incontra i suoi talenti, le sue abilità. Tra queste, la capacità di governare i propri impulsi, di scendere a patti con la realtà, con i limiti; sperimenta la condivisione, la dimensione della comunità, con le sue regole, le frustrazioni e le gioie dell’avanzare insieme con i pari ma sotto la guida di chi ne sa di più. Piccoli cittadini crescono, potremmo scrivere sul portone di ogni scuola.
La rappresentazione che molti genitori di oggi coltivano, quando mandano i figli a scuola, non ha molto a che vedere con quel «mettere al mondo». È il mondo, là fuori, che deve occuparsi del mio principino: in modo il più possibile personalizzato e in continuità con gli stili familiari. La classe, il gruppo sono uno spiacevole inconveniente, piuttosto che un fattore educativo, come pensano quei noiosi dei pedagogisti, per non parlare degli psicologi.
Ma, in mancanza del personal trainer, bisognerà cercare delle maestre come si deve.
«Arianna è una bambina che va capita, bisogna saperla prendere, e la sua maestra, mi creda, dottoressa, proprio non ne è stata capace!»: è la mamma di Arianna che parla. Di maestre che non capiscono ce ne sono, per carità. Così come di notai o idraulici o psicologi incompetenti o lazzaroni. Lungi da me imbastire difese d’ufficio di una scuola, la nostra, che sappiamo tutti in profonda sofferenza: ammalata di un male grave che si chiama abbandono e deprivazione. Ma scavando un po’ nelle parole di questa mamma non è difficile coglierne la contraddittorietà, la mission impossible che certi genitori assegnano alla scuola. «Arianna» precisa la mamma «è argento vivo, sempre stata, ha una carica di energia che fa paura. Una bambina così non puoi tenerla seduta in un banco tutto il tempo. Pensi che anche casa, a cena, si alza ogni due bocconi, le viene in mente di andare a prendere questo o quello, e intanto racconta racconta, io e il padre non riusciamo a scambiare due parole perché lei vuole tutta la nostra attenzione. È carattere, è così. Io le faccio fare molto sport proprio perché si scarichi, anche perché la sera per lei andare a letto è un castigo e se è stanca a un certo punto cede. Ora, tu che fai la maestra com’è che non capisci che una bambina così devi lasciarla muovere, devi ascoltarla quando vuole dirti qualcosa, non puoi continuare a ripeterle: “Torna al tuo posto, me lo dici dopo, ora stiamo lavorando, disturbi i tuoi compagni…” e cose così. Insomma, risultato: siamo a metà della seconda e Arianna è ben lontana dal saper scrivere, la lettura è una pena. Io vedo i figli delle mie amiche: sono molto più avanti… Quando parlo con la maestra mi sento dire che lei non ha solo Arianna in classe, che comunque è interesse della bambina trovare un compromesso, un equilibrio tra la sua irrequietezza e le regole del lavoro a scuola… Ma quale irrequietezza, scusi: Arianna è vivace, è esuberante, anche noi in casa siamo così, non siamo certo soldatini silenziosi, siamo persone molto estroverse, brillanti direi. Bisogna solo saperla prendere, con un po’ di pazienza, poi le cose le fa. Insomma, io sarei per cambiarle sezione, o addirittura scuola, se mi fanno storie.»
Ho provato a ragionare con la mamma di Arianna. Ho provato ad accennare alla possibilità che, tenendo duro, appoggiando anzi le richieste della maestra, rinforzandole anche a casa, la sua bambina possa arrivare a governare meglio l’irrequietezza, pardon, l’esuberanza. Le ho chiesto se non sarebbe stata più contenta anche lei di poter cenare la sera un poco più distesamente senza quella molla molesta che salta su e giù dalla sedia, riuscendo magari a imbastire una conversazione anche tra adulti. Se non sarebbe stato meglio anche per Arianna fare il gioco del «soldatino silenzioso», ogni tanto, quanto meno per predisporsi a una qualche vita sociale di soddisfazione. (Ho immaginato, tornando con il pensiero al tempo in cui da mamma ospitavo l’esercito di amichetti della mia bambina, di avere per casa una bimbetta così: no, non credo che avrei incoraggiato quell’amicizia.)
La mamma di Arianna mi ha guardata sempre più inorridita: «No, scusi, dottoressa» ha esclamato alla fine «non saranno mica tutti giri di parole per dirmi anche lei che mia figlia è ipercinetica?» «Anche chi, signora?» «La maestra, ovviamente: l’ultima che mi ha tirato fuori è il consiglio di far vedere la bambina da uno specialista perché secondo lei potrebbe avere i sintomi della sindrome ipercinetica o iperattiva o come diamine si chiama. Ma se lo scorda, è lei che non sa fare il suo mestiere…»
Non so che fine abbia fatto la maestra di Arianna. Io, con la sua mamma, non ho avuto fortuna. O, meglio, non ho saputo guadagnarmi il suo ascolto. Sono stata dismessa come consulente. Temo, però, che Arianna avesse una brava maestra, una maestra che capisce i bambini e la loro sofferenza.
Ipercinetico: un aggettivo che spaventa, una parola abusata. Occorrerebbe andarci piano con le parole. Leggevo che più del novanta per cento dei bambini che visita i centri di neuropsichiatria infantile degli Stati Uniti viene definito ipercinetico, ma di questo solo l’otto/dieci per cento è afflitto da un vero e proprio quadro patologico (la sindrome cosiddetta ADHD, Attention Deficit Hyperactivity Disorder). La mia impressione è che ci sia una certa disinvoltura, anche qua da noi, nell’uso di questo termine per indicare un bimbo irrequieto, che fatica a concentrarsi. Ma è altrettanto vero che i sintomi che definiscono questo disturbo (secondo il DSM-IV, il manuale di classificazione dei disturbi mentali più utilizzato nel mondo) sembrano attagliarsi in non poca parte a molti dei bambini di oggi.
DISATTENZIONE
1. Incontra difficoltà nell’esecuzione di attività che richiedono una certa cura.
2. Ha difficoltà a mantenere l’attenzione nello svolgere incarichi, compiti o nelle attività varie, interrompendosi continuamente o passando ad attività differenti.
3. Quando gli si parla sembra non ascoltare.
4. Non segue fino in fondo le istruzioni e non porta a termine i compiti di scuola, le commissioni che deve fare o gli incarichi.
5. Ha difficoltà a organizzarsi negli incarichi, nelle attività, nei compiti.
6. Evita, non gli piace o è riluttante ad affrontare impegni che richiedono uno sforzo mentale continuato (es. i compiti di scuola).
7. Non tiene in ordine le sue cose e perde spesso ciò che gli necessita per il lavoro o le attività (es. giocattoli, diario, matite, libri).
8. Si lascia distrarre facilmente da stimoli poco importanti.
9. È sbadato, smemorato, nelle attività quotidiane.
IPERATTIVITÀ/IMPULSIVITÀ
1. Da seduto giocherella con le mani o con i piedi o non sta fermo o si dimena.
2. Lascia il suo posto in classe o in altre situazioni dove dovrebbe restare seduto.
3. Corre intorno e si arrampica di continuo, quando non è il caso di farlo.
4. Ha difficoltà a giocare o a intrattenersi tranquillamente in attività ricreative.
5. È sempre «sotto pressione» o spesso si comporta come se fosse azionato da un motore.
6. Non riesce a stare in silenzio: parla troppo.
7. «Spara» le risposte prima che sia terminata la domanda.
8. Ha difficoltà ad aspettare il suo turno.
9. Interrompe o si intromette (es. nelle conversazioni o nei giochi degli altri).
È capitato a tutti, come al protagonista di Tre uomini in barca (l’imperdibile romanzo dell’umorista inglese Jerome K. Jerome), di riconoscersi per intero nell’elenco dei sintomi di una qualche malattia. Quando studiavo i miei libroni di psicopatologia non c’era sintomo psicotico pur gravissimo da cui non mi sentissi afflitta. Non credo affatto che i nostri bambini siano tutti ammalati di ADHD, un disturbo grave che solo in una percentuale minima di casi, e con ben altri strumenti di accertamento oltre al mero aspetto descrittivo, può essere fondatamente diagnosticato. Però, la suggestione di quell’arido elenco fa riflettere. Dovrebbe farci riflettere. Io conosco tanti, troppi bambini che l’elenco potrebbe descrivere. Se è vero che osservando un bambino occorre grande cautela prima di ipotizzare una qualche forma di vero e proprio disturbo psicologico, può essere utile ricordare che, specie nei bambini, esseri in costante e a tratti vertiginosa evoluzione, la soglia tra fisiologia e patologia dei comportamenti è fluida, mobile, che l’una sconfina nell’altra.
Può essere utile ricordare che dietro le parole fredde e insieme spaventose della psicopatologia ci sono quelle comuni, che conosciamo tutti: un bambino triste e spaventato non è meno infelice di un bambino depresso. Così, un bambino che non sta m...