Ora e per sempre raccoglie due racconti che rappresentano, ciascuno in modo differente, il cuore della poetica di Ray Bradbury, maestro dall'incomparabile talento e dall'irrefrenabile creatività, che con i suoi romanzi ha trasformato il paesaggio letterario americano.
In Da qualche parte suona un¿orchestrina uno scrittore è attirato da poesie e da sogni nel minuscolo villaggio di Summerton, Arizona, dove non ci sono bambini piccoli e i cui abitanti sembrano non invecchiare mai. Ipnotizzato dalla fortissima magia rurale e da una bellissima ed enigmatica donna che porta il nome di una regina egizia, lo scrittore scoprirà ben presto che la comunità nasconde un segreto, tramandato per secoli all'insaputa del resto dell'umanità. Un segreto che ha a che fare con i libri e le storie, e che va svelato prima dell'arrivo di una spietata distruzione.
Con Leviatano '99, Bradbury ritorna nel cosmo per reinventare il capolavoro di Herman Melville, incentrato su ossessioni e mari aperti, trasformando la grande balena in una cometa divoratrice di mondi. Nell'anno 2099, l'astronauta fuggiasco Ismaele Jones sale a bordo del Cetus 7, e affida il proprio destino nelle mani di un folle capitano che caccia alla cieca la coda del mostro celeste. E nel vuoto impietoso, una ciurma di viaggiatori terrestri e alieni dovrà fronteggiare un giudizio divino e un "nemico" che dispone della più spaventosa delle armi: il Tempo...

- 184 pagine
- Italian
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Ora e per sempre
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Da qualche parte suona un’orchestrina
“Da qualche parte”
Alcune storie – racconti brevi, novelle o romanzi che siano –, è facile capire, vengono scritte sull’onda di un unico slancio, netto e istantaneo. Altre rimbalzano da un evento all’altro per una vita intera e soltanto molto tardi si assemblano a formare un tutt’uno.
Quando avevo sei anni, mio padre, a cui piaceva molto viaggiare, portò tutta la famiglia in treno a Tucson, in Arizona, dove vivemmo per un anno in un ambiente in via di sviluppo; per me fu elettrizzante. La città era molto piccola e ancora in espansione. Non c’è niente di più eccitante che essere parte dell’evoluzione di un luogo. Provavo un senso di libertà in quel posto e conobbi anche parecchi splendidi amici.
Passato un anno, ci ritrasferimmo a Waukegan, in Illinois, dov’ero nato e avevo trascorso i primi anni di vita. Ma quando compii dodici anni tornammo a Tucson, e quella volta provai un senso di euforia ancora più forte poiché vivevamo fuori dai confini della città e ogni giorno andavo a scuola a piedi, attraversando il deserto, passando di fianco a tutte le straordinarie varietà di cactus, incontrando lucertole, ragni e, di tanto in tanto, serpenti; facevo la seconda media e quello fu l’anno in cui incominciai a scrivere.
Poi, diverso tempo dopo, quando trascorsi quasi un anno in Irlanda per scrivere la sceneggiatura del Moby Dick di John Huston, mi imbattei nelle opere dell’umorista canadese Stephen Leacock. Tra queste trovai un incantevole libriccino intitolato Sunshine Sketches of a Little Town.
La lettura mi prese al punto che cercai di convincere la Mgm a produrne un film. Buttai giù a macchina qualche pagina preliminare per far capire alla casa di produzione come avevo pensato di tradurre il libro in immagini. Quando la Mgm perse del tutto interesse per la proposta, rimasi con in mano l’inizio di una sceneggiatura che evocava l’atmosfera di una piccola città. Tuttavia, allo stesso tempo, non riuscivo a fare a meno di pensare alla Tucson che avevo conosciuto e amato quando avevo sei anni e poi da dodicenne, così cominciai a scrivere la mia sceneggiatura e il mio racconto di una cittadina sperduta da qualche parte nel deserto.
In quegli stessi anni mi capitò di incontrare Katharine Hepburn, sia personalmente che sullo schermo, e rimasi estremamente colpito dal fatto che con il tempo il suo aspetto non era affatto mutato.
Nel 1956, sul finire dei suoi quarant’anni, Katharine girò il film Tempo d’estate. In qualche modo questo mi convinse a costruire proprio intorno a lei la storia di cui ancora non avevo trovato il titolo. Da qualche parte suona un’orchestrina, naturalmente, stava prendendo forma.
Una trentina di anni fa vidi un film intitolato Il vento e il leone, con protagonista Sean Connery e una favolosa colonna sonora di Jerry Goldsmith. Quella musica mi prese a tal punto che mi sedetti, la suonai, e scrissi una lunga poesia ispirata a quelle incantevoli melodie.
Questo divenne un altro degli elementi di Da qualche parte suona un’orchestrina, mentre andavo avanti con l’inizio di una storia che non avevo ancora del tutto afferrato, anche se sembrava che finalmente tutti i frammenti si stessero mettendo insieme: l’anno che trascorsi a Tucson a sei anni, quello che vi passai quando ne avevo dodici, i vari incontri con Katharine Hepburn, compresa la sua magica interpretazione in Tempo d’estate, e la mia lunga poesia ispirata alle musiche del Vento e il leone. Tutti questi elementi si unirono e mi diedero l’ispirazione per iniziare un lungo prologo al racconto che, infine, ne seguì.
Oggi, guardandomi indietro, mi rendo conto di quanto sia stato fortunato ad aver raccolto tutti quegli elementi, ad avere atteso che fossero pronti e, infine, ad averli assemblati per ottenere questo risultato: Da qualche parte suona un’orchestrina. Sono stato fortunato ad avere trovato così tanti “aiutanti” lungo la strada. Fra loro, nel caso di questa storia, la mia cara amica Anne Hardin, che negli ultimi anni mi ha dato un forte incoraggiamento per far sì che venisse pubblicata. È per questa ragione che dedico questo lavoro anche a lei.
Nel corso degli anni, com’è facile intuire, avevo sperato di finire il racconto in tempo per far recitare a Katharine Hepburn, non m’importava che età avesse, il ruolo della protagonista, a teatro o in un adattamento cinematografico. Katie attese paziente, ma gli anni passarono, lei si stancò e, alla fine, lasciò questo mondo. Perciò, non può che essere lei a meritare la dedica con cui questa storia ha inizio.
Da qualche parte
suona un’orchestrina...
per Anne Hardin
e Katharine Hepburn,
con affetto
suona un’orchestrina...
per Anne Hardin
e Katharine Hepburn,
con affetto
I
C’era una prateria deserta piena di vento, di sole e di artemisie, e di un silenzio che sbocciava dolcemente in fiori selvatici. C’era un binario ferroviario ad attraversare quel silenzio, e proprio in quel momento le rotaie vibrarono.
Subito dopo, da oriente un treno scuro si avvicinò di corsa avvolto da fiamme e vapore, il cui fragore percorse la stazione. Diminuì la velocità a mano a mano che si avvicinava a un binario cosparso di coriandoli, i frammenti di antichi biglietti obliterati da controllori di passaggio.
La locomotiva rallentò quanto bastava per catapultare fuori una valigia, e far saltare giù un giovanotto con indosso un abito estivo da quattro soldi, e la terra correva mentre il treno, con un rombo, saettava via a tutta velocità come se la stazione non fosse esistita, né il bagaglio, né il suo proprietario che, in quell’istante, arrestò la sua corsa sballottata per guardarsi in giro mentre la polvere tornava a depositarsi intorno a lui e, in lontananza, si profilavano vaghi i contorni di piccole case.
«Dannazione» sussurrò. «Ci sarà pur qualcosa qui, dopotutto.»
Altra polvere venne spazzata via, e si svelarono altri tetti, guglie, e alberi.
«Perché?» sussurrò. «Perché sono venuto qui?»
Si rispose a voce ancora più bassa: «Perché».
II
Perché.
La notte precedente nel dormiveglia aveva sentito qualcosa scrivere all’interno delle sue palpebre.
Senza aprire gli occhi, lesse le parole mentre scorrevano:
Da qualche parte suona un’orchestrina,E suona melodie fra le più arcane,Di semi di girasole e uomini di marinaChe fluttuano con lune delle più strane.Da qualche parte un batterista smaniaE palpita per i tempi ingratiDei giorni d’estate ha memoriaIn futuri non ancora nati.
«Resisti» si udì dire.
Aprì gli occhi e la scrittura s’interruppe.
Sollevò quasi completamente la testa dal cuscino e poi, ripensandoci, ve la adagiò di nuovo.
Con gli occhi chiusi la scrittura ricominciò all’interno delle palpebre.
Futuri tanto lontani da essere antichitàE ammantati di polvere egiziaChe odora di tomba e lillà,E di seme esaurito di lussuriaE la pesca che pende da un ramoTroppo distante nel cielo per essere afferrata,Ecco mummie simili ad amene aragosteRicorda gli antichi futuri e insegnali.
Per un istante sentì gli occhi palpitare e chiudersi stretti, come a voler trasformare quelle righe in qualcos’altro o farle svanire del tutto.
Poi, mentre guardava nell’oscurità, esse ripresero forma nel crepuscolo più intimo della sua mente, e le parole erano queste:
E bambini seduti sul pavimento di pietraChe cavano fuori le proprie esistenze nella sabbia,Ricordando morti che non avverrannoIn futuri invisibili di terre lontaneDa qualche parte suona un’orchestrinaDove la luna non tramonta mai nel cieloE nessuno d’estate riposaE nessuno s’accascia per morireE il Tempo allora non fa che proseguire per l’eternitàE i cuori allora continuano a palpitareAl suono dell’antico tamburellare del tamburo lunareE lo scivolare dei piedi dell’Eternità.
«È troppo» si udì sussurrare. «Troppo. Non posso. È così che nascono le poesie? E da dove viene questa? È finita?» si domandò.
E, ancora incerto, appoggiò di nuovo la testa sul cuscino, chiuse gli occhi e comparvero queste parole:
Da qualche parte anziani vaganoE al meriggio s’adagianoE nei campi di grano laggiù riposanoPer ridestarsi come neonati sotto la lunaDa qualche parte bambini, anziani, ozianoE sanno cos’è essere mortiE abbandonano il pianto per riflettereChe l’oblio limava sotto i letti.A lunghe tavolate desinanoDove la Vita un banchetto di carne imbandisce,Dove l’in-abile si rende abileE il viziato indossa nuove maschere di insolenzaDa qualche parte suona un’orchestrinaOh senti, oh senti, che melodia!Se la imparerai ballerai in eterno sulle sue noteIn giugno...E ancora giugno...E sempre in giugno...E Morte sarà stolta e non astutaE Morte giacerà muta in eternoIn giugno e in giugno e sempre in giugno.
Il buio adesso era totale. Il crepuscolo silenzioso.
Spalancò gli occhi e rimase a fissare il soffitto, incredulo. Si girò nel letto, afferrò una cartolina sul comodino e prese a osservarla.
Alla fine disse, quasi ad alta voce: «Io sono felice?».
E si rispose: «Io non sono felice».
Molto lentamente si alzò dal letto, si vestì, scese al piano di sotto, s’avviò verso la stazione, comprò un biglietto e prese il primo treno diretto a ovest.
III
Perché...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Ora e per sempre
- Da qualche parte suona un’orchestrina
- Leviatano ’99
- Copyright