
- 308 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
Vendute!
Informazioni su questo libro
A sedici anni è partita felice per lo Yemen, il paese di suo padre, sognando il sole, le palme e altre esotiche meraviglie. Per Zana Muhsen avrebbe dovuto essere una magnifica vacanza. Invece è stato un lunghissimo incubo. Perché Zana è stata comperata per diventare la moglie di un ragazzo yemenita, per vivere quasi come una schiava nel più sperduto dei villaggi. Un orribile destino che Zana condivide con sua sorella Nadia. La cronaca allucinante di otto anni di sofferenze, di odio, di disperazione. La storia della ribellione di Zana e della rassegnazione di Nadia. Una testimonianza sconvolgente che commuove e fa riflettere.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Vendute! di Zana Muhsen, Francesco Forti in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788804379881eBook ISBN
9788852029059ZANA MUHSEN
con Andrew Crofts
VENDUTE!
Traduzione di Francesco Forti

Vendute!
Prefazione
di Betty Mahmoody,
autrice di Mai senza mia figlia
Quando nel 1984 ho lasciato gli Stati Uniti insieme alla mia figlioletta di quattro anni per accompagnare mio marito a Teheran, provai una certa apprensione, nonostante non avessi ancora mai sentito parlare di donne trattenute come prigioniere da mariti di nazionalità diversa dalla loro, o di bambini strappati alle loro madri. Non sapevo neanche che in seguito al matrimonio sia io che mia figlia eravamo diventate automaticamente cittadine iraniane e che perciò non avremmo potuto lasciare l’Iran senza il permesso di mio marito.
Diciotto mesi più tardi, quando è finito il nostro incubo, era opinione comune in America che la nostra vicenda fosse un caso isolato. Ma dopo aver scritto la mia storia e in seguito ai viaggi che ho fatto per la promozione del mio libro, ho potuto rendermi conto che sia negli Stati Uniti sia in Europa si erano verificati numerosi drammi simili al mio. Però la maggior parte delle donne che avevano vissuto esperienze simili alla mia non avevano il coraggio di farne parola, perché si sentivano in colpa e pensavano che il loro caso fosse unico. Mi sono proposta quindi di lottare contro questo pregiudizio.
Oggi nel mondo occidentale vi sono numerose coppie miste e molti bambini ottengono la doppia nazionalità. Tuttavia alcuni islamici, come mio marito o il padre di Zana Muhsen, rimangono intimamente in conflitto con la cultura del loro paese di adozione. Taluni di loro non sono in grado di sopportare l’idea che i loro figli e soprattutto le loro figlie vengano educate nel cuore di una società non islamica e pertanto a loro avviso impura. Fanno quello che ritengono essere il loro dovere: rapiscono i loro figli e li trattengono come ostaggi all’interno del loro paese di origine.
A partire dal 1988, da quando cioè sono venuta a conoscenza delle vicende di Zana e di sua sorella Nadia, non ho smesso di pensare a loro: la nostra lotta per riacquistare la libertà è stata identica. Ho provato una grandissima gioia quando ho saputo che Zana era riuscita a lasciare lo Yemen e a scrivere un libro. Ho sentito un vivissimo desiderio di leggerlo senza dover attenderne la pubblicazione e sono riuscita a farmelo inviare in bozza dall’editore inglese. La sua storia mi ha sconvolta.
Il desiderio perfettamente naturale di conoscere la terra che aveva dato i natali al loro padre, ha proiettato queste due giovani al centro di una vera e propria tragedia. Zana e Nadia, due ragazze inglesi nate e cresciute a Birmingham, perfettamente integrate nel loro ambiente, con una vita identica a quella delle loro coetanee, sono state vendute dal loro padre, sposate contro la loro volontà e trattenute a forza nello Yemen. Per sopravvivere sono state costrette a integrarsi in una società arretrata e a diventare una sorta di schiave all’interno della nuova cultura loro imposta.
Impossibilitate a comunicare con la famiglia di origine, incapaci di entrare in rapporto col nuovo ambiente – dal momento che non conoscevano una parola di arabo – sono state costrette a vivere in villaggi diversi. È oltremodo difficile resistere alla solitudine, anche per gli spiriti più coraggiosi, e non farsi prendere dallo scoramento quando si è totalmente privi di aiuto... tuttavia Zana non ha mai rinunciato a lottare.
Quando ero prigioniera in Iran, mi sono stupita io stessa di quanta forza e determinazione fossi capace di dimostrare, ma io ero una donna adulta. Zana era ancora quasi una bambina, come ha fatto a trovare tanto coraggio?
Zana e Nadia sono rimaste prigioniere nello Yemen per ben sette anni prima che la loro vicenda fosse resa pubblica da noi. Quando i mass media sono riusciti a informare la gente del mondo occidentale, il governo yemenita è stato costretto a intervenire per salvare la faccia. Zana ha così potuto approfittare di quest’occasione per fuggire, ma è stata obbligata ad abbandonare il suo figlioletto di due anni; quindi le è stato possibile rientrare in Inghilterra dove ha proseguito la lotta per salvare sua sorella.
Col fatto stesso di avere raccontato la sua storia, Zana è diventata testimone di una realtà che è ancora totalmente sottovalutata. Perciò ha parlato anche a nome di tutte le donne del terzo mondo che non hanno mai avuto la possibilità di denunciare le loro sofferenze, perché totalmente represse e asservite.
Ogni volta che si leva una voce contro l’oppressione, si accorda con quelle che l’hanno preceduta e apre la strada a quelle che seguiranno.
Betty Mahmoody
Si chiama Mackenzie, ma io lo chiamo Mackie, mi piace di più. Lo amo e credo che anche lui mi ami. Ma a quindici anni non si parla ancora d’amore.
Ecco cosa ci dicemmo l’ultimo giorno in cui ci siamo visti: «Ti mancherò, Mackie?».
«Certo che sì... ma tu te ne vai in vacanza, non sei contenta? Io invece me ne resto a Birmingham tutta l’estate, miseria ladra!»
Poi a un certo momento la musica finisce, si smette di ballare, dobbiamo rientrare ciascuno a casa propria, se no mamma e papà si mettono a gridare, allora ci si saluta:
«Ciao Mackie...»
E il bacio esprime quello che le parole non possono dire.
«Ciao Zana.»
E il suo sguardo che mi accarezza dall’alto in basso la dice più lunga.
Era soltanto ieri sera. Poi è venuta la notte, quindi l’alba, qualche ora d’autobus e poi, all’aeroporto, la mia colazione mattutina: una tazza di tè con un cornetto. Papà e mamma non mi tolgono gli occhi di dosso e io mi sento agitatissima.
«Mamma, se non mi trovo bene laggiù, posso tornare indietro subito?»
«Certo, Zana, puoi ripartire all’istante... Che cosa ti prende ora? Sembravi così contenta!»
«Certo, sono contentissima... il fatto è... se non mi trovassi bene laggiù?»
«Non penso proprio che non ti troverai bene laggiù, tu che sei pazza per il sole, appena sarai arrivata nello Yemen, dimenticherai l’Inghilterra!»
Queste domande le ho fatte in un momento nel quale papà non poteva sentire, per non mortificarlo, lui e i suoi due amici.
Papà mi manda con loro due, mi accompagnano nello Yemen, il paese dove è nato. Abdul Khada e suo figlio Mohammed mi hanno invitata a passare un lungo periodo in casa loro, assieme alla loro famiglia, e mi accompagnano in questo viaggio; sono tanto carini e premurosi. Se avessi mostrato quanto sono agitata, con tutte quelle domande, sarebbero rimasti proprio male.
Abdul Khada è un amico di mio padre. Ha quarantacinque anni, i capelli ricci e nerissimi, due baffoni autoritari e un’eleganza un po’ compassata. Ha l’aria più imponente di quella di mio padre, che si tiene sempre un po’ curvo. Lui invece sta impettito e sembra sicuro di sé, nonostante la sua statura non alta. Mohammed è suo figlio maggiore; è più piccolo di lui, grassoccio e simpatico, e anche amichevole e cordiale. A dire il vero, il padre ha un’espressione piuttosto scostante e il suo volto non è attraente, mentre invece il figlio è proprio carino. Mohammed è già sposato e ha due bambini. So pochissimo di loro due, so solo che sono amici di mio padre.
«Hai paura a viaggiare in aereo, Zana?»
«Non ti preoccupare, mamma...»
Veramente, un po’ di paura ce l’ho, ma non voglio confessarlo. Ho un carattere tutto d’un pezzo e ho la testa dura. Però questo battesimo dell’aria che mi porterà migliaia di chilometri lontano da casa mia mi sgomenta, come se mi minacciasse qualche pericolo, sento una specie di strano buco nello stomaco, o meglio me lo sento stretto. Sarà a causa del fatto che viaggio in aereo per la prima volta. È una cosa che fa una certa impressione, ma non voglio che gli altri se ne accorgano.
«Perché non mi avete fatto partire insieme a Nadia?»
«Tua sorella ti raggiungerà fra quindici giorni, non farai neanche a tempo a sentire la sua mancanza.»
Mamma ha fiducia in me, sa che sono una ragazza ragionevole. Mentre parliamo mi riordina gli abiti cercando di togliere le pieghe alla gonna a fiori che mi si è spiegazzata.
«Vedrai quanto bel sole prenderai laggiù. Appena arrivi, dopo che hai incontrato tuo fratello e tua sorella, scrivimi. Dove hai messo la valigia?»
La tenevo in mezzo ai piedi con i miei leggeri sandaletti di cuoio. Mi porto via soltanto abiti leggeri, gonne di ricambio e magliette, un po’ di articoli da toilette, qualcuno dei miei amati libri e un certo numero di musicassette. Ho messo tutto in valigia, la mia prima valigia nuova, tutta marrone.
Nadia ne ha avuta in regalo una blu. Una settimana fa siamo andate a fare shopping ai grandi magazzini. All’idea di questo viaggio mi sentivo piena di allegria, oggi chi sa perché, mi sento depressa.
Ci sono uomini d’affari con le loro valigette ventiquattrore che corrono a prendere i primi aerei del mattino. L’aeroporto si anima tutto a un tratto: il pannello luminoso è tutto un brulicare di cifre e lettere che indicano voli per il mondo intero, è uno spettacolo affascinante vedere tutte quelle lucette che rappresentano l’intero pianeta e io sono come ipnotizzata in questa sala d’aspetto, e mi rendo conto che il mondo è immenso.
Mio padre e i suoi amici tornano dalla terrazza panoramica dalla quale si ammirano gli aerei che decollano. Papà sembra di buon umore dietro i suoi mustacchi oggi piuttosto battaglieri, con le mani in tasca e il suo solito atteggiamento con le spalle curve; chiacchiera animatamente con i suoi amici arabi.
Papà sorride di rado, la sua espressione è quasi sempre seria e preoccupata.
«Zana... spero che ti mostrerai rispettosa col mio amico Abdul Khada, comportati sempre in modo educato, quando abiterai assieme alla sua famiglia.»
«Certo, papà.»
«Fra poco è l’ora dell’imbarco, muoviamoci!»
Ci precede Abdul Khada assieme al figlio Mohammed. Mostra i passaporti, i biglietti e si occupa delle formalità mentre io abbraccio e bacio mamma davanti all’ultimo ingresso. Mi sento sempre più agitata. Papà che non ama le smancerie e mi bacia soltanto in occasione delle feste solenni, si china rapidamente e mi sfiora la guancia con le labbra dandomi un ultimo consiglio:
«Ti affido al mio amico Abdul Khada, a casa sua è un uomo molto rispettato, fai tutto quello che ti dice, obbedisci. È stato molto generoso a invitarti... mi hai capito, Zana?»
«Sì papà.»
Mi sembra di stare nella nebbia, ho la testa piena di idee strane: e se casca l’aereo, e se precipito in mare e affogo, e se ho il mal d’aria, e se decido di non partire affatto e di aspettare Nadia? Impossibile, papà si arrabbierebbe terribilmente. Oltrepasso docile il posto di polizia e la dogana, sempre seguendo i passi delle mie due guide. Osservo la mia valigia che se ne va sul «tapis roulant» e la vedo sparire definitivamente dietro una cortina di plastica. Mi volto disperatamente per vedere mamma per l’ultima volta. Perché non viene con me? Tutta sola con questi due uomini baffuti, con l’espressione torva, mi sento così piccola e indifesa.
Davanti a noi c’è l’immenso aeroporto: l’aereo è quasi all’ingresso della pista, il vento soffia forte e mi schiaccia addosso la gonna a fiori. Mi sento mancare il fiato, cerco di vedere ancora una volta mamma dietro i vetri dell’ingresso, ma non riesco a distinguere i volti. Il vento mi manda i capelli in bocca, sanno di shampoo al miele e alla vaniglia, un sapore da vacanze.
Sarà un viaggio «super», non abbiamo fatto altro che ripetercelo Nadia e io. Ho soltanto un po’ di paura a entrare nella pancia di questa enorme aquila immobile che sta per inghiottirmi. A ogni passo diventa più grande. Non avrei mai immaginato che un aeroplano potesse essere talmente enorme. Non ne ho mai visti così da vicino, soltanto quando volano nel cielo sopra Birmingham: sembrano lucide saette con una coda di fumo bianco.
Sento il cuore che batte; «vado in vacanza, vado in vacanza», non faccio che ripetermi questa frase come se fosse una formula magica. Mi aspettano sei settimane di sole, di mare, di libertà, di scoperte, assieme a gente sconosciuta in un paese ignoto. Eccomi buttata nel mondo, per la prima volta.
Fino alla sera prima, vedendoci uscire di casa papà diceva a me e a Nadia: «Non rientrate tardi voialtre due! E attente ai ragazzi, non parlate con gli sconosciuti per la strada!».
Come educatore delle sue figlie è severo e pignolo.
Però fino a ieri mi sentivo sicura, assieme ai miei, a casa, nel nostro quartiere, nella nostra città; con papà e il suo tono autoritario e mamma col suo sorrisetto triste.
Nadia e io abbiamo fatto una festicciola d’addio con i nostri amici, e per una volta papà non è stato troppo scocciante con le sue richieste di spiegazioni, anzi è stato quasi gentile. Invece di solito quando vado a trovare Lynette, una mia amica, oppure voglio semplicemente starmene un po’ per conto mio fuori di casa, lui sospetta chissà quali tresche. Sono stata costretta a uscire quasi sempre di nascosto, fidando nella protezione di mamma. Se papà sapesse che fumo, e che ho un filarino... Dio ce ne scampi! Come sfuggire ai ceffoni e alle scenate nelle quali vomita vituperi contro la degenerazione della gioventù inglese. A volte mi sembra di detestarlo. Ho quindici anni e ne compirò sedici fra poco, ormai Nadia e io dovremmo avere un po’ più di libertà. I rapporti fra le nostre coetanee di Birmingham e i loro genitori sono molto diversi.
Mi arrampico sulla scaletta passo passo dietro ad Abdul Khada. Mi giro un’ultima volta a guardare il terminal dell’aeroporto, che ora è diventato quasi piccolo per la distanza. Non faccio che pensare a Nadia, e così mi fa meno impressione l’aereo che mi sta inghiottendo.
Povera Nadia, quella stupida storia del suo presunto furto ai grandi magazzini le ha impedito di partire insieme a me. Ha dovuto aspettare l’autorizzazione dell’assistente sociale, e così le date dei nostri rispettivi viaggi non hanno più potuto coincidere. Quella brava donna è perfino venuta a casa nostra per informarsi sul perché di queste vacanze all’estero. Mamma le ha spiegato tutto: gli amici di papà, l’occasione di rivedere il fratello e la sorella, il sole che ci avrebbe fatto bene alla salute... Infatti a Birmingham ne prendiamo veramente poco.
All’inizio anzi era Nadia l’unica che doveva partire. Ashia, la nostra sorellina, e...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Vendute!
- Copyright