
- 184 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Il castello dei destini incrociati
Informazioni su questo libro
"Mi sono applicato soprattutto a guardare i tarocchi con attenzione, con l'occhio di chi non sa cosa siano, e a trarne suggestioni e associazioni, a interpretarli secondo un'iconologia immaginaria. Quando le carte affiancate a caso mi davano una storia in cui riconoscevo un senso, mi mettevo a scriverla." (Dalla 'nota' di Calvino all'edizione del 1973) Le storie intrecciate di un gruppo di viaggiatori che il destino ha radunato in un castello. Il loro unico modo di comunicare è rappresentato da un mazzo di tarocchi.
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Informazioni
LA TAVERNA DEI DESTINI INCROCIATI
La taverna
Veniamo fuori dal buio, no, entriamo, fuori c’è buio, qui si vede qualcosa, in mezzo al fumo, la luce è fumosa, forse di candele, però si vedono i colori, dei gialli, dei blu, sul bianco, sulla tavola, macchie colorate, rosse, anche verdi, coi contorni neri, disegni su rettangoli bianchi sparpagliati sul tavolo. C’è dei bastoni, rami fitti, tronchi, foglie, come fuori prima, delle spade che ci dànno addosso colpi taglienti, d’in mezzo alle foglie, le imboscate nel buio dove c’eravamo perduti, per fortuna alla fine abbiamo visto una luce, una porta, c’è degli ori che brillano, delle coppe, questa tavolata con bicchieri e piatti, scodelle di zuppa fumante, boccali di vino, siamo in salvo ma ancora mezzo morti dallo spavento, possiamo raccontarla, ne avremmo da raccontare, ognuno vorrebbe raccontare agli altri cosa gli è successo a lui, cosa gli è toccato di vedere, coi suoi occhi nel buio, nel silenzio, qui adesso c’è rumore, come farò a farmi sentire, la mia voce non la sento, non mi esce la voce dalla gola, non ho voce, non sento nemmeno la voce degli altri, si sentono i rumori, non sono mica sordo, sento acciottolare le scodelle, stappare i fiaschi, tambureggiare coi cucchiai, masticare, ruttare, faccio dei gesti per dire che ho perduto la parola, anche gli altri stanno facendo gli stessi gesti, sono muti, abbiamo perso la parola tutti, nel bosco, tutti quanti siamo intorno a questa tavola, uomini e donne, benvestiti o malvestiti, spaventati, anzi spaventosi a vedersi, tutti con i capelli bianchi, giovani e vecchi, anch’io mi specchio in uno di questi specchi, di queste carte, ho i capelli bianchi anch’io dallo spavento.
Come faccio a raccontare adesso che ho perduto la parola, le parole, forse pure la memoria, come faccio a ricordare cosa c’era lì fuori, e una volta ricordato come faccio a trovare le parole per dirlo; e le parole come faccio a pronunciarle, stiamo tutti cercando di far capire qualcosa agli altri a gesti, a smorfie, tutti come scimmie. Meno male ci sono queste carte, qua sul tavolo, un mazzo di tarocchi, di quelli più comuni, marsigliesi, come li chiamano, detti anche bergamaschi, oppure napoletani, piemontesi, chiamateli come volete, se non sono gli stessi s’assomigliano, nelle osterie dei paesi, nel grembiule delle zingare, disegni a linee marcate, grossolane, però con dettagli che non ci s’aspetterebbe, che non si capiscono neanche tanto bene, come se quello che li intagliava, questi disegni, nel legno, per stamparli, li avesse ricalcati, con le sue grosse mani, da dei modelli complicati, lavorati di fino, con chissà quanta roba studiata a regola d’arte, e lui ci avesse dato dentro con la sua sgorbia, come viene, senza neanche star lì a capire cosa stava copiando, e poi avesse spalmato i legni coi suoi inchiostri e via.
Ci mettiamo le mani sopra tutti insieme, sulle carte, qualcuna delle figure messa in fila con altre figure mi riporta nella memoria la storia che mi ha portato qui, cerco di riconoscere cosa mi è successo e di mostrarlo agli altri che intanto sono lì e che cercano nelle carte pure loro, e mi mostrano col dito una figura o l’altra, e niente va bene con niente, e ci strappiamo le carte di mano, e le sparpagliamo per il tavolo.
Storia dell’indeciso

Uno di noi gira una carta, la tira su, la guarda come se si guardasse in uno specchietto. È vero, il Cavaliere di Coppe pare proprio tutto lui. Non è solo nella faccia, ansiosa, a occhi sgranati, coi capelli lunghi che gli scendono sulle spalle, diventati bianchi, che si nota la somiglianza, ma anche nelle mani che lui muove sul tavolo come non sapesse dove metterle, e che nella figura eccole lì che reggono, la destra, una coppa troppo grossa in equilibrio sul palmo e, la sinistra, le briglie appena con la punta delle dita. Anche al cavallo si comunica quest’atteggiamento traballante: si direbbe non riesca a poggiare forte gli zoccoli sul terreno smosso.

Trovata quella carta, al giovane, in tutte le altre carte che gli vengono sottomano, sembra di riconoscere un senso speciale, e le va mettendo in fila sul tavolo, come se seguisse un filo dall’una all’altra. La tristezza che gli si legge in faccia mentre mette giù, insieme a un Otto di Coppe e a un Dieci di Bastoni l’Arcano che, secondo i posti, chiamano dell’Amore, o dell’Amoroso, o degli Amanti, fa pensare a una pena di cuore che l’abbia spinto a levarsi da un accaldato banchetto e a prendere aria nel bosco. O addirittura a disertare la festa delle proprie nozze, a farsi uccel di bosco il giorno stesso del proprio matrimonio.
Forse ci sono due donne nella sua vita, e lui non sa scegliere. Così appunto lo rappresenta il disegno: ancora biondo, in mezzo alle due rivali, una che l’acchiappa per una spalla fissandolo con occhio voglioso, l’altra che gli si struscia addosso con un languido movimento di tutta la persona, mentre lui non sa da che parte rigirarsi. Ogni volta che sta per decidere quale delle due gli conviene come sposa, si convince che può benissimo rinunciare all’altra, e così si rassegna a perdere questa ogni volta che s’accorge di preferire quella. L’unico punto fermo in questo va e vieni di pensieri è che può fare a meno sia dell’una che dell’altra, perché ogni scelta ha un rovescio cioè una rinuncia, e così non c’è differenza tra l’atto di scegliere e l’atto di rinunciare.

Da questo vicolo cieco poteva liberarlo solo un viaggio: il tarocco che ora il giovane mette sul tavolo sarà di certo Il Carro: i due cavalli tirano il pomposo veicolo per le vie accidentate del bosco, a briglia lenta, come è sua abitudine di lasciarli andare, di modo che quando s’arriva a un bivio non tocchi a lui la scelta. Il Due di Bastoni segnala l’incrocio di due strade; i cavalli prendono a tirare uno di qua e uno di là; le ruote sono disegnate tanto divergenti che sembrano perpendicolari alla strada, segno che il carro sta fermo. Oppure, se si muove, tanto varrebbe che restasse fermo, come succede a molti davanti ai quali s’aprono gli snodi delle strade più lisce e più veloci, che trasvolano le valli su pilastri altissimi e trapassano il granito delle montagne, e sono liberi d’andare dappertutto, e dappertutto è sempre uguale. Così lo vedevamo lì stampato nella posa falsamente decisa e padrona di sé d’un trionfante conduttore di veicoli; ma si portava sempre dietro il suo animo diviso, come le due maschere dallo sguardo divergente che aveva sul mantello.


Per decidere che strada prendere non c’è che rimettersi alla sorte: il Fante di Denari rappresenta il giovane mentre butta in aria una moneta: testa o croce? Forse né l’una né l’altra, la moneta rotola rotola e resta diritta in un cespuglio, ai piedi d’una vecchia quercia giusto in mezzo alle due strade. Con l’Asso di Bastoni il giovane vuole certo raccontarci che non sapendo decidere se proseguire da una parte o dall’altra, non gli è rimasta altra via che scendere dal carro e arrampicarsi su per il tronco nodoso, per i rami che con le successive biforcazioni continuano a imporgli il tormento della scelta.

Almeno spera che tirandosi su da un ramo all’altro potrà vedere più lontano, capire dove portano le strade; ma il fogliame sotto di lui è fitto, la vista del terreno è presto perduta, e se lui alza lo sguardo verso la cima dell’albero lo abbaglia Il Sole, con raggi pungenti che fanno brillare di tutti i colori le foglie controluce. Però bisognerebbe anche spiegare cosa rappresentano quei due bambini che si vedono nel tarocco: vorrà dire che guardando in su il giovane s’è accorto di non essere solo sull’albero: due monelli l’hanno preceduto arrampicandosi per i rami.
Sembrano due gemelli: uguali identici, scalzi, biondi biondi. Forse a quel punto il giovane ha parlato, ha chiesto: – Cosa fate qui, voi due? – oppure: – Quanto manca alla vetta? – E i gemelli gli hanno risposto indicando con un confuso gesticolare qualcosa che si vede all’orizzonte del disegno, sotto i raggi del sole, le mura d’una città.

Ma dove sono situate, rispetto all’albero, queste mura? L’Asso di Coppe rappresenta appunto una città con tante torri e guglie e minareti e cupole che sporgono fuori dalle mura. E anche foglie di palmizi, ali di fagiani, pinne di pesci-luna azzurri, che certo spuntano dai giardini, dalle voliere, dagli acquari della città, in mezzo ai quali possiamo immaginare i due monelli che si rincorrono e scompaiono. E questa città sembra in equilibrio in cima a una piramide, che potrebbe anche essere la vetta del grande albero, cioè si tratterebbe d’una città sospesa sui rami più alti come un nido d’uccelli, con le fondamenta pendule come le radici aeree di certe piante che crescono in cima ad altre piante.
Le mani del giovane nel posare le carte sono sempre più lente e incerte, e noi abbiamo tutto il tempo di tenergli dietro con le nostre congetture, e di rimuginare in silenzio le domande che certo gli saranno girate in testa, come ora a noi: – Che città è questa? È la Città del Tutto? È la città dove tutte le parti si congiungono, le scelte si bilanciano, dove si riempie il vuoto che rimane tra quello che ci s’aspetta dalla vita e quello che ci tocca?

Ma chi c’era, nella città, a cui il giovane potesse domandare? Immaginiamoci che sia entrato per la porta ad arco nella cinta delle mura, che si sia inoltrato in una piazza con un’alta scalinata in fondo, e che in cima a questa scala sieda un personaggio dagli attributi regali, divinità in trono o angelo coronato. (Dietro le spalle gli si vedono due promine...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Presentazione
- Cronologia
- Bibliografia essenziale
- IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI
- Il castello
- Storia dell’ingrato punito
- Storia dell’alchimista che vendette l’anima
- Storia della sposa dannata
- Storia d’un ladro di sepolcri
- Storia dell’Orlando pazzo per amore
- Storia di Astolfo sulla Luna
- Tutte le altre storie
- La taverna
- Storia dell’indeciso
- Storia della foresta che si vendica
- Storia del guerriero sopravvissuto
- Storia del regno dei vampiri
- Due storie in cui si cerca e ci si perde
- Anch’io cerco di dire la mia
- Tre storie di follia e distruzione
- Postfazione. di Giorgio Manganelli
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