Il treno procedeva lento attraverso l’Italia settentrionale. Il sole fulgido aveva lasciato il posto a un freddo strato di nubi, e il panorama era nebbioso e odorava d’umidità. Fabbriche e vigneti si alternavano in una successione confusa.
Durante il viaggio l’euforia di Dee s’era dissipata a poco a poco. Non aveva ancora fatto una scoperta, e lo sapeva: era semplicemente a caccia. Se al termine della pista non avesse trovato il quadro, tutto ciò che aveva saputo non avrebbe meritato più d’una nota in calce a una dotta esegesi.
Era rimasta a corto di denaro. Non ne aveva mai chiesto a Mike e non gli aveva mai dato motivo di sospettare che ne avesse bisogno. Anzi, gli aveva sempre dato l’impressione di avere una rendita sensibilmente più cospicua di quella che aveva in realtà. Adesso era pentita del suo inganno innocente.
Aveva abbastanza per fermarsi a Livorno un paio di giorni e pagare il viaggio fino a casa. Dee scacciò quelle preoccupazioni economiche e accese una sigaretta. Tra le nubi di fumo, pensò a ciò che avrebbe fatto se avesse trovato il Modigliani perduto. Sarebbe stato l’inizio sensazionale della sua tesi dottorale sulle relazioni tra le droghe e l’arte.
Pensandoci meglio, poteva essere ben di più: poteva diventare il fulcro di un articolo che avrebbe dimostrato quanto s’erano sbagliati tutti gli altri esperti sul conto del massimo pittore italiano del Novecento. L’interesse per il quadro sarebbe bastato a scatenare una mezza dozzina di controversie accademiche.
Forse il dipinto sarebbe addirittura diventato famoso come il “Modigliani Sleign”… e lei si sarebbe fatta un nome e si sarebbe garantita una carriera folgorante per il resto della sua vita.
Certo, poteva anche darsi che non fosse un’opera molto diversa dalle altre cento e cento dipinte da Modigliani. Ma no, questo non era possibile. La tela era stata regalata come esempio d’una realizzazione effettuata sotto l’influenza dell’hashish.
Doveva essere qualcosa di strano ed eterodosso, in anticipo sui tempi, addirittura rivoluzionario. E se fosse stato un dipinto astratto? Una specie di Jackson Pollock creato all’inizio del secolo?
Il mondo degli storici dell’arte avrebbe assediato Delia Sleign per chiedere notizie. Lei avrebbe dovuto pubblicare un articolo spiegando esattamente dove si trovava l’opera. Oppure poteva portarla trionfalmente al museo cittadino. O magari a Roma. Oppure poteva acquistarla e fare una sorpresa al mondo intero…
Sì, certo, avrebbe potuto comprarla. Ottima idea.
Poi l’avrebbe portata a Londra e…
«Mio Dio» disse a voce alta. «Potrei venderla.»
Livorno fu uno shock. Dee si aspettava una cittadina agricola con una mezza dozzina di chiese, un corso e un personaggio locale che sapeva tutto di tutti coloro che vi erano vissuti durante l’ultimo secolo. Invece trovò una città che le ricordava un po’ Cardiff: il porto, le fabbriche, un’acciaieria, attrazioni turistiche.
Solo più tardi rammentò che gli inglesi la chiamavano Leghorn… e sotto quel nome la conoscevano come un importante porto del Mediterraneo. Le tornarono alla mente vaghi ricordi dei libri di storia: Mussolini aveva speso milioni per modernizzare il porto che poi era stato distrutto durante la guerra dai bombardieri alleati; la città aveva fatto parte del dominio dei Medici; e nel Settecento c’era stato un terremoto.
Trovò un albergo senza molte pretese, grande e bianco, con le finestre ad arco e senza giardino. La camera era spoglia, pulita e fresca. Dee aprì la valigia e appese i due abiti estivi nell’armadio. Si lavò, indossò jeans e scarpe da tennis e uscì.
La nebbia era sparita e l’aria del tardo pomeriggio era mite. Le nubi si stavano allontanando e il sole declinante si affacciava sul mare. Numerose vecchie in grembiule, con i capelli grigi tirati all’indietro e raccolti a crocchia sulla nuca stavano sedute sulle porte delle case e guardavano passare il mondo.
Verso il centro, i bei ragazzi italiani passeggiavano pavoneggiandosi nei jeans attillati sui fianchi e scampanati in fondo, con le camicie aderenti e i folti capelli scuri pettinati accuratamente. Qualcuno inarcò le sopracciglia nel vedere Dee, ma non l’abbordò. Quei ragazzi si stavano mettendo in mostra, pensò lei: erano lì da vedere, non da toccare.
Dee girò senza meta per ammazzare il tempo prima di cena. Intanto si chiedeva come avrebbe potuto cercare il quadro in una città così grande. Evidentemente chi conosceva l’esistenza del quadro non poteva sapere che era un Modigliani; e viceversa, se qualcuno sapeva che c’era un Modigliani tanto straordinario, non era in grado di indicare dove fosse e come lo si potesse ritrovare.
Attraversò un paio di belle piazze ornate dai monumenti di re del passato eseguiti nello splendido marmo toscano. Poi si ritrovò in piazza Vittorio, con le sue aiuole centrali d’erba e di alberi, e sedette su un muretto basso per ammirare i portici rinascimentali.
Sarebbero stati necessari anni e anni per visitare tutte le case della città ed esaminare tutti i vecchi quadri nelle soffitte e nelle botteghe dei rigattieri. Era necessario restringere il campo, anche se questo significava ridurre le probabilità di successo.
Finalmente incominciarono ad affiorare le idee. Si alzò e tornò all’albergo. Adesso aveva fame.
Il proprietario e la sua famiglia occupavano il piano terreno. Quando Dee rientrò non c’era nessuno nell’atrio; bussò alla porta dell’appartamento privato. Sentiva il suono d’una musica e le voci dei bambini, ma nessuno venne ad aprire.
Dee spinse la porta ed entrò nella stanza. Era un soggiorno arredato con mobili nuovi, di pessimo gusto. In un angolo canticchiava un radiogrammofono degli anni Sessanta. Sullo schermo del televisore con l’audio abbassato un volto maschile annunciava silenziosamente le ultime notizie. Al centro della stanza, su un tappeto di nylon arancione, un tavolino di stile vagamente svedese era carico di portacenere, giornali e un libro tascabile.
Un bambino che stava giocando con un’automobilina ai piedi di Dee non alzò neppure la testa. Lei lo scavalcò. Dalla porta in fondo si affacciò il padrone dell’albergo, con lo stomaco che straripava dalla cintura di plastica dei calzoni blu. Dall’angolo della bocca gli penzolava una sigaretta con un paio di centimetri di cenere. L’uomo guardò Dee con aria interrogativa.
Lei parlò in italiano, correntemente: «Ho bussato, ma non mi ha risposto nessuno».
Le labbra dell’uomo si mossero appena. «Desidera?»
«Vorrei prenotare una telefonata per Parigi.»
L’uomo si accostò a un tavolinetto ovale accanto alla porta e sollevò il ricevitore. «Mi dia il numero, ci penso io.»
Dee si frugò nella tasca della camicetta e pescò il foglietto con il numero dell’appartamento di Mike.
«Vuole parlare con una persona in particolare?» chiese l’albergatore. Dee scosse la testa. Non era probabile che Mike fosse già rientrato, ma poteva darsi che ci fosse la donna delle pulizie… quando loro erano via andava a rimettere in ordine alle ore più impensate.
Il proprietario si tolse la sigaretta dalle labbra e parlò nel ricevitore, poi lo posò e disse: «Avrà la comunicazione fra pochi minuti. Non vuole accomodarsi?».
Dee aveva i polpacci indolenziti per la lunga camminata. Si lasciò cadere su una poltrona in finta pelle nocciola che sembrava uscita da un mobilificio di Lewisham.
L’albergatore si sentì in dovere di restare con lei, forse per cortesia, o forse perché temeva che lei rubasse una delle statuine di porcellana allineate sulla mensola. «Come mai è venuta a Livorno?» chiese. «Per le sorgenti sulfuree?»
Dee era decisa a non raccontare tutta la verità. «Vorrei vedere dei quadri» disse.
«Ah.» L’uomo girò lo sguardo sulle pareti. «Sì, qui abbiamo diverse opere molto belle, non le pare?»
«Sì.» Dee represse un brivido. Le riproduzioni appese nel soggiorno erano quasi tutte tetre immagini di santi. «Ci sono tesori d’arte nella cattedrale?» chiese, ricordando una delle possibili tracce.
L’albergatore scrollò la testa. «La cattedrale è stata bombardata durante la guerra.» Sembrava lo imbarazzasse un po’ accennare al fatto che il suo paese e quello di Dee erano stati nemici.
Lei cambiò argomento. «E poi mi piacerebbe visitare la casa natale di Modigliani. Lei sa dov’è?»
La moglie dell’albergatore apparve sulla soglia e gli rivolse una lunga frase in tono aggressivo e con un accento troppo stretto perché Dee riuscisse a capire. L’uomo rispose con fare seccato e la moglie se ne andò.
«La casa natale di Modigliani?» ripeté Dee.
«Non saprei» rispose l’albergatore. Si tolse la sigaretta dalle labbra e la buttò nel portacenere già pieno. «Però noi vendiamo guide turistiche… pensa che potrebbero esserle utili?»
«Sì, me ne dia una.»
L’uomo uscì e Dee restò a guardare il bambino, completamente assorto nel suo gioco misterioso con l’automobilina. La moglie attraversò la stanza senza degnare Dee d’una occhiata. Un attimo dopo tornò indietro. Non era molto gioviale, nonostante la cordialità del marito… o forse proprio per questo.
Il telefono squillò e Dee sollevò il ricevitore. «Parigi è in linea» annunciò il centralinista.
Un attimo dopo, una voce di donna disse: «Allô?».
Dee passò al francese. «Oh, Claire! Mike è tornato?»
«No.»
«Può segnarsi il mio numero e dirgli di chiamarmi?» Dee dettò il numero scritto sul cartellino del telefono, poi riattaccò.
L’albergatore tornò con un libriccino patinato dagli angoli un po’ gualciti. Dee pescò qualche moneta dalla tasca dei jeans e pagò, chiedendosi quante volte quel libretto era stato venduto e rivenduto agli ospiti che poi finivano per dimenticarlo nella loro stanza.
«Ora devo aiutare mia moglie a servire la cena» disse l’uomo.
«Sì, vado. La ringrazio.»
Dee andò in sala da pranzo, sedette a un tavolino rotondo dalla tovaglia a quadretti e incominciò a sfogliare la guida. «Il Lazzaretto di San Leopoldo è uno dei più notevoli d’Europa» lesse. Girò una pagina.«Nessun visitatore può rinu...