L'evoluzione del vuoto - 1a parte (Urania)
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L'evoluzione del vuoto - 1a parte (Urania)

  1. 352 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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L'evoluzione del vuoto - 1a parte (Urania)

Informazioni su questo libro

Nel Vuoto, l'anomalia situata al centro della galassia e che consiste di un indistruttibile "microuniverso" affamato di energia, devono migrare interi popoli, gli abitanti di molti pianeti. Per assaporare il paradiso, dice qualcuno; per nutrirlo di materia, rispondono altri. Il Secondo Sognatore, Araminta, deve ora decidere se ostacolare o facilitare quel Pellegrinaggio, mentre Inigo sta per liberare l'ultimo e pericoloso Sogno di Edeard, il messia che cammina sull'acqua. Penetrare il Vuoto è dunque il destino? Forse si tratta più che altro di una necessità...

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2012
eBook ISBN
9788852028021
Argomento
Literature

1
L’astronave non aveva un nome; non aveva un numero di matricola, nemmeno una marca. Era stata costruita una sola astronave di quel tipo. Dato che non ne sarebbe mai stata necessaria un’altra, qualsiasi indicazione era superflua. Era semplicemente la nave.
Sfrecciò attraverso la sottostruttura dello spaziotempo a cinquantanove anni luce all’ora, la velocità più alta a cui avesse mai viaggiato un mezzo costruito dagli esseri umani. La navigazione a quella velocità spaventosa, avveniva mediante l’interpretazione della similarità degli interstizi quantistici, che determinava la posizione relativa della massa nell’universo reale al di là. Questo attenuava l’uso del rozzo hysradar, o di qualsiasi altro sensore che avrebbe potuto essere individuato. L’ultrapropulsione estremamente sofisticata che spingeva l’astronave avrebbe potuto raggiungere velocità anche maggiori se una parte considerevole della sua fenomenale energia non fosse stata impiegata per la soppressione delle fluttuazioni. Questo significava che non c’era nessuna distorsione rivelatrice tra i campi quantistici che rivelasse la sua posizione ad altre astronavi che avessero voluto darle la caccia.
Oltre alla sua formidabile capacità di occultamento la nave era grande; un grosso ovoide lungo oltre seicento metri, e largo duecento metri al centro. Ma il suo vero vantaggio consisteva negli armamenti; a bordo c’erano armi in grado di distruggere mezza dozzina di navi classe Capitale della Marina militare della Federazione in un batter d’occhio. Armi che erano state verificate una sola volta. La nave si era allontanata dalla Grande Federazione di diecimila anni luce per collaudarle senza essere scoperta. Per millenni a venire le civiltà aliene primitive di quel settore della galassia avrebbero adorato come dei le nebulose colorite che si espandevano negli spazi desolati interstellari.
Anche adesso, seduta nella linda cabina emisferica della nave con le immagini della rotta stabilita che apparivano silenziose nel suo campo esovisivo, Neskia ricordava le stelle che si spaccavano, provando un piccolo brivido di eccitazione, e apprensione. Un conto era stato dirigere la stazione di fabbricazione clandestina per la Fazione degli Acceleratori, inviando navi e apparecchiature a vari agenti e rappresentanti. Quello era facile; fredde macchine funzionanti con una precisione di cui lei poteva andare orgogliosa. Ma vedere le armi attive era un po’ diverso. Aveva sentito un livello di turbamento che non provava da oltre due secoli, da quando era diventata Superiore e aveva iniziato la migrazione verso l’interno. Non che mettesse in dubbio la propria fede negli Acceleratori, era soltanto la mera potenza delle armi che la colpiva a qualche livello primitivo, impossibile da estirpare del tutto dalla psiche umana. Era intimorita dalla forza che da sola controllava.
Altri elementi del suo passato animale erano stati rimossi tranquillamente e in modo efficace. Prima con la biononica e l’accettazione della filosofia culturale Superiore, culminata col suo abbraccio dei principi della Fazione degli Acceleratori. Quindi si era impegnata in un sottile rifiuto della propria forma corporea attuale, quasi a sottolineare il nuovo credo. La sua pelle adesso era di un grigio metallico scintillante, le cellule epidermiche impregnate di una fibra semiorganica moderna che si installava in simbiosi perfetta. Il viso, che quando lei era più giovane aveva indotto diversi uomini a voltarsi ammirati, adesso aveva un profilo piatto più efficiente; con grandi occhi tondi biononicamente modificati per guardare in una moltitudine di spettri. Il collo inoltre era stato allungato, la sua maggiore flessibilità consentiva alla testa una manovrabilità molto superiore. Sotto la pelle appena luccicante i muscoli erano stati rinforzati a un livello che le avrebbe permesso di stare al passo con una pantera terrestre a caccia di prede, e questo prima che entrasse in azione il potenziamento biononico.
Comunque, era stata la sua mente ad avere subito l’evoluzione più grande. Neskia aveva evitato il profilamento bioneurale solo perché non aveva bisogno di alcun rinforzo genetico delle proprie convinzioni. Culto era un termine grossolano per i processi di pensiero, ma lei era di certo devota alla causa abbracciata. Si era consacrata completamente agli Acceleratori, a un livello emotivo assoluto. Le vecchie preoccupazioni umane e i bisogni biologici non la riguardavano più: al suo intelletto interessavano solo la Fazione e la meta finale. Negli ultimi cinquant’anni erano stati i loro progetti e i loro piani l’unico motivo in lei di soddisfazione e sofferenza. L’integrazione di Neskia era totale; Neskia era la personificazione dei valori degli Acceleratori. Appunto per questo era stata scelta dal capo della Fazione, Ilanthe, per pilotare la nave in quella missione. Ed era soltanto questo a renderla contenta.
La nave cominciò a rallentare avvicinandosi alle coordinate fornite da Neskia all’intellinucleo. La velocità scemò finché la nave non rimase inerte in sospensione transdimensionale, e il display di navigazione non mostrò il sistema solare a ventitré anni luce. La distanza era adeguata. Erano fuori dalla vasta rete di sensori che circondava il mondo natale del genere umano, tuttavia lei avrebbe potuto essere là in meno di mezz’ora.
Neskia ordinò all’intellinucleo di eseguire una scansione passiva. A parte polvere interstellare e qualche cometa ghiacciata, non c’era nessuna massa rilevabile nel raggio di tre anni luce. Sicuramente non c’erano navi. Comunque, la scansione individuò una minuscola anomalia particolare che indusse Neskia a contrarre il volto in un sorriso soddisfatto. Tutt’intorno alla nave, delle ultrapropulsioni si tenevano in sospensione transdimensionale, non rilevabili se non fosse stato per quell’unico segnale voluto. Bisognava sapere cosa cercare per trovarlo, e nessuno avrebbe cercato nulla là fuori, tanto meno delle ultrapropulsioni. La nave confermò che c’erano ottomila macchine in posizione, in attesa di istruzioni. Neskia stabilì un collegamento con esse, ed effettuò un rapido controllo di funzionamento. Lo sciame era pronto.
Neskia si mise comoda e attese la prossima chiamata di Ilanthe.
La riunione del Consiglio dell’EsoProtettorato terminò e Kazimir troncò il collegamento con la sala riunioni percettiva. Era solo nel suo ufficio su Pentagon II, senza alcun posto dove andare. La flotta deterrente doveva essere lanciata, non esistevano dubbi in proposito, adesso. Nient’altro avrebbe potuto affrontare l’armata dell’Impero Ocisen in avvicinamento senza un’inaccettabile perdita di vite da ambo le parti. E se la notizia che gli Ocisen erano appoggiati da navi da guerra dei Primi fosse trapelata... E sarebbe trapelata... Ci avrebbe pensato Ilanthe...
Nessuna scelta.
Kazimir drizzò il recalcitrante colletto gallonato d’argento dell’alta uniforme un’ultima volta, mentre si accostava all’ampia finestra, e guardò la distesa di parco lussureggiante dell’atollo di Babuyan sotto di lui. Un lieve fulgore brillava sull’atollo, emesso dalla cupola di cristallo che lo sovrastava. Nonostante ciò, si scorgeva comunque la mezzaluna vaga di Icalanise attraverso l’alba artificiale. Era una veduta che aveva visto innumerevoli volte nel corso del suo incarico. L’aveva sempre data per scontata. Ora si chiese se l’avrebbe più rivista. Per un vero militare il pensiero non era insolito, anzi aveva precedenti illustri.
La sua u-ombra aprì una connessione con Paula. — Utilizzeremo la flotta deterrente contro gli Ocisen — le comunicò.
— Oh, accidenti. Dunque l’ultima missione di cattura non ha funzionato, eh?
— No. La nave dei Primi è esplosa quando l’abbiamo tirata fuori dall’iperspazio.
— Maledizione. Il suicidio non fa parte della costituzione psicologica dei Primi.
— Tu questo lo sai, e io pure. Lo sa anche l’ANA:Governo, naturalmente, ma come sempre occorrono prove concrete, non indiziarie.
— Vai con la flotta?
Kazimir non poté evitare di sorridere a tale domanda. Se solo tu sapessi... — Sì. Vado con la flotta.
— Buona fortuna. Voglio che provi a volgere la situazione contro di lei. Saranno là fuori all’erta; qualche possibilità di riuscire a individuarli per primi?
— Sicuramente ci proveremo. — Kazimir socchiuse gli occhi guardando le stazioni industriali che giravano attorno all’High Angel, un sottile braccialetto argenteo luccicante sullo sfondo del campo stellare. — Ho sentito di Ellezelin.
— Già. Digby non aveva nessuna scelta. L’ANA sta inviando una squadra scientifica. Se riusciranno a capire cosa stava trasportando Chatfield, forse potremo trascinare gli Acceleratori in tribunale prima che tu raggiunga gli Ocisen.
— Non credo. Ma ho qualche notizia per te.
— Sì?
— La Lindau ha lasciato il sistema di Hanko.
— Dov’è diretta?
— È questo il dato interessante. A quanto pare, stanno volando verso la Spina.
— La Spina? Sei sicuro?
— È una proiezione della loro rotta attuale. Ormai è costante da sette ore.
— Ma questo... No.
— Perché no? — chiese Kazimir, oscuramente divertito dalla reazione dell’investigatrice.
— Non credo proprio che Ozzie interverrebbe di nuovo nelle questioni della Federazione, non in questo modo. E di sicuro non impiegherebbe mai uno come Aaron.
— D’accordo, te lo concedo. Ma ci sono altri esseri umani nella Spina.
— Sì, ci sono. Vuoi farmi un nome?
Kazimir si arrese. — Allora qual è il collegamento con Ozzie?
— Non riesco a capirlo.
— La Lindau non sta volando alla massima velocità di cui è capace, è probabile che sia stata danneggiata su Hanko. Potresti facilmente raggiungere la Spina prima di loro, o perfino intercettarli.
— Allettante, ma non intendo rischiare. Ho già sprecato fin troppo tempo per la mia ossessione personale; a questo punto non posso rischiare un’altra impresa inutile.
— D’accordo... be’, io sarò occupato nei prossimi giorni. Se si tratta di una vera emergenza puoi contattarmi.
— Grazie. La mia priorità adesso deve essere trovare il Secondo Sognatore.
— Buona fortuna.
— Anche a te, Kazimir. Buon viaggio.
— Grazie. — Kazimir rimase accanto alla finestra parecchi secondi dopo aver chiuso la connessione con Paula, poi attivò la funzione di interfaccia del suo campo biononico, che si inserì nella T-sfera della Marina militare. Kazimir si teletrasportò nel terminal ipercunicolare in orbita all’esterno della gigantesca nave arca aliena, e da là sbucò nel terminal di Kerensk. Un altro balzo col teletrasporto e Kazimir era all’interno di Hevelius Island, una delle stazioni della T-sfera della Terra, che galleggiava settanta chilometri sopra l’oceano Pacifico meridionale.
— Pronto — disse all’ANA:Governo.
L’ANA aprì l’ipercunicolo riservato per Proxima Centauri, a quattro virgola tre anni luce di distanza, e Kazimir vi entrò. Il sistema di Alpha Centauri era stato una grossa delusione quando Ozzie e Nigel avevano aperto là il loro primissimo ipercunicolo a lunga portata nel 2053. Dato che le stelle binarie di classe G e K e i pianeti erano già stati individuati con procedimenti astronomici standard, tutti speravano ferventemente di trovare un mondo adatto agli esseri umani. Non ce n’era nessuno. Ma poiché adesso avevano dimostrato con successo che si potevano creare degli ipercunicoli attraverso distanze interstellari, Ozzie e Nigel si erano assicurati altri finanziamenti per la compagnia, che si sarebbe trasformata rapidamente nella Trasporto Compressione Spaziale e avrebbe fondato la Federazione. Nessuno era mai tornato ad Alpha Centauri, e nessuno aveva mai raggiunto Proxima Centauri, che con la sua piccola stella di classe M non avrebbe mai avuto un pianeta adatto all’uomo. Grazie a questo, per l’ANA era il luogo perfetto dove costruire e tenere la flotta deterrente.
Kazimir si materializzò al centro di una semplice cupola trasparente, larga due chilometri alla base. Era una minuscola bolla sulla superficie di un pianeta brullo privo d’aria, in orbita a cinquanta milioni di chilometri dalla piccola nana rossa. La gravità era circa due terzi di quella standard. Delle basse colline tutt’intorno creavano un orizzonte grinzoso; il regolite grigiomarrone era spruzzato di un rosso cupo tetro dalla luce fiacca di Proxima.
I piedi di Kazimir erano posati su quello che sembrava metallo grigio opaco. Ma quando Kazimir provò a concentrare lo sguardo sulla superficie piatta, la superficie si torse e si staccò, come se ci fosse qualcosa a separare le suole dei suoi scarponi dalla struttura fisica. La scansione del suo campo biononico rivelò forze ingenti che cominciavano a muoversi attorno a lui, emergendo dallo strano pavimento.
— Sei pronto? — chiese l’ANA:Governo.
Kazimir serrò i denti. — Fallo.
Come Kazimir aveva assicurato sia a Gore che a Paula, la flotta deterrente non era un bluff. Rappresentava il culmine delle capacità tecnologiche dell’ANA, ed era almeno all’altezza delle navi dei Raiel guerrieri. Tuttavia, Kazimir doveva ammettere che chiamarla flotta era un po’ un’esagerazione.
Il problema, inevitabilmente, era a chi affidare uno spiegamento così enorme di potenza di fuoco. Più numeroso il personale coinvolto, più grande il rischio di un cattivo uso, o di una fuga di notizie a favore di una Fazione. Ironicamente, la tecnologia stessa aveva fornito la soluzione. Bastava solo un’unica coscienza di controllo. L’ANA non voleva assumere il comando per motivi etici, rifiutandosi di ascendere a un livello di onnipotenza. Dunque l’incarico toccava come sempre all’ammiraglio capo.
Le forze all’interno della base sciamarono attorno a lui, riversandosi dentro come un’ondata di maremoto, preparandolo a un livello quantistico e poi trasformandone la memoria. Kazimir mutò: la sua struttura puramente fisica divenne una funzione di energia equivalente, racchiusa in un unico punto inserito nello spaziotempo. La “mole” di Kazimir, l’impronta energetica che era diventato, venne ripiegata in profondità nei campi quantistici, utilizzando un principio costruttivo si...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'evoluzione del vuoto - 1a parte (Urania)
  3. Peter F. Hamilton e il mistero del Vuoto - di Giuseppe Lippi
  4. L’evoluzione del Vuoto
  5. 1
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. Copyright