GERARD DE VILLIERS
ALLARME
PLUTONIO
Traduzione di Mario Morelli
MALKO LINGE (SAS)
Sua Altezza Serenissima, agente fuori quadro della CIA
CHRIS JONES
MILTON BRABECK
gorilla della CIA
ALAN SPENCER
capo della stazione CIA di Budapest
ISHAN KAMBIZ
uomo d’affari iraniano
MEHDI SHIMRAN
alto funzionario del governo iraniano
SERGHIEI ULANOV
rezident del KGB a Budapest
KARIM NAZARBAIEV
mafioso russo
PAVEL SAKHAROV
ex generale del KGB
FERENCZ KORVIN
autista di taxi
TIBOR ZALA
informatore della CIA
PRUDENTE FREITAS
poliziotto brasiliano
ZAKRA
entraîneuse kirghisa
Stanley Fawcett, vicedirettore della Central Intelligence Agency, bevve con soddisfazione la sua prima tazza di caffè. Si era appena fatto giorno, ma doveva essere per le sei e mezzo nel suo studio al quarto piano dell’edificio principale di Langley per preparare il Daily Brief, sintesi di tutte le informazioni importanti delle ultime ventiquattro ore. Il documento doveva arrivare sul tavolo del presidente degli Stati Uniti alle dieci, per la quotidiana riunione del National Security Council. Appena finito il caffè, Stanley Fawcett si dedicò alla pila di rapporti delle varie stazioni della CIA sparse per il mondo, portati qualche minuto prima dalla sua segretaria, ancora più mattiniera di lui.
Dopo una mezz’ora aveva messo da parte due dispacci. Due informazioni provenienti da fonti ritenute sicure dai capi di stazione di Damasco e di Mosca.
A Damasco si trattava di un agente infiltrato negli ambienti dell’Hezbollah libanese, emanazione dei servizi speciali di Teheran. A Mosca, di un russo reclutato di recente dalla CIA, uno dei responsabili dell’istituto Kurshatov per l’energia atomica.
Conosciuto ai tempi dell’Unione Sovietica col nome di Laboratorio N. 2, l’istituto Kurshatov era stato il centro nevralgico dello sviluppo delle armi nucleari sovietiche. Non gli sfuggiva nulla di tutto ciò che avveniva in quel campo.
Stanley Fawcett posò i due rapporti uno accanto all’altro. Erano lunghi meno di una pagina e dicevano tutti e due la stessa cosa. Dall’ottobre 1991, l’Iran aveva iniziato un’operazione segretissima, chiamata in codice Darius, per procurarsi il plutonio militare necessario alla fabbricazione di bombe nucleari e termonucleari. L’ayatollah Said Mohajerani, responsabile del programma accelerato di acquisto di armi nucleari, aveva incaricato il dottor Mehdi Shimran, laureato in fisica all’università di Berkeley in California, di stabilire i contatti necessari nell’ex Unione Sovietica. Per maggior discrezione, si avvaleva della collaborazione di un personaggio che aveva già reso molti servigi all’Iran: Ishan Kambiz, uomo d’affari iraniano stabilitosi in Siria.
Il rapporto di Mosca precisava che la transazione sarebbe probabilmente avvenuta tramite una società recentemente creata da ex funzionari sovietici: la Isotop, 22 ulitsa Pogodinskaya, Mosca. Questa società era stata ufficialmente incaricata di commercializzare uranio “povero”, inadatto a qualsiasi uso militare.
Stanley Fawcett rimase per qualche istante pensoso a guardare quei rapporti. Si trattava senz’altro di fonti attendibili, ma per una cosa tanto importante avrebbe preferito possedere un elemento più concreto, come, per esempio, un’intercettazione elettronica. Circolavano tante di quelle voci dopo il crollo dell’URSS! Malgrado la reale collaborazione delle autorità della CSI era sempre molto difficile capire dove si trovava la verità. Il vicedirettore della CIA era incerto sul da farsi: doveva mettere quella storia del plutonio al primo posto del suo rapporto giornaliero? Il presidente detestava gli iraniani e avrebbe certo reagito, il che sarebbe stato un punto favorevole per la CIA. Ma se poi la faccenda si sgonfiava...
Stanley Fawcett fece girare la sua poltrona fino a mettersi di fronte allo schermo del terminale del computer e compose sulla tastiera il codice segreto che dava accesso alla banca dati di Langley. Poi batté il nome di Ishan Kambiz. Dopo qualche secondo cominciò a scorrere un testo.
Ishan Kambiz, nazionalità iraniana, nato nel 1932.
1952: Studia al Politecnico di Zurigo.
1956: Si laurea a Harvard.
1958: Si stabilisce in Siria, dove crea una agenzia di import-export. Lavora molto con l’Unione Sovietica, dove si reca numerose volte. Nel 1971 si trasferisce a Beirut e prende alloggio in uno stabile che si è fatto costruire e di cui tiene per sé gli ultimi due piani. Si sposa con Najira Adwan, ex Miss Libano.
Nel 1976 emigra ad Abu Dhabi dove cerca di vendere allo sceicco Zaied una fabbrica per l’estrazione del sale dall’acqua di mare. Tra il 1978 e il 1984 effettua numerosi viaggi nel Libano e in Iran, dove stringe amicizia con l’ayatollah Mohajerani. Diventa acquirente di materiale bellico per conto dell’Iran, mantenendo contemporaneamente i collegamenti con gli hezbollah stabilitisi nella piana della Bekaa. Si sospetta che abbia avuto contatti molto stretti per conto dell’Iran con gruppi terroristici operanti contro gli USA e contro Israele. Pare che sia stato immischiato nell’attentato contro l’ambasciata americana di Beirut. Nel 1985 comincia a interessarsi al nucleare, su richiesta di Mohajerani e di Mehdi Shimran. Apre vari uffici di acquisto di materiale e di tecnologia in diverse località del mondo.
IBI Engineering Gmbh, Kaiserstrasse 8, Francoforte sul Meno.
IBI Engineering AG, a Zug, in Svizzera.
IBI Engineering Co, Postoak Bld, Houston, Texas.
IBI Engineering Co, 74 Sloane Avenue, Londra SW3.
Ha anche frequenti contatti con le autorità brasiliane che cercano di vendere in maniera discreta la loro tecnologia nucleare all’Iran.
Seguiva un interminabile elenco di materiali spediti in Iran per interessamento di Ishan Kambiz. Le ultime righe del rapporto interessarono Stanley Fawcett in modo particolare.
Si ritiene che, grazie agli sforzi di Kambiz e di altri intermediari, l’Iran abbia realizzato un’infrastruttura tecnologica in grado di creare un potenziale nucleare. Gli mancherebbe solo il combustibile: uranio arricchito o plutonio.
Il vicedirettore della CIA mise in funzione la stampante. Ishan Kambiz sarebbe stato certamente il pezzo forte del suo Daily Brief. Dopodiché sarebbe stato necessario mettere in moto tutte le stazioni della CIA sparse nel mondo per tentare di saperne di più sull’operazione Darius.
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Già da un po’ la bruna dai capelli pettinati a treccia, in giubbotto di pelle e jeans scoloriti, lanciava occhiate furtive in direzione di Ishan Kambiz. Eppure l’iraniano, con quella sua testa calva circondata da una corona di capelli neri, gli occhi leggermente sporgenti e i lineamenti pesanti, non aveva nulla del playboy.
Ishan Kambiz aveva finito di bere il suo tè e passava il tempo a osservare gli altri clienti del bar situato proprio di fronte agli ascensori. La ragazza con la treccia si trovava leggermente discosta, seduta in una poltrona della hall dell’Hilton affollata di visitatori di passaggio. Un’improvvisa e tardiva bufera di neve si era abbattuta su Budapest e molte persone si erano rifugiate nell’albergo.
Ishan Kambiz era incuriosito dalle manovre di quella sconosciuta che non somigliava alle prostitute che si aggiravano negli alberghi, truccatissime e fasciate in abiti ipersexy. Faceva piuttosto pensare a una studentessa. Mentre l’iraniano la guardava, la ragazza si aprì il giubbotto come se avesse troppo caldo, mettendo in mostra una T-shirt tesa da un seno generoso.
Ishan Kambiz sentì la stanchezza sparire di colpo, come neve al sole. Ventiquattro ore prima si trovava ancora a Rio de Janeiro, dove divideva il suo tempo tra una bella carioca giovanissima e gli incontri d’affari con gli ufficiali brasiliani.
Tre giorni prima aveva ricevuto da Mehdi Shimran un messaggio importante e segreto. L’operazione Darius entrava nella sua fase operativa e lui doveva recarsi d’urgenza a Budapest dove avrebbe ricevuto istruzioni complementari. Ishan Kambiz aveva avuto poco tempo per organizzare uno spostamento “protetto”. Prima Rio-Parigi con la Air France, con un passaporto libanese, sotto falso nome. A Roissy, un membro della Savama, la polizia segreta degli ayatollah, lo aveva atteso con altri due passaporti, uno turco e uno cipriota, e con un biglietto Parigi-Vienna sul successivo volo della Air France. Per un insieme di circostanze, Roissy 2 era diventato il centro di smistamento del traffico aereo e permetteva di giostrare tutti gli itinerari immaginabili.
A Vienna Ishan Kambiz aveva noleggiato un’auto sotto una terza identità servendosi del passaporto cipriota e si era messo in viaggio per Budapest. Da quando se n’erano andate le truppe sovietiche non c’era praticamente più nessun controllo alla frontiera austroungherese. Era arrivato all’Hilton alle sei di sera, stanchissimo. Lì si era incontrato con due membri della Forza Al-Qods, cioè il Servizio Azione dello spionaggio iraniano, i cui effettivi erano ufficialmente impiegati come guardie di sicurezza presso l’ambasciata iraniana a Budapest. I due avevano l’incarico di dargli le ultime istruzioni e di accompagnarlo all’appuntamento a cui doveva recarsi alle dieci di quella stessa sera.
L’operazione Darius aveva dato luogo a una mobilitazione senza precedenti dei servizi segreti iraniani. Said Mohajerani, vicepresidente dell’Iran, aveva chiesto innanzitutto la collaborazione di Alì Fallahiyan, ministro delle Informazioni, da cui dipendevano la Savama, le Guardie della Rivoluzione e la Forza Al-Qods.
Gli uomini dell’Al-Qods, giovani fanatici reclutati nei bassifondi di Teheran, erano tipi disposti a tutto. Ce n’erano in ogni ambasciata iraniana all’estero con funzione di guardie addette alla sicurezza.
Nel quadro di Darius avevano avuto l’ordine di mettersi a disposizione di Ishan Kambiz.
Quest’ultimo poteva anche fare ricorso alla rete di addetti culturali del ministro dell’Orientamento Islamico, Alì Mohammad, anch’essi presenti in tutte le ambasciate.
Quanto alla Savama, procurava i passaporti falsi e si occupava dei vari spostamenti.
Nella fase finale dell’operazione, Akbar Torkan, ministro della Difesa, della Logistica e delle Forze Armate, teneva pronti dei mezzi di trasporto aereo sotto la copertura di voli umanitari.
Per ciò che riguardava il denaro, Said Mohajerani doveva rendere conto soltanto all’ayatollah Rafsanjani. I fondi erano illimitati dato che l’operazione Darius doveva permettere all’Iran di diventare una grande potenza mediorientale in grado, se necessario, di opporsi militarmente agli Stati Uniti.
Ishan Kambiz sapeva tutto questo e si sentiva orgoglioso di essere stato scelto per una simile avventura. Sbadigliò. Era così stanco che non aveva nemmeno cenato, sconvolto com’era dal cambiamento di fuso orario. Stava per addormentarsi davanti alla sua tazza di tè quando si era accorto della ragazza con la treccia. Per quanto avesse tentato di convincersi che probabilmente si trattava solo di una prostituta, la vista di quei seni prorompenti gli aveva scaricato nelle arterie una dose massiccia di adrenalina.
Guardò l’ora: le dieci meno venti. Era venuto il momento di andare all’appuntamento. Per fortuna, di sera i ponti sul Danubio non erano intasati come di giorno.
Prima di alzarsi Ishan Kambiz lanciò un’ultima occhiata alla sconosciuta. Il giubbotto di pelle si era richiuso. L’iraniano risalì con lo sguardo fino agli occhi azzurri leggermente truccati e incontrò lo sguardo della ragazza. Questa sostenne il suo con una specie d’intensità sottomessa. Come un cane che aspettasse di essere accarez...