Oggi la nostra vita è legata
all’uva, è lei a dettare i tempi.
Altrimenti fai un altro mestiere
Primi giorni di settembre, 2001. Corsica, golfo di Cupabia. È già sera, ma non ancora buio... quel momento magico in cui sabbia, mare e cielo sembrano emanare una luce violetta, e noi siamo seduti su un tronco levigato: io, mia moglie Elena e i Paoli. Che sarebbero Paola Massi e Paolo Beretta, nostri cari amici.
Abbiamo acceso un fuoco e stappato un vino bianco; i nostri bambini si rincorrono lanciando grida acute come quelle delle rondini. Parlottiamo piano, è la fine dell’estate, la testa è già rivolta al ritorno in città, al nuovo anno di lavoro che riparte. Non possiamo sapere che da lì a pochi giorni il mondo cambierà in modo irreversibile. Ogni tanto cala il silenzio. È un momento di felicità, e lo sappiamo. Io sono particolarmente allegro, il mio lavoro è stato notato a Londra e dal futuro mi aspetto cose interessanti. In famiglia, scherzando, la chiamiamo “la svolta”.
Dopo una pausa più lunga delle altre, è Paolo a parlare. «Ragazzi, noi abbiamo deciso di cambiare vita. Lasciamo Milano, ce ne andiamo nelle Marche. Lì Paola ha un casolare da sistemare, un po’ di terra, delle vigne e qualche ulivo. Faremo un agriturismo, e produrremo olio e vino.»
Dire che restiamo senza parole è poco. Paolo ha un avviato studio dentistico, Paola è ricercatrice all’università. Una bella casa fuori Milano, una piccola e meravigliosa casetta in Liguria, appena ristrutturata, e centinaia di amici. Come faranno a lasciare tutto?
Comunque, brindiamo felici alla nuova vita.
31 dicembre 2010. Cossignano. Siamo nell’agriturismo Fiorano, dai nostri amici Paoli, per festeggiare il Capodanno.
Sono passati dieci anni e tutto è andato a meraviglia. Grandi fatiche, niente di regalato, ma ora l’azienda Fiorano è una realtà. Paolo ha imparato a potare le vigne e a fare il vino, mentre Paola ha gestito l’agriturismo. Le bambine sono cresciute e ora parlano con l’accento marchigiano.
A me non è andata altrettanto bene, la svolta non c’è stata; l’attacco alle Torri Gemelle ha provocato una grande crisi e il resto l’hanno fatto le nuove tecnologie. La fotografia digitale e Internet hanno reso obsoleto il lavoro del fotografo e io mi sento come un maniscalco negli anni ’50, quando l’avvento delle auto rese superflui i cavalli. Di fatto, sono disoccupato da due anni e cerco un’idea che mi risollevi. Ho già provato molte strade, che si sono tutte rivelate vicoli ciechi. E mentre gironzolo nella casa dei Paoli, in quel tempo sospeso che sono le vacanze di Natale, mi capita tra le mani un volume, Le vie del vino di Jonathan Nossiter. È un libro strano, per me che di vino non so nulla, ma è pieno di vita, di passione, e lo leggo due volte, cercando di capire. Poi Paolo mi dice che in realtà l’autore è un regista, e che il libro nasce da un documentario, Mondovino. Guardo anche quello e ancora una volta Nossiter mi sorprende. È un film di parte... ma quanta forza, quante idee! Tornato a casa, mi viene voglia di saperne di più sul vino e passo un paio di giorni su Internet, saltando di blog in blog. Ma non c’è niente per me, è tutta roba per esperti, scritta con un linguaggio da iniziati, molto concentrata sulle degustazioni e poco sul lavoro che c’è dietro ogni bottiglia di vino. Pochi video, brutte foto. Penso che, se voglio capire qualcosa, devo andare direttamente nelle aziende. E, subito dopo, penso che questo può essere il lavoro che sto cercando. Raccontare il vino a chi non lo conosce, con foto e video. Chi meglio di me, che non ne so niente? Così è nato Winestories.
31 dicembre 2013. Cossignano. Sono di nuovo qui, a festeggiare con gli amici l’anno nuovo; e in missione per Winestories, a intervistare Paolo Beretta. Come sempre, la casa è piena di amici, c’è fermento per la preparazione del cenone, ma con un atto di forza cacciamo tutti dal soggiorno per poter realizzare l’intervista. Sono passati esattamente tre anni da quando ho avuto l’idea del blog, ed è stranamente simbolico che faccia proprio qui l’ultima intervista di questo libro. Chiedo a Paolo di raccontarmi cosa l’ha spinto a venire qui nelle Marche e a diventare vignaiolo, e se ricorda quel brindisi sulla spiaggia di Cupabia.
«Era qualcosa che avevo dentro, volevo cambiare vita, fare un salto di qualità. Volevo dedicarmi a qualcosa di nuovo, poter investire le mie energie in progetti futuri. Lentamente, ho coinvolto tutta la famiglia, mia moglie, le ragazze, i suoceri. Era più di un anno che ero inquieto, era arrivata la seconda figlia e pensavo a un futuro più vicino alla famiglia, più vivibile. Noi scendevamo nelle Marche per le vacanze e si parlava spesso della possibilità di sfruttare meglio questi terreni. Arrivai a prospettare un nostro trasferimento per vivere di agricoltura, e mi aspettavo solo commenti negativi. Invece, sin dall’inizio, le prime risposte sono state positive. Allora ci siamo detti: “Perché no? Cominciamo a pensarci seriamente”. E siamo partiti. Quella sera, in Corsica, avevo messo da parte la timidezza che mi impediva di parlarne, cominciavo a pensare che potesse essere davvero un grande progetto. Non avevo esperienza di cantina, il vino rappresentava qualcosa di intrigante, ne ero affascinato, avevo seguito alcuni corsi di degustazione, ma era solo un hobby... mettere su un’azienda, programmare una produzione di vino, era tutta un’altra storia. Come dice un amico enotecario: “Preferisco farmi venire il mal di testa bevendo il vino, piuttosto che facendolo”. Ecco, farlo può dare un bel mal di testa, ma non mi pento della mia scelta. Anzi, se devo essere onesto, da questa storia mi aspettavo anche meno. Quello che è arrivato... che sta arrivando... e, soprattutto, il valore che tutto questo ha dato alle mie giornate, al mio futuro e alla mia idea di stare al mondo, ha superato le mie aspettative.
Quando siamo arrivati, c’era solo questo casale, acquistato dai miei suoceri più di vent’anni fa, abitabile ma da ristrutturare. I terreni, circa otto ettari, erano più che altro seminativo, quindi, dal punto di vista vinicolo, una terra vergine. Pochi anni dopo, alcuni terreni confinanti sono stati messi in vendita e siamo arrivati agli attuali sedici ettari. Abbiamo piantato viti e olivi, creando un puzzle colturale che ha subito funzionato, il connubio di olio e vino piace molto a noi e ai nostri clienti, e dà al panorama un effetto cromatico affascinante. Quando ho iniziato avevo una carica formidabile, volevo solo rimboccarmi le maniche e cominciare a lavorare. Certo, il confronto iniziale con chi lavorava con me c’è stato, il contadino che aveva gestito precedentemente la terra era contrario a ogni mia iniziativa, così come dubbiosi erano mio suocero, gli altri operai, i vicini. Quello che ha fatto la differenza, e in molti me l’hanno confermato, è stato il fatto di essere del tutto vergine in questo settore. Ero qui per imparare, senza pregiudizi, ero disposto ad ascoltare, a confrontarmi, a verificare. Parlare con il contadino o con l’agronomo, è stato sempre un grande stimolo. Metti insieme queste esperienze e una gran voglia di fare, e poi vai... cominci, sbagli, ti metti in discussione, riparti. Ho dovuto trasferire idee “cittadine” in un ambito contadino, e lentamente ho imparato a vivere in un altro modo. Il grande cambiamento è stato quando ho cominciato a capire che qui i lavori bisogna farli quando è il momento di farli, né prima né dopo. Questa estate dovevamo partire per una breve vacanza, ma aspettavo per vedere la maturazione dei grappoli e mia figlia Giulia ha commentato: “Non è possibile che le nostre scelte dipendano dall’uva!”. Invece è così, oggi la nostra vita è legata all’uva, è lei a dettare i tempi. Altrimenti fai un altro mestiere.
I primi riconoscimenti sono arrivati dopo quattro o cinque anni, quando le guide hanno iniziato a citarci, ma è importante la stima dei tuoi vicini, del paese in cui vivi. Se apprezzano il lavoro che stai facendo, vuol dire che sei sulla strada giusta. Io affronto il lavoro in prima persona e la comunità che mi circonda mi considera uno che si impegna, che lavora duro. Poi, certo, guide e premi contano, e mi sento di essere in continua crescita: nella gestione dei vigneti, sempre più floridi, e nella cura dei vini, sempre più puliti e rispettosi del territorio. Acquisto sicurezza, e non posso che esserne felice. Un bel segnale che stavamo lavorando bene fu il primo ordine dagli Stati Uniti. Il giorno che partì il primo bancale, al ritorno dalle vigne radunai tutti gli operai in cantina, diedi l’annuncio e brindammo con uno spumante. Non cambiava nulla, ma era una motivazione per tutti, un’altra tappa del nostro cammino. Cerco di dare sempre nuovi stimoli e di sottolineare che stiamo facendo un buon lavoro. Con me ci sono mia moglie, le ragazze quando possono, i suoceri, più due persone fisse, che lavorano dalla cantina al campo. Un’azienda di queste dimensioni funziona solo se è in grado di creare una squadra che rema tutta nella stessa direzione, altrimenti è dura. È fondamentale riuscire a coinvolgere tutti nel progetto, e parte del mio lavoro sta proprio in questo. Lavoriamo con vitigni autoctoni; per il bianco ho puntato sul pecorino, che in questo areale si esprime benissimo. I nostri rossi sono montepulciano e sangiovese. A parte il Terre di Giobbe, Doc Rosso Piceno Superiore, che è un blend di sangiovese e montepulciano, gli altri tre vini sono in purezza. Il Donna Orgilla è un pecorino 100%, vinificato in acciaio, che prende il nome da un’antica feudataria di Cossignano. Fresco e minerale, ci sta dando grandi soddisfazioni. E pensare che all’inizio non avevo preso in considerazione i vini bianchi... ma dopo solo due anni ho intuito il potenziale straordinario di questo vitigno. Anche gli altri due rossi sono in purezza: uno è un Sangiovese giovane, senza passaggio in legno, e l’altro è un Igt Marche, da una selezione di uve montepulciano. Si chiama Ser Balduzio, nome di un altro feudatario del 1300. Da vendemmie tardive, fa tre anni in botte grande e due in bottiglia, è un vino concentrato, un bel “vinone”. Produciamo anche il vin cotto, un vino dolce che appartiene alla storia e alla cultura di queste zone, è un mosto cotto che ricorda il Marsala. D’estate si beveva con un po’ di acqua, per rinfrescarsi, d’inverno i contadini lo portavano nei campi per darsi energia. C’è poi tutto il capitolo dell’olio extravergine, davvero appassionante. E voglio sottolineare che una piccola azienda può ricavare il proprio reddito da diverse fonti, come l’accoglienza, l’enogastronomia, il vino e l’olio, e tutte insieme fanno un marchio aziendale, nel segno della qualità.»
Non sono un esperto di oli... non sono un esperto di niente, a dire il vero... ma vi assicuro che sedersi sotto un ulivo, di fronte alle vigne, con un libro e un bicchiere di vino, è un’esperienza impagabile. E credo che anche le olive siano felici della loro sistemazione, quindi l’olio non può che essere ottimo.
«D’estate è bella la fine della giornata, quando tutto si calma, c’è una luce splendida e si attenua il calore. Poi c’è l’inverno, quando fa buio presto, si rientra a casa prima... camino acceso, due castagne e un bicchiere di vino. E se in giornata hai lavorato in vigna, il piacere del riposo è ancora più forte, più pieno. Siamo partiti con l’idea di lavorare in regime biologico, sin dalla prima bottiglia. Non abbiamo mai avuto dubbi, sapevamo che avremmo lavorato in questo modo per una precisa scelta etica, di rispetto del territorio. E questa scelta si sta rivelando anche un valore aggiunto a livello commerciale. Soprattutto all’estero, un’azienda naturale dà un’immagine di integrità perché cura il prodotto in un certo modo. Essere biologici, nei paesi nordici, in Giappone e negli Stati Uniti è diventato un biglietto da visita fondamentale. È un’agricoltura che richiede intelligenza, ci si deve muovere nei tempi giusti, a volte bisogna intervenire più volte, in caso di forti piogge che dilavano i prodotti. Ci vogliono attenzione e sensibilità. A volte solo entrando in vigna “sento” che è il momento d’intervenire, oppure di aspettare. Produrre naturale costa un po’ di più, ma il prodotto ha un valore aggiunto, eppure non mi sento di dire che il vino bio è migliore di quello convenzionale. Non amo le polemiche, e ci sono vini ottimi in entrambi i settori. L’agriturismo acquista valore quando gli ospiti hanno modo di vivere la vita di un luogo, fermandosi in cantina o girando per le vigne. Per chi ama il vino è una bella opportunità, si può respirare l’atmosfera.....