La fine del Dipartimento della Pubblica Sapienza e la messa in vendita dei palazzi delle scuole
Mi avvio verso il portone della scuola che si affaccia sulla grande piazza di fronte alla chiesa sconsacrata. Passo il mio cartellino elettronico che segna molti minuti di ritardo e mi avvio sulle scale dove alcuni colleghi si stanno inerpicando carichi di scatoloni.
Si sono già attivati in molti per il trasloco nelle soffitte. Siamo davvero in pochi a resistere all’ordinanza del preside Aliberti che ha ingiunto a tutti i professori di trasferire l’attività didattica nei locali sotto i tetti abbandonati da anni ai topi.
Entro in aula dove Bernini e Giannelli si accalcano insieme sulla porta per uscire, Bianchetti sta leggendo il «Corriere dello Sport» con i piedi sul banco, Marozzi ostenta i pettorali ad alcune ragazze che lo toccano ammirate, la Ersili sbraita che non ha capito niente dell’anticipazione dell’ora e non ne vuol sapere di fare lezione. Come ho fatto già in tante altre occasioni, volto le spalle e me ne vado, incurante delle parole arruffate e dei gesti scomposti che mi lascio dietro.
Vado a completare la mia lezione fuori dell’aula con i soliti quattro studenti che mi seguono cercando un riparo in un angolo appartato del portico senza farsi notare. Raccogliamo qualche sedia sparsa e ci sistemiamo in circolo per leggere e commentare insieme la Vita nuova di Dante che non ricordavo di avere assegnato:
Donne ch’avete intelletto d’amore,
i’ vo’ con voi de la mia donna dire,
non perch’io creda sua laude finire,
ma ragionar per isfogar la mente.
«Perché solo le donne, prof? Gli uomini non hanno intelletto d’amore?» chiede il giovane Bernardo che non si allontana mai dalla sua Eloisa, rosa fresca aulentissima...
«Ma è un uomo che parla, Bernardo, e la donna per lui è l’immagine allegorica della bellezza sapienziale, della divina sophia: come nel Cantico dei Cantici. Dante pensa che la via della verità e della conoscenza passi attraverso la bellezza e l’amore e che non sia aperta a tutti ma solo agli intendenti. “Amor nova” dicevano gli antichi poeti provenzali. Per dire che l’amore è potenza vitale e illuminante che fa rinascere la vita dal suo fondamento più intimo e nascosto, attingendo al sé, alla radice dell’essere. Come la primavera che risveglia la natura e fa germogliare i semi sepolti nella terra.»
«E una donna brutta, prof?» continua Bernardo scherzoso mettendo un braccio sulle spalle della bella Elisa che arrossisce amandolo d’amore.
Uno schiamazzo dal fondo del corridoio interrompe la nostra conversazione.
La Ersili irrompe sulla scena avvinghiata a Bernini e inveendo contro la macchinetta distributrice di caffè e merendine: si deve essere bloccata con qualche vecchia moneta fuori corso. Se ne vantava con i compagni il giorno prima: «Sapete che le vecchie cinquecento lire fuori corso le scambia per un euro! Ce n’ho una scorta di mia madre...».
Marozzi li segue a ruota e ci indica con epiteti graziosi: «Ma guarda tu quei quattro deficienti! Li avete visti? Tutti intorno alla prof a fare finta di studiare quelle cazzate sull’amore...».
«Un’allegoria, Bernardo. La donna è un’immagine allegorica che non significa solo se stessa e la sua bellezza, ma indica un altro piano della realtà» continuo senza badare all’azione di disturbo. «Come tutto del resto, almeno all’epoca di Dante: nulla è solo quello che appare, anche se molti oggi sembrano ignorarlo. La realtà non è leggibile a una sola dimensione, come insegnano i poeti. Lo avrai studiato anche in fisica che la realtà non è quella che vedi in superficie: è un fenomeno complesso, una stratificazione di piani di percezione fino all’energia pura che è il fondamento di ogni essere e di ogni creatura. La bellezza, Bernardo... – per rispondere alla tua domanda – la bellezza ci sorprende, ci risveglia, attiva l’amore e la riflessione sul senso del nostro essere al mondo. Hai presente il mito del ratto di Ganimede? Il giovane viene rapito in cielo da un’aquila perché diventi il coppiere degli dèi: significa che la bellezza porta a Dio. C’è un disegno di Michelangelo che lo racconta. Lui ne era convinto: la bellezza terrena non è altro che un riflesso del divino... Chi la percepisce se ne innamora e attraverso l’amore può arrivare a intendere il mistero dell’essere: Dio, se vogliamo chiamarlo così. Marozzi, smettila, vedi di andartene...»
«Uh! L’amore... che palle... E poi sempre con queste femmine, prof. E i maschi allora! Questo Ganimede era maschio, mi pare, no...? Non sono meglio delle femmine? Io non sono bello abbastanza, prof? Mi guardi. Guardi che profilo greco! Dante era un cesso da paura. Brutti questi poeti del cazzo. Leopardi non ne parliamo, pure la gobba. Che se non ce l’avesse avuta... E quello scheletro di Kafka che lei è fissata. Mi nomini uno bello e me ne vado...»
«Guido Cavalcanti, Lord Byron... Majakovskij... Kafka... non erano brutti per niente. Ma che sto dicendo? Vattene, Marozzi, per piacere...»
Poi però mi alzo e me ne vado via io perché è finita l’ora. Marozzi, alle mie spalle, si premura di dirmi a voce alta che la terza non c’è, che sono tutti usciti con De Bellis, il prof di arte, per andare a giocare a calcetto.
«Sono andati a vedere una mostra, Marozzi. Ti sbagli. Ci penseranno agli esami, non ti pare? Abbiamo appena incominciato il programma.»
«Lei è poco informata, prof. Tutta una scusa. Degli esami a quelli non gliene frega niente. Ma che non lo sa? C’è la riforma. Chiedono solo roba contemporanea, prof. Basta leggere il giornale ed ecco che è bell’e fatto l’esame... Altro che studiare e leggere tutti questi libri. Due cazzate al tema e altre due al colloquio orale. Sono andati a giocare a calcetto, prof: maschi e femmine. De Bellis è di larghe vedute.»
Mi allontano, mentre la Ersili cerca di recuperare la sua moneta fuori corso senza mollare Bernini che vorrebbe seguire Marozzi nell’attacco ai quattro indegni che ogni giorno portano i libri e studiano.
Esco dal palazzo assorta nei miei pensieri per fare un giro tra i vicoli e le piazze dei dintorni. Chissà che non ritrovi il giovane in bianco che mi sembrava di avere intravisto.
Forse davvero questo è il mio ultimo giorno. O è l’ultimo giorno di questo mondo sgangherato. Mi dispiace solo che sia di qualità così scadente.
Il palazzo monumentale in cui è ospitata la mia scuola è stato da poco messo in vendita: a quel che se ne sa, ospiterà un albergo, un centro commerciale e un supermercato. Forse è davvero inutile che mi preoccupi della prosecuzione del programma viste le nuove direttive del Dipartimento della Pubblica Sapienza, ora denominato Agenzia Avanzata di Ricreazione e Gioco, in breve AARG.
«È tempo che godiamo del presente e che abbandoniamo il passato morto e sepolto» aveva proclamato pubblicamente il principe Gaudenzio, qualche tempo fa, nel corso di una trasmissione televisiva. «I nostri giovani ammuffiscono di noia tra carte e libri polverosi che raccontano vecchie storie. Le scuole di ogni ordine e grado hanno fatto il loro tempo. È ora di cambiare registro. “Cambiare registro”: un doppio senso... lo avete capito tutti, vero?» aveva dichiarato.
Nell’occasione il principe aveva annunciato alla smemorata popolazione del Reame l’editto con cui musei, biblioteche, archivi, scuole, università sarebbero stati chiusi e venduti.
«Che succede? Che sta dicendo? Perbacco! Allora sono in ritardo... Devo far presto. Povero me... mi trasferiscono...» aveva esclamato allarmato il preside Egidio Aliberti, alzandosi di scatto dalla vecchia poltrona in cui di solito si appisolava davanti al gigantesco schermo televisivo acquistato a rate da sua moglie contro il suo parere.
«Egidio! Che ti prende? Sei sempre così nervoso in questi giorni...» aveva mormorato la moglie con voce roca, sprofondata nella poltrona accanto alla sua e risvegliata di soprassalto dalle sue esclamazioni.
«Uh! Lasciami perdere... Beata te che dormi, che te ne stai a casa a non far niente. A vedere i telefilm, a giocare a Burraco con le amiche. Sapessi che mi tocca fare per prendere quei quattro soldi dello stipendio. Che vergogna... Mi vedessero mio padre, mia madre, stimati servitori del Reame. Che vergogna... che vergogna...»
Se n’era uscito dalla stanza, dove lo schermo del televisore ingombrava tutta una parete come fosse un’opera d’arte, borbottando frasi incomprensibili per Miranda che da qualche giorno aveva perso anche lei gran parte della sua memoria. Stimata professoressa di scienze fino a un anno prima delle grandi riforme del principe, Miranda serbava pochissima memoria della sua passata attività e trascorreva il suo tempo nel nirvana di un eterno presente. Di Egidio si ricordava bene, come si ricordava dei nipoti e delle nuore e di tutto ciò che la riguardava da vicino; ma del resto, della chimica e della biologia soprattutto, non sapeva più niente, dato che nella sua memoria c’era posto solo per la cerchia ristretta di affetti e abitudini: come accadeva a tutti quelli che condividevano lo stesso male.
Aliberti, ancora immune, aveva bene in mente tutto, invece, e aveva pensato di fare il furbo rinviando a tempo indefinito l’operazione che tre ispettori gli avevano comunicato già da settembre: con le circolari, del resto, era abituato a far finta di niente. Questa volta, però, a quanto gli era sembrato di capire dal tono e dalle parole del principe, la questione era seria e, se non voleva essere trasferito o retrocesso o, peggio, licenziato, doveva obbedire il più speditamente possibile.
E così, all’indomani, dopo una notte insonne trascorsa a meditare davanti allo schermo spento, si era recato a scuola alle otto in punto come sempre: giacca, cravatta, scarpe lucide, cartella. Chiamati il segretario e la vicepreside, aveva chiesto loro di convocare per mezzogiorno il collegio docenti per dare comunicazione dei nuovi provvedimenti.
Una volta che tutti erano stati riuniti nella grande aula della biblioteca – chi era al bar, chi in bagno, chi appisolato in qualche angolo, chi a leggere fumetti, chi a far lezione nascosto in qualche corridoio – così aveva parlato loro, ostentando sicurezza e decisione.
«Cari colleghi, sono lieto di dirvi che il programma di dismissione avviato dal governo per risanare l’economia del nostro amato Reame riguarda anche l’antico edificio in cui è ospitata questa scuola. Nostro dovere, dunque, è quello di affrettarci, per il bene comune, a consegnare l’immobile e a trasferire le nostre attività nelle soffitte per eliminare ogni inutile ingombro di personale, di carte, di libri. Siete invitati a eseguire le direttive per tutto ciò che è di vostra competenza. Troverete le istruzioni fotocopiate a vostra disposizione all’uscita. Grazie. La riunione è finita. Andate in pace.»
Nemmeno un brusio di commento. Tutti si erano alzati ed erano usciti in buon ordine come un gregge di automi. Solo un gruppetto sparuto era rimasto in un angolo a bisbigliare. Mi ero accostata a loro pensando che stessero preparando un’azione di protesta. In realtà discutevano di come andarsene altrove al più presto: in crociera, in convento, in campagna, in un altro Reame, comunque lontano.
Qualche giorno prima dell’editto televisivo, del resto, le prescrizioni erano state ripetute ad Aliberti con molta chiarezza dai tre ispettori, nuovamente inviati dalla Direzione Generale, insieme ad alcuni contabili, per accelerare le operazioni di stima e vendita dell’immobile che lui non aveva ancora avviato. Si era permesso, a dire il vero, di fare loro qualche temeraria obiezione, per un residuo attaccamento alla sua funzione dirigenziale che vivacchiava ancora in fondo ai recessi della coscienza.
«L’anno scolastico, egregi colleghi ispettori,» aveva detto con un certo ardire «ha le sue esigenze; forse sarebbe necessario aspettare che si concludano le lezioni, che si facciano gli scrutini, che si completino gli esami. Arriveremmo a metà luglio.»
«Non si preoccupi, preside Aliberti,» gli avevano risposto i tre simultaneamente allineandosi davanti alla sua scrivania, «forse lei non ha capito che i licei dall’anno prossimo saranno chiusi e che al loro posto verranno organizzati dei corsi intensivi di rieducazione – in inglese naturalmente... – perché i giovani imparino solo ciò che è utile e necessario e si divertano. Niente di più, niente di meno. Niente latino e greco, quindi, niente letteratura e filosofia. Niente matematica e fisica e scienze. Niente storia soprattutto. Si studierà solo l’Oggi, il Presente. Non si preoccupi, dunque. I vecchi corsi potrebbero terminare anche ora, per quanto ci riguarda.»
Terminato il discorso, si erano voltati tutti e tre insieme di scatto ed erano usciti come un sol uomo passando contemporaneamente attraverso la porta con qualche difficoltà, spintonandosi tra loro.
Aliberti, nonostante quel secondo avvertimento, aveva aspettato ancora meditando tra sé. Finché, dopo l’altolà dell’inatteso comunicato televisivo, si era deciso a lasciare ogni indugio e a dare il via all’operazione che avrebbe portato alla vendita all’incanto del monumentale edificio.
Secondo le sue indicazioni, sarebbero stati riservati alla didattica i solai abbandonati del palazzo, almeno fino all’esaurimento delle scorte residue di professori e studenti, addetti di segreteria, operatori vari; i documenti e le carte di archivio sarebbero stati riversati nella memoria dei computer di vecchia generazione, eliminati dalle banche e riservati alla scuola, nella certezza che nel giro di pochi mesi avrebbero smesso di funzionare; tutti i dati dello storico liceo sarebbero stati a quel punto compressi nell’etere, all’interno di una nuvola gigante che ne avrebbe accolto a tempo indeterminato l’intera memoria: anche i compiti in classe di Bianchetti, Ersili, Marozzi, Bernini, Giannelli – pensavo io – e magari tutti i loro sms, le mail, le chiacchiere al cellulare, oltre alle pagelle, ai verbali dei collegi docenti, dei consigli d’istituto, alla memoria e al senno smarriti di gran parte dei docenti, sorridenti e ignari a cospetto di eventi che pochi di loro percepivano e intendevano.
Le istruzioni degli ispettori dell’AARG, in conclusione, erano evidenti: il dovere dei nuovi docenti era quello di insegnare solo il Presente, vale a dire la modernità, l’attualità, l’età contemporanea insomma, e di mettere al bando tutte le storie – della filosofia, della letteratura, dell’arte... quante storie! – come discipline morte e prive di qualunque utilizzabilità pratica.
Il culto del Presente, a dire il vero, nonostante sia stato appena introdotto, raccoglie molto consenso tra i colleghi più smemorati e tra molti allievi entusiasti del nuovo piano di studio. De Bellis, per esempio, tra una partita e l’altra di calcetto, li porta spesso a visitare le mostre speciali preparate dal nuovo ordine dei curatori istruiti appositamente dal MOP. Solo pochi, come Bernardo ed Eloisa, continuano ad amare l’arte, la filosofia, la musica, la letteratura, in cui riconoscono se stessi e il proprio reciproco amore. Mentre tutti i Marozzi e i Bernini di questo mondo seguono con entusiasmo la nuova pratica di fede che non richiede loro nessun impegno.
«Lei è una vera utopista, prof» mi dico da sola, ripensando a un curioso incontro di qualche giorno prima.
«Che ne pensa della Fiera annuale dell’Istantaneismo? E delle dieci nuove Gallerie aperte nell’ultima settimana? Ha visto che meraviglia le opere esposte? Quell’aspirapolvere appeso al muro; i sacchetti di spazzatura riversati a terra; il catrame a macchie sparso sul pavimento; i pesci mummificati? Molto meglio che alla Quinquennale della Contemporaneità, dove tutto è subito vecchio...» mi chiedeva un giovane nerovestito in occasione dell’inaugurazione di un nuovo spazio cittadino di cui sarebbe stato il curatore, grazie ai suoi rilevanti titoli familiari.
«Mi sembrano pessime e insignificanti» gli avevo risposto io, tranquilla, ponendogli un’altra domanda: «E lei ha mai visto le opere esposte alle Gallerie de...