Croce senza amore
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Croce senza amore

  1. 364 pagine
  2. Italian
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Croce senza amore

Informazioni su questo libro

Pubblicato in Germania solo nel 2002, Croce senza amore è il primo romanzo di Heinrich Böll, scritto nel 1947. La vicenda narrata segue i destini dei Bachem, una famiglia borghese e cattolica di Colonia, negli anni che vanno dall'ascesa di Hitler alla disfatta del nazismo. I Bachem sono tragicamente divisi dalla nuova realtà: Christoph e sua madre identificano fin dall'inizio il male in Hitler, mentre il secondogenito Hans si iscrive di getto al partito. Farà così carriera rompendo vincoli di sangue e d'amicizia, mentre il fratello verrà addestrato all'odioso mestiere del soldato e mandato a esercitarlo in una guerra che aborrisce. Straordinaria riscoperta letteraria, Croce senza amore testimonia inequivocabilmente come Böll fosse fin dagli esordi il grande scrittore morale destinato a vincere il Nobel: antinazista, antimilitarista, interprete di una fede che si realizza nell'esercizio intransigente dell'amore per il prossimo, quell'amore che rende incompatibili la croce cristiana e quella nazista.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804582014
eBook ISBN
9788852046513

Croce senza amore

PRIMA PARTE

1

La croce sul coro della St. Marienkirche sembrava ondeggiare nella nebbia come la polena sulla prua di una nave; sembrava inabissarsi e salire, farsi strada a fatica attraverso i flutti, mentre la nebbia le passava davanti in nuvole dense quasi come fumo e si dileguava verso il cielo…
Vicino a un carretto di libri ai piedi del coro alto e ripido c’erano due ragazzini, il più giovane dei quali osservava affascinato il gioco della nebbia: aveva rovesciato il capo all’indietro e guardava in su, con la testa che quasi gli girava, ma affascinato dallo spettacolo grandioso; il maggiore dei due rovistava instancabile nel mucchio di libri…
«Ma guarda, Christoph!» esclamò il piccolo all’improvviso, gli diede una spinta e attirò il suo sguardo verso l’alto. E allora contemplarono entrambi quello strano ondeggiare, a lungo… finché il sole, che a oriente diventava sempre più forte, scacciò la nebbia… e il coro della chiesa con la croce si fermò, senza più ondeggiare…
«Strano, Joseph» disse allora Christoph, «avrei scommesso mille contro uno che la chiesa e la croce vacillassero; eppure non c’è dubbio che sia rimasta ferma e immobile per tutto il tempo come adesso.»
«Certo» disse Joseph laconico, poi abbassarono di nuovo la testa e ricominciarono a cercare tra i mucchi di libri; frugavano con un fervore quasi da innamorati tra le file e i pacchi, aprendo ogni libro e osservandolo con attenzione; a volte si scambiavano brevi commenti senza guardarsi.
Il proprietario del carretto se ne stava lì indifferente, la pipa in bocca, e osservava il cielo. Stava avvenendo un cambiamento singolare. Prima il sole aveva scacciato la nebbia e aveva diffuso per qualche minuto una luce chiara, ma ora sembrava che in alto un grigio strato di nubi rifluisse da occidente; si allargò sempre più finché il cielo gravò sulla città come una cappa plumbea, tetra e impenetrabile; a sud-est il sole pareva ormai una semplice macchia giallastra, dai margini ampi. Anche il tempo era incerto, a volte si sarebbe detto che facesse freddo e spesso sembrava quasi che fosse ancora caldo; era novembre…
Tra i ragazzi erano ammucchiati alcuni libri che evidentemente i due pensavano di comprare; se li indicavano, ridevano felici, poi davano un’occhiata al prezzo segnato in grande, a matita, sulla copertina, e li posavano lì tra di loro.
Christoph aveva i capelli scuri ed era alto e snello; il modo in cui stringeva sotto il braccio la cartella logora aveva qualcosa di provocatoriamente distaccato. Joseph, il più piccolo, con i capelli biondo pallido, non si notava quasi; sul naso a becco portava un paio di occhiali, aveva posato la cartella a terra.
I due ragazzi pagarono i libri e poi, passando davanti alla piazzetta, si lasciarono trascinare dalla corrente dei passanti a sinistra, in una strada larga. Ora il piccolo teneva la cartella per il manico mentre il grande continuava a stringerla sotto il braccio; la tasca della giacca era sformata dal peso della mano che doveva assorbire la pressione…
«Sei un vero tentatore e un ricattatore» disse il piccolo ridendo mentre venivano trascinati lentamente avanti, «non ho potuto far altro che dire di “sì”, quando prima dell’intervallo sei andato da Beverding e gli hai detto che oggi i tuoi genitori festeggiavano le nozze d’argento e io ero invitato e gli hai chiesto se potevamo andarcene. Eppure sai che non mi piace marinare la scuola, non ci sono proprio tagliato.»
«Lo so, ma oggi non ce l’avrei fatta ad ascoltare i discorsi patriottici di Grüner, non li sopporto davvero più, proprio perché lo stimo, perché so che è superiore, una brava persona e un bravo insegnante; proprio per questo non riesco a sopportare che dica sciocchezze, perché sono sciocchezze!» Lanciò a Joseph uno sguardo interrogativo, ma poiché l’altro non rispose e si limitò a guardarlo tra il sorridente e l’irritato continuò: «Penso che sia criminale attribuire alla guerra anche il più pallido bagliore romantico. I sopravvissuti di Langemarck dovrebbero impedire le molte Langemarck che forse ci aspettano in futuro, invece di farne un mito, con dispendio di lacrime e decorazioni scintillanti. È e resta un fatto che Guglielmo II fosse solo un porco e mi sembra spaventoso che siano morti in uniforme prussiana per la gloria prussiana. Ma non sono morti per questo, sarebbe mostruoso e disumano se fossero morti per questo… loro…».
All’improvviso Joseph lo spinse a destra, in una stradina grigia e tranquilla. «Scusa» disse calmo, «perché non ci beviamo una tazza di caffè?»
«Certo, magari qui da Grothaß, hai ancora qualche soldo?»
Joseph annuì e poi si lasciò guidare in una strada stretta. Entrarono nel caffè, un locale ampio e profondo dove le lampade erano accese anche in pieno giorno perché la luce delle finestre non arrivava fino agli angoli più lontani. La stanza era quasi vuota. Christoph si spinse fino all’angolo più distante e buio dove c’era una zona piena di sedie e tavoli liberi. Sembrava che conoscesse la ragazza bionda e sottile con la cuffietta di pizzo bianco che arrivò subito per prendere le ordinazioni; si fecero un cenno sorridendo.
«Quanti soldi hai?» chiese con un sussurro e poiché Joseph rispose: «Due marchi» ordinò: «Due caffè e un pacchetto di sigarette». «E due fette di torta, per favore» aggiunse Joseph con modestia.
Posarono le cartelle su una sedia e si sedettero. Poi tacquero per un po’ finché la ragazza ebbe portato caffè, torta e sigarette. Per prima cosa Christoph prese le sigarette, ne accese una e aggiunse latte e zucchero al caffè. Joseph mescolò lentamente e si avvicinò uno dei piatti con la torta. «Cosa intendevi dire poco fa, quando hai detto che non sono morti per questo?»
«Sono morti, sono caduti perché Dio voleva che soffrissero e voleva la loro vita, capisci? È assolutamente impossibile che Dio li abbia fatti nascere perché morissero in uniforme prussiana per la gloria prussiana, cerca di capire, ti prego!» Batté la mano sul tavolo. «Non può semplicemente essere, non era il loro destino.» Joseph, turbato, alzò gli occhi dal piatto del dolce.
«Suona molto allettante. Ma il fatto è che credevano nella Germania prussiana ed è per questo che sono andati alla morte… il fatto è che si trattava di ragazzi leali…»
«Certo, ma ti dico che quell’errore grandioso è svanito dai loro cuori e dalle loro labbra nel momento in cui sono caduti. È impossibile che siano caduti davvero per queste stupidaggini; se fosse così, il giorno del Giudizio dovrebbero risorgere tra i morti in uniforme da sottufficiali prussiani, capisci? Sono tutte assurde queste chiacchiere più o meno sentimentali, sentimentali perché viene dato un enorme peso sentimentale a una cosa priva di importanza… una commozione orrenda. “I nostri ragazzi, i nostri coraggiosi ragazzi” così si dice nelle lingue di tutti i popoli di tutti i caduti in tutte le guerre. “I nostri ragazzi”, c’è qualcosa di terribile in questo modo di dire. Ah» e tornò ad accendersi una sigaretta, mentre Joseph raccoglieva dal piatto le ultime briciole di torta, «i nostri ragazzi devono avere cappotti, gavette, vino, tabacco, e chi più ne ha più ne metta… così si è detto in tutte le guerre, e i nostri ragazzi si sono fatti coraggiosamente strapazzare per qualche mese, si sono fatti nutrire con sbobbe raccapriccianti, insultare, tormentare, si sono fatti fotografare con l’elmetto d’acciaio prima di poter morire finalmente, finalmente, di una morte eroica, e per questo li odio!» Batté di nuovo con violenza la mano sul tavolo. «Li odio, i vecchi stoccafissi che oggi, a quindici anni dall’ultima guerra, marciano ancora con i bastoni da passeggio in spalla, come se fossero fucili, davanti a qualche generale decrepito durante le loro patriottiche giornate commemorative, le decorazioni sul petto e le lacrime del sentimentalismo negli occhi; li odio, i nostri “vecchi ragazzi” – i nostri ragazzi sono degli stupidi e riesco a consolarmi della loro morte solo se credo che non siano morti per la patria, ma che Dio abbia cancellato le canzoni patriottiche dalle loro labbra per far loro cantare, lassù, inni migliori.»
Joseph allontanò da sé il piatto vuoto. Christoph gli avvicinò il secondo; aveva la fronte arrossata, rideva imbarazzato. «Tieni, mangia anche questo, non ho proprio fame.» Joseph esitò per un attimo, poi sorrise e cominciò a mangiare la seconda fetta di torta.
«Mi sembra troppo allettante quello che dici, è così terribilmente persuasivo… come può esserlo solo un errore grandioso.»
«Ti prego, spiegami perché…»
Joseph si limitò ad alzare le mani in un gesto di impotenza: «Non posso spiegartelo, non posso discutere e basta; trovo che le tue parole abbiano qualcosa di terribile, sembrano insulti, insulti oltraggiosi».
«Esattamente come Cristo ha usato gli insulti quando ha inchiodato con le sue parole i farisei e i mercanti del tempio» disse Christoph a voce bassa.
Joseph sussultò spaventato; lo fissò per un attimo; sgranò gli occhi dietro le lenti degli occhiali. «Oh, credo anch’io che dobbiamo seguire l’esempio di Cristo, ma non quando compare in veste di giudice… no… no» alzò tristemente le mani in un gesto di rifiuto. «Certamente no.»
«No… no…» esclamò Christoph, «continuiamo a farci prendere per stupidi, dobbiamo stare a guardare mentre suonano i tamburi… quegli idioti che ho chiamato vecchi stoccafissi, finché un giorno toccherà a noi fare la parte dei “bravi ragazzi”? Sì» intercettò uno sguardo interrogativo dell’amico, «sì, un giorno saremo noi ad accollarci lo splendido compito storico di starcene stesi chissà dove nel fango con gavetta e borraccia dopo che ci avranno stupidamente addestrati nei cortili delle caserme. Sarà la fine di queste ridicole esibizioni patriottiche. Mio Dio, come sono contenti i tedeschi quando possono indossare un’uniforme!»
«Non capisco proprio dove vuoi andare a parare. Intendi dire che la guerra dovrebbe essere realmente abolita?»
«No, ma se un giorno dovessi andare in guerra vorrei essere consapevole che non soffro per l’uniforme che devo portare né per l’autorità che me la impone… non potrei sopportare di soffrire davvero per questo motivo. La sofferenza di milioni di persone deve pure avere un significato diverso da quello politico, capisci? Se neppure un capello cade dalla nostra testa senza che Dio lo voglia – e io ci credo – allora non credo che sarà per volontà di Dio se noi bravi ragazzi moriremo per la gloria prussiana o “per la Germania” in una Langemarck del futuro… no, no!»
Joseph alzò la testa: «Parli di una nuova guerra con una naturalezza così terribile».
«Certo, perché non possiamo modificare la concezione elementare del mondo; ci sarà la guerra, proprio come ci saranno sempre i ricchi e i poveri, finché esisterà il mondo, e quanto più a lungo esisterà, tanto più ingiuste saranno le guerre, tanto più poveri i poveri; perché non si lascerà loro neppure la consolazione del cristianesimo, la consolazione che in un ordine superiore la loro povertà li mette al di sopra dei ricchi…»
«E tu non vorresti lasciare ai poveri soldati neppure il conforto di morire e soffrire per la patria… e…»
«Esatto» lo interruppe di nuovo Christoph animatamente, «perché non è un vero conforto, mio Dio, Joseph, non ti capisco più!»
Lanciò all’amico uno sguardo sorpreso e spaventato.
«Ah» Joseph fece un gesto stanco e si passò la mano sulla testa come se avesse dei dolori lancinanti. «Ah, so che hai ragione, ma trovo davvero spaventoso che sia così.»
Rimasero in silenzio per un po’, poi Joseph disse a voce bassa: «È spaventoso, sì, ah, l’ho capito… una guerra non è altro che una crocifissione ripetuta milioni di volte e la povertà è una crocifissione infinita che continua a operare in eterno, ma temo che nel tuo entusiasmo tu non capisca che cosa significa crocifissione».
Christoph abbassò la testa vergognoso. «Lo sapremo nel momento in cui toccherà a noi» disse a voce bassissima, «per il momento sono tutte chiacchiere, chiacchiere…»
Finirono il caffè in silenzio, poi pagarono.
Fuori il cielo grigio chiaro era diventato ancora più cupo, sembrava che veli nerastri fossero stati tirati come tende; con l’avvicinarsi del mezzogiorno il traffico era aumentato. Nelle strade larghe le persone si muovevano come una pappa grigia, senza speranza, mescolata da un cucchiaio.
I due ragazzi si lasciarono trasportare per un tratto dalla corrente, poi si staccarono dalla folla e imboccarono una strada laterale più tranquilla; fu come saltar giù da un nastro trasportatore di inerzia che continuava a scorrere inarrestabile. Senza essersi messi d’accordo diressero il passo verso il portone della chiesa vicino al cui coro si erano trovati un’ora prima. Entrarono nel grande locale vuoto, vasto, silenzioso, pieno di romanica intimità e mitezza. Avevano entrambi il respiro affannoso e profondo, in piedi lassù nella chiesa, sotto il campanile; sembrava che respirassero con dolorosa beatitudine il silenzio e la calma di quella chiesa dall’atmosfera indicibilmente spirituale. Il silenzio del luogo era come una lingua meravigliosa che li sfiorava come un soffio delicato, lontano eppure reale, che in qualche modo apriva il loro cuore. E Christoph si vergognò di quello che aveva detto… il silenzio del luogo era come una musica delle sfere celesti e ridestava in lui l’eco delle sue parole; gli risuonava dentro cupa e sorda. Avevano entrambi la sensazione di sprofondare in qualche modo nell’eternità… di scivolare nell’eternità oltre lo stretto ponte del tempo, mentre il maglio della coscienza evocava incessantemente le loro parole…
Poi sobbalzarono entrambi spaventati quando all’improvviso, rumorosa e vicina alle loro teste, la campana annunciò mezzogiorno con rintocchi sonori, precipitosi. Sembrò che la volta del silenzio si frantumasse e seppellisse la loro sicurezza, la loro pace e la loro felicità… si guardarono impauriti, poi si fecero il segno della croce e lasciarono il luogo in fretta…

2

«Bisognerebbe modificare il Credo!» esclamò Christoph con voce appassionata, «aggiungere “et credo in diabolum”. Sì, perché chi non crede nel diavolo non crede in Dio e nega la realtà. Questo dannato guazzabuglio di idee buone e cattive che chiamate il vostro programma è la più pericolosa manifestazione dell’errore: una meravigliosa verità umana con un’appendice diabolica. E avete messo insieme il più bel mazzo di fiori, avete preso una frase seducente da ogni ramo del materialismo e lo agitate sotto il naso del popolo fino a ubriacarlo con le vostre chiacchiere infernali.»
«Bisogna fare i conti con l’opinione pubblica» disse Hans asciutto, «per quanto vi crediate realisti, non siete altro che dei sognatori.»
«Sì, lusingate il popolo per spingerlo un giorno davanti alle mitragliatrici. Per amore della Germania! Il vecchio luogo comune funzionerà sempre; mettete loro addosso soltanto uniformi, approfittate del vero torto che ci è stato fatto per tramare i vostri sporchi affari! L’opinione pubblica!» Gettò furioso la sigaretta nel portacenere e guardò il viso sorridente, un po’ sdegnoso del fratello.
«Siete i fanatici dei pregiudizi borghesi e religiosi.»
«Non è vero» disse ora Joseph con fermezza e tranquillità, e la sua voce esile aveva una forza immensa. «Vorremmo riportare in vita i cadaveri insepolti, i nostri contemporanei, prima che vengano sepolti definitivamente. Ma voi ne abuserete per provocare solo disgrazie; invece di proteggerli e curarli amorevolmente e di instillare in loro, in dosi prudenti, la verità che hanno perduto da centinaia d’anni, li imbottite di un nulla pletorico, di grida cieche, ringhiose; ma io ti dico che i cadaveri che riempite urlando con la vostra risciacquatura vi porteranno alla rovina! E guardati dall’opinione pubblica, mio caro!» Joseph girò sul seggiolino del pianoforte, si alzò e cominciò a camminare avanti e indietro nella stanza. «L’opinione pubblica è un mostro che ha tante facce quante sono le possibilità tra la verità assoluta e il suo assoluto contrario; si potrebbe dipingerla come un drago dalle molte teste, nero su sfondo azzurro, che grida contemporaneamente “osanna” e “crucifige”…»
«Dunque disprezzate il popolo che rappresenta la cosiddetta opinione pubblica?» chiese Hans come se tendesse loro un agguato.
«No, amiamo il popolo. Ma l’unica possibilità di assoggettare la massa a un pensiero comune in una forma umanamente sopportabile è la liturgia divina; voi invece scatenate gli istinti più bassi, li appagate soltanto a metà, li lasciate gonfiare sempre più come acque minacciose e poi li dirigete nei canali del vostro potere; ingannate il popolo con la sua stessa libidine, siete dei ciarlatani». Si rivolse a Christoph: «E il Credo non ha bisogno di essere modificato: disceso agli inferi, c’è scritto, e chi ha orecchie per intendere intenda: disceso agli inferi!».
Hans li guardò entrambi con uno sguardo strano; c’era tristezza nei suoi occhi e al tempo stesso derisione, c’era una punta della solita superiorità degli adulti nei confronti dei bambini, e una certa durezza.
«Dunque sembrerebbe chiaro che siamo definitivamente diventati avversari politici.» Lo disse con molta calma.
«No! No!» esclamò Joseph. «Avversari religiosi!»
Ma si spaventarono entrambi quando Hans all’improvviso montò su tutte le furie; la calma prudente scomparve, il viso si contrasse. «Non è vero! La religione non ha niente a che fare con la politica. In ogni caso non pubblicamente!» All’improvviso si vergognò del suo turbamento, arrossì e fissò caparbio gli occhi a terra.
«Anche questo un errore comune, mio caro, non posso separare la fede, la speranza e la carità dalle mie azioni. Mio Dio, non possiamo certo costruirci la vita mettendo assieme singole peculiarità, tecniche cavillose, ognuna delle quali si realizza in base a leggi proprie. La nostra vita è come una tavolozza piena di colori e dobbiamo ricavarne un quadro; tutto deve farne parte. Anche se volete perseguire il vostro errore con coerenza e tenervi fuori dalla religione, non è possibile; le leggi della religione si avverano in voi senza che possiate impedirlo. Mettete il naso dappertutto proprio perché non siete altro che una nuova religione, e non volete spaventare i cittadini che sono le vostre predilette pecorelle. Prima un’eresia era un’eresia, maledizione, oggi invece le dottrine errate portano nomi politici soavi e sentimentali, segretamente però sono lupi che scoppiano quasi di fanatismo religioso, spietato e feroce; i vostri cadaveri…»
Ma in quel momento la signora Bachem si affacciò alla porta e disse: «Scusate… Hans, devi vestirti; tuo padre ti sta già aspettando, dobbiamo andare». Poi entrò e chiese: «Parlate di cadaveri?».
«Sì» disse Joseph con calma, «di cadaveri insepolti.»
«Un’espressione retorica?» La signora Bachem spinse Hans verso la porta, lei invece rimase nella stanza e cominciò a infilarsi i guanti. «Un’espressione retorica?» ripeté.
«No» rispose allora Christoph, «una definizione scelta da Joseph per i nostri contemporanei, i moltissimi che non hanno una patria dello spirito, gli esseri impotenti e confusi…»
«La definizione non è un po’ ostile?»
Joseph arrossì. «Forse ha ragione, ma trovo che serva a poco cercare di illudere un malato sul suo stato di salute; a meno che…»
«A meno che non si speri nella Grazia, che può più di ogni capacità umana, non è vero, volevi dire questo?»
«Pressappoco» disse Joseph sorridendo. «Ma si può preparare la strada alla Grazia, dopotutto è come un seme che deve germogliare; perché non si deve tentare di sarchiare il terreno? Sperare nella Grazia e agire a suo vantaggio, le due cose insieme.»
«Avevate una ragione particolare per parlare con tanto fervore? È successo qualcosa?»
«Sembra che Hans abbia una forte simpatia per una delle nuove correnti che è diventata così forte; quella con la croce uncinata.»
«Oh, mio Dio» esclamò la signora Bachem costernata, «la croce capovolta, la conosco, sotto quel segno non succederà niente di buono.» Guardò i due ragazzi spaventata: «Di cosa si tratta?».
«Sembra che sia il nuovo sole destinato a illuminare le tenebre della politica; salvezza, redenzione, tutto; manca soltanto la benedizione della Prussia, senza la quale purtroppo in Germania non è possibile nessun rinnovamento politico, neppure nella repubblica; e io temo che sarà l’ultima benedizione che la Prussia impartirà alla Germania…»
Joseph si spaventò, quando all’improvviso vide il volto bianco come la neve della donna, e Christoph corse preoccupato verso la madre che sembrò barcollare, ma lei lo respinse. «Lascia stare» disse, di nuovo sorridente, «e mettiti a letto, un’influenza non è una sciocchezza e dovevi restare alzato soltanto mezz’ora. Su, sii ragionevole, torna a letto.»
Scostò le coperte e in quel momento la voce del padre chiamò da fuori: «Johanna, vieni?». Con un sospiro Christoph incominciò a togliersi la giacca. Joseph si rivolse alla signora Bachem: «Se andate a piedi vi accompagno per un tratto, posso?».
Strinse la mano a Christoph e uscì dalla stanza con la madre.
Mentre scendeva le scale la signora Bachem stava già riflettendo su come evitare di andare a teatro; il viso allegro della figlia le sembrava altrettanto atroce dell’indifferenza di Hans e della gioia convenzionale del marito. Camminava per la strada accanto a Joseph e tacevano entrambi, ma avevano l’impressione che tra loro aleggiassero parole non dette; la conversazione di poco prima, apparentemente scherzosa e leggera, come tutte le conversazioni politiche ormai da anni, sembrava caricarsi di un peso mostruoso e gravare su di loro; era come se ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Heinrich Böll
  3. Croce senza amore
  4. Introduzione - Una generazione inchiodata alla speranza - di Anna Ruchat
  5. Cronologia
  6. Bibliografia
  7. CROCE SENZA AMORE
  8. Copyright