L'alternativa del diavolo
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L'alternativa del diavolo

  1. 434 pagine
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L'alternativa del diavolo

Informazioni su questo libro

«Non ho alcuna possibilità di scelta. O piuttosto, qualsiasi scelta faccia, degli uomini moriranno.» Il presidente degli Stati Uniti e altri capi di Stato nel mondo si trovano di fronte alla cosiddetta "Alternativa del Diavolo": dover decidere la perdita di vite umane senza assumersene la responsabilità. La carestia che minaccia l'Unione Sovietica significa infatti la condanna a morte per migliaia di persone. Da Mosca a Washington, da Londra a Rotterdam, dalla campagna irlandese alla più grande petroliera del mondo, decine di personaggi, tra cui un gruppo di terroristi e un solitario agente segreto inglese incaricato di una delicatissima missione, si mettono in moto per risolvere il diabolico dilemma, in un continuo susseguirsi di colpi di scena che culmineranno in un'incredibile sorpresa finale. Un capolavoro del romanzo d'azione da uno degli indiscussi maestri del genere.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804620105
eBook ISBN
9788852048487

XIII

dalle 13.00 alle 19.00

Se la reazione dei mezzi di comunicazione di massa alla trasmissione delle nove era stata sommessa ed esitante a causa della scarsa attendibilità degli informatori, la reazione a quella delle dodici fu frenetica.
Da mezzogiorno in poi non sussistette più alcun dubbio su ciò che era successo alla Freya, né su quanto il comandante Larsen aveva detto, mediante il radiotelefono, al Controllo del Maas. Troppe persone erano rimaste in ascolto.
Nelle edizioni di mezzogiorno dei quotidiani della sera apparvero i titoli a caratteri cubitali preparati alle dieci. I titoli dei giornali stampati a mezzogiorno e mezzo divennero ancor più grandi e decisi. Non esistevano più punti interrogativi al termine delle frasi. Articoli di fondo furono scritti in fretta e furia, dal momento che ai corrispondenti specializzati nei problemi della navigazione e dell’ambiente era stato chiesto di dare valutazioni immediate, entro un’ora.
I programmi radiofonici e televisivi furono interrotti in tutta l’Europa venerdì all’ora di pranzo, per dare la notizia agli ascoltatori e ai telespettatori.
Esattamente cinque minuti dopo le dodici, un uomo con un casco da motociclista, occhialoni e una sciarpa avvolta intorno alla metà inferiore della faccia, era entrato tranquillamente nel vestibolo del numero 85 di Fleet Street e aveva consegnato una busta indirizzata al caporedattore della Press Association. Nessuno, in seguito, ricordò quell’uomo; decine di messaggeri come lui entravano ogni giorno nel vestibolo.
A mezzogiorno e un quarto, il caporedattore stava aprendo la busta. Conteneva la trascrizione della dichiarazione letta dal capitano Larsen un quarto d’ora prima, ma doveva essere stata preparata con molto anticipo. Il caporedattore informò della cosa il direttore, che avvertì la polizia metropolitana. Questo non impedì che il testo fosse trasmesso immediatamente, sia dalla Press Association, sia dalla sua cugina al piano di sopra, la Reuter, che lo diffuse in tutto il mondo.
Allontanatosi da Fleet Street, Miroslav Kaminsky gettò il casco, gli occhialoni e la sciarpa in un bidone delle immondizie, si fece portare con un tassì all’aeroporto di Heathrow e salì a bordo dell’aereo in partenza alle quattordici e quindici per Tel Aviv.
Alle quattordici, la pressione esercitata dalla stampa sia sul governo olandese, sia su quello della Germania Ovest, stava cominciando a intensificarsi. Nessuno dei due governi aveva avuto il tempo di meditare in tranquillità e con calma su come avrebbe dovuto reagire alle richieste. E tutti e due i governi cominciarono a ricevere un diluvio di telefonate che li esortavano ad accettare la liberazione di Mishkin e di Lazareff piuttosto che affrontare il disastro causato dalla distruzione della Freya al largo delle loro coste.
All’una, l’ambasciatore tedesco all’Aia stava parlando personalmente con il ministro degli Esteri a Bonn, Klaus Hagowitz, il quale disturbò il cancelliere all’ora di pranzo. Il testo della comunicazione delle dodici era già arrivato a Bonn, sia dall’organizzazione spionistica BND, sia sotto forma di un telex della Reuter. Anche le redazioni di tutti i quotidiani tedeschi avevano ricevuto il testo dalla Reuter e le linee telefoniche dell’ufficio stampa della Cancelleria erano ingorgate da innumerevoli chiamate.
All’una e quarantacinque, la Cancelleria rese noto che una riunione di emergenza del Gabinetto era stata convocata per le quindici, allo scopo di prendere in esame l’intera situazione. I ministri rinunciarono ai progetti di allontanarsi da Bonn per il weekend. E tutti digerirono male il pranzo.
Il governatore del carcere di Tegel posò il ricevitore del telefono, alle quattordici e due minuti, con una certa deferenza. Non accadeva spesso che il ministro della Giustizia Federale ignorasse il tramite protocollare del sindaco di Berlino Ovest e si rivolgesse direttamente a lui.
Sollevò il ricevitore del telefono interno e impartì un ordine alla sua segretaria. Senza dubbio, a tempo debito, il senato di Berlino si sarebbe posto in contatto con lui, formulando la stessa richiesta, ma, fino a quando il sindaco, a pranzo da qualche parte, rimaneva irraggiungibile, lui non intendeva opporre un rifiuto al ministro di Bonn.
Tre minuti dopo, uno dei suoi più fidi collaboratori nel carcere entrò nell’ufficio.
«Ha sentito il notiziario delle due?» domandò il governatore.
Erano appena le due e cinque. Il funzionario disse che stava facendo i giri di ispezione quando il segnale acustico nel taschino della giubba aveva ronzato, invitandolo a informarsi immediatamente mediante uno dei telefoni alla parete. No, non aveva ascoltato il notiziario. Il governatore gli riferì la richiesta avanzata a mezzogiorno dai terroristi a bordo della Freya. Il funzionario rimase a bocca aperta.
«Incredibile, no?» disse il governatore. «Sembra che, tra pochi minuti, tutto il mondo parlerà di noi. Pertanto, chiudiamo tutti i boccaporti. Ho già impartito ordini al portone principale; nessuno, a parte il personale di servizio, deve entrare nel carcere. Tutte le richieste di informazioni da parte della stampa dovranno essere rivolte alle autorità municipali.
«E ora, per quanto riguarda Mishkin e Lazareff. Voglio che la sorveglianza in quel piano, e particolarmente nel loro corridoio, sia triplicata. Annulli le ore libere dal servizio, pur di avere uomini a sufficienza. Trasferisca tutti gli altri detenuti di quel braccio in altre celle ad altri piani. Il braccio stesso deve rimanere assolutamente isolato. Un gruppo di funzionari del servizio segreto arriverà in aereo da Bonn per chiedere ai due detenuti chi sono i loro amici nel mare del Nord. Nessuna domanda?»
L’altro deglutì e scosse la testa.
«Dunque,» continuò il governatore «non sappiamo per quanto tempo si protrarrà questa situazione di emergenza. Quand’è che doveva smontare dal servizio?»
«Alle sei di questa sera, signore.»
«Per riprendere lunedì mattina alle otto?»
«No, signore, a mezzanotte di domenica. La prossima settimana ho il turno di notte.»
«Dovrò chiederle di restare» disse il governatore. «Naturalmente, in seguito sarà compensato, per gli straordinari con un premio generoso. Ma vorrei che, d’ora in poi, fosse lei ad assumersi la responsabilità della sorveglianza. D’accordo?»
«Sissignore. Come desidera. Comincerò subito.»
Il governatore del carcere, al quale piaceva assumere un atteggiamento cameratesco con i suoi dipendenti, girò intorno alla scrivania e gli batté la mano sulla spalla.
«È una brava persona, Jahn. Non so come faremo senza di lei.»
Il comandante di squadriglia Mark Latham fissò la pista, sentì l’autorizzazione a decollare della torre di controllo e fece un cenno d’assenso al secondo pilota. La mano guantata dell’uomo più giovane azionò lentamente le quattro leve del comando spinta. Alla base delle ali, quattro motori Rolls Royce Spey ulularono al massimo per imprimere una spinta di quarantacinquemila libbre e il Nimrod Mark Due si sollevò dalla base della RAF, a Kinross, e virò a sudest dalla Scozia, verso il Mare del Nord e il canale della Manica.
Il trentunenne comandante di squadriglia del comando costiero sapeva come quello che stava pilotando fosse il miglior apparecchio del mondo per la sorveglianza antisommergibile e antinave. Con un equipaggio di dodici uomini, una maggiore potenza e impianti di sorveglianza perfezionati, il Nimrod poteva o sfiorare le onde a bassa quota, a una velocità ridotta e costante, ascoltando, mediante un’apparecchiatura elettronica, i suoni di qualsiasi movimento sott’acqua, oppure incrociare ad alta quota, un’ora dopo l’altra, con due motori fermi per economizzare carburante, osservando un’enorme superficie di oceano sotto di sé.
I suoi radar avrebbero captato il benché minimo movimento di strutture metalliche laggiù sulla superficie del mare, e le sue apparecchiature ottiche erano in grado di fotografare di giorno e di notte, senza essere influenzate dalle tempeste e dalla neve, dalla grandine e dalla pioggia, dalla nebbia o dal vento, dalla luce o dall’oscurità. I computer Datalink erano in grado di valutare tutti i dati ricevuti, di riconoscere per quello che era quanto era stato visto, e di ritrasmettere l’intera situazione, in termini visivi o elettronici, alla base di partenza o a una nave della regia marina collegata con i Datalink.
Gli ordini impartitigli, in quell’assolato venerdì di primavera, erano di portarsi a quattromilacinquecento metri di quota sopra la Freya e di continuare a sorvolarla circolarmente finché non gli fosse stato dato il cambio.
«Sta apparendo sullo schermo, comandante» avvertì nell’impianto di comunicazioni interne l’operatore radar di Latham. Più indietro, nella carlinga del Nimrod, l’operatore del radar stava fissando lo schermo, che scrutava il settore di mare sgombrato dal traffico intorno alla Freya, sul lato nord, e vedeva il grosso blip spostarsi dalla periferia al centro, a mano a mano che si avvicinavano.
«Telecamere in azione» disse Latham, calmo. Nel ventre del Nimrod, le telecamere F 126 per la luce del giorno, ruotarono come un’arma, scorsero la Freya e si bloccarono su di essa. Automaticamente, regolarono distanza e fuoco per la massima definizione. Simili a talpe nella loro cieca tana, gli uomini dell’equipaggio dietro i piloti videro la Freya apparire sullo schermo delle immagini. Da quel momento, qualsiasi direzione l’aereo avesse seguito nel cielo, le telecamere sarebbero rimaste puntate sulla Freya, autoregolandosi per la distanza e i cambiamenti di intensità luminosa, ruotando nei loro alloggiamenti per compensare le evoluzioni del Nimrod. Anche se la Freya avesse cominciato a muoversi, sarebbero rimaste puntate su di essa, simili a occhi senza palpebre, fino a quando non avessero ricevuto nuove istruzioni.
«E ora trasmettete» disse Latham.
I Datalink cominciarono a trasmettere le immagini alla base inglese, e di là a Londra. Quando il Nimrod fu a perpendicolo sopra la Freya, si inclinò a sinistra e, dal proprio seggiolino sulla sinistra, il comandante Latham guardò in basso a occhio nudo. Più indietro e più in basso rispetto a lui, le telecamere zumarono, superando di gran lunga l’occhio umano. Inquadrarono la sagoma solitaria del terrorista sull’estrema prora, la faccia mascherata che guardava in su la rondine argentea, quattromilacinquecento metri più in alto. Inquadrarono il secondo terrorista in cima al fumaiolo e continuarono a zumare finché il nero passamontagna riempì lo schermo. L’uomo al sole, molto più in basso, aveva sulle braccia un fucile mitragliatore.
«Eccoli là, i bastardi» gridò l’operatore. Il Nimrod iniziò una dolce virata sopra la Freya, passò al pilota automatico, fermò due motori, ridusse la potenza degli altri due per la massima durata di volo, e cominciò a fare quanto gli era stato ordinato. Continuò a ruotare sopra la nave, osservò e aspettò, riferendo ogni cosa alla base. Mark Latham si fece sostituire dal secondo pilota, sganciò la cintura di sicurezza e uscì dalla cabina di pilotaggio. Si portò nella saletta da pranzo per quattro persone, andò alla toeletta, si lavò le mani e sedette davanti al vassoio del pranzo preriscaldato. Era, rifletté, un modo abbastanza comodo di andare in guerra.
La splendente Volvo del capo della polizia di Alesund risalì il viale d’accesso della costruzione in legno, una casa tipo ranch, a Bogneset, a una ventina di minuti d’automobile dal centro della città, e si fermò davanti alla veranda di pietra grezza.
Trygve Dahl era un coetaneo di Thor Larsen. Erano cresciuti insieme ad Alesund, e Dahl aveva deciso di entrare nella polizia come allievo pressappoco mentre Larsen entrava nella marina mercantile. Conosceva Lisa Larsen da quando Thor l’aveva condotta lì, giovane sposa, da Oslo, dopo il loro matrimonio. I suoi figli frequentavano Kurt e Kristina, giocavano con loro a scuola e andavano insieme in barca durante le lunghe vacanze estive.
«Maledizione» pensò, scendendo dalla Volvo. «Che diavolo potrò dirle, adesso?»
Nessuno aveva risposto al telefono e questo significava che lei doveva essere uscita. I ragazzi erano certamente a scuola. Se Lisa era andata a fare acquisti, forse aveva incontrato qualcuno e sapeva già. Suonò il campanello, e, poiché nessuno venne ad aprire, girò intorno alla casa.
A Lisa Larsen piaceva coltivare un vasto orto e lui la trovò che dava da mangiare carote al coniglio preferito di Kristina. Lei alzò gli occhi e sorrise quando lo vide apparire all’angolo della casa.
“Non sa niente” pensò Trygve. Lisa spinse quello che restava delle carote attraverso la rete metallica della gabbia e si avvicinò a lui sfilandosi i guanti da giardino.
«Trygve, che piacere vederti. Come mai sei venuto fin qui dalla città?»
«Lisa, hai ascoltato il giornale radio di questa mattina?»
Lei rifletté un momento sulla domanda.
«Ho ascoltato quello delle otto, facendo colazione. Poi sono sempre rimasta fuori di casa, nell’orto.»
«Non hai risposto al telefono?»
Per la prima volta, un’ombra affiorò nei vividi occhi castani. Il sorriso si dileguò.
«No. Non avrei potuto sentirlo. Ha suonato?»
«Senti, Lisa, sta’ calma. È successo qualcosa. No, non ai ragazzi. A Thor.»
Lei impallidì sotto l’abbronzatura color miele della vita all’aria aperta. Con cautela, Trygve Dahl le riferì quello che era successo, incominciando dalle ore piccole del mattino, lontano a sud, al largo di Rotterdam.
«Per quello che ci risulta, sta benissimo. Non gli è stato fatto alcun male e non gliene sarà fatto. I tedeschi dovranno liberare quei due uomini, e tutto andrà bene.»
Lisa non pianse. Rimase in piedi, calmissima, tra la lattuga primaverile, e disse: «Voglio andare da lui».
Il capo della polizia provò una sensazione di sollievo. Se lo sarebbe dovuto aspettare da lei, ma si sentì ugualmente sollevato. Ora avrebbe potuto organizzare le cose. In questo era molto più abile.
«L’aereo personale di Harald Wennerstrom deve arrivare all’aeroporto tra venti minuti» disse. «Ti accompagnerò là. Il signor Wennerstrom mi ha telefonato un’ora fa. Pensava che avresti potuto voler andare a Rotterdam per essere più vicina a Thor. Non stare a preoccuparti per i ragazzi. Li manderò a prendere a scuola, prima che vengano a saperlo degli insegnanti. Ci occuperemo noi di loro; saranno nostri ospiti, naturalmente.»
Venti minuti dopo, Lisa si trovava sul sedile posteriore dell’automobile di Dahl, diretta a tutta velocità ad Alesund. Il capo della polizia si servì della radio per fermare il traghetto che conduceva all’aeroporto. Subito dopo le tredici e trenta, il Jetstream argenteo e blu ghiaccio della Nordia Line perco...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Frederick Forsyth
  3. L'alternativa del diavolo
  4. Premessa
  5. Prologo
  6. I
  7. II
  8. III
  9. IV
  10. V
  11. VI
  12. VII
  13. VIII
  14. IX
  15. X
  16. XI
  17. XII
  18. XIII
  19. XIV
  20. XV
  21. XVI
  22. XVII
  23. XVIII
  24. XIX
  25. XX
  26. Epilogo
  27. Copyright