Wild Cards - 6. Il candidato
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Wild Cards - 6. Il candidato

  1. 360 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Wild Cards - 6. Il candidato

Informazioni su questo libro

Luglio 1988. Da quasi due anni l'America è stata infettata dal virus alieno wild card che ha cambiato per sempre il volto della sua popolazione e la struttura della sua società, divisa tra nat, i non infettati, i joker, deformati orrendamente dall'infezione, e gli assi, che invece dal virus hanno ottenuto poteri eccezionali. Ma i riti della civiltà statunitense si compiono come sempre, compresa la convention di Atlanta che dovrà designare il prossimo candidato presidente democratico. I favoriti sono Gregg Hartmann, capo della coalizione che si batte per i diritti dei joker, e Leo Barnett, animato da un fanatismo religioso, che vorrebbe internare tutte le wild card. La tensione è già alle stelle, ma salirà ancora quando si diffonderà la voce che un asso in incognito si aggira per Atlanta, forse con un piano in mente...

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804635871
eBook ISBN
9788852047411

Capitolo uno

Lunedì 18 luglio 1988

Ore 6
Spector si piegò sul lucchetto con la mano inguantata. La serratura scattò. Facendo forza con il proprio peso, sollevò la porta di alluminio ondulato e la spostò di lato, evitando il più possibile di fare rumore. Quindi scivolò dentro, chiudendosi la porta alle spalle. Fino a quel momento era andata esattamente come avevano stabilito.
Il posto odorava di polvere e vernice fresca. La luce fioca proveniva da una sola lampada in alto, al centro del deposito. Si fermò per concedere agli occhi il tempo di abituarsi. C’erano ovunque scatoloni pieni di maschere – pagliacci, politici, animali, alcune facce di persone normali. Raccolse una maschera da orso e la indossò: tanto valeva mettersi al sicuro nel caso qualcuno avesse acceso tutte le luci. La plastica gli pizzicava il naso e i buchi per gli occhi erano troppo piccoli. Spector aveva la vista periferica limitata. Si mosse lentamente verso la luce, voltandosi spesso per assicurarsi di non avere nessuno alle costole.
Era in anticipo di qualche minuto. Pensava fosse la cosa giusta da fare. Qualcuno aveva passato un sacco di guai per rintracciarlo e organizzare quell’incontro. O erano disperati o stavano cercando di incastrarlo. Poteva rappresentare un problema in entrambi i casi. La polvere gli irritava gli occhi, ma con la maschera sul viso non poteva farci niente. Si fermò a tre o quattro metri dalla luce e rimase in attesa. L’unico rumore era quello delle falene che sbattevano contro il supporto metallico della lampada.
«Sei tu?» Era una voce attutita, ma chiaramente maschile, e proveniva della parte opposta della zona illuminata.
Spector si schiarì la gola. «Sì, sono io. Perché non vieni sotto la luce, così ti posso vedere?»
«Io non so chi sei tu e tu non sai chi sono io. Lasciamo le cose come stanno.» Pausa. Nel buio si udì un fruscio di carta.
«Bene. Dimmi.» Spector emise un lungo sospiro rilassato. Non sembrava una trappola e aveva il coltello dalla parte del manico.
Un braccio si allungò sotto la luce. Il tizio era basso come un bambino, ma aveva un braccio grosso, muscoloso e le dita tozze. Dal guanto di pelle spuntava l’orlo di uno di plastica. Ovviamente il tizio era molto cauto. La mano stringeva una busta di carta da pacchi. «Tutto quello che ti serve sapere è qui dentro.»
«Lanciamela.» Il braccio la gettò verso di lui. La busta atterrò con un tonfo e scivolò fino al bordo dell’area illuminata, sollevando polvere e particelle di vernice. «Adoro quel rumore.» Spector camminò verso la busta. Ma sì, che il tizio lo vedesse pure con la maschera da orso! Non importava. Raccolse la busta e la aprì con il pollice. Dentro c’erano diverse mazzette di banconote da cento dollari legate insieme con cura, un biglietto andata e ritorno per Atlanta intestato a George Kerby e un foglio di carta ripiegato due volte. Spector calcolò che dovevano esserci più di cinquantamila dollari.
«Metà adesso. Il resto a lavoro finito.» La voce si era spostata e ora si trovava tra Spector e la porta.
Spector aprì il foglio e lo alzò verso la luce per leggerlo. Fece un respiro profondo. “Merda. Mai una cosetta facile. Pure ad Atlanta. Sarà un gran casino. Perché non ti fai restituire i soldi del biglietto aereo intestato a George Kerby e non aspettiamo che torni in città?”
«Voglio che te ne occupi entro la settimana prossima. Anche domani non sarebbe male. Siamo d’accordo?»
«Sì, okay» disse Spector, piegando la busta e infilandosela sotto la camicia. «Devi odiare sul serio questo tizio.»
Si aprì la porta. Prima che si richiudesse, Spector vide l’uomo di sfuggita. Alto circa un metro e venti, fisico da difensore – un nano. Non ce n’erano molti così in giro. E uno solo che ce l’avesse a morte con il tizio che aveva il compito di fare secco.
«Avevo sentito che eri morto, Gimli.» Nessuna risposta. Ma non ci si poteva aspettare una risposta da uno che si presumeva imbalsamato e sistemato al Famous Bowery Wild Card Dime Museum. Tuttavia, Spector sapeva meglio di chiunque altro che la convinzione che una persona fosse un cadavere non bastava a renderla tale.
Era in Vicolo dei Topi, dove i morti hanno perso le loro ossa. Dove c’era il Jokers Wild, lì era Vicolo dei Topi.
Probabilmente si trattava di un vicolo perfetto per i ratti.
L’ultimo degli avventori uscì barcollando dalla porta, che si apriva come un grido sul volto ebete del muro di mattoni. L’entrata era di un’altezza normale, ma quasi tutti tenevano la testa china nei colletti sciupati, sudati per la paura, l’attesa e il dolce sollievo, e continuavano a tenerla in quel modo mentre si incamminavano fra le pozzanghere madreperlate, la gloria sbiadita di confezioni di cibo plastificate, l’odore cittadino stantio di vecchie proteine e idrocarburi complessi che invecchiavano senza pietà.
Una figura insignificante indugiava vicino all’entrata, un James Dean con la gobba, una Keds nera appoggiata al muro dietro di lui, una bianca nella sporcizia; annuiva e borbottava a bassa voce assicurandosi che la clientela della notte continuasse a dirigersi dalla parte giusta. Nessun problema. Quelli che si trovavano ancora dentro se ne stavano andando, lasciandosi alle spalle quella minaccia gommosa e ridacchiante di Moon Goon e, una volta fuori, la giusta direzione era lontano da lui.
Dall’altro lato della porta una figura ingombrante, insaccata in un mantello nero e pantaloni calzamaglia dello stesso colore, annuiva e mormorava attraverso un’impenetrabile maschera da clown parole gentili da responsabile di un grande magazzino: «Grazie. Torni a trovarci. Grazie. È sempre un piacere». Al massimo i clienti rispondevano annuendo.
Era rimasta solo una manciata di Bei Giovanotti, ragazzi sui diciotto, vent’anni, che riuscivano ancora ad apparire freschi e puliti sotto i capelli a spazzola e i tagli cascanti alla moda: era il personale di servizio del Jokers Wild. Il James Dean mancato li guardò incamminarsi. Quando i suoi occhi fissavano quei ragazzi, atleti con arti e muscoli delineati come quelli di novelli eroi di Howard, gli si dilatavano le pupille. Non se ne rendeva conto. Probabilmente erano finocchi. C’erano finocchi da tutte le parti; chi poteva dirlo. Lo scroto di Mackie e la punta delle dita fremettero al pensiero; c’erano cose che amava fare ai finocchi. Non che avesse molte possibilità di metterle in pratica. Il Guardiano e l’Uomo gli stavano sempre addosso per controllare in che modo usasse i suoi poteri. E su chi.
Quando l’ultimo ragazzo uscì da Vicolo dei Topi, il tizio con la faccia da clown chiuse la porta. Lo smalto esterno era verde scrostato. Afferrò l’intelaiatura con le dita dai guanti bianchi e la staccò dal muro. Dietro rimasero solo mattoni. Avvolse porta e telaio in un fagotto, come se si trattasse del cavalletto ripiegato di un artista, e infilò il tutto sotto l’ascella.
«Fai il bravo, Mackie» disse, mentre allungava il braccio per accarezzargli la guancia sottile, che mostrava solo un’ombra di peluria. Mackie non si scostò. Il Guardiano non era un finocchio, lo sapeva. Gli piaceva quando l’uomo mascherato lo toccava. Amava la sua approvazione. Un teenager pelle e ossa, gobbo e straniero non ne riceveva molta, soprattutto con l’Interpol alle calcagna.
«Tranquillo, Guardiano» disse, sorridendo di sbieco e lasciando ciondolare la testa. «Lo sai che faccio sempre il bravo.» Pronunciò quelle parole con una cadenza spiccata e stramba da tedesco del Nord.
Il Guardiano si soffermò a osservarlo per un istante. I suoi occhi non erano sempre visibili. Al momento erano solo due cavità oscure avvolte nella maschera.
Le dita inguantate scivolarono sul viso di Mackie, raspandolo dolcemente. Il Guardiano si voltò e si allontanò per il vicolo con una leggera andatura dondolante e il fagotto sotto il braccio.
Mackie si diresse dalla parte opposta, facendosi strada con cautela fra le pozzanghere. Odiava bagnarsi i piedi. Quella notte Vicolo dei Topi sarebbe stato da un’altra parte. L’avrebbe trovato, senza problemi. Avrebbe sentito la chiamata, il canto delle sirene del Jokers Wild, come il resto di coloro che vi appartenevano, vittime e spettatori, i cui fremiti derivavano in parte dalla consapevolezza che i loro ruoli fossero interscambiabili.
Non per Mackie, però. Al Jokers Wild, Mackie era intoccabile. Nessuno gli rompeva i coglioni al nightclub dei dannati.
Uscì sulla Nona Avenue in una brezza intrisa dell’odore del fiume Hudson e di vapori diesel. I lineamenti mobili si contrassero in un breve spasmo di nostalgia e ripugnanza: era proprio come al porto di Amburgo dove era cresciuto.
Infilò le mani nelle tasche e voltò la spalla destra, quella più alta, controvento. Doveva controllare una segreteria telefonica in un alloggio sulla Bowery. L’Uomo aveva in ballo qualcosa di grosso ad Atlanta. Poteva aver bisogno di Mackie da un momento all’altro. E quando avevano bisogno di lui, Mackie Messer non tollerava di perdere un solo istante.
Si mise a canticchiare a bocca chiusa una canzone, la sua ballata. Ignorando lo stridio da coniglio torturato prodotto dai freni di un autobus, continuò a camminare.
Ore 7
I matti uscivano di casa presto. Dopo aver oltrepassato a piedi il perimetro della polizia all’Atlanta Marriott Marquis, Jack Braun vide centinaia di delegati dell’assemblea, la maggior parte abbigliati in modo casual, con stupidi cappelli e maglie tempestate di spillette elettorali. C’erano poi diverse limousine che trasportavano gli anziani del Partito, una Chevrolet Impala grigia del 1971, con svastica che sventolava dall’antenna e tre soldati delle truppe d’assalto in uniforme nazista seduti impassibili sul sedile anteriore – per qualche ragione nessuno si era sistemato dietro –, e due gang di joker che sporgevano le teste sfigurate da malconci pulmini Volkswagen, salutando la folla e ridendo alle reazioni dei pedoni. I pulmini erano tappezzati con adesivi di Hartmann e altri slogan politici. LIBERATE L’UOMO MUCO, si leggeva in uno; W IL MASTINO NERO, recitava un altro.
“Gregg Hartmann non approverebbe” pensò Jack Braun. Associare nell’opinione pubblica il futuro presidente a un joker terrorista non era una strategia politica adeguata.
Jack aveva il cuoio capelluto imperlato di sudore. Atlanta era umida e afosa persino alle sette e mezzo del mattino.
“Colazione di riconciliazione.” Lui e Hiram Worchester avevano un’ora per tornare buoni amici. Si domandò perché si fosse lasciato convincere da Gregg Hartmann.
“Al diavolo la passeggiata” pensò infuriato. Si sarebbe schiarito le idee in qualche altro modo. Fece marcia indietro e tornò verso il Marriott.
Jack aveva trascorso la notte a sbronzarsi nella sua suite al Marriott con quattro superdelegati non allineati dell’arido Midwest. Charles Devaughn, il responsabile della campagna elettorale di Gregg Hartmann, aveva telefonato per suggerirgli che un po’ del fascino di Hollywood avrebbe potuto far pendere la bilancia dei non allineati a suo favore. Ormai rassegnato, Jack sapeva benissimo che cosa significasse. Così aveva chiamato un paio di agenti di sua conoscenza. Prima dell’arrivo dei superdelegati, la stanza era stracolma di bourbon, scotch e veraci attricette della Georgia, veterane di produzioni cinematografiche locali come Squadre di forzate e Il massacro del carro bestiame. Verso le tre del mattino, quando la comitiva finalmente si sciolse e l’ultimo deputato del Missouri uscì barcollando abbracciato a Miss Peachtree 1984, Jack calcolò di aver assicurato al carnet di Hartmann almeno un paio di voti in più.
A volte era facile. Per qualche ragione i politici tendevano a crollare davanti alle celebrità – anche quando si trattava di famosi assi traditori e di Tarzan televisivi superati come lui, pensò. Carisma hollywoodiano sbiadito e sesso a buon mercato potevano intaccare la volontà del politico più agguerrito.
Il tutto, naturalmente, mescolato a un’implicita minaccia di ricatto. Devaughn ne sarebbe stato fiero. Jack lo sapeva.
Dentro il cranio percepiva il rimbombo di una grancassa. Mentre attendeva a un semaforo, si massaggiò le tempie. Il suo dono wild card, pur garantendogli enorme forza ed eterna giovinezza, non gli risparmiava i postumi di una sbornia.
Perlomeno non era stata una festa hollywoodiana, altrimenti avrebbe dovuto procurare una zuppiera di cocaina.
Infilò una mano nella sua sahariana di Marks & Spencer e ne estrasse la prima Camel senza filtro della giornata. Mentre si chinava per schermare il fiammifero con le grandi mani, vide l’Impala scendere nuovamente lungo la strada con la sua svastica sbandierante. Dietro il parabrezza si stagliavano i baschi dei soldati delle truppe d’assalto. L’auto accelerò non appena scattò...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Wild cards 6. Il candidato
  3. Capitolo uno - Lunedì 18 luglio 1988
  4. Capitolo due - Martedì 19 luglio 1988
  5. Capitolo tre - Mercoledì 20 luglio 1988
  6. Capitolo quattro - Giovedì 21 luglio 1988
  7. Capitolo cinque - Venerdì 22 luglio 1988
  8. Capitolo sei - Sabato 23 luglio 1988
  9. Capitolo sette - Domenica 24 luglio 1988
  10. Capitolo otto - Lunedì 25 luglio 1988
  11. Titoli di coda
  12. Copyright