
- 448 pagine
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eBook - ePub
Herzog
Informazioni su questo libro
Solo, in una casa di campagna, un intellettuale si interroga - e interroga gli amici - sul senso dell'esistenza, in un susseguirsi di spiegazioni, interpretazioni, chiarimenti. Il romanzo di maggior successo di Bellow, premio Nobel per la letteratura 1976.
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Informazioni
Print ISBN
9788804341147eBook ISBN
9788852048470Herzog
A Pat Covici, grande redattore editoriale e, meglio ancora, amico generoso, questo libro è affettuosamente dedicato.
Se sono matto, per me va benissimo, pensò Moses Herzog.
C’era della gente che pensava fosse un po’ tocco, e per qualche tempo persino lui l’aveva dubitato. Ma adesso, benché continuasse a comportarsi in maniera leggermente stramba, si sentiva pieno di fiducia, allegro, lucido e forte. Era vittima di un incantesimo, e scriveva lettere a chiunque gli venisse in mente. Era talmente esaltato da quella corrispondenza che dalla fine di giugno, dovunque andasse, si trascinava dietro una valigia piena di carte. Se l’era portata, quella valigia, da New York a Martha’s Vineyard. Ma da Martha’s Vineyard era scappato via subito; due giorni dopo aveva preso l’aereo per Chicago, e da Chicago era andato in un paesino del Massachusetts occidentale. Lì, nascosto in mezzo alla campagna, scriveva a più non posso, freneticamente, ai giornali, agli uomini pubblici, ad amici e parenti, e finì per scrivere pure ai morti, prima ai suoi morti sconosciuti e poi anche ai morti famosi.
Era piena estate nelle Berkshires. Herzog viveva da solo nella casa grande e antica. Lui che di solito era così schizzinoso per il cibo, ora mangiava pane in cassetta confezionato, fagioli in scatola e formaggini. Ogni tanto coglieva dei lamponi nel giardino invaso dalle erbacce, scostando gli spinosi arboscelli con distratta cautela; quanto al dormire, dormiva sul materasso, senza lenzuola – sul disertato letto matrimoniale –, o nell’amaca, coprendosi soltanto col cappotto. Piante d’acero, carrubi e gramigna dei boschi lo assediavano da ogni parte, in giardino. Di notte, se apriva gli occhi, le stelle erano vicinissime, simili a corpi spirituali. Fuochi, certo; gas – minerali, calore, atomi –, ma alle cinque del mattino, per un uomo che giace in un’amaca avvolto nel proprio cappotto, cose piene di eloquenza.
Quando un pensiero nuovo gli assaliva il cuore correva in cucina, suo quartier generale, e ne prendeva nota. Dalle pareti di mattone l’intonaco bianco si scrostava e ogni tanto Herzog, con la manica, era costretto a pulire dal tavolo gli escrementi dei topi, chiedendosi, tranquillamente, perché mai ai topi di campagna piacessero tanto la cera e la paraffina. Perforavano la paraffina che ricopriva le conserve; rosicchiavano le candeline per le torte di compleanno, fino allo stoppino. Un ratto si era fatto largo in una confezione di pane in cassetta, lasciando dentro ogni fetta la forma del proprio corpo. Herzog si era mangiato il pane rimasto con uno strato di marmellata. Era anche capace di fare a mezzo coi ratti.
E per tutto il tempo un cantuccio della sua mente restava aperto al mondo esterno. La mattina udiva i corvi. Quei loro gridi rauchi, lui li trovava deliziosi. Sull’imbrunire sentiva i tordi. Di notte c’era una civetta. Quando passeggiava in giardino, agitato da una lettera che gli ronzava per la mente, vedeva le rose attorcigliarsi intorno alla grondaia; o le more dei gelsi – e sul gelso ingozzarsi gli uccelli. Le giornate erano calde, le sere rosse e polverose. Guardava ogni cosa con occhio attento, eppure gli pareva di essere mezzo cieco.
Il suo amico, anzi il suo ex amico Valentine, e sua moglie, la sua ex moglie Madeleine, avevano sparso la voce che avesse smarrito la ragione. Che fosse vero?
Nel fare un giro intorno alla casa deserta, vide il proprio viso riflesso nel vetro grigio e velato di ragnatele di una finestra. Aveva un’aria stranamente tranquilla. Un raggio gli partiva dal centro della fronte, percorreva il naso diritto e scendeva sulle labbra carnose, mute.
A primavera inoltrata Herzog si era sentito sopraffatto dal bisogno di spiegare, di mettere in chiaro, di giustificare, di collocare in prospettiva, di fare ammenda.
A quell’epoca insegnava agli adulti di una scuola serale di New York. Per tutto aprile era stato ancora abbastanza lucido, ma a fine maggio aveva cominciato a vaneggiare. Gli studenti capirono presto che non avrebbero mai imparato molto da lui sulle “Origini del Romanticismo”, e che avrebbero invece visto e sentito cose strane. I formalismi accademici caddero uno dopo l’altro. Il professor Herzog aveva la inconsapevole franchezza di un uomo profondamente preoccupato. E verso la fine del corso, nelle sue lezioni si produssero lunghe pause. Si fermava, borbottava «scusatemi», e cercava la penna nella tasca interna della giacca. Sul tavolo che cigolava, scribacchiava su dei foglietti con mano sospinta da un’urgenza imperiosa; era completamente assorto, aveva gli occhi cerchiati. Il pallore del suo viso diceva tutto – tutto. Ragionava, discuteva, soffriva, gli era venuta in mente un’idea nuova, brillante – l’orizzonte gli si apriva, si richiudeva; i suoi occhi, la sua bocca, dicevano davvero tutto, senza bisogno di parole: aspirazioni, desideri, pregiudizi, amare collere. Vi si poteva leggere proprio tutto. La classe aspettava quattro o cinque minuti, nel silenzio più assoluto.
Da principio, gli appunti che prendeva non seguivano nessun ordine. Erano frammenti – mezze parole senza senso, esclamazioni, proverbi e citazioni aggrovigliate o, nello yiddish di sua madre morta da tanto tempo, Trepverter –, tardive repliche di uno che già sta ruzzolando per le scale.
Scriveva, per esempio: Morte – morire – rivivere – tornare a morire – vivere.
Niente persona, niente morte.
E: Sulle ginocchia della tua anima? Tanto vale rendersi utili. Frega il pavimento.
E ancora: Rispondi allo stolto secondo la sua stoltezza perché egli non si creda saggio.
Non rispondere allo stolto secondo la sua stoltezza per non divenire anche tu simile a lui.
Scegline uno.
Annotò anche: Leggo, in Walter Winchell, che J.S. Bach si metteva i guanti neri per comporre una messa da requiem.
Herzog non sapeva bene che cosa pensare di quegli scarabocchi. Si abbandonava all’eccitazione che li dettava, e sospettava, talora, che fossero un sintomo di disgregazione. Non che la cosa lo spaventasse. Sdraiato sul sofà del monolocale più servizi che aveva preso in affitto nella Diciassettesima Strada, qualche volta si immaginava di essere un’industria per la produzione di storia autobiografica, e si ripassava in rassegna completamente, dalla nascita alla morte. Su un foglietto arrivò ad ammettere:
Non trovo giustificazione.
Riconsiderando la propria intera esistenza, si accorse di aver sbagliato tutto – tutto. La sua era una vita, come si suol dire, rovinata. Ma siccome non era stata un granché in partenza, perché prendersela? Riandando, su quel sofà puzzolente, ai secoli del passato, all’Ottocento, al Cinquecento, al Settecento, si sovvenne di un detto settecentesco che gli piaceva:
Il dolore, o Signore, è un tipo di ozio.
Continuò a tirare le somme, bocconi sul sofà. Era un furbo o un idiota? Be’, in quel momento non poteva certo sostenere di essere furbo. Un tempo, forse, aveva avuto la stoffa del furbacchione: invece aveva deciso di fare il sognatore e i marpioni se l’erano mangiato vivo. E poi, cos’altro? Gli cadevano i capelli. Leggeva la pubblicità della ditta Thomas, specialisti del cuoio capelluto, con l’esagerato scetticismo di chi ha una profonda, disperata voglia di crederci. Specialisti del cuoio capelluto! Eh già... era un ex bell’uomo. La sua faccia denunciava le batoste ricevute. Ma quelle batoste se le era anche cercate lui, anzi aveva persino dato una mano ai suoi aggressori. Da quelle riflessioni fu portato a fare un’analisi del proprio carattere. Che tipo era? Be’, per dirla con una definizione moderna, era un narcisista; un masochista; ed era anacronistico. Il suo era il quadro clinico del depresso – non grave: non del tipo maniaco-depressivo. Ce n’erano di conciati peggio, in giro. A dover dar retta a quelli che credono, e al giorno d’oggi pare convinzione generale, che l’uomo è l’animale ammalato, allora lui cos’era? vistosissimamente malato, smisuratamente cieco, straordinariamente degenerato? No. Era intelligente? Il suo intelletto avrebbe certo reso di più se fosse stato un paranoide aggressivo, avido di potere. Era invidioso, ma non eccezionalmente competitivo, non era un vero paranoico. E la sua cultura? A questo punto era costretto ad ammettere di non essere una gran cima come professore. Oh, certo era onesto e volonteroso, era dotato di generosa sincerità, anche se un po’ immatura, ma sistematico probabilmente non sarebbe riuscito a diventarlo mai. L’esordio era stato brillante, con una bella tesi di dottorato intitolata Lo stato di natura nella filosofia politica inglese e francese del Seicento e del Settecento. Vantava al suo attivo numerosi articoli e un libro, Romanticismo e Cristianesimo, ma gli altri progetti ambiziosi si erano, uno alla volta, rinsecchiti tutti. In virtù di quei primi successi non aveva mai incontrato difficoltà a trovare lavoro o a vincere borse di studio. La Narragansett Corporation gli aveva versato, per un certo numero di anni, quindicimila dollari perché continuasse i suoi studi sul Romanticismo. I risultati stavano dentro un armadio, chiusi in una vecchia valigia: ottocento pagine di un’argomentazione caotica mai veramente messa a fuoco. Il solo pensarci lo faceva soffrire.
Accanto a lui, sul pavimento, giacevano dei pezzi di carta, e di tanto in tanto si inchinava a scribacchiare qualcosa.
Ora annotò: Non una lunga malattia è stata la mia vita; la mia vita è stata piuttosto una lunga convalescenza. Revisione liberal-borghese, illusione del miglioramento, veleno della speranza.
Si ricordò per un attimo di Mitridate, il cui organismo aveva imparato a prosperare col veleno. Trasse in inganno i propri assassini, che fecero l’errore di propinarglielo a piccole dosi, e così, invece di distruggerlo, gli allungarono la vita.
Tutto fa brodo.
Riprendendo l’autoesame, ammise di essere stato un cattivo marito: per due volte. La prima moglie, Daisy, l’aveva proprio trattata da cani. Invece Madeleine, la seconda, era stata lei che aveva tentato di fargliela. Con i suoi due figli, il maschio e la femmina, era stato un padre affettuoso ma non un buon padre. Nei confronti dei suoi genitori era stato un figlio ingrato. Verso il suo Paese, un cittadino indifferente. Con i fratelli e la sorella, affettuoso ma distante. Con gli amici, un egoista. In amore, pigro. Nel brio, smorto. Nell’uso del potere, passivo. Nei confronti della propria anima, evasivo.
Soddisfatto della propria severità, seriamente compiaciuto della propria durezza e rigorosa concretezza di giudizio, se ne stava disteso sul sofà con le braccia incrociate dietro la testa, le gambe allungate, inerti.
Eppure, manteniamo intatto il nostro fascino, nonostante tutto.
Papà, poveretto, sapeva incantare gli uccelli e attirarli fuori dagli alberi, i coccodrilli dal fango. E anche Madeleine, che fascino aveva, e che bella donna, e che intelligenza brillante. Il suo amante, Valentine Gersbach, che uomo affascinante era anche lui, benché in una maniera più greve, più brutale. Aveva il mento tozzo, capelli color del rame, fiammeggianti, che gli sprizzavano letteralmente dalla testa (non aveva bisogno, lui, di specialisti del cuoio capelluto), aveva una gamba di legno e camminava chinandosi e raddrizzandosi con grazia, come un gondoliere. Ma anche Herzog, eh, possedeva la sua non indifferente dote di fascino. Purtroppo però la sua sessualità era stata seriamente danneggiata da Madeleine. E senza capacità di attrazione nei confronti delle donne, come avrebbe potuto rimettersi in sesto? Era soprattutto da questo punto di vista che si sentiva in convalescenza.
La meschinità di questi tornei sessuali.
Con Madeleine, molti anni prima, Herzog si era rifatto una vita. L’aveva vittoriosamente strappata alla Chiesa – quando si erano conosciuti lei era una convertita di fresco. Con i ventimila dollari ereditati da quel simpatico di suo padre, per compiacere alla nuova moglie aveva abbandonato una rispettabilissima carriera universitaria e comperato una casa grande e antica a Ludeyville, nel Massachusetts. Nella serena atmosfera delle Berkshires, dove aveva degli amici (Valentine Gersbach e sua moglie), avrebbe dovuto essergli facile scrivere il secondo volume sulle idee sociali dei Romantici.
Herzog non aveva abbandonato la carriera universitaria perché era un fallito. Godeva anzi di una bella reputazione. La sua tesi di laurea veniva considerata un importante contributo letterario, l’avevano tradotta anche in francese e in tedesco. Il suo primo libro, benché all’atto della pubblicazione non avesse ricevuto una particolare attenzione, figurava ora in molte bibliografie, e gli storici della generazione più giovane lo prendevano a modello di un nuovo genere storiografico, «la storia che ci interessa da vicino» – personale, engagée –, quel tipo di storiografia che considera il passato con aperta e decisa tendenza a ritrovarvi diretti riferimenti alla nostra epoca. Finché Moses era stato sposato con Daisy, aveva condotto l’esistenza normalissima di un professore associato, rispettata e stabile. Il suo primo lavoro aveva messo in evidenza, con grande obiettività scientifica, ciò che il Cristianesimo aveva rappresentato per il Romanticismo. Nel secondo libro tendeva invece a farsi più reciso, più assertivo, più ambizioso. C’era effettivamente parecchia ruvidezza nel suo carattere. Aveva una forte volontà e talento per la polemica, e una propensione per la filosofia della storia. Sposando Madeleine e dando le dimissioni dall’università (perché lei era convinta che fosse bene), rintanandosi a Ludeyville, diede prova di possedere propensione e talento anche per il rischio e per l’estremismo, per l’eterodossia, per le situazioni complicate, una fatale attrazione verso «la città della distruzione». Quella che aveva in mente era una storia che tenesse davvero conto delle rivoluzioni e delle agitazioni di massa del ventesimo secolo, accettando con il Tocqueville l’universale e irreversibile sviluppo dell’egualitarismo, il progredire della democrazia.
Ma, a proposito di questo lavoro, c’era poco da illudersi. Stava perdendo la fiducia, sul serio. Le sue ambizioni avevano subito una dura umiliazione. Hegel gli dava molto filo da torcere. Dieci anni prima era convinto di averne capito le idee sul consensus e la civiltà, ma poi qualcosa era andato storto. Era abbattuto, impaziente, infuriato. E nello stesso tempo, le cose tra lui e sua moglie si erano messe in modo stranissimo. Lei era insoddisfatta. Prima, non aveva voluto che fosse un professore qualunque; poi, dopo un anno di vita in campagna, aveva cambiato idea. Madeleine si considerava troppo giovane, troppo intelligente, troppo piena di vita, troppo socievole per seppellirsi nelle remote Berkshires. Si mise in testa di finire i suoi studi di slavistica, che aveva cominciato all’università. Herzog scrisse a Chicago per cercar lavoro. Doveva anche trovare un posto a Valentine Gersbach. Valentine faceva l’annunciatore alla radio di Pittsfield, presentava un programma di dischi. Non la si può mica piantare in asso, gente come Valentine e Phoebe, soli, in una lugubre campagna come questa, aveva detto Madeleine. Avevano scelto Chicago perché Herzog vi era cresciuto, e là aveva delle buone conoscenze. Così, lui tenne un ciclo di lezioni al Downtown College e Gersbach diventò responsabile dei programmi culturali di una stazione a modulazione di frequenza nell’ambitissima zona del Loop. La casa di Ludeyville fu chiusa – una casa da ventimila dollari, con i libri, le porcellane inglesi, gli elettrodomestici nuovi di zecca lasciati in balia di ragni, talpe e topi di campagna –, soldi guadagnati con il sudore della fronte da papà!
Gli Herzog si trasferirono dunque nel Midwest, ma dopo neanche un anno di questa nuova vita a Chicago, Madeleine decise che, a conti fatti, tra lei e Moses non funzionava proprio – e chiese il divorzio. E lui glielo dovette concedere, che poteva fare? E che pena fu il divorzio. Di Madeleine era innamorato, dalla bambina non sopportava di separarsi. Ma Madeleine rifiutava recisamente di essere sua moglie, e i desideri della gente vanno rispettati. La schiavitù è morta.
Qu...
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- Herzog
- Rileggere Saul Bellow - di Philip Roth
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