
eBook - ePub
L'idiota
Con un saggio di Hermann Hesse
- 912 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
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L'idiota
Con un saggio di Hermann Hesse
Informazioni su questo libro
Pubblicato a puntate nel 1868 sulla rivista moscovita "Russkij vestnik", L'idiota fu scritto freneticamente da un Dostoevskij incalzato dai debiti, tormentato dagli attacchi di epilessia, attratto dal canto di sirena della roulette. Eppure, nell'abisso della sua disperazione, il grande scrittore russo ha saputo dare un'opera di grande luminosità, uno di quei libri il cui valore artistico va oltre la qualità letteraria.
L'idiota è infatti il romanzo in cui il realismo fantastico di Dostoevskij si misura con l'altissimo obiettivo di dare una rappresentazione artistica dell'uomo assolutamente buono. Un uomo, frammento del Cristo, attorno a cui prende vita quel mondo di tragedie e macchiette che è la Russia dell'Ottocento.
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Informazioni
Print ISBN
9788804525172eBook ISBN
9788852047336PARTE PRIMA
I
Alla fine di novembre, in una giornata di disgelo, verso le nove del mattino il treno della linea Pietroburgo-Varsavia si avvicinava a tutto vapore a Pietroburgo. L’aria era così umida e nebbiosa che a fatica era venuto giorno: a dieci passi a destra e a sinistra dei binari era difficile distinguere qualcosa dai finestrini del vagone. Tra i passeggeri vi erano anche quelli di ritorno dall’estero; ma gli scompartimenti più affollati erano quelli di terza classe, pieni di minuta gente d’affari proveniente da poco lontano. Tutti, come sempre accade, erano stanchi, tutti avevano gli occhi appesantiti per la notte appena trascorsa, tutti erano infreddoliti, tutti i volti avevano la stessa tonalità giallo pallido della nebbia.
In una carrozza di terza classe fin dall’alba erano venuti a trovarsi l’uno di fronte all’altro, accanto allo stesso finestrino, due passeggeri: erano entrambi giovani, quasi senza bagaglio, entrambi vestiti senza ricercatezza, entrambi dalla fisionomia piuttosto singolare e, infine, entrambi desiderosi di intraprendere una conversazione. Se entrambi avessero saputo l’uno dell’altro ciò che in quel momento li rendeva particolarmente degni di nota, si sarebbero certo stupiti per la stranezza del caso, che li aveva fatti sedere l’uno di fronte all’altro in un vagone di terza classe del treno Pietroburgo-Varsavia. Uno di loro era di bassa statura, sui ventisette anni, aveva i capelli ricci e quasi neri, e gli occhi grigi e piccoli, ma ardenti. Il suo naso era largo e schiacciato, gli zigomi sporgenti; le labbra sottili gli si atteggiavano di continuo a un sorriso insolente, sarcastico e persino cattivo; ma la sua fronte alta e ben disegnata ingentiliva la rozza parte inferiore del volto. Il particolare notevole di questo viso era il suo pallore mortale, che conferiva a tutta la fisionomia del giovane un aspetto emaciato, nonostante la costituzione abbastanza robusta, e insieme qualcosa di appassionato fino alla sofferenza, che mal si intonava al sorriso sfacciato e volgare e allo sguardo tagliente e presuntuoso. Portava abiti pesanti: un ampio tulúp1 nero, di pelle d’agnello, foderato, e non si era infreddolito nella notte, a differenza del suo vicino, che era stato costretto a sopportare sulla propria schiena intirizzita tutto il piacere di un’umida notte russa di novembre, alla quale evidentemente non era preparato. Indossava una mantella piuttosto ampia e spessa, senza maniche e con un enorme cappuccio, proprio come quelle che d’inverno usano spesso i viaggiatori, in luoghi lontani, all’estero, ad esempio in Svizzera o nell’Italia settentrionale, non considerando certo di compiere viaggi come quello da Eydtkühnen2 a Pietroburgo. Ma ciò che poteva riuscire adatto e pienamente soddisfacente in Italia, si era rivelato non del tutto adeguato in Russia. Il proprietario della mantella con il cappuccio era anch’egli un giovane, sui ventisei o ventisette anni, di statura appena superiore alla media, con folti capelli di un biondo chiarissimo, le guance infossate e una lieve barbetta a punta, quasi completamente bianca. I suoi occhi erano grandi, azzurri e fissi; nel loro sguardo c’era qualcosa di sereno ma sofferente, qualcosa colmo di quella strana espressione dalla quale alcuni sanno ravvisare in una persona il mal caduco già al primo sguardo. Il viso del giovane era tuttavia piacevole, sottile e asciutto, ma privo di colorito, e ora perfino livido per il freddo. Teneva in mano uno sparuto fagottino fatto con un fazzoletto vecchio e stinto, che pareva contenere tutto il suo prezioso patrimonio. Calzava scarpe dalla suola spessa e ghette coi bottoni, il tutto di foggia non russa. Il vicino bruno con il tulúp imbottito osservò tutto ciò, in parte perché non aveva null’altro da fare, e, infine, con quello sfacciato sorrisetto che a volte esprime in modo così indelicato e sprezzante il godimento delle persone nei confronti delle sventure del prossimo, chiese: «Avete freddo?». E si strinse nelle spalle.
«Molto» rispose il vicino con straordinaria prontezza. «E badate che siamo ancora in un momento di disgelo. Che accadrebbe se ci fosse il gelo? Non immaginavo proprio che da noi facesse così freddo. Non ci sono più abituato.»
«Perché, venite dall’estero?»
«Sì, dalla Svizzera.»
«Accidenti, che viaggio!»
Il bruno fischiò e rise.
Si misero a conversare. La prontezza con cui il giovane biondo dalla mantella svizzera rispondeva alle domande del suo vicino bruno era stupefacente e priva di ogni diffidenza, benché alcune fossero del tutto indelicate, inopportune e oziose. Rispondendo fece sapere, tra l’altro, che in effetti mancava dalla Russia da molto tempo, da più di quattro anni, e che era stato mandato all’estero a causa della malattia, una strana malattia nervosa sul tipo del mal caduco o del ballo di San Vito, con tremiti e convulsioni. Mentre lo ascoltava il bruno ridacchiò parecchie volte: rise soprattutto quando alla domanda “E dunque, vi hanno guarito?” il biondo aveva risposto che no, non lo avevano guarito.
«Eh! Dovete aver speso un sacco di soldi per niente; e pensare che noi qui abbiamo fiducia in loro» notò sarcastico il bruno.
«Verità sacrosanta!» si intromise nel discorso un uomo malvestito seduto vicino a loro, una specie di scribacchino statale abbrutito dal servizio, sulla quarantina, di corporatura robusta, con il naso rosso e la faccia butterata. «È verissimo, signori miei, si prendono tutti i denari russi senza dare nulla in cambio.»
«Oh, come vi sbagliate nel mio caso» replicò il paziente svizzero con voce tranquilla e conciliante. «Certamente non posso discuterne perché non sono al corrente di tutto, ma il mio dottore mi ha pagato con i suoi ultimi averi il viaggio fin qui, e mi ha mantenuto là a sue spese per quasi due anni.»
«Come mai, non c’era nessuno che potesse pagare?» chiese il bruno.
«Già; il signor Pavliščev, che mi manteneva là, è morto da due anni; io poi ho scritto qui in Russia alla generalessa Epančina, mia lontana parente, ma non ho ricevuto risposta. E perciò sono venuto.»
«E allora dove andrete?»
«Intendete dove alloggerò? Non so ancora, veramente...»
«Non avete ancora deciso?»
I due che lo ascoltavano si misero di nuovo a ridacchiare.
«E non starà mica in questo fagottino tutto il vostro avere?» chiese il bruno.
«Sono pronto a scommettere che è così» intervenne il funzionario dal naso rosso con un’aria oltremodo soddisfatta «e che costui non ha bagagli che lo seguono nei vagoni merci, anche se la povertà non è certo un vizio, il che tuttavia non si può fare a meno di notare.»
Risultò che era proprio così: il giovane biondo lo ammise subito, con insolita premura.
«E tuttavia il vostro fagottino ce l’ha un significato, anche se si può scommettere che non contiene rotoli stranieri di napoleons d’or e federici d’oro, e neppure di aràpčiki olandesi,3 il che si può dedurre anche soltanto dalle ghette che ricoprono le vostre calzature non russe. Ma se al vostro fagottino si aggiungesse come di più una presunta parente, come per esempio la generalessa Epančina, allora il fagottino assumerebbe un significato un po’ diverso; s’intende, solo nel caso in cui la generalessa Epančina fosse davvero vostra parente, e voi per distrazione non vi ingannaste... il che è molto, molto connaturato all’uomo, anche solo... per eccesso d’immaginazione.»
«Oh, avete di nuovo indovinato» esclamò il giovane biondo. «In effetti mi sbaglio quasi, cioè quasi non è mia parente; tant’è che io, in verità, non mi ero affatto meravigliato che non mi avessero risposto. Me l’aspettavo.»
«Avete speso invano i soldi per l’affrancatura della lettera. Mm... ma almeno siete ingenuo e sincero, il che è molto apprezzabile! Mm... il generale Epančin lo conosciamo, in sostanza perché è un uomo che tutti conoscono; e conoscevamo anche il defunto Pavliščev che vi manteneva in Svizzera, se si tratta di quel Nikolaj Andreevič Pavliščev, dato che ce ne sono due, cugini tra loro. L’altro attualmente sta ancora in Crimea, ma il defunto Nikolaj Andreevič era una persona rispettabile anche per le sue relazioni, e ai suoi tempi possedeva quattromila anime...»4
«Proprio così, si chiamava Nikolaj Andreevič Pavliščev» e dopo aver risposto il giovane fissò con curiosità il signor sotutto.
Questi signori sotutto si incontrano a volte, anche abbastanza spesso, in un ben preciso strato sociale. Sanno davvero tutto, e tutta l’irrequieta curiosità del loro intelletto e tutte le loro facoltà sono irresistibilmente tese in una direzione, certo per difetto di più essenziali interessi e modi di vedere, come direbbe un filosofo contemporaneo. Occorre però intendere l’espressione “sanno tutto” in senso abbastanza limitato: sanno dove un tale presti servizio, chi siano i suoi conoscenti, a quanto ammontino le sue sostanze, dove è stato governatore, con chi è sposato, quanto ha ricevuto in dote con la moglie, chi sono i suoi cugini in primo e secondo grado, eccetera eccetera, tutte cose di questo genere. La maggior parte di questi sotutto vanno in giro con i gomiti lisi e guadagnano diciassette rubli di stipendio al mese. Le persone delle quali essi sanno tutto non immaginerebbero mai quali interessi li guidino, e per giunta molti di loro, che considerano questo sapere al pari di una vera e propria scienza, ne sono pienamente confortati, ottengono la considerazione di se stessi e persino un elevato appagamento spirituale. Ed è pure una scienza seducente. Ho visto scienziati, uomini di lettere, poeti e politici che hanno trovato e continuano a trovare proprio in questa scienza le loro più elevate soddisfazioni e i loro più alti scopi, e hanno persino fatto carriera soltanto grazie a essa. Durante tutta quella conversazione il giovane bruno aveva sbadigliato e guardato oziosamente dal finestrino e attendeva con impazienza la fine del viaggio. Era come distratto, molto distratto, quasi inquieto; divenne perfino strano in un certo qual modo: a volte ascoltava e non sentiva, guardava e non vedeva, rideva e talvolta non sapeva e non capiva neppure lui di che stesse ridendo.
«Ma permettete, con chi ho l’onore...» si rivolse all’improvviso il signore butterato al giovane biondo con il fagottino.
«Principe Lev Nikolaevič Myškin» rispose egli con immediata e totale prontezza.
«Il principe Myškin? Lev Nikolaevič? Non conosco. Mai neppure sentito,» rispose pensoso il funzionario «cioè, non mi riferisco al nome, che è un nome storico, e si può e si deve trovare nella Storia di Karamzin,5 ma alla vostra persona, e poi di principi Myškin ormai non se ne incontrano da nessuna parte, non se ne sente più neppure parlare.»
«Lo credo bene!» rispose subito il principe. «Di principi Myškin ora non ce ne sono più oltre a me. Penso di essere l’ultimo. Per ciò che riguarda i miei avi più recenti, erano odnodvòrtsy.6 Mio padre comunque era un sottotenente di fanteria, uno junker.7 Del resto non so per quali vie anche la generalessa Epančina appartenga alle principesse Myškin, e anche lei è l’ultima nel suo genere...»
«Eh, eh, eh! L’ultima nel suo genere!8 Eh, eh! Che bella battuta avete detto!» ridacchiò il funzionario.
Anche il bruno fece un sorrisetto. Il biondo si stupì alquanto di essere riuscito a fare un gioco di parole, seppure non molto brillante.
«E figuratevi che l’ho detto senza pensarci affatto» chiarì infine, meravigliato.
«Ma certo, capisco, capisco» annuì allegramente il funzionario.
«E voi, principe, là avete studiato anche le scienze, dal professore?» chiese a un tratto il bruno.
«Sì... ho studiato...»
«E io invece non ho mai studiato niente.»
«A dire il vero anch’io ho studiato solo qualcosina» soggiunse il principe, quasi scusandosi. «A causa della malattia non mi hanno ritenuto in grado di studiare sistematicamente.»
«I Rogožin li conoscete?» chiese in fretta il bruno.
«No, non li conosco affatto. È che in Russia conosco poca gente. Siete voi Rogožin?»
«Sì, io. Parfën Rogožin.»
«Parfën? Ma non saranno quei Rogožin...» prese a dire il funzionario con forzata importanza.
«Sì, quelli, proprio quelli» lo interruppe in fretta e con sgarbata impazienza il bruno, che del resto non si era mai rivolto al funzionario butterato, e fin dall’inizio aveva parlato soltanto con il principe.
«Già, e come è possibile?» il funzionario restò di sasso e strabuzzò quasi gli occhi; e tutto il suo viso assunse subito un’espressione devota e adulatrice, persino timorosa. «Sarebbe dunque quel Semën Parfënovič Rogožin, cittadino onorario ereditario,9 che è morto un mese fa lasciando un capitale di due milioni e mezzo?»
«E tu come l’hai saputo, che lui ha lasciato due milioni e mezzo di capitale in contanti?» lo interruppe il bruno, senza degnare neppure stavolta il funzionario di uno sguardo. «Senti senti!» ammiccò al principe «e che gliene viene in tasca a questi di mettersi subito a fare i tirapiedi? È vero, va bene, mio padre è morto e un mese dopo io sto tornando da Pskov praticamente scalzo. Quel mascalzone di mio fratello e mia madre non mi hanno mandato niente: né un soldo, né una notizia! Come a un cane! E io a Pskov sono stato tutto il mese a letto con la febbre alta!»
«Ma ora vi toccherà incassare più di un milioncino, a dir poco; oh, Signore!» esclamò il funzionario giungendo le mani.
«E a lui che gliene importa, ditemelo per piacere!» e Rogožin, stizzito e furibondo, accennò di nuovo a lui «perché io a te non darò neanche una kopejka, anche se ti metti a camminare qui davanti a me a testa in giù.»
«Lo farò, lo farò.»
«Ma guarda! E io non ti darò niente di niente, anche se balli una settimana intera.»
«E non darmene! Mi sta proprio bene, non darmene! Però io ballerò. Mollerò moglie e bambini e ballerò davanti a te. Striscia, striscia pure.»
«Pfuh! Fai schifo!» sputò il bruno. «Cinque settimane fa anch’io, proprio come voi,» si rivolse al principe «solo con un fagottino, scappai via da mio padre, e andai a Pskov da una zia; ma lì mi sono ammalato, e lui è morto senza di me. Gli è venuto un colpo. Eterna memoria al defunto, ma quella volta per poco non mi accoppava. Ci credete, principe? Quant’è vero Dio...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Introduzione
- Cronologia
- Bibliografia
- L’idiota
- Parte prima
- Parte seconda
- Parte terza
- Parte quarta
- Conclusione
- Postfazione. di Hermann Hesse
- Copyright