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Il colonnello Otero Nuncio, in costume da bagno giallo, respirava sempre più affannosamente. Sotto i suoi centotrenta chili di carne olivastra, la sdraio minacciava a ogni istante di franare sul marmo bianco che contornava la piscina. Mercedes Puntas, seduta sulle sue ginocchia, seminuda, temette che stesse per venirgli un infarto. Aveva sempre paura che le sue arterie sclerotizzate non riuscissero, prima o poi, a sopportare il piacere che lei gli procurava a ogni sua visita, con una pazienza e una dedizione davvero ammirevoli.
A un tratto, un imperioso colpo di clacson proveniente dal cancello ruppe bruscamente l’incanto.
Mercedes Puntas si alzò di scatto. Quando faceva la siesta col colonnello, nessuno doveva disturbarli. Otero Nuncio socchiuse penosamente un occhio torvo e con voce roca urlò: — Chi è quel…
Un soldato della Guardia, di servizio al cancello, apparve in quel momento all’angolo della casa e avanzò sul prato. Mercedes Puntas si infilò in tutta fretta il reggiseno del costume.
Il soldato si avvicinò timidamente, elmetto in testa, appesantito dal giubbotto antiproiettile che lo faceva assomigliare a un esploratore polare, tenendo in mano un fucile americano Garand, grande quasi come lui. Si fermò rispettosamente a qualche metro dalla coppia. Diablo, l’enorme cane Labrador nero di Mercedes, si era alzato e osservava con ghiotta curiosità il soldato. Non gli piacevano le uniformi.
— Il signor Navajita desidera vedere il colonnello — disse il soldato. — Molto importante!
Il colonnello cercò di prendere una posizione più decorosa e si riassettò il costume.
— Quel maiale deve augurarsi che si tratti davvero di una cosa importante — disse pacatamente. — Fallo venire.
Il soldato fece dietrofront e si allontanò di corsa. Otero Nuncio si alzò pesantemente e si lisciò i capelli nerissimi e ondulati. Dopo essersi rimesso gli occhiali con la montatura di tartaruga, si sentì più a suo agio. Un uomo alto, in uniforme da campo, sbucò dall’angolo della casa. Doug Swiners era uno dei mercenari americani prestati dalla CIA alla Guardia. Nativo dell’Indiana, aveva un sottile filo di baffi e i capelli biondi accuratamente tagliati. Un metro e ottantacinque, quarant’anni, occhi grigi, spalle da scaricatore, ventre piatto, qualche vena varicosa. Il soprannome di Navajita, ossia “lama”, gli veniva dall’abilità di condurre gli interrogatori con l’aiuto del pugnale. Poiché il suo nome era difficile da pronunciare in spagnolo, tutti i soldati della Guardia lo chiamavano con quel nomignolo. Mercedes Puntas osservò il nuovo venuto con un misto di piacere e di disagio. Le faceva paura. L’aveva “assaggiato”, come tutti gli uomini appetibili che le capitavano a tiro, ma non lo trovava abbastanza sofisticato. L’aveva trattata come una cameriera, aveva fatto l’amore con lei sulla moquette della stanza da bagno, e non le aveva neppure mandato dei fiori!
Il colonnello Nuncio stentava a nascondere il proprio malumore. Non gli piaceva dare in pasto ai subordinati la propria vita privata. L’americano avanzava col suo passo dinoccolato, calpestando l’erba spessa.
Mercedes gli andò incontro dopo avere infilato un paio di pantofole di plastica trasparente che la facevano sembrare più alta.
— Doug! Cómo estás?
Lo baciò sulle guance. Grazie al tennis e una dieta controllatissima, Mercedes non dimostrava i suoi quarant’anni. Aveva le spalle un po’ troppo larghe, il seno piccolo e le gambe muscolose. I capelli neri tagliati cortissimi incorniciavano un viso da cui traspirava sensualità. Si notava appena che si era fatta rifare il naso da un “mago” brasiliano, allievo del famoso Pitanguy. Gli occhi a mandorla, vivacissimi e pieni di gioia, avevano lampi provocanti. Mercedes non teneva più il conto degli uomini ai quali si era data e viveva i suoi impulsi sessuali con la massima semplicità. Era nata povera, nel quartiere di Alta Mira, a Managua. Il suo primo padrone, un importatore miliardario, si era innamorato follemente di lei. Mercedes lo aveva sposato, precisando, la sera stessa delle nozze, che intendeva far passare altri uomini nel suo letto. E aveva mantenuto la parola. Divorziata e ricca, ma sempre tesa ad accumulare denaro nel timore di rimanere senza, abbordava la quarantina con allegra serenità. Era odiata dalle donne e sempre circondata da uomini, ex amanti, amanti in carica e amanti futuri. Da riempirne un piccolo stadio. Il suo unico problema, diceva, era che quando un uomo entrava nel suo letto non voleva più uscirne.
Doug Swiners sorrise imbarazzato e si scostò, messo a disagio dalla presenza del colonnello.
Otero Nuncio attendeva, sopracciglia aggrottate, ancora più impressionante in costume da bagno che in uniforme.
— Signor colonnello — disse Swiners — abbiamo preso Julio Zelaya, El Cero.
— Madre de Dios!
Il colonnello balzò in piedi come punto da una tarantola. El Cero era uno dei capi della rivolta sandinista che sfidava il potere del generale Anastasio Somoza Debayle, dittatore ereditario da molti anni. El Cero stava diventando decisamente pericoloso. Un guerrigliero che si nascondeva sulle montagne della regione di Matagalpa o nella vicina Costa Rica. Non era mai stato segnalato a Managua, la capitale, solidamente controllata dalla Guardia.
— Come l’avete preso? — esclamò il colonnello, tirandosi i calzoncini sulle pieghe del ventre.
Delicatamente, Mercedes si allontanò per andare a occuparsi dei suoi alberi di limone. La politica non la interessava. Le piaceva il regime di Somoza perché lei poteva approfittarne al massimo, ma un altro le sarebbe andato altrettanto bene. La conversazione dei due uomini non la riguardava assolutamente. Per lei la vita consisteva nel guadagnare molto, servendosi degli uomini nel modo migliore. E in questo era bravissima. I suoi nemici dicevano che era capace di far funzionare tutto, tranne che un accendino. Soprattutto sapeva mescolare con arte il falso pudore con la più sfrontata provocazione.
Bel carattere!
Doug Swiners si asciugò sulla casacca le mani unte dell’olio solare di Mercedes.
— L’abbiamo preso grazie a un informatore — disse. — Sapevamo che doveva venire a Managua, oggi. Per incontrarsi con qualcuno in una casa di Las Colinas.
— Con chi?
L’americano scosse la testa.
— Ancora non lo so.
Il colonnello tornò a sedersi, disfatto dal caldo.
— Bisogna scoprirlo al più presto — disse. — Per arrestare anche quello. Interrogatelo subito.
Doug Swiners si sentiva a disagio in quell’ambiente lussuoso.
— Bene, signor colonnello — rispose. — Volete che lo interroghi qui?
— Sì, là dentro.
E indicò un padiglione a un solo piano, dai muri coperti di rampicanti, di stile coloniale inglese, che sorgeva in fondo al giardino, al lato opposto della piscina. La facciata guardava verso la montagna.
— Bene — disse il mercenario, senza entusiasmo. — Ma qui non ho niente.
Non andava in giro con i suoi arnesi da tortura, ovviamente.
— È ferito? — chiese Otero Nuncio.
— No, signor colonnello.
— Bene, tiratelo fuori dalla macchina e portatelo laggiù. Quando tutto sarà pronto, verrò a vedere e vi darò qualche idea.
Guardò l’americano allontanarsi verso la casa. Un buon lavoro. Prima di tutto bisognava sapere a chi era andato a far visita El Cero, a Managua. Doveva trattarsi di qualcosa di molto importante per i sandinisti, altrimenti non si sarebbe mai arrischiato a uscire dalla sua giungla. Si udì il rombo del motore della jeep, poi la macchina aggirò il prato e scomparve dietro il padiglione.
Mercedes giocava allegramente col suo enorme Labrador nero come la notte, lanciandogli dei limoni acerbi. Il colonnello la raggiunse e l’abbracciò, stringendola a sé. Lei lo respinse con finta indignazione.
— Attento, caro! Non siamo più soli.
Otero Nuncio le strinse così forte un braccio da farla urlare.
— Bastarda — disse a bassa voce. — Sei già andata a letto con lui!
Lei si liberò, divertita.
— Con Swiners? Tu sei pazzo. Non mi pace. E poi, io non vado col primo che capita — aggiunse maliziosamente. — A meno che non sia pieno di soldi.
Otero Nuncio l’avrebbe strozzata volentieri.
— Vado a vestirmi — disse. — Ho da fare.
Lei fece il broncio, nascondendo il suo sollievo.
— Peccato.
Il colonnello la guardò dritto in viso.
— Sei una bugiarda. Però fai l’amore da regina!
Si allontanò verso la casa dondolandosi come un pachiderma. Il terreno pareva sprofondare sotto di lui. La ricreazione era finita.
— Tutto pronto, signor colonnello!
Otero Nuncio, che si era infilato una camicia e un paio di pantaloni, seguì Swiners senza dire una parola. Mercedes Puntas li vide sparire dietro il padiglione. Appena fuori vista, il colonnello si fermò ad ammirare soddisfatto lo spettacolo. Un uomo era legato a uno dei pilastri quadrati che sorreggevano il portico, i polsi ammanettati dietro la schiena, il viso coperto da un foulard: indossava solo una maglietta che gli arrivava alla cintola, le calze e un paio di scarpe da basket. Due soldati, dal viso piatto da indios, vegliavano su di lui, indifferenti, seduti all’ombra, con il Garand tra le gambe. Dietro di loro si apriva l’interno del padiglione, con dei divani verdi, tavoli bassi, un bar e un juke-box.
Il colonnello guardò a lungo il prigioniero, poi si girò verso Doug Swiners.
— L’avete interrogato?
— Non ancora, signor colonnello — rispose il mercenario.
Otero Nuncio scosse la testa.
— Toglietegli la benda, voglio parlargli.
L’americano sciolse il foulard, scoprendo la faccia del prigioniero. Questi socchiuse gli occhi alla luce. Barba, baffi sottili, occhi neri molto infossati, naso largo e diritto, mascelle forti. Un viso da contadino sui trent’anni, sicuro di sé. Non sembrava affatto spaventato. Il suo sguardo si fissò con una certa sorpresa sui centotrenta chili di Otero Nuncio. Questi gli si avvicinò fin quasi a toccarlo e chiese: — Sai chi sono?
Il prigioniero scosse la testa, senza rispondere.
— Sono il colonnello Otero Nuncio, della Guardia Nacional — disse il ciccione con una certa enfasi — e ho il compito di mettere in condizione di non nuocere gli sporchi comunisti come te. Tu sei finito, non tornerai mai più alle tue montagne. Ma puoi ancora cavartela abbastanza bene se rispondi alle mie domande. Io sono un caballero. Non mi piace infierire contro un uomo indifeso. Capisci?
Julio Zelaya scosse lentamente la testa, poi disse con voce incolore: — Otero Nuncio. Ho sentito parlare di te quando eri ancora capitano… I contadini ti chiamavano Fuego… Almeno quelli che sopravvivevano ai tuoi lanciafiamme… Avevi avuto delle noie, mi pare, perché dicevi di bruciare i cadaveri per evitare epidemie. Ma non dicevi che li bruciavi prima… quando erano ancora vivi. Per rubare loro il caffè… Vero?… Tu…
Lo schiaffo violentissimo interruppe Julio Zelaya. Otero Nuncio colpì altre tre o quattro volte, a labbra strette. A ogni colpo i suoi rotoli di grasso ballonzolavano come dotati di vita propria. Swiners si era tirato un po’ indietro e guardava per terra. Non gli piaceva la gente che non riusciva a controllarsi, ma dopo qualche anno di America Latina cominciava ad abituarsi agli ufficiali isterici… Il colonnello ansimò rumorosamente e chiese: — Chi sei venuto a trovare a Managua?
Julio Zelaya non si degnò neppure di rispondere. Si stava riprendendo, testa tra le spalle, contratto,...