Il getto d’acqua calda scorreva picchiettando sul pavimento della doccia. Ero in piedi davanti al box con addosso un paio di short mentre fissavo, ipnotizzato, il flusso incessante. Ero solo, come spesso accadeva. Gran parte dei miei coetanei pensavano che fossi strano, pazzo, malato di mente, paranoico...
La porta dello spogliatoio si spalancò di colpo. Eccoli, gli stronzi della scuola che si sentivano fighi solo perché facevano parte della squadra di football. Loro erano atletici, alti, alla moda, avevano i soldi. Uno di loro si affacciò nella corsia delle docce.
«Ehi, Mason è di nuovo qui!» esclamò rivolto ai compagni.
«Sei tornato a spiarci, Mason?» aggiunse un altro.
«Ti ecciti a guardarci mentre facciamo la doccia, eh, troietta?»
Mentre altri in arrivo si aggiungevano alla platea di spettatori, il primo si calò i pantaloncini.
«È questo che ti piace?» mi chiese.
«Ne vuoi un po’?»
Risero tutti. Ormai erano una dozzina, ammassati all’entrata delle docce, bloccandomi il passaggio.
Un paio di loro si fecero avanti. Provai a indietreggiare.
«Dove te ne vai, Mason? Non vuoi divertirti un po’ con noi?»
«Sì, troietta, vieni qui. Noi abbiamo voglia di divertirci un po’ con te...»
Altre risate sguaiate, pacche sulle spalle.
«Lasciatemi stare, voglio solo andarmene.»
Cercavo una via d’uscita.
«Cos’hai detto? Apri quella boccuccia, parla più forte!»
«Che c’è, Mason, hai ancora paura dell’acqua?»
Uno degli stronzi avanzò aggressivo e mi tirò uno spintone, verso la doccia che continuava a scorrere, sollevando un velo di vapore.
«Dài, fatti una doccia insieme a noi!»
«No, lasciatemi uscire!»
Il panico mi stava travolgendo.
«Non devi aver paura, Mason» disse uno ridacchiando «l’acqua fa bene. L’acqua è bella.»
«Però occhio a non lasciar cadere il sapone!» gridò un altro.
Uno di loro mi afferrò per il collo e cercò di trascinarmi sotto la doccia.
«Avanti, non fare storie!»
«No! Lasciatemi in pace! Aiuto!»
Ero completamente fuori di testa.
Per un attimo, il ragazzo che mi teneva il collo si distrasse. Ne approfittai per liberarmi dalla sua presa e scappare dal bagno, ma altri bastardi mi afferrarono e mi sollevarono da terra per ributtarmi sotto la doccia. Cercai di gridare più forte che potevo, ma le mie urla erano sovrastate dagli incitamenti del branco. Poi il getto d’acqua mi colpì in pieno. Il panico lasciò il posto a un cieco terrore che iniziava ad agire come un anestetico, paralizzandomi gambe e braccia.
Di colpo avevo smesso di divincolarmi, abbandonandomi sotto l’acqua come una marionetta appesa ai fili.
La mente ricominciava a creare immagini dal nulla...
Un’auto che corre sotto una pioggia battente, lanciata a folle velocità... l’acqua è dappertutto, non dà scampo...
Lo squarcio di una visione mi era balenato davanti agli occhi, mentre le gocce mi battevano sul viso. Ero confuso e disorientato dalle urla e dalle risate dei ragazzi.
La tempesta che si accanisce furiosamente, un cielo tenebroso che incombe sulla terra...
Il più grosso mollò la presa, il loro gioco preferito era finito per oggi, mentre io, ammutolito, rimanevo accovacciato in un angolo della doccia, con le ginocchia ritratte contro il corpo e lo sguardo perso nel vuoto.
«Hai visto che non è successo niente, Mason?» disse qualcuno.
«Sì, ti abbiamo dato una mano a superare le tue paure, ma non devi ringraziarci!»
In quel momento, tra i ragazzi che ridevano si aprì un varco e spuntò la faccia perplessa di un insegnante.
«Si può sapere che succede, qui?»
«Mason aveva bisogno di una doccia» rispose uno.
Tra risatine soffocate, il gruppo si disperse velocemente tornando nello spogliatoio. L’insegnante allungò una mano e ruotò la manopola per chiudere l’acqua. Guardandomi, rintanato in un angolo.
«Su, asciugati e rivestiti, hai una lezione tra poco.»
Ero di nuovo solo.
Il battito frenetico del cuore continuava a rimbombarmi nelle orecchie. Non avevo idea di cosa fosse, quello sprazzo fugace che la mente mi aveva mostrato. Mi capitava spesso di vedere immagini che appartenevano alla vita di qualcun altro. Sentivo crescere dentro di me l’inesorabile angoscia di un presagio.
Quella sera rientrai a casa abbastanza tardi. Mia madre Kiara stava già preparando la cena. Lasciai cadere a terra lo zaino di fianco alla porta d’ingresso, appesi il giubbotto e andai in cucina.
«Ciao, tesoro» disse lei «come mai così tardi?»
«Ciao, mamma» risposi, prendendo una Coca dal frigo. «Niente, sono andato un po’ in giro.»
«Ti ho preparato il pollo fritto» disse, mentre controllava il contenuto sfrigolante della padella. «Com’è andata oggi a scuola?»
«Alla grande.»
Mi sedetti a tavola e mi misi a sgranocchiare dei semini pescandoli da un barattolo.
«Certe volte mi dispiace un sacco che debba finire, prima o poi» aggiunsi.
Si girò a guardarmi. Il mio tono sarcastico non le era sfuggito.
«Andrà meglio, vedrai» disse con un’aria dispiaciuta, come se nelle mie parole ci fosse stato qualcosa di personale verso di lei.
«Dici davvero?» replicai, già abbastanza nervoso per conto mio. «Gli ultimi dieci anni su sedici sono stati un inferno, e allora perché i prossimi due dovrebbero essere meglio?»
«Ti hanno dato fastidio ancora» disse, e la sua non era una domanda.
Il mio silenzio fu la conferma che si aspettava. Annuì e non aggiunse altro, occupata a servire nei piatti i bocconcini di pollo. Iniziai a mangiare a occhi bassi, sapendo che tanto ci sarebbe stato un seguito.
«Senti, Scott» disse mia madre, dopo essersi accomodata davanti a me «anche ai miei tempi, quando andavo a scuola io, c’erano i bulletti e i ragazzi più fighi che tormentavano i compagni. Ma erano quelli che poi da grandi sono rimasti dei nessuno. Capisci? Delle complete nullità. Si sono ritrovati a fare un lavoro che odiavano, inchiodati per tutta la vita nella loro città d’origine, senza mai combinare nulla di buono. Quelli come te, invece, che non si sono accontentati, che hanno saputo guardare più in là, sono diventati persone felici.»
Alzai gli occhi su di lei.
«Sul serio?» dissi. «Quelli come me mi sembrano il genere di persone che finiscono col fare una strage a scuola prima di spararsi un colpo.»
«Scott!»
«Sai cosa intendevo, mamma. Non drammatizzare sempre ogni frase che dico.»
«Ok, pensala come vuoi.»
Si mise finalmente a mangiare, con un’espressione vagamente risentita. «Ma ricordati le mie parole. Vedrai che sarai tu quello che alla fine avrà successo e sarà felice. Io credo in te.»
«Be’, considerando che sei mia madre...» buttai lì con una risata per alleggerire l’atmosfera. Davvero non valeva la pena di mettersi a litigare.
«Tu scherzaci pure, ma sai che è così.»
Mi sorrise affettuosamente. Tempesta scongiurata.
«Che fai, stasera?» mi chiese poi.
«Penso che aggiornerò il mio negozio eBay. Lo sto trascurando da un po’.»
«Sempre appiccicato a quel computer... Uscire con qualche ragazza, mai?»
«Quando incontrerò quella giusta sarai la seconda a saperlo» dissi con una smorfia. «E comunque dovresti essere contenta, non sei costretta a darmi il permesso di uscire.»
«Se sei contento tu, per me è ok.»
Finii svogliatamente l’ultimo boccone che avevo nel piatto e mi alzai, pronto a levare le tende.
«Aspetta, non vuoi altro pollo? Non ti è piaciuto?»
«No, no, era buonissimo, è che non mi va più» risposi, già con un piede nel corridoio. «Oggi in giro ho smangiucchiato un po’» mentii.
«I soliti spuntini fuori orario... Ok, allora lo finirò io» disse delusa, mettendo il resto nel proprio piatto. «Oh, dimenticavo. Stasera farò tardi.»
«Ah» feci, girandomi sulla soglia della cucina. «E dove vai?»
«Al cinema.»
«Con...?»
«Non ha importanza. Semmai chiedimi che film andrò a vedere.»
«Mamma...»
«È solo un collega di lavoro, Scott.»
«Un appuntamento galante, quindi.»
«Non proprio.»
«Tu e un tipo andrete al cinema insieme, e non è un appuntamento? Allora cos’è? A meno che tu non sia la sua badante...»
«Ok, d’accordo, è una specie di appuntamento» concesse, simulando un’aria esasperata. Poi sorrise. «Se non ci sono altre domande, io finirei di cenare.»
Scossi la testa.
«Andrò a dare un’occhiata al mio negozio» dissi, e me ne venni via per salire in camera.
«È solo un collega» ribadì lei, dalla cucina.
Una mezz’ora più tardi, mentre ero seduto al computer, sentii bussare leggermente alla porta della mia stanza.
«Entra pure» dissi.
Mamma mise dentro la testa. «Sto uscendo, ci vediamo più tardi.»
«Se a quell’ora sarò ancora alzato...» borbottai, lasciando trasparire il mio malumore più di quanto avrei voluto.
«Allora ciao» fece lei, senza dare peso al mio tono un po’ indispettito. «Chiamami se hai bisogno, terrò il cellulare con la vibrazione.»
Annuii, senza distogliere lo sguardo dallo schermo.
Aspettai qualche secondo, mentre lei scendeva le scale, poi mi alzai e andai alla finestra. Tenendomi di lato, al riparo della tendina, sbirciai in strada.
Davanti a casa c’era un’auto parcheggiata, abbastanza lussuosa. Certo più lussuosa di quelle che ci saremmo mai potuti permettere noi. In attesa di fianco alla macchina c’era un tizio, genere damerino in giacca e cravatta.
Mia madre uscì sul vialetto d’ingresso e lui le andò inco...