Il nascondiglio della farfalla
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Il nascondiglio della farfalla

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il nascondiglio della farfalla

Informazioni su questo libro

Sandra Kapsa è una donna tranquilla.
Ha superato i quarant'anni, è un'apprezzata psicanalista che si divide tra il suo studio e le sedute gratuite presso il Centro Antiviolenza Donna di Roma. È qui che conosce Betty, ventotto anni, bella, fragile e sola. Betty che un giorno non si presenta alla seduta senza avvisare. Betty cui potrebbe essere successo qualcosa di terribile.
La polizia senza la denuncia di un parente non può indagare, perciò Sandra decide di farlo da sola. Ha già due piste, un collega di Betty, violento e sin troppo interessato alla ragazza. E Carlotta Sabatini, giovane avvocato dall'apparenza mascolina che forse, per Betty, non è solo un'amica.
Ma Sandra non sa che la attende un viaggio nell'orrore e nella paura. Un viaggio che da Roma la riporterà al promontorio dell'Argentario, dove sarà costretta a fare i conti con un passato impossibile da dimenticare e a fronteggiare un serial killer che non conosce la pietà.
Ippolita Avalli, scrittrice acclamata dalla critica, per la prima volta si cimenta con il thriller. Il risultato è un romanzo entusiasmante, capace di terrorizzare il lettore in un crescendo costante di colpi di scena. È impossibile leggere le ultime cinquanta pagine del Nascondiglio della farfalla senza che il cuore batta più forte e un brivido corra lungo la schiena. Impossibile non identificarsi con Sandra Kapsa, eroica malgrado tutto, malgrado se stessa: una protagonista che non ha nulla da invidiare alle più amate figure femminili del thriller, da Clarice Starling a Kay Scarpetta.
Scritto con una lingua asciutta e avvolgente, con un ritmo perfetto che cattura chi legge, Il nascondiglio della farfalla è un romanzo sorprendente, emozionante, ipnotico.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804634447
eBook ISBN
9788852047121

NONO GIORNO

Martedì 1° giugno

«Pronto? Ciao. Sono andata a cercarla.»
«Cosa?»
«Le ho lasciato un biglietto nella cassetta della posta.»
«Cosa?»
«Visto che non c’è stata risposta sono andata alla polizia per denunciare la scomparsa.»
«Coosa?»
«Smettila di dire cosa. Cooosa dovrei fare secondo te? Fregarmene? La denuncia non l’hanno accettata.»
«Perché?»
«Pare che bisogna essere parenti o conviventi, sennò almeno sicuri che si tratti di un sequestro, di un rapimento o roba del genere.»
«Quindi?»
«Mi conosci. Sono andata direttamente a casa sua. Sono salita nel suo appartamento con la portinaia. Tutto a posto.»
«Non ho parole.»
«Nemmeno io. Non fare la finta scandalizzata, Julie. Betty era disperata, mi ha chiesto aiuto e io non gliel’ho dato.»
«Sandra, i dieci colloqui non fanno testo. Noi al CAD forniamo un aiuto, non un’analisi. Non può esserci forzatura da parte nostra, nessuna insistenza.»
«I suoi sintomi parlavano chiaro.»
«Certo, ma l’insistenza e l’urgenza devono venire da lei, non da te.»
«Ti dico che quella ragazza è nei guai.»
«Siamo circondati da ragazze nei guai. Perché t’intestardisci su questa?»
«Ottima domanda. Potrei dirti che c’è un troppo di mezzo. Qualcosa che non capisco ma che non sono in grado di sopportare.»
«Sandra, tu non puoi farle da madre.»
La stoccata mi ammutolisce. «Questa potevi risparmiartela!»
«Scusa, te lo dico perché ti stimo e ti voglio bene. Mi aspetterei la stessa cosa da te. Non sarà che vuoi tornare sul lettino?»
«Può darsi. Probabile. Perché no?»
«Parlane con Alessandro.»
«Buona idea.»
«Prima possibile, però. Abbiamo il congresso e, per come si sta mettendo, questa faccenda potrebbe condizionarti.»
Chiudo la telefonata. È entrato un paziente.
Il pomeriggio è piuttosto pesante. Fatico a concentrarmi. Quando mi alzo ho la schiena a pezzi. Sono di pessimo umore, non ho nessuna voglia di uscire a fare una passeggiata per sgranchirmi le gambe né di fare yoga.
Julie ha ragione. Non posso fare da madre a Betty, penso, mentre metto sul fuoco patate e bieta a bollire. Apparecchio con cura mentre ascolto un cd di Amália Rodriguez.
Sono troppo nervosa per leggere o guardare la tv. Decido di fare un giro in macchina. Essere in movimento, fuori, con la città e le strade che scorrono dai finestrini, di solito mi aiuta a stemperare la tensione.
Passo davanti al cinema di quartiere, il Gregory. La programmazione lascia a desiderare. Di solito proiettano cinepanettoni e film d’azione americani. Ma la sala ampia, ultracomoda e semivuota e il sistema di trasmissione dolby sourround lo rendono molto godibile. Un paio d’ore di vacanza mentale ed emotiva. In programma c’è Robin Hood di Ridley Scott con quel marcantonio di Russel Crowe e io adoro i film in costume, sono capace di sorbirmi anche quelli spazzatura. Mancano dieci minuti all’ultimo spettacolo.
La sala è più popolata del solito, devo superare la leggera repulsione che sempre mi causa l’aria satura di odore di popcorn. Si spengono le luci, partono i titoli di testa. Sdraiata in poltrona entro nel finto medioevo inglese.
È come vivere in un mondo in chiaroscuro, nella snervante possibilità che la luce si spenga del tutto, cancellando ogni collegamento con la realtà. Non ha scelta, eppure è continuamente assalita dal dubbio: ha agito nel modo giusto?
Erika sa che nessuno capirebbe perché, dopo averlo mollato, si è lasciata convincere a tornare.
All’inizio della loro storia, che suo marito fosse prepotente era motivo di attrazione per lei. Aveva avuto un padre autoritario cui, malgrado tutto, era stata molto legata. Ma, con il passare del tempo, in Alberto Pennetta il sadismo era cresciuto. Certo tra loro ci sono stati momenti di pausa e di pseudo serenità, come tre anni prima, quando è nato Morgan, ma ultimamente la situazione ha imboccato una vertiginosa china discendente.
Alberto è diventato geloso, sospetta di tutto e tutti, l’ha obbligata a chiudere con i vecchi amici e a lasciare il lavoro part-time che le piaceva nel negozio di abbigliamento di un’amica, con la scusa che non hanno bisogno di un altro stipendio.
Così Erika è prigioniera in casa, che tiene pulita e in ordine, anche se per Alberto non è mai abbastanza, e gli prepara piatti gustosi per gratificarlo della giornata di lavoro. Gli unici momenti sociali sono gli incontri con le altre mamme ai giardinetti e all’asilo, o quando un amichetto di Morgan viene a casa, raramente perché Alberto non sopporta gente tra i piedi. E con la babysitter, le sere che deve farsi bella per accompagnare suo marito in quei posti tremendi.
Con tutti, Erika finge che le cose vadano per il verso giusto. Anche con sua madre Inge. Si vergogna troppo, in qualche modo si sente colpevole. Si è sempre appoggiata a lei nei momenti bui, ma ora, dopo l’intervento di tumore al seno, per fortuna superato, Inge è diventata fragile. È invecchiata.
Ogni giorno Erika è tentata di andare a rifugiarsi alla Casa della Donna, chiedere asilo a un centro antiviolenza, mettere lei e Morgan nelle mani della comunità. Ma l’unica volta che ha provato a lasciarlo, Alberto ha minacciato ritorsioni sul bambino e lei ha capito che se vuole proteggere il figlio deve stare vicino al nemico. Solo così può controllarlo, prevenire le sue mosse.
L’orologio a parete sul muro di cucina segna le ventidue e quaranta. La cena è inutilmente in caldo nel forno, la tavola apparecchiata con cura.
Erika non ha mai fame. Ha mangiato un ciuffo d’insalata ma non può andare a letto, deve aspettare che Alberto rientri.
È un pensiero orribile, di cui si vergogna, ma quando lui ritarda, spera che non torni più. Non gli augura una morte dolorosa ma un colpo secco, uno sforzo fatale per il cuore, un incidente, visto che va in bicicletta: è la sua passione, ci va anche al lavoro, con il traffico caotico e la penuria di piste ciclabili. Invece anche stavolta l’ascensore arriva al piano, le porte si spalancano, il campanello squilla a ripetizione e lei corre ad aprire.
Alberto ha le chiavi ma gli piace averla a disposizione, farla correre. Quando entra e la guarda, Erika ha un brivido. Lui si svuota le tasche sul mobile all’ingresso, si sfila la giacca, la getta sulla poltrona. Una rapida occhiata. La piega delle sue labbra non promette nulla di buono. Pensare che si era innamorata di lui proprio per le sue labbra, eccezionalmente piene e sensuali per un uomo. Le prendeva le mani parlandole e sussurrandole frasi romantiche in uno stentato svedese, con quella calda umanità latina che Erika non trovava nei ragazzi del suo Paese.
«Ancora apparecchiato?»
«... La cena è al caldo, in forno...»
«Ho già cenato. Dammi un whiskey.»
Erika va a prendere un bicchiere, aggiunge due cubetti di ghiaccio dal frigo e lo appoggia sul tavolo.
«Fammi compagnia.»
Il tono è calmo, gentile. È quello che Erika teme di più. Il preludio della tempesta.
«Non mi piacciono i superalcolici, lo sai...»
«Non mi piaaaciono i suuuperalcolici... lo saaai» la scimmiotta lui, «piagnona!»
Erika non fa caso al nodo in gola. Va a prendere un altro bicchiere, ci fa cadere due cubetti di ghiaccio. Mentre si curva a prendere la bottiglia di whiskey dall’armadietto bar, sente Alberto arrivarle alle spalle. Il suo fiato acidulo (ha già bevuto), i denti che le mordono la nuca, la mano che le serra la gola, l’altra che la fruga sotto, due dita infilate senza preamboli nel sesso. Chiude gli occhi. Alberto l’afferra per i capelli, se la trascina dietro come un sacco vuoto. Lei non si ribella e neppure lo asseconda. Sa come deve comportarsi. Quando sbaglia, le conseguenze sono spiacevoli. Non si chiede più perché Alberto si comporti così. Non c’è un motivo. Lei fa del suo meglio per accontentarlo, ma ormai sono entrambi risucchiati in una spirale che li annienta ogni giorno di più.
È pure andata dalle forze dell’ordine. Le hanno detto di denunciarlo. Non l’ha fatto, terrorizzata al pensiero che le togliessero Morgan. Così è tornata.
Il piccolo dorme da un paio d’ore, e anche se è nella fase di sonno profondo, Erika non vuole rischiare che si svegli.
Invece eccolo lì. Materializzato sulla soglia della porta della sua cameretta. Li vede e scoppia a piangere.
Alberto lascia di colpo la moglie e si avventa sul piccolo. Lo afferra per un braccio, lo scuote e sparisce con lui nella cameretta. Erika non vede cosa succede. Può solo immaginare dalle urla. Impossibile non correre a difenderlo. Si scontra con suo marito sulla soglia. Alberto chiude a chiave la porta. Erika ci appoggia i palmi. Batte contro i pugni. Dentro, il piccolo sta singhiozzando. Chiama mamma.
«Dove credi di andare? Vuoi fare di tuo figlio un rammollito?»
La getta bocconi sul parquet. Con il ginocchio le preme sulle reni, le affonda i denti nella schiena. Erika sente il clac della fibbia della cintura dei pantaloni che viene slacciata. L’orribile impressione di un cuneo che si fa strada con violenza nel suo ventre. Colpi che le squassano il petto di singhiozzi rabbiosi e le riempiono gli occhi di lacrime. Alberto non sopporta che pianga. L’ultima volta si è talmente infuriato che l’ha lanciata contro la parete. Erano in bagno, e lei con la tempia aveva sfiorato l’angolo della vasca. Era crollata priva di forze, cosa che aveva ancor più scatenato la libidine di suo marito.
Erika lascia che Alberto si soddisfi senza reagire, mordendosi le labbra per non urlare. Finalmente, lui le cade addosso ansimante, schiacciandola sotto il suo peso.
Reprimendo la nausea, Erika controlla l’impulso irresistibile di sgusciargli subito sotto. Aspetta che sia lui a darle implicitamente il permesso rotolando su un fianco.
Le fa male dappertutto. Ma è il pianto flebile e rassegnato di Morgan la fitta peggiore. Si ravvia i capelli, si sistema i vestiti.
Mentre corre dal piccolo, pensa che il giorno in cui Alberto passerà il limite si sta facendo sempre più vicino.
Ormai è sicura che li ucciderà.
Deve trovare prima possibile il modo di mettere in salvo Morgan e se stessa.
Esco dal cinema Gregory che è quasi l’una. Ha rinfrescato parecchio e in giro non c’è nessuno. Il lungo ponte del 2 giugno ha svuotato la città. Non ho per niente sonno. Supero piazza Pio XI, in piazza Carpegna faccio inversione e imbocco via di Torrerossa. All’altezza dell’Aurelia antica torno indietro, verso il Gianicolo. Supero l’ingresso di villa Abamelek. Giro intorno a porta San Pancrazio e comincio la discesa del Gianicolo, una delle strade più belle in città, senza incontrare una macchina. Ho la sensazione inebriante di essere l’unica abitante di Roma, di possederne le chiavi e poter andare e venire come mi pare e piace.
Sbuco su viale Trastevere. Ormai so dove sono diretta. Il giorno di festa gioca a mio favore. In via Oderisi da Gubbio cerco un posto per la Twingo che mi permetta di tenere sotto controllo i movimenti del palazzo. Ho fortuna, c’è giusto uno spazio a spina tra due macchine. Entro in retromarcia. Ho una visione totale della strada, del palazzo e del portone di Betty.
Le luci sono tutte spente. Gli inquilini dormono, la città dorme. Abbasso il sedile per stare comoda e ci sparisco dentro. La mia testa spunta appena all’altezza del tergicristallo. Nessuno può notare la mia presenza. Al momento opportuno, entrerò in azione.
Metto la sicura e sintonizzo la radio con il volume al minimo su Radio Rai 3. Danno un concerto di Mozart. Sfilo i sandali, allungo un piede sul freno, l’altro sull’acceleratore, il finestrino del passeggero semiaperto per far passare l’aria. Sono le due e mezzo, mancano tre ore all’alba. Ho tutto il tempo che voglio.
Era giugno, come adesso, dieci anni fa quando ho cominciato l’analisi con il dottor Alessandro Gori. Gli devo molto. A lungo, durante le sedute, ho taciuto, non riuscivo a fare parola della mia angoscia. Non avevo mai condiviso con nessuno la mia tragica esperienza infantile. Vedermi accolta e ascoltata aveva fatto emergere ed esplodere tutta la rabbia e il risentimento che provavo nei confronti di me stessa. Ora scoprivo che il trauma patogeno non stava tanto nell’avvenimento esterno che mi aveva colpito da piccola, ma piuttosto nell’essere stata lasciata sola con i miei interrogativi e il mio dolore.
Quel giorno di settembre mia madre Luisa compiva ventinove anni e nel pomeriggio mi aveva portato con sé a ritirare in una boutique il vestito da sera da indossare per cenare fuori con papà.
Avevo cinque anni. Passando davanti a un negozio di giocattoli lì vicino, avevo piantato un colossale capriccio per un bambolotto di colore. «Basta bambole, ne hai già troppe» aveva cercato di convincermi la mamma trascinandomi via. Mi ero avvinghiata alle sue gambe per trattenerla ed eravamo entrate nella boutique. Mentre cercava di staccare le mie mani dalle sue ginocchia, era sbiancata. Si era appoggiata al bancone per non cadere. Le avevano portato acqua e zucchero ma non era in grado di camminare, così avevano chiamato un taxi. Il giorno dopo Olivia, la sua migliore amica, era venuta a prendermi per portarmi al mare insieme ai suoi bambini.
Quando ero tornata a casa, una settimana più tardi, mia mamma non c’era. Papà mi aveva spiegato che era partita e sarebbe stata via tanto. Aspettavo che tornasse per saltarle al collo e dirle: “Mammina cara, non m’importa del bambolotto, non farò più i capricci, sarò buona, te lo prometto”.
Non avevo importunato papà, era così triste, mentre avrei voluto farlo contento. All’epoca vivevamo a Milano, in corso di Porta Romana, e papà era socio minoritario di un salone di BMW e Porsche. Monia, una delle giovanissime ragazze immagine del salone, aveva cominciato a gironzolare per casa. Era simpatica, cercava di farmi ridere e mi dava caramelle di nascosto, ma io stavo sulle mie. Temevo che, se avessi mostrato di volerle bene, anche Monia sarebbe sparita. La ragazza non capiva – del resto neppure io ero in grado di capirlo allora – che il mio respingerla era una richiesta di presenza, un modo per farla restare con noi, non per farla andare via. La situazione si era fatta difficile.
Non era migliorata neppure quando papà mi aveva detto la verità: la mamma non sarebbe più tornata, un brutto male, arrivato all’improvviso, se l’era portata via. Nei giorni in cui ero al mare con Olivia e i suoi bambini, la mamma era ricoverata in ospedale, dove avevano tentato il tutto per tutto per salvarla. Era cardiopatica. Non aveva mai accusato sintomi, di conseguenza non aveva fatto nessuna visita preventiva. Nulla avrebbe potuto metterci sull’avviso e scongiurare la tragedia. Non era colpa di nessuno. Qualche mese dopo papà e Monia si erano sposati e ci eravamo trasferiti a Roma.
Mio padre aveva quarant’anni. Monia ventitré. La sera non erano mai a casa, uscivano a diver...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Il nascondiglio della farfalla
  3. Il faretto che penzola dal soffitto...
  4. Primo giorno, lunedì 24 maggio
  5. L’insetto fa scorrere la catena...
  6. Stesso giorno, lunedì 24 maggio
  7. Secondo giorno, martedì 25 maggio
  8. Quinto giorno, venerdì 28 maggio
  9. Ottavo giorno, lunedì 31 maggio
  10. Le gambe non la sostengono più...
  11. Nono giorno, martedì 1° giugno
  12. Decimo giorno, mercoledì 2 giugno
  13. Undicesimo giorno, giovedì 3 giugno
  14. Dodicesimo giorno, venerdì 4 giugno
  15. Tredicesimo giorno, sabato 5 giugno
  16. La luce si stempera in una nebbia...
  17. Stesso giorno, sabato 5 giugno
  18. Quattordicesimo giorno, domenica 6 giugno
  19. La prigioniera scuote ossessivamente la testa...
  20. Stesso giorno, domenica 6 giugno
  21. Quindicesimo giorno, lunedì 7 giugno
  22. Copyright