«L’America non è più il paese di una volta, non è nemmeno più l’America.» Mr Martin aspirò il suo sigaro con scoraggiata e rabbiosa decisione. «È diventato uno stramaledetto buco per tutte le miserabili razze che vengono da fuori. L’America non è più l’America. Un bianco non può camminare per strada, entrare in un ristorante, mettersi in affari, o fare qualsiasi altra cosa senza doversi rimescolare a questi fottutissimi immigrati che vengono da fuori.»
Dal divano nella stanza buia, Peter Martin sogghignò, aspirando una sigaretta.
«Gentaccia!» gridò Mr Martin, tossendo fumo.
La luce della cucina, da dove la zia Marie stava lavando i piatti, irruppe nel salotto buio in cui Mr Martin stava ancora tossendo nel momento esatto in cui sua sorella lo richiamò, china sull’acquaio: «Allora, ricominci?».
«Lo sai che ho ragione, porca miseria!» disse quasi soffocando.
Peter si allungò verso la manopola della radio per alzare il volume; era appena cominciato un pezzo di Benny Goodman. Represse l’impulso di annunciarne il titolo a tutta la stanza; in un juke joint1 l’avrebbe gridato a squarciagola per dimostrare a tutti la sua cultura in fatto di jazz.
«Ruffiani!» riprese Mr Martin, con la sua voce spessa. «Ebrei! Greci! Negri! Armeni, siriani, qualsiasi razza schifosa del mondo. Sono venuti tutti qua, ci stanno ancora venendo, e continueranno a venirci stipati nei bastimenti. Ricordatevi quel che vi dico: verrà il giorno in cui un americano vero non avrà uno straccio di possibilità di trovare un lavoro e di vivere decentemente nel proprio paese, il giorno in cui distruzione e bancarotta si abbatteranno sulla nostra nazione perché questi dannati stranieri avranno messo le mani su tutto e ne avranno fatto un bordello.»
Mr Martin fece una pausa per aspirare avidamente il suo sigaro. Peter ascoltava da un orecchio. La zia Marie canticchiava un’aria della Carmen mentre lavava i piatti, la voce era un sussurro, dolce.
«Cristo santo, quel viaggio a New York mi ha aperto gli occhi. Non mi sarei mai sognato che saremmo arrivati a tanto… mai! Quella città brulica di luridi stranieri, e di negri! Non ho mai visto così tanti negri in vita mia. Mi sono bastati due giorni per capire dove sta andando a finire il paese. Musi neri, facce sporche di grasso, tutti i tipi di facce. Mi sono chiesto come fa un uomo bianco a vivere in quella città puzzolente. Cos’è successo a questo paese? Chi è la causa di tutto questo?»
«Roosevelt?» suggerì Peter, furbo.
«Non hai neanche bisogno di pronunciarlo, quel nome. Sai benissimo che è così.»
Peter si sporse in avanti. «Boh, non saprei, papà…»
«Ovvio che non lo sai. Sei solo un bambino. Non hai vissuto sessant’anni in questo paese. Non hai mai visto l’America e non hai mai lavorato in America quando era veramente l’America…»
Peter spense la sigaretta.
«Ora, prendi qui intorno, nei paraggi,» continuò il padre dal suo angolo buio, il sigaro che disegnava un arco arancione «cinquant’anni fa, solo la nostra piccola Galloway, Massachusetts. Eravamo tutti bianchi, lavoravamo insieme. Tuo nonno era un semplice falegname, ma era un uomo onesto, un gran lavoratore. Nemmeno uno straniero avido e scaltro tra i piedi. Si alzava al mattino, se ne andava a lavorare per undici ore filate, rientrava a casa, cenava, rimaneva seduto in cucina per qualche ora, a pensare, e poi via, a dormire. Proprio così! Neanche un briciolo di furbizia, era un uomo leale, il vecchio, onesto. Oh, Dio sa se era onesto…»
«E com’era Galloway allora?» lo imbeccò Peter.
«Be’, come vi dicevo, c’erano solo bianchi… una manciata d’irlandesi, francesi, francocanadesi come noi, vecchie famiglie inglesi, qualche tedesco. Avresti dovuto vedere, per capire quel che sto cercando di spiegarti. Eravamo… be’, eravamo onesti, la comunità era onesta. Certo, c’era qualche ladro, qualche imbroglione e qualche politico da quattro soldi, come ovunque nel mondo. Ma quel che sto cercando di dirti è che la maggior parte della gente di allora era onesta. Perché, ragazzo mio, era una cosa eccezionale, davvero, ora che mi guardo alle spalle. La vita era semplice e tranquilla in quei giorni, la gente era vera, sincera e… amichevole. Non erano pronti a tagliarti la gola appena voltavi le spalle, come questi ebrei di New York; in quei giorni la questione non era venderti la merce più scadente al prezzo più alto. La questione era, per Dio, venderti il meglio. Vedi, a te piacciono tutte quelle belle chiacchiere sull’economia che ti sciorinano al Boston College, be’, apri bene le orecchie, allora… in quei giorni si faceva a gara a chi poteva venderti il meglio… il fornaio che riusciva a fare la torta al cioccolato migliore… ma a nessuno, dico a nessuno, sarebbe mai saltato in mente di svendere a scapito della qualità…»
«E perché incolpare gli ebrei di New York di questo cambiamento?» si accigliò Peter, nel tentativo di seguire un filo logico.
«Hai ragione, credo. Non è solo l’ebreo di New York. Sono gli ebrei di tutto il paese. Il cafone emigrato e tutti quegli altri che arrivano da fuori, portandosi dietro idee che non sono americane, e i loro vizi schifosi…»
La zia Marie aveva finito i piatti. Entrò nel salotto, una signora statuaria, dai capelli bianchi intrecciati, ben stretti sulla testa, con indosso una vestaglietta di cotone bianca e blu e un paio di ciabatte consunte. Sedette sulla sedia accanto alla finestra, dove l’ultimo bagliore rosa del crepuscolo tremolava ancora dietro al vetro. I grilli di giugno cominciavano a intonare il loro corale infinito.
«Questi stranieri non capiscono la vera America… è per questo che sono così pericolosi. Arrivano qua con le loro vecchie abitudini europee, il loro mercanteggiare untuoso da quattro soldi, gli imbrogli, il loro stramaledetto fumo negli occhi…»
«Che vuoi dire con fumo negli occhi?» si intromise Peter.
«Esattamente ciò che ho detto! Dicono una cosa e ne intendono un’altra. Ti mentono in faccia. Giungi al punto che non capisci più cos’hanno in testa. Se vogliono qualcosa, non arrivano subito al dunque! Ti vomitano addosso il loro fumo negli occhi. Non hanno il fegato, né l’onestà, di arrivare subito al dunque…»
La zia Marie si accese una Fatima e guardò placida fuori dalla finestra. Un cronista stava parlando alla radio della ritirata russa verso Mosca.
«Questi stranieri sono furbi, sanno bene quale lato del pane è imburrato. Roosevelt! Più stranieri ci sono, più votano per lui; fa di tutto per ingraziarseli, e loro vanno in visibilio. E il resto degli americani, all’inferno, chi se ne frega! Roosevelt sa che i veri americani non saranno mai così ingenui da finanziare e sostenere le sue brame da dittatore, così si rivolge agli stranieri, e loro abboccano beatamente, perché questo è quanto c’è di meglio nel “vecchio mondo” – solo palloni gonfiati come Roosevelt! Ti dico, il paese sta andando in malora, e saremo risucchiati nella guerra grazie a Roosevelt e agli ebrei dell’Impero britannico! Ricordati le mie parole! E un giorno, quando la gente avrà un po’ più di sale in zucca, si sveglierà e s’accorgerà delle trame di Roosevelt.» Mr Martin si alzò, un uomo alto e asciutto di sessant’anni, dai capelli bianchi, occhialuto, e attraversò la stanza buia. «E passerà alla storia come il più grande nemico dell’umanità che l’America abbia mai conosciuto!»
Ora Mr Martin era in cucina.
«Ricorda le mie parole!» gridò, e chiuse la porta del bagno sbattendola con violenza.
La zia Marie cacciò un sospiro profondo. «Sta peggiorando sempre più con gli anni» disse, soppesando le parole come proferisse un funesto presagio. «Sempre più, di anno in anno.»
Peter si alzò e andò allo sgabello del piano con un sorrisetto stampato sulle labbra.
«La tua povera mamma era terrorizzata a morte da lui, Petey. Anche quando era giovane, gironzolava per casa, furioso come un leone in gabbia. Persino papà non riusciva a calmarlo o a domarlo, era sempre arrabbiato per qualcosa, andava sempre in giro sbraitando contro il mondo intero. Sempre a mettersi nei guai. Ti dico, peggiora di anno in anno…»
Peter suonò qualche tasto del vecchio e massiccio pianoforte nero. Disse: «Papà è sempre stato un uomo pieno d’opinioni, le grida alte e forti, ecco tutto».
«Be’,» disse la zia Marie «raccontami pure quel che vuoi, ma conosco Joe Martin, è mio fratello. Lo conosco da quando era alto così, e ti dico che non c’è mai stato tanto con la testa, e peggiora di anno in anno…»
Peter ridacchiò e girò sullo sgabello del piano fino a trovarsi di fronte alla tastiera. Cominciò a improvvisare degli accordi, suonandoli a casaccio, come l’esecuzione di un gatto che passeggia sui tasti. La zia Marie accese il lume e sbirciò la pila di giornali e periodici nel portariviste dietro il bracciolo della poltrona di Mr Martin. Il presentatore disse che erano le otto e mezzo.
Peter si avvicinò alla radio e ruotò la manopola, alla ricerca della classifica del baseball. Mr Martin rientrò sgranocchiando una mela McIntosh ben stagionata.
«Voglio sentire Fibber McGee and Molly2 alle nove» disse al figlio, sorridendo. «Fino ad allora, la radio è tua…»
«Wow! Teddy Williams ha ottenuto altre tre valide oggi» urlò Peter.
«È uno tosto, quel Williams» disse Mr Martin, cercando i suoi occhiali da lettura.
Peter si riaccomodò sul divano e si accese un’altra sigaretta. La zia Marie alzò gli occhi dal «Saturday Evening Post».
«Petey, non fumare così. Fumi quasi come Wesley…»
«Fumava tanto?»
«Dio santo, sì. Il dottore gli aveva detto di smettere non so quante volte, ma non l’ha mai fatto. Per quel che ne sappiamo noi, a quest’ora potrebbe anche essersi preso la tubercolosi…»
Mr Martin alzò lo sguardo, accigliato. Gli occhi cupi. «Fumo? Quello stramaledetto ragazzo beve come dieci uomini messi insieme.»
«Ecco quel che gli insegnano per mare. Non c’è vita più dura di quella del marinaio…»
Martin continuò, ignorando la sorella: «Era un teppistello delle superiori quando cominciò a bere. Mi ricordo un pomeriggio, mi ero fermato al bar di McTigue, in Woolcott Street, e il mio ragazzo di sedici anni se ne stava lì, seduto al bancone ubriaco, circondato da una dozzina di bicchierini vuoti… con una sigaretta in bocca. Nonostante l’avessi beccato, non ha battuto ciglio…». La voce di Mr Martin divenne più dolce, nel ricordo. «Per Dio, Marie, era uno strano moccioso… uno strano ragazzo…»
Peter ascoltò con tenera meraviglia. Ogni volta che in casa parlavano di Wesley, lui si sentiva così, triste e immerso nel mistero. Aveva un fratello, certo, Wesley Martin; ma Wesley Martin era una leggenda oscura, tormentata. Wesley aveva lasciato casa nove, forse dieci anni prima. Era marinaio. Ogni tanto, una lettera arrivava a Galloway, scritta in una grafia sempre strana e tuttavia semplice, con parole sempre semplici, eppure strane. Peter scosse lentamente la testa, perplesso.
«Quanti anni avrà adesso?» chiese Mr Martin alla zia Marie, con uno sguardo teso, vulnerabile.
Lei lo sapeva già, ma recitò quel breve cerimoniale della memoria, contando sulle dita, in un sussurro. «Ne avrà ventisette a dicembre. È partito nella primavera del 1932, saranno dieci anni la primavera prossima…»
«E tu eri solo un bambino, Petey» disse Mr Martin, fissando il figlio con uno sguardo assente.
«Avevo dieci anni. Dai, papà, racconta, perché Wesley se n’è andato di casa? Voglio dire, c’è stata una ragione precisa, o è stato solo… quella faccenda di Helen Copley…»
«Già solo quello bastava e avanzava per...