Che sia cancellato il suo nome
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Che sia cancellato il suo nome

  1. 252 pagine
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Che sia cancellato il suo nome

Informazioni su questo libro

Transilvania, 1939. Josef ha solo cinque anni quando la Guardia di Ferro romena uccide brutalmente tutta la sua famiglia. Sopravvive per miracolo. A trovarlo, terrorizzato sotto il tavolo, vivo, è la domestica cristiana che lo ha allevato e che non esita a prenderlo con sé, crescendolo assieme al proprio figlio. Cinque anni dopo, un identico massacro colpisce un¿altra famiglia ebrea e anche questa volta a salvarsi è solo una bambina, la piccola Mila. Sola e senza nessuno a occuparsi di lei, Mila riesce però a trovare una via di salvezza nella casa del rabbino Zalman, che la accoglie offrendole protezione, una rigida educazione hassidica e l'amicizia con sua figlia Atara. Le due bambine crescono come sorelle anche se non potrebbero essere più diverse: Mila è una credente devota e scrupolosa, Atara invece è curiosa, appassionata al mondo dei libri e della conoscenza, pronta a spingersi lontano dai dettami dell'ortodossia che si respira in famiglia. E quando le due ragazze, per sfuggire al regime comunista, decidono di rifugiarsi a Parigi, sotto le seduzioni e le attrazioni della capitale le loro strade si separano definitivamente. Ormai adulte, in America, andranno incontro alla rottura definitiva: Mila sposerà Josef, profondamente religioso, e costruirà la propria vita nella comunità hassidica di Brooklyn, Atara abbandonerà la religione rivendicando una libertà emotiva e intellettuale senza obblighi di appartenenza e riconoscimento con nessuna comunità, con nessuna religione. Che sia cancellato il suo nome è un'intensa saga familiare che racconta quattro generazioni segnate dal più drammatico degli scontri, quello tra l'amore assoluto e le regole intransigenti di una tradizione millenaria. Un romanzo che apre una finestra sorprendente su un mondo, quello degli ebrei hassidici, rimasto a lungo inaccessibile alla maggior parte di noi, fino a oggi.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
eBook ISBN
9788852048647
Print ISBN
9788804638261

LIBRO SECONDO

Autunno 1947

Zalman radunò la famiglia nel suo studio. I tomi del Talmud che di solito rimanevano aperti sulla sua scrivania erano avvolti nella stoffa. «Figli miei, voi ormai considerate Sibiu la vostra casa, ma fin quando l’Altissimo non ci libererà dall’esilio, noi ebrei non avremo una casa.» Prese alcuni volumi e li mise in una cassa di legno. «Il governo sta chiudendo le nostre scuole, i comunisti – che siano cancellati i loro nomi – vogliono che dimentichiate di essere ebrei. A Parigi c’è una piccola comunità che ha bisogno di un cantore. Dunque partiamo.»
Mila e Atara alzarono lo sguardo, sorprese. Spesso gli avevano sentito dire che avrebbe voluto trasferirsi in città come Pressburg, Slobodka, Lizhensk, dove c’erano grandi yeshivot; mai l’avevano sentito nominare Parigi. Mila cercò la mano di Atara, sollevata al pensiero che, se dovevano partire, sarebbero partite insieme.
Non dovevano essere tristi, c’erano state separazioni molto più dolorose, né si dovevano compiacere di essere condannati a un eterno errare. Quando Marika, la loro compagna di giochi, le chiamò dal cortile, Hannah le avvertì che non c’era tempo per i giochi o per gli addii. I bambini udirono il sasso di Marika che colpiva il selciato, e la sentirono contare mentre saltava senza toccare le linee tracciate col gesso. Ascoltarono il suo silenzio mentre raccoglieva il sasso. «Atara, Mila, ho vinto!»
Quell’ultima mattina, le due bambine si svegliarono nel loro letto condiviso. Ascoltarono il cinguettio delle rondini sotto la grondaia. Aiutarono a trasportare le valigie di cartone e i fagotti, aiutarono a caricare il carro.
Hannah, con il neonato in braccio, si sedette sui bagagli. Zalman sollevò i figli più piccoli e li sistemò vicino a lei. Mila e Atara avrebbero seguito il carro a piedi. Dietro di loro camminavano Zalman e il figlio maschio più grande, Schlomo, di cinque anni.
Marika continuò a saltare la corda, seguendo le amiche, fino a quando il carro girò l’angolo. «Non tornerete più? Mai più?» Si fermò all’angolo, saltando da un piede all’altro e gridando per farsi sentire: «Mai, mai più?».
Mila e Atara aiutarono a caricare i fagotti e le valigie sul treno. Si sistemarono in uno scompartimento e il treno uscì dalla stazione. Il galletto segnatempo sulla cupola di rame volò via, la torre dell’orologio rimpicciolì, scomparendo dalla vista. I caseggiati cedettero il passo ai cottage, a casupole con il tetto di paglia, alle donne con un fazzoletto sulla testa che zappavano gli orti. I bambini salutarono con la mano le donne, il cavallo che tirava un carretto di legna, i sacchi di formaggio legati alle assi sulle verande, i Carpazi meridionali, il calar delle tenebre sul fiume Cibin.
Il buio scorreva sferragliando al di là dei finestrini. Il neonato piagnucolò, Hannah gli diede il seno e il suo avido succhiare risuonò nello scompartimento. Atara posò la testa sulla spalla di Mila e lei posò la testa su quella di Atara. Le due bambine, che si erano ripromesse di restare sveglie per non perdersi un solo momento del viaggio, ben presto si arresero al sonno, cullate dal movimento del treno.
«La gallina! Sta scappando dal treno!» gridò Mila.
Hannah si protese verso le bambine. «Sst, stai sognando. È solo un sogno.»
«La gallina non vuole morire!» protestò Mila.
«Sst, sveglierai il piccolo!»
Atara sussurrò all’orecchio di Mila: «Siamo al sicuro. Siamo su un treno passeggeri, andiamo a vivere a Parigi».
Mila le disse: «Ma almeno tu ci credi che ho visto il Rebbe su quel treno?». Parlava in tono concitato, come se temesse di lasciarsi alle spalle anche i suoi ricordi, oltre a tutto il resto.
Atara indugiò prima di rispondere: «Se il Rebbe era lì, com’è possibile che non abbia fatto un miracolo?».
Mila si ritrasse e appoggiò la testa al finestrino. «Ti dico che l’ho visto. Indossava una giacca bianca. Non ha mai alzato gli occhi dal libro, però io l’ho visto.»
Si riaddormentò, la testa contro il finestrino che vibrava. Atara le girò delicatamente la testa, fino a posarsela sulla spalla. Sentiva la porta dello scompartimento che sbatacchiava: la sua prima porta scorrevole, la sua prima lampadina azzurra che proiettava ombre sulla barba di Zalman, e ogni cosa che avrebbe incontrato sarebbe stata una novità, come lo strano accento del controllore. Guardò Zalman per assicurarsi che non avesse notato la sua eccitazione, guardò la notte che scendeva rapida.
Cambiarono treno a Oradea e a Budapest, attraversarono la frontiera tra l’Ungheria e l’Austria, che di lì a qualche mese, e per i successivi quarant’anni, sarebbe diventata un confine invalicabile. A Vienna cambiarono treno. Mentre passavano le stazioni – Linz, Monaco, Stoccarda – le città, le cittadine e i villaggi senza più ebrei, Zalman e Hannah recitavano salmi che striavano di lacrime le loro guance.

Parigi

Gli Stern si stabilirono in un appartamento al quarto piano in rue de Sévigné, nel Marais, il quartiere ebraico. Mila e Atara dormivano nella stessa stanza, ma adesso ognuna aveva il suo letto. La prima notte, misero una sedia tra le due testiere di ottone per posarci le mani intrecciate, così non si sarebbero separate nel sonno.
«Françoise!» gridò una voce nel cortile, e le bambine si strinsero le mani articolando le nuove vocali: Françoise, e ancora una volta si esercitarono a ripetere il loro nuovo indirizzo nel qua-tri-ème ar-ron-dis-sement
I suoni tacquero, il quartiere si addormentò. Prima di prendere sonno, le bambine sentirono Zalman che usciva dalla camera matrimoniale. Invece di rifugiarsi nel suo studio, come faceva spesso a Sibiu, percorse il lungo corridoio ingombro di casse. La porta della cucina si aprì con un cigolio e venne richiusa.
Swish, strideva la lama che sfiorava la mola, swishswish… un suono più acuto per il coltello per la circoncisione, un suono più basso per il coltello adibito alla macellazione degli animali.
Ciascuna delle bambine strinse la mano dell’altra, per accertarsi che avesse sentito. Zalman stava affilando i coltelli rituali vicino al lavandino della cucina. Di certo non era un precetto della Legge, non in quel momento, non nel cuore della notte. Con ogni probabilità era Zalman che sentiva il bisogno di compiere quel gesto. Swishswish… il movimento si fece più rapido e lui respirava forte… o forse era il suono del loro stesso respiro?
Il rumore cessò. Zalman andò verso il suo studio oltrepassando le casse nel corridoio. Un cassetto della sua scrivania si aprì, poi la chiave girò nella toppa e le mani delle bambine, appesantite dal sonno, lasciarono la presa.
Furono svegliate dalle rondini che cantavano nuove canzoni francesi. Atara aprì la finestra. Mila si sporse nella luce che brillava sui tetti argentati e proiettava riccioli d’ombra sulle persiane scrostate. Le risa dei bambini più piccoli nella stanza accanto, il rumore del chiavistello che si apriva e si chiudeva: Zalman che usciva per recarsi alle funzioni mattutine. Camminando in punta di piedi, le bambine passarono davanti alla sala da pranzo, con il tavolo coperto dalla tela cerata che mostrava ancora le pieghe del viaggio: sempre in punta di piedi, entrarono nella camera matrimoniale e si arrampicarono sul letto di Hannah. Di lì a poco arrivarono anche gli altri bambini e tutti si strinsero a Hannah: Mila, Atara, Schlomo, i due più piccoli, e il letto si trasformò in una grande zattera bianca, con la trapunta che, come una vela, li guidava nel mattino in quel paese straniero.
Una goccia di luce si insinuò tra i listelli della persiana e si posò sulla cuffia da notte di Hannah. La piccola Etti cercò di catturare quella perla di luce con il pollice e l’indice. Hannah rise. Quando il neonato si mise a piangere nella culla, Hannah disse: «Milenka, tu che sei la più grande, potresti prendere in braccio il piccolo Mendel Wolf? Fa’ attenzione, mi raccomando». Mila saltò giù dal letto, si chinò sulla culla e prese il neonato. Hannah slacciò i primi bottoni della camicia da notte. I bambini si tirarono su per guardare le manine che si stringevano a pugno sul petto della madre, le labbra minuscole e avide, poi si rintanarono di nuovo nel nido tiepido della trapunta.
Appena il marito tornò dalla funzione, Hannah uscì dalla camera. Zalman sospirò e mise il cappello nero sull’attaccapanni. Mentre se ne stavano al calduccio nel letto matrimoniale, i bambini colsero la nota di angoscia nella voce del padre. Stava raccontando a Hannah della nuova comunità: avrebbe trovato qualcuno con cui condividere la passione per lo studio della Torah, qualcuno come il padre di Mila? Purtroppo erano lontani dalla corte del Rebbe: lì sì che un ebreo si sentiva vivo!
A colazione, ancora poco convinto da quel nuovo pane francese, Schlomo pretendeva che ogni buco fosse riempito dal burro. «Per favore, Atara, riempi anche questo buchino! Mi sta fissando!»
Zalman entrò nella stanza e Schlomo tacque. Suo padre si sedette a capotavola e sospirò.
Schlomo guardò il burro che affondava nella sua fetta di pane. Allungò una mano per prendere il coltello, intenzionato a spalmare di burro tutta la fetta. Rinunciò all’idea, infilò il dito nel panetto di burro, ne raccolse un pezzetto e lo ficcò dentro il buco. Atara soffocò un risolino e Schlomo alzò lo sguardo con aria di rimprovero.
Zalman batté il pugno sulla tavola.
«I goyim non sanno controllare gli istinti del corpo, ma un ebreo pensa solo al volere del Signore.»
I bambini non osavano muoversi.
Zalmam si rivolse al figlio maschio più grande: «Nu? Quando il Signore dice a Israele Voi sarete per me una nazione santa, cosa intende con la parola “santa”?».
«Separata» rispose Schlomo. «È scritto nel Midrash Rabbah che “santa” vuol dire “separata”.»
«Bene. Voi sarete per me una nazione santa, vi distinguerete dagli altri. Ricordatevelo, ora che erriamo in questo deserto parigino: Dio punirà gli ebrei che si comportano come le altre nazioni.» Il suo tono diventò tagliente. «È sicuro che dopo tutto quello che abbiamo passato, la venuta del messia dovrebbe essere prossima, e tuttavia ci sono alcuni di noi che la ritardano.»
Etti cominciò a piagnucolare.
«Nella cosiddetta scuola ebraica dove, ahimè, sono costretto a mandarvi, vi potrebbe giungere voce – Dio non voglia – di un’eresia che si autodefinisce illuminismo ebraico. Ma il Chasam Sofer dice che la Torah vieta l’innovazione. Potrebbe giungervi voce del nefasto prodotto dell’illuminismo: il sionismo. Il nostro Rebbe dice che la colpa della terribile distruzione è del sionismo. Credono davvero che un esercito sionista ci proteggerà?» Zalman picchiò il pugno sul tavolo.
Il latte nelle scodelle dei bambini si alzò in spirali che traboccarono e finirono sulla tela cerata.
Etti scoppiò a piangere.
Zalman aggrottò la fronte. Il sangue gli pulsava nelle vene. Era fondamentale che i bambini temessero il padre, così, da adulti, sarebbero diventati degli ebrei timorati di Dio. La sua voce sovrastò i singhiozzi della bambina.
«Chi siamo noi per tener testa alle nazioni se Dio vuole la nostra sottomissione? Chi siamo noi per costruire uno stato ebraico se Dio ha decretato il nostro esilio? Dio ci ha imposto tre giuramenti.» Zalman si rivolse al figlio più grande. «Qual è il primo?»
Schlomo ci pensò su. Zalman passò in rassegna i visi degli altri figli, ma nessuno sapeva rispondere.
«Il primo giuramento è: Non espugnerete le mura dell’esilio. Il secondo: Non vi ribellerete contro le nazioni in cui siete stati esiliati. Il terzo: Non forzerete la Fine.
«Non dobbiamo costruire la Terra promessa con le nostre forze. La nostra liberazione avverrà per mezzo di prodigi e di miracoli. Chiunque metta in dubbio questa miracolosa redenzione mette in dubbio tutta la Torah. Che HaShem possa liberarci dai nemici che ci circondano, che ci liberi dall’esilio, amen.»
«Amen» gli fecero eco i figli.
Zalman si alzò e si diresse verso la porta con passo pesante.
Quel pomeriggio, mentre volavano giù dallo scivolo nei giardini del Lussemburgo, per i bambini non era facile ricordare che stavano errando nel deserto: mentre si libravano sulle altalene a forma di barca non era facile ricordare che erano stati scelti per essere una nazione separata. Quando se lo ricordarono, strillarono ancora più forte lanciandosi giù dallo scivolo e risalendo di corsa, come se quella discesa fosse l’ultima prima di essere chiamati ad abbandonare l’esilio. Le madri sedute sulle panchine scuotevano la testa. Non c’era dubbio, quella nidiata di bambini con i cernecchi e le gonne lunghe faceva più chiasso di qualsiasi altro bambino che avesse mai frequentato i giardini.
«Che motivo c’è di rallegrarsi tanto nel deserto?» Così Zalman rimproverò i figli che correvano su per le scale di casa, le guance ancora arrossate dal gioco. «Secondo voi, che fine hanno fatto i bambini ebrei che hanno vissuto qui prima di voi? Chi tra i nostri vicini li ha traditi?»
A Sibiu, Zalman aveva tollerato che giocassero a biglie in cortile, ma a Parigi glielo vietò. «Bitul z’man», una perdita di tempo, disse ai figli maschi che lo seguirono nel suo studio, le orecchie infuocate per il suo scappellotto rabbioso. Alle bambine era permesso saltare la corda o giocare a campan...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Che sia cancellato il suo nome
  3. LIBRO PRIMO
  4. LIBRO SECONDO
  5. LIBRO TERZO
  6. LIBRO QUARTO
  7. LIBRO QUINTO
  8. Glossario
  9. Ringraziamenti
  10. Copyright