«No, il chinotto no.» Mentre aspetto che Nik finisca l’ora di nuoto alla Cozzi, e penso che parte della sua energia consumata per attraversare ancora una volta i cinquanta metri della piscina sia rivolta contro di me, mi chiedo perché mai io non possa fermarmi con mio figlio tredicenne a bere, in un bar lungo la strada, la nostra bevanda preferita.
Posso andare a prenderlo sotto casa della mamma, portarlo in piscina, aspettare che finisca le sue vasche, controllare che sia asciutto prima di uscire nell’umido milanese, accompagnarlo a casa. La sosta al Gran Bar di viale Tunisia, come ogni altro allungamento del percorso, a questo punto è «proibita».
È un pomeriggio del 2005 e per capire che cosa era successo che aveva reso i miei rapporti con Nicola critici e oggetto di lunghi carteggi fra avvocati, occorre fare un lungo passo indietro. All’improvviso, nell’ottobre 2003, all’inizio delle medie e senza segnali premonitori, mio figlio, con il suo solito coraggio, alla fine di un sabato di giochi da me mi aveva detto:
«Non voglio più vederti».
Qualche giorno dopo, mentre annaspavo per la scelta, apparentemente definitiva di Nicola, mentre mi preoccupavo che la decisione di non vedermi più non contagiasse anche la piccola Lucia, mio figlio ribadì la sua scelta. Con queste parole, annotate da me su un quaderno:
«Io non vengo da te, tanto la mamma mi ha detto che nessun giudice mi costringerebbe».
«Tanto.» In quella parola piccola e ballerina andava a farsi fottere ciò che per me aveva un senso. Lasciamo stare l’infelicità della frase: non potevo nemmeno essere certo della sua autenticità. Si dimentichi anche la sofferenza da cui poteva essere nata e ormai propagata a tutte le persone coinvolte. Il guaio era un altro. Nicola e io eravamo invitati al viaggio più importante della nostra vita insieme. Stessa strada, ma due biglietti diversi. Destinazione: adolescenza. Sul biglietto di Nicola questo avvertimento: passerai per luoghi turbolenti e illuminanti, e avrai bisogno di qualcuno che metta un limite sopra di te, ma è proprio quello che hai deciso, senza saperlo, di non avere. Un’assenza che pagherai cara.
Sul mio biglietto, invece, potevo leggere: hai davanti un compito da far tremare i polsi; tuo figlio non è più un bambino e il mondo è cattivo. Nel senso: è molto probabile che loro due avranno rapporti non protetti, e in luoghi ignoti a tutti. Lui potrebbe aver bisogno di qualcosa cui afferrarsi. Saresti tu la «cosa» ideale, vorresti esserlo, ma in mezzo c’è, e si espanderà sempre più, quel: «Non voglio più vederti».
Non vederti, non parlarti, era la mia crociata contro di te. Mi sentivo fortissimo, fierissimo. Malissimo. Però era una cosa che andava fatta, continuavo a ripetermi, una cosa che andava fatta. Già sapevo che a scegliere la cosa giusta ci si fa del male, si ferisce qualcuno, e questo mi dava forza. A otto anni leggevo che tutti i supereroi avevano conosciuto il dolore. Per diventare uno di loro era normale, prima, dover soffrire.
E dovevo proteggere la mamma, che non mi lasciava solo davanti alla notte, tenendo lontani quei mostri di cui avevo paura. Ho sempre avuto il terrore di ciò che non vedevo. Dormivo guardando il soffitto, per paura di lasciare un lato scoperto.
Per colpa tua ho imparato a odiare. Già andare in vacanza con le altre «famiglie» mi faceva stare male. Vedere adulti felici fra loro. Ma erano gli altri. A me cosa rimaneva? Qualcuno che mi diceva: forza Nicola, dai una mano a tua madre. Noi sempre in ritardo, sempre gli ultimi. Un marito che, mentre tornavamo dal mare a fine giornata, ripeteva, come fosse lui l’eroe: dai, che vado ad aiutare la Paola... Pensavate che io non sentissi niente? Ero lì. Cristo santo. Io, l’uomo di famiglia. O qualcosa del genere.
E così, da quel brutto giorno di ottobre del 2003, ci vengono incontro diciotto mesi, che si possono riassumere in due modi, a seconda che sia il padre o il figlio a farlo. Una sola parola uguale per entrambi: solitudine. Per il resto, provate a immaginare la permanenza di due esseri soli su un pianeta, certo, con figure di contorno, anche importanti e che dicono la loro, confortano o danneggiano. Ma l’orizzonte resta vuoto.
Un essere, quello grande, alla ricerca concreta, emotiva, psicologica, legale dell’unico altro abitante; il più piccolo, tutto preso da una domanda che si ripresenta in tanti modi: io, come ci sono finito qui?
Vorrei riuscire a condensare l’intero senso di un anno e mezzo in un’immagine semplice. Mi viene in mente quella di un uomo che sa, perché glielo dice tutto dentro di sé, di avere un compito più importante degli altri: spingere in avanti qualcosa di prodigioso, un essere più piccolo e dal potenziale infinito. Qualcuno che è nato da lui e dipende dalla sua forza di spinta. Quell’uomo, di colpo, scopre che non c’è più niente da spingere. E a questo punto, uscendo dall’immagine, troviamo un quarantenne che non sa a che santo votarsi.
I mesi passavano in un balletto infinito di raccomandate fra avvocati: «La madre non ha mai ostacolato i rapporti del padre con i figli...», «La figura paterna deve essere promossa, tutelata...», «Le dovute cautele nel rispetto delle esigenze dei figli...». E ogni giorno toglieva senso a una conquista creduta un’assicurazione sulla vita del maschio separato: l’«affidamento congiunto».
I già miserabili «orari di visita» diventavano irrisori. Avevo provato a consolarmi con l’illusione, come assicuravano gli esperti, che la qualità del tempo insieme fosse più importante della quantità. Ma se questa era zero?
Nel mio tempo A dirigevo un’agenzia fotografica. Le cose difficili dell’esistenza mi riuscivano abbastanza. Nel tempo B ero un inetto. Vedere mio figlio era impossibile, salvo andare a prenderlo con la forza. Al telefono non veniva. Le proposte cadevano nel silenzio. Allora gli scrivevo lettere che forse nemmeno leggeva. Cominciavano con: «Mio caro Nicola, oggi era il giorno in cui avremmo dovuto vederci». E finivano, spesso, così: «Mi devi una rivincita a calciobalilla».
Seduto come davanti a un muro, fuggivo dal lavoro per suonare il campanello di studi di psicologi o mediatori famigliari. Tutti sorridenti e serissimi. La domanda era: come faccio a riprendermi Nicola?
Capirò subito qualcosa che avrei dovuto già sapere: il mio vuoto, sempre più ingombrante, era nulla, non contava. Per i professionisti non esisteva che il minore. E questo mi insegnava una cosa: fra i tanti motivi per cui ritrovarsi era impossibile, forse ce n’era uno che riguardava, a rapporti invertiti, la mia vita.
Anch’io ero stato un bambino di genitori separati, ma mai, mai avevo pensato che il mio punto di vista contasse.
Tutte le volte che dovevo arrivare in un posto, correvo, per passare meno tempo con me stesso. Avevo paura di restare da solo a pensare. Sapete cosa fa davvero male a un ragazzino? Quei bambinetti che ti prendono in giro perché hai dei problemi in famiglia. Il direttore Skinner dei Simpson diceva agli alunni: «Basta ridere di Milhouse, le risate lo segneranno a vita». E i bambini ridevano più forte.
Ha fatto peggio la mia cattivissima maestra delle elementari. Quando una mia compagna, Gabriella, una di quelle cavallone già da piccina, entrò in classe e scoppiò a piangere dicendo che suo padre se n’era andato di casa, la signora, ops, meglio, la maestra Daniela disse: e questo ti sembra un buon motivo per disturbare la lezione?
Io le cose le tenevo per me. L’unico con cui ne parlavo era ed è sempre stato Iacopo, per me Lasco: allora bassino, un po’ strabico e con un formidabile buco fra i denti davanti. Non arrivava a un metro e mezzo, ma mi rassicurava, perché tanto noi ce ne saremmo andati. Saremmo scappati, rubando tutto quello che possedevano le nostre famiglie. Diretti nello Yukon. Un ragazzino biondo e il suo tigrotto che si incamminano nella neve.
Mentre il papà correva per il pianeta parlando di me e di sé e della mamma e del resto, e pensavo che questo non significasse capirmi, io cosa facevo? Stavo nella mia stanza, accarezzavo il rettile che mi ero appena fatto regalare, un dragone cinese, o meglio un Physignatus cocincinus; gli davo da mangiare i grilli allevati in casa. Ogni due settimane entrava la mamma e mi chiedeva: cosa vuoi fare? Sabato vuoi andare da lui? Te la senti?
E cercavo in qualche modo di diventare il bambino perfetto, anche se nessuno me lo chiedeva. Mi indurivo fuori, e dentro mi svuotavo. Per stare fermo, avevo bisogno di un’energia pazzesca. Ancora adesso ringrazio l’odio.
Mi dicevo che ero un grande, pensavo che ne sarei uscito. Vincitore. Perché, anche se lui non lo voleva proprio capire, quello fra noi era soprattutto uno scontro. Dovevo sconfiggere mio padre per non diventare come lui. Uno che fa soffrire le persone che dovrebbe amare.
Su quali magie potevo contare? Alle elementari credevo di saper parlare agli animali. Avete presente Calvin and Hobbes? Una roba del genere mi riusciva col mio vecchio cane, Rusty. Per lui, mai definizione fu più appropriata di «cane pazzo». Prima che io staccassi da mio padre, tutte le volte che Rusty lo vedeva ringhiava. Passati dieci anni, a essere chiamato «cane pazzo» ogni tanto sono io.
Da quel giorno in cui Nicola mi aveva detto «non voglio più vederti», avevo acceso un timer nella testa, e lì tornavo di continuo. Non c’era più la già assurda distanza del weekend su due, aggravata dall’inutile vicinanza fisica (le due case distavano quattro isolati). Ora si giocava a settimane e stagioni per volta. Dopo mesi identici – io chiamavo, lui non rispondeva – e in cui ero arrivato a illudermi che, passando più volte in autobus sotto casa sua, lui si affacciasse alla finestra in quel preciso istante, le vacanze estive rappresentavano davvero l’ultima spiaggia.
Dopo la separazione, il nostro mare era l’Argentario. Un condominio felicemente appollaiato sul bordo della spiaggia a mezzaluna della Feniglia. Con una sorpresa: a metà spiaggia, lontano dagli ombrelloni, qualche generoso e pratico bagnante dell’alba lasciava sulla sabbia, per noi ritardatari, delle artigianali e suggestive capanne, costruite con assi e tronchi portati dalla marea. Immagini ancora piene di luce: noi tre sotto i legni, a guardare il mare.
Per anni era stata una scelta felice. Ma nel luglio 2004 succede qualcosa: dopo qualche giorno, Nicola vuole andarsene. A questa vacanza ci eravamo arrivati dopo mesi di trattative deprimenti per tutti. Ricordo la durezza con cui Nicola aveva detto: «Io non vengo». E la sensazione di una tempesta soltanto rimandata quando aveva piegato la testa, grazie anche alla collaborazione materna, accettando così di partire e trascorrere almeno quei quindici giorni con il padre.
Ecco la tempesta: dopo una settimana di quella che a me sembra una normale, persino spensierata, vita da spiaggia, ritornati a casa, Nicola si chiude in camera per la quotidiana telefonata alla mamma di fine pomeriggio. Urla che qui con me sta male, soffre come un cane, grida: «Chiama gli avvocati!». Fine della vacanza.
Comincia il 2005. Seduto sugli spalti della piscina, inseguo con lo sguardo la sua testa lanciata in avanti nel blu. Se mi trovo qui è anche perché (come aveva previsto la mediatrice con i capelli a caschetto, per nulla attraente, ma che, a furia di osservarla, cominciavo a trovare sexy), grazie al mio atteggiamento passivo, acquiescente – «Lei aspetti!» –, era finalmente cominciato il disgelo.
Non saprei dire cosa sia stato. So soltanto che, trascorse molte stagioni in cui l’unica mossa concessa era fare un altro passo indietro, avevo raggiunto il fondo. Non potevo più rinunciare a niente. Dopo che anche la figlia si era negata ai weekend con me, cancellate tutte le date insieme dal calendario, prossimo a quello stato mentale in cui, alla frustrazione della sconfitta, subentra una strana pace, si riaprì una fessura, all’inizio molto sottile. Il «Ti passo Nicola», al telefono, di colpo non era più seguito dal tipico «No, ha detto che non viene», ma dal suo «Ciao», con una voce che nel frattempo sembrava cresciuta.
Ci siamo rivisti, all’inizio qualche ora, io nel ruolo di autista delle sue attività pomeridiane. Mi sentivo un po’ in libertà vigilata, e forse, più che un padre, un nonno o un baby-sitter. Era infinitamente più di niente, ma per far scendere Nicola dalla macchina di ritorno dalla piscina e bere un chinotto con lui bisognava ancora aspettare.
Mio figlio compie tredici anni. Il giorno del suo compleanno vado a prenderlo a scuola. Nella foto che gli ho scattato con il cellulare appare più simile a me di quanto vorrebbe. Indossa per la prima volta un giubbotto di pelle, che lo rende più truce di quello che avrei desiderato io. Mi squadra. Le barriere si abbassano quando gli consegno tredici strisce di liquirizia in bustine singole. Le mitiche Goleador.
Quando suona la campanella, ritorno a essere Nicola. Prima ero Egeo. Una delle ultime prove della Medea di Euripide, messa in scena dalla seconda C. L’unico ragazzino che si era fatto prendere dallo spirito e dal mito.
Vedo subito la Saab del papà. Mi piaceva da matti quella macchina strana, ma non glielo ho mai detto. Ai suoi auguri ho sorriso come fa Lucia quando non ha voglia di rispondere e nemmeno di pensare.
So di essere l’unico ragazzino non contento che sia il suo compleanno. Peggio, indifferente. Tredici anni e ancora un bambino. Stravaccato sui sedili di pelle rossa (la prima cosa che nella mia vita mi avesse fatto capire il senso della parola «chic») e con entrambe le Nike sul cruscotto, mi vorrei strappare dalla felpa regalata dalla mamma il marchio Lions 33. Cazzo, avevo detto Rams 23. Bello però il giubbotto. Finalmente posso sollevarmi di continuo il colletto duro e camminare a testa bassa e occhi alti.
È proprio l’aria di come mi sento. Cos’è, colpa mia? Cazzo, papà, io voglio soltanto essere «normale».
Le bustine costituivano un dolce surrogato delle parole mancanti. Altre forme di comunicazione indiretta e che ogni tanto avevano interrotto il silenzio di quel periodo erano state le canzoni preparate per il tragitto in macchina da scuola a casa. La più amata da lui, e da me, Born To Be Wild degli Steppenwolf, dalla colonna sonora di Easy Rider (mi rendevo conto che nel titolo c’era un messaggio pericoloso). La lusinga delle prime magliette regalate della Urban Warrior; oppure condividere nuove scoperte sulla comune passione per Kate, ovviamente Moss.
In un anno e mezzo, però, mai un discorso su noi due. E se invece...? Forse ci saremmo detti anche questo.
Pensi che per me sia facile? Dopo un po’ anche i crociati si chiedono perché stanno combattendo. Mi conosci? Sono uno di quei bambini che hanno bisogno di una roccia, uno con cui lasciarsi andare, proprio perché non mi fido di nessuno, e ho ancora tanta paura. E basta con la musica triste, papà. Basta, perché comincia a piacermi.
Non senti la follia di avere dei muri fra noi? La rabbia che ti prende, dopo un anno e mezzo in cui ci saremo visti sì e no dieci volte, nello scoprire che di noi scrivono ancora così: «Mi pare che ci siano stati grandi progressi nelle frequentazioni fra padre e figli: le occasioni d’incontro sono state svariate (la piscina, le feste e le recite delle scuole, la pizza la scorsa settimana...)»?
Noi due siamo già dalla stessa parte, ma non lo sappiamo. Il mio bisogno di andare da qualcuno, avvocato o psicologo, per capirlo assomiglia a una malattia, alla mancanza di un ingranaggio uma...