L'arte francese della guerra
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L'arte francese della guerra

  1. 552 pagine
  2. Italian
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L'arte francese della guerra

Informazioni su questo libro

"Stavo male, tutto andava male, attendevo la fine" dice il narratore di questo romanzo, un uomo in crisi d¿identità che ha appena perso il posto di lavoro e vaga spaesato per Lione con l'unica occupazione di infilare volantini nelle buche per le lettere. Non sa ancora che sta per fare l'incontro che gli cambierà la vita.
Durante una pausa in una brasserie conosce un vecchio paracadutista che ha fama di aver attraversato tutte le guerre coloniali. Si chiama Victorien Salagnon ed è probabilmente l'unico pittore che si sia visto tra le file di quell'esercito in guerra. L'anonimo narratore ne rimane affascinato, tanto da offrirsi, in cambio delle lezioni di disegno, di scrivere la sua storia. Ha così inizio un viaggio all'indietro che racconta l'educazione di un ragazzo che ancora adolescente passa dai campi scout al fronte della Resistenza, dove il solo insegnamento che riceve è l'arte della guerra. Con questo unico sapere si lancia prima nella campagna d'Indocina, dove vedrà inquietantemente ripetersi alcuni orrori nazisti questa volta per mano dei francesi e dove imparerà l'arte del pennello da un antico maestro, e poi in Algeria, in una guerra confusa fatta di arresti illegali ed esecuzioni sommarie. Cambiano i fronti ma i metodi sono sempre gli stessi: terrore, brutalità, disprezzo della vita propria e altrui. Alexis Jenni, con occhio profondamente umano e non per questo meno lucido davanti al'orrore, racconta l'arte francese della guerra che non cambia mai, come non cambiano le ragioni francesi per scendere in battaglia. E nello stesso tempo, con uguale precisione e senza sconti, mostra quali sono gli effetti perversi delle guerre coloniali sulla madrepatria, sulle vite protette di tanti cittadini che crescono nei rassicuranti privilegi del loro stato ma circondati da odi e risentimenti, mentre il sangue continua a scorrere per mantenere vivo il mito ipocrita di una grandeur ormai passata. Un canto tragico e terribilmente epico di una nazione che sembra non trovare una via d'uscita all'uso della forza, e che può ricercarla solo nella propria lingua, nella capacità di riscattare le proprie storie.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804624509
eBook ISBN
9788852048951

Romanzo V

La guerra in questo giardino insanguinato

Odiò Saigon più di qualunque città al mondo. Il caldo lì è insopportabile tutti i giorni, come il rumore. Se respiri soffochi, sembra che l’aria sia mescolata ad acqua calda, e se apri la finestra, dietro la quale avevi sperato di ripararti, non ti senti più parlare, né pensare, né respirare, il frastuono della strada penetra ovunque, perfino nel cervello; ma se richiudi la finestra boccheggi, un panno bagnato ti si posa sulla testa e la stringe. Durante i primi giorni a Saigon, Salagnon aprì e chiuse la finestra della sua camera d’albergo parecchie volte, poi vi rinunciò; restava sdraiato in mutande sul letto fradicio, cercando di non morire. Il caldo è la malattia di quella terra; o ti ci abitui o crepi. Meglio abituarsi, così a poco a poco ci badi meno. Smetti di pensarci e lo senti solo all’improvviso, quando devi abbottonare la giacca della divisa fino al collo, quando fai un gesto troppo energico, quando devi trasportare un peso anche minimo, sollevare lo zaino, salire una scala; allora ritorna come un violento acquazzone che ti inzuppa la schiena, le braccia, la fronte, e sulla tela chiara della divisa appaiono chiazze scure. Salagnon imparò a vestirsi leggero, a non allacciare niente, a risparmiare le forze, a fare gesti ampi in modo che la pelle non toccasse la pelle.
Non gli piaceva nemmeno la strada, così invadente, il chiasso che non lo lasciava mai in pace, il formicaio di Saigon. Perché Saigon gli sembrava un formicaio, dove un’infinità di persone tutte uguali si agitavano in ogni direzione, senza che lui ne indovinasse la meta: militari, donne discrete, donne appariscenti, uomini con abiti identici di cui non riusciva a decifrare l’espressione, con quei capelli neri pettinati tutti allo stesso modo. E poi ancora militari, gente ovunque, risciò – veicoli a trazione umana – e sui marciapiedi un’attività frenetica: chi cucinava, chi vendeva, chi tagliava i capelli o le unghie dei piedi, chi aggiustava i sandali. Oppure l’inerzia: decine di uomini con vestiti logori se ne stavano accovacciati, alcuni fumando, e osservavano con sguardo perso quella baraonda senza che si capisse cosa ne pensassero. Eleganti militari in uniforme bianca passavano semisdraiati sui risciò, altri erano seduti ai tavolini all’aperto dei grandi caffè, tra loro o insieme a donne dai lunghissimi capelli neri; altri ancora, in uniforme dorata, fendevano la folla sui sedili posteriori di automobili che si aprivano un varco a colpi di clacson, minacce e rombi di motore, mentre la calca si riformava immediatamente alle loro spalle. Salagnon odiò Saigon fin dal primo giorno, per il rumore, per il caldo, per tutte le sgradevoli intrusioni di cui pullulava; ma quando andò nelle campagne, a qualche chilometro dalla città, in compagnia di un simpatico ufficiale che voleva mostrargli i sobborghi, più calmi e riposanti, dove capitava di trovare una piscina o un ristorante accogliente, quando fu nella risaia piatta sotto una cappa di nubi provò una tale sensazione di silenzio, di vuoto, che credette di essere morto; chiese di abbreviare la gita e di tornare a Saigon.
Hanoi gli piacque di più, perché il primo giorno fu svegliato dalle campane. Pioveva, la luce era grigia e il freddo del mattino che lo avviluppava gli diede l’impressione di essere altrove, magari in Francia ma non a Lione, poiché a Lione non voleva che nessuno lo aspettasse; gli sembrò di trovarsi in un altro luogo della Francia dove stava bene, un luogo verde e grigio, un luogo immaginario tratto dalle sue letture. Si svegliò del tutto e si vestì senza sudare. Aveva appuntamento al bar dell’albergo “dopo la messa”, gli avevano detto, la messa nella cattedrale. L’albergo era il Grand Hôtel du Tonkin, strana combinazione di provincia francese e colonia lontana. A Saigon la luce, di un giallo pallido sovraesposto e cosparso di macchie colorate, ti costringeva a strizzare gli occhi; Hanoi era semplicemente grigia, di un grigio tetro o di un bel grigio malinconico a seconda dei giorni, popolata di persone che indossavano solo abiti neri. Nelle strade ingombre di merci, carretti, convogli e camion si circolava altrettanto male, ma Hanoi lavorava, con una serietà che altrove veniva un po’ irrisa; Hanoi lavorava senza mai distrarsi dai propri obiettivi, e anche la guerra lì si faceva seriamente. I militari erano più magri, duri e tesi come cavi vibranti, con uno sguardo intenso nelle orbite scavate dalla fatica; camminavano spediti, di fretta, e non facevano mai movimenti inutili, come se quei gesti misurati potessero salvare loro la vita in qualsiasi momento. Vestiti con uniformi sdrucite di un colore indefinibile, non ostentavano nulla di troppo orientale o di decorativo, e incedevano con naturalezza come scout, alpinisti o esploratori. Salagnon avrebbe potuto incontrarli sulle Alpi, in mezzo al Sahara, al Polo Nord, mentre attraversavano da soli distese di sassi o di ghiaccio con la stessa tensione nello sguardo immutabile, la stessa magrezza smaniosa, la stessa misura nei gesti, perché evitare il superfluo permette di sopravvivere, gli sprechi no. Ma questo lo seppe più tardi, quando era già un altro; il suo primo contatto con l’Indocina fu quell’insopportabile straccio inzuppato di acqua calda che riempiva tutta Saigon e che lo soffocava.
Il caldo, piaga dell’oltremare, era iniziato in Egitto nel momento in cui il Pasteur, che effettuava i collegamenti con l’Indocina, aveva imboccato il Canale di Suez. La nave stipata di uomini seguiva lentamente quel sentiero d’acqua nel deserto. La brezza era calata, non erano più in mare aperto, e sul ponte il caldo divenne tale che a toccare le parti metalliche si rischiava di scottarsi. Accalcati sugli interponti, quei giovani soldati che non avevano mai visto l’Africa non riuscivano più a respirare, si scioglievano, e molti di loro svennero. Il medico coloniale li rianimava in malo modo, poi li strapazzava affinché la capissero bene: “D’ora in avanti cappello e compresse di sale, se non volete lasciarci la ghirba come dei deficienti. Sarebbe proprio una coglionata andare in guerra e morire per un colpo di sole. Pensate al telegramma che manderebbero alle vostre famiglie. Se dovete morire laggiù, cercate di farlo dignitosamente”. A partire da Suez, un velo di malinconia si posò sui ragazzi ammassati in tutti gli spazi della nave; soltanto adesso si rendevano conto che non sarebbero tornati tutti.
Di notte si sentivano grossi spruzzi lambire lo scafo. Si diffuse la voce secondo la quale alcuni legionari stavano disertando. Si tuffavano, nuotavano, salivano sulla riva del canale e si incamminavano fradici, nel deserto buio, verso un destino diverso di cui nessuno avrebbe mai saputo nulla. Alcuni sottufficiali facevano la ronda sul ponte per impedire ai soldati di buttarsi. Sul Mar Rosso tornò la brezza, evitando a tutti di morire stremati dal sole ardente dell’Egitto. Ma a Saigon il caldo li aspettava di nuovo in una forma diversa, più simile a una stufa, a un bagno di vapore, o a una pentola a pressione il cui coperchio sarebbe rimasto sigillato per tutta la durata della loro permanenza.
A Cap Saint-Jacques sbarcarono dal Pasteur e iniziarono a risalire il Mekong. Salagnon era affascinato da quel nome, e anche dal verbo. “Risalire il Mekong”: a dirli insieme, verbo e nome, provava la felicità di essere altrove, di intraprendere un’avventura, sensazione che ben presto svanì. Il fiume completamente piatto, privo di increspature, luccicava come una lamiera cosparsa di olio scuro; le chiatte che li trasportavano ci scivolavano sopra lasciandosi alle spalle una brodaglia densa e sporca. Il cielo, più chiaro ai margini, si estendeva fino all’orizzonte rettilineo e bassissimo, mentre le nuvole, bianche e nitide, restavano sospese in aria senza spostarsi. Tutto ciò che Salagnon vedeva era così appiattito, così sottile che si chiese come avrebbero potuto posarci sopra i piedi e restare dritti. Sul ponte della chiatta, sfiniti dalla traversata e dal caldo, i giovani soldati sonnecchiavano appoggiati agli zaini nell’odore dolciastro di melma che saliva dal fiume. Gli uomini a poppa, in calzoni corti, con il torace abbronzato, tenevano d’occhio la riva con una mitragliatrice che ruotava intorno su un perno. Non aprivano bocca, i loro volti impenetrabili non concedevano nemmeno uno sguardo a quei soldatini freschi freschi, a quel gregge di uomini chiari e puliti dei quali effettuavano la transumanza, e di cui presto sarebbe scomparsa la metà. Salagnon non sapeva ancora che nel giro di pochi mesi avrebbe avuto quello stesso volto. Il motore della chiatta rimbombava sull’acqua, le piastre di corazzatura piene di soldati vibravano, e quel rumore ininterrotto, assordante, si disperdeva da solo nella vastità estrema del Mekong perché non incontrava nulla, nulla di verticale contro cui ripercuotersi. Stretto agli altri, silenzioso come gli altri, sul punto di vomitare come gli altri, Salagnon si sentì durante tutta la navigazione fino a Saigon in un inferno di solitudine.
Fu convocato da un ufficiale della Cocincina, un vecchio trombone che aveva idee ben precise su come si conduce una guerra. Il colonnello Duroc riceveva nel suo ufficio sdraiato su un divano cinese, e offriva uno champagne che restava freddo finché il ghiaccio non si scioglieva. La magnifica uniforme bianca con tante cuciture dorate gli era un po’ stretta, e le pale del ventilatore sopra di lui spargevano per la stanza il suo sudore, diffondendo un tanfo di grasso cotto misto ad acqua di Colonia; a mano a mano che la luce dei tropici, fuori, cresceva d’intensità proiettando lame abbaglianti attraverso le persiane chiuse, quell’odore si faceva più pungente. Il colonnello mostrò a Salagnon una cosa minuscola, che spariva tra le sue dita grassocce.
«Lei sa come si salutano da queste parti? Si chiedono se hanno mangiato il riso. Ed è proprio questo il punto in cui vinceremo, attaccando con tutte le nostre forze.»
Strinse il pugno, e le dita si riempirono di pieghe, ma Salagnon capì che gli stava facendo vedere un chicco di riso.
«Qui, giovanotto, bisogna avere il controllo del riso!» disse Duroc entusiasmandosi. «In questo paese affamato, con il riso si misura tutto: il numero degli uomini, la superficie delle terre, il valore delle eredità e la durata dei viaggi. Questa unità di misura universale cresce nel fango del Mekong; se noi controlliamo il riso che esce dal delta soffochiamo la rivolta, come se togliessimo l’ossigeno a un incendio. È un fatto fisico. O matematico, o logico, come preferisce; controllando il riso vinciamo.»
Il grasso del volto attenuava i lineamenti del colonnello conferendogli suo malgrado un’espressione impassibile, vagamente allegra; quando strizzava gli occhi, qualunque ne fosse il motivo, si trasformavano in due fessure annamite che gli davano l’aria di saperla lunga. Il territorio era vasto, la popolazione nel migliore dei casi indifferente, i suoi soldati poco numerosi e il suo materiale obsoleto, ma Duroc aveva idee precise sul modo di vincere una guerra in Asia. Viveva lì da talmente tanto tempo che ormai si riteneva assimilato. “Non sono più del tutto francese” diceva con una risatina, “ma lo sono ancora abbastanza per utilizzare i calcoli come le spie del Deuxième Bureau. Acume asiatico e precisione europea: combinando i talenti di ognuno dei due mondi faremo grandi cose.” Con la punta della matita picchiettava sul rapporto posato accanto al secchiello dello champagne, e la sicurezza di quel gesto era di per sé una dimostrazione. I numeri illustravano il circuito del riso in ogni aspetto: produzione nelle terre del delta, capienza di giunche e sampan, consumo quotidiano dei combattenti, capacità di trasporto dei coolies, velocità di marcia. Considerati tutti questi fattori, sarebbe bastato requisire una certa percentuale del riso che usciva dal delta per staccare la canna al Viet Minh e soffocarlo. «E quando moriranno di fame scenderanno dalle loro montagne, verranno in pianura e noi li annienteremo, perché noi abbiamo la forza.»
Quello splendido vecchio trombone si infervorava esponendo il suo piano, mentre le pale del ventilatore giravano sopra di lui diffondendo il suo odore umidiccio, un odore di fiume tropicale, tiepido e profumato, un po’ nauseabondo; alle sue spalle, sul muro, una grande carta della Cocincina mostrava un viluppo di linee rosse, che indicavano la vittoria con la stessa sicurezza con cui una freccia indica il proprio bersaglio. Il colonnello concluse la sua esposizione con un sorriso complice che ebbe il disgustoso effetto di corrugare il suo triplo mento, distillandone un sovrappiù di sudore. Eppure quell’uomo aveva il potere di assegnare truppe e mezzi militari. Con un tratto di penna, concesse al tenente Salagnon quattro uomini e una giunca per vincere la battaglia del riso.
Una volta fuori, Victorien Salagnon si immerse nella resina sciolta della strada, nell’aria bollente e appiccicosa, satura di odori acri e pungenti. Molti non li aveva mai sentiti, ne ignorava perfino l’esistenza, ed erano talmente carichi e penetranti da confondersi con un sapore, una sensazione tattile, un oggetto, con lo scorrere di materie evanescenti e melodiose dentro di lui. In essi si mescolavano l’elemento vegetale e quello animale; avrebbe potuto essere l’effluvio di un fiore gigantesco con petali di carne, oppure quello di una carne grondante linfa e nettare; qualcosa che uno sogna di mordere, o che lo fa svenire, o vomitare, qualcosa che disorienta. In strada aleggiavano profumi di erbe piccanti, di carni zuccherate, di frutta inacidita, profumi muschiati di pesce la cui vicinanza procurava un languore simile alla fame; l’odore di Saigon suscitava un desiderio istintivo misto a un’istintiva repulsione, e anche la voglia di sapere. Probabilmente erano odori di cucina, perché lungo la via, in certe bettole immerse nei vapori, si vedevano uomini che cenavano seduti a tavoli consunti, macchiati, sciupati dal troppo uso e dalla scarsa cura. Quei vapori facevano salivare, provocavano le manifestazioni fisiche della fame, ma gli aromi erano per Salagnon assolutamente nuovi. Doveva essere la cucina del luogo. Gli annamiti mangiavano in fretta da una ciotola, sorbivano zuppe rumorosamente, pescavano pezzi di cibo filamentosi con bacchette che maneggiavano come pennelli; portavano tutto alla bocca con gran facilità, bevevano, sorbivano, rimestavano la ciotola con un cucchiaio di porcellana. Più che mangiare si ingozzavano a testa bassa, ognuno concentrato sui propri gesti, senza fare pause, senza scambiare la benché minima parola con i due vicini appiccicati ai suoi fianchi. Ma Salagnon sapeva benissimo che avevano notato la sua presenza, e che lo spiavano nonostante la testa sempre china; con gli occhi che sembravano chiusi seguivano ogni suo gesto attraverso quel vapore odoroso, e non lo perdevano mai di vista, lui, unico europeo in quella strada in cui si era smarrito girando diverse volte, a caso, dopo essere uscito dalla sede della marina militare, dove gli avevano affidato il comando di quattro uomini e di una giunca di legno.
Non sapeva come rivolgersi a quegli annamiti seduti a tavola, non sapeva come interpretare i loro volti: stretti gli uni agli altri, con gli occhi fissi sulla ciotola, pensavano solo a mangiare, la loro consapevolezza ridotta al brevissimo tragitto del cucchiaio che andava dalla ciotola, premuta contro le labbra, alla bocca sempre aperta che risucchiava tutto come una pompa. Non sapeva come fare per dire due parole a uno di loro, per notarlo e isolarlo, per parlare soltanto a lui in quella massa rumorosa e frettolosa di uomini la cui unica occupazione era cibarsi.
Una testa bionda e rigida sovrastava tutte le altre, con capelli neri e chine sulle ciotole; Salagnon si avvicinò a quell’europeo altissimo che mangiava con il busto eretto. Era un legionario, camicia a maniche corte e capo scoperto, seduto spalla a spalla con gli annamiti, ma di fronte non aveva nessuno, e nel posto vuoto sul tavolo aveva posato il suo chepì bianco. Mangiava senza fretta e svuotava le proprie ciotole, facendo una pausa tra l’una e l’altra durante la quale beveva da una piccola brocca di terracotta dipinta. Salagnon abbozzò un saluto e si sedette davanti a lui.
«Credo di aver bisogno d’aiuto. Mi piacerebbe cenare, tutte queste cose mi mettono appetito, ma non so cosa ordinare, né a chi chiedere.»
L’altro continuò a masticare mantenendo il busto eretto, poi prese un’altra sorsata dalla sua brocca; Salagnon insistette, con cortesia ma senza implorare. Era solo curioso, voleva essere consigliato e chiese di nuovo al legionario a chi dovesse rivolgersi. Gli annamiti intorno a loro continuavano a mangiare senza alzare la testa, con la schiena curva, e facendo ancora quel risucchio che sembrava voluto, sebbene in ogni altra cosa fossero così discreti e puliti. Le usanze racchiudono misteri imperscrutabili. Quando uno aveva finito, se ne andava senza alzare lo sguardo e un altro prendeva il suo posto. Il legionario indicò il suo chepì sul tavolo.
«Già cenare due» disse con un accento straniero, poi riagguantò la brocca e la svuotò. Salagnon spostò con cura il chepì.
«Allora cenare tre.»
«Lei soldi?»
«Come un militare che è appena sbarcato dalla nave con la sua paga.»
L’altro allora lanciò un urlo formidabile; gli annamiti, tutti presi dalla loro zuppa, non si scomposero minimamente, ma arrivò un uomo anziano vestito di nero come gli altri. Uno strofinaccio sporco infilato nella cintura rappresentava probabilmente la sua tenuta da cuoco. Il legionario gli recitò con voce stentorea un intero menu; il suo accento si sentiva anche in vietnamita. Qualche minuto dopo arrivarono dei piatti, pietanze colorate che la salsa rendeva brillanti, come laccate. Profumi sconosciuti aleggiavano intorno a loro simili a nuvole di colore.
«Che velocità...»
«Cucinare rapido... Viet cucinare rapido» esclamò il legionario con una grassa risata mentre attaccava un’altra brocca. Poi anche Salagnon bevve: era un liquore forte, cattivo, un po’ maleodorante. «Qvesto chiamare choum, alcol riso. Come alcol patate ma con riso.» Mangiarono, bevvero, presero una sbronza colossale, e quando il vecchio cuoco non proprio pulito spense il fuoco sotto la grande padella nera che era il suo solo utensile, Salagnon non si reggeva in piedi ed era immerso in un’unica salsa salata, piccante, acida e dolce che lo inghiottiva fino alle narici e luccicava sulla sua pelle madida di sudore. Poi il legionario si alzò. Allora Salagnon vide di fronte a sé un marcantonio di quasi due metri, con una pancia che avrebbe potuto contenere un uomo normale raggomitolato. Era tedesco, aveva visto tutta l’Europa e in Indocina si trovava bene; certo, faceva un po’ caldo, più caldo che in Russia, ma in Russia...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. L'arte francese della guerra
  3. COMMENTO I - La partenza degli spahi di Valence per il Golfo
  4. ROMANZO I - Vita da topi
  5. COMMENTO II - Ho conosciuto tempi migliori e li ho lasciati
  6. ROMANZO II - Darsi alla macchia in aprile
  7. COMMENTO III - Una ricetta di analgesici alla farmacia di turno
  8. ROMANZO III - La colonna degli zuavi motorizzati arriva appena in tempo
  9. COMMENTO IV - Qui e laggiù
  10. ROMANZO IV - Le prime volte, e ciò che ne seguì
  11. COMMENTO V - L’ordine fragile della neve
  12. ROMANZO V - La guerra in questo giardino insanguinato
  13. COMMENTO VI - La vedevo da una vita, ma non avrei mai osato parlarle
  14. ROMANZO VI - Guerra trifida, esagonale, dodecaedrica; mostro autofago
  15. COMMENTO VII - Guardavamo senza capirlo il paseo dei morti
  16. Copyright