V
INGRESSO SOLO $ 2,50 diceva il cartello sopra la biglietteria buia, davanti al Famous Bowery Wild Card Dime Museum.
La biglietteria era vuota, le porte del museo chiuse. Tom suonò il campanello accanto alla vetrina del gabbiotto. Dopo un minuto di attesa lo suonò di nuovo. Si udì un rumore di passi strascicati provenire dall’interno, poi la porta in fondo alla stanza si aprì e sbucò un occhio. Era un occhio azzurro cisposo in cima a un lungo stelo di carne, che girò intorno al telaio della porta. Fissò Tom e batté due volte la palpebra.
Il joker entrò nella biglietteria. Aveva una dozzina di occhi su lunghi steli prensili che spuntavano dalla fronte e si muovevano senza sosta, come serpenti. Per il resto, non era degno di nota. «Non sa leggere?» disse con una sottile voce nasale. «Siamo chiusi.» Aveva in mano un piccolo cartello, che fece scivolare davanti alla vetrina. C’era scritto: CHIUSO.
Il movimento incessante degli occhi del joker diede a Tom una sensazione di nausea alla bocca dello stomaco. «Lei è Dutton?» chiese.
A uno a uno gli occhi si voltarono e si immobilizzarono, finché furono tutti puntati su di lui per studiarlo. «Dutton la sta aspettando?» chiese infine. Tom annuì. «D’accordo, passi, faccia il giro di lato.» Si voltò e se ne andò, ma due o tre occhi rimasero a fissarlo, curiosi e impassibili, finché la porta si chiuse.
L’ingresso laterale era una pesante porta antincendio di metallo che si apriva su un vicolo. Tom aspettò nervosamente che il joker aprisse le serrature e facesse scorrere i chiavistelli dall’interno. Giravano storie sui vicoli di Jokertown, e quello gli sembrava particolarmente buio e tetro. «Da questa parte» disse il joker con gli occhi a stelo quando finalmente la porta si aprì.
Il museo non aveva finestre e l’interno era ancora più tetro del vicolo. Tom si guardò intorno con curiosità mentre percorrevano i lunghi corridoi con polverose ringhiere di ottone e diorami di cera su entrambi i lati. Aveva sorvolato il Dime Museum migliaia di volte nei panni della Tartaruga, ma non ci aveva mai messo piede.
A luci spente, le figure nell’ombra parevano straordinariamente reali. Il dottor Tachyon era in piedi su un cumulo di sabbia bianca, con la sua navicella spaziale dipinta sullo sfondo, mentre un gruppo di soldati nervosi scendeva da una jeep. Jetboy si afferrava il petto mentre il dottor Tod, con la sua mezza faccia d’acciaio, lo crivellava di pallottole. Una bionda con la sottoveste strappata lottava nelle grinfie della Grande Scimmia, che scalava un modellino dell’Empire State Building. Una dozzina di joker, l’uno più deforme dell’altro, si contorcevano in modo allusivo, con gli indumenti sparsi tutt’intorno, in un sotterraneo umido e dall’aria maleodorante.
La guida scomparve dietro un angolo. Tom la seguì e si ritrovò in una stanza piena di mostri.
Immerse nell’oscurità, le creature apparivano così reali che Tom si fermò a guardarle allibito. Ragni grandi come automobili, oggetti volanti che stillavano acido, vermi enormi con anelli provvisti di denti seghettati, mostruosità umanoidi con la pelle tremolante come gelatina: riempivano la stanza dietro il vetro stondato, circondando Tom su tre lati, e si ammassavano l’uno sull’altro con la bava alla bocca per uscire di lì.
«È il nostro diorama più recente» disse una voce pacata alle sue spalle. «La Terra contro lo Sciame. Provi a premere i pulsanti.»
Tom guardò in basso. Incassata in un pannello davanti alla ringhiera c’era una mezza dozzina di grossi bottoni rossi. Ne schiacciò uno: all’interno del diorama, un riflettore illuminò una statua di cera di Modular Man appesa al soffitto, mentre due fasci di luce scarlatta saettavano dai fucili fissati sulle sue spalle. I raggi laser colpirono una delle ninfe aliene; sottili fili di fumo si levarono verso l’alto e un lungo sibilo di dolore si diffuse attraverso altoparlanti nascosti.
Tom schiacciò un altro pulsante. Modular Man tornò a sparire nell’ombra e le luci illuminarono l’Urlatore con la sua tenuta gialla da combattimento, delineato contro un pennacchio di fumo che si alzava da un carro armato in fiamme. La sagoma aprì la bocca, gli altoparlanti urlarono e una ninfa aliena si dibatté agonizzante.
«I bambini lo adorano» disse la voce. «È una generazione cresciuta a effetti speciali. Vogliono più delle semplici statue di cera, temo. Bisogna adattarsi ai tempi.»
Un uomo alto con un abito scuro di taglio antiquato era sulla soglia di una porta su un lato del diorama; il joker con gli occhi a stelo era chino in avanti, con le spalle curve, accanto a lui. «Sono Charles Dutton» si presentò, porgendogli la mano guantata. Aveva un pesante mantello nero buttato sulle spalle. Sembrava appena sceso da una carrozza della Londra vittoriana, tranne che per il cappuccio che gli copriva la testa e gli nascondeva il viso. «Staremo più comodi nel mio ufficio» disse Dutton. «Se vuole seguirmi.»
All’improvviso, Tom si sentì molto inquieto. Si ritrovò a chiedersi per l’ennesima volta che cosa diavolo ci facesse in quel posto. Un conto era fluttuare sopra Jokertown nei panni della Tartaruga, al sicuro dentro un guscio d’acciaio, tutt’altro era avventurarsi per le sue strade dentro il proprio corpo fin troppo vulnerabile. Ma ormai era lì, non c’era modo di fare marcia indietro. Seguì l’uomo oltre una porta con il cartello ACCESSO RISERVATO AGLI ADDETTI e giù per una stretta rampa di scale. Oltrepassarono una seconda porta, attraversarono un laboratorio cavernoso seminterrato ed entrarono in un ufficio piccolo, ma arredato in modo accogliente.
«Posso offrirle da bere?» chiese l’uomo incappucciato. Andò al mobile bar, in un angolo dell’ufficio, e si versò un brandy.
«No» rispose Tom. Era un pessimo bevitore – si ubriacava troppo facilmente – e quel giorno aveva bisogno di tutta la sua lucidità. Senza contare che bere attraverso la maschera da rana sarebbe stata una rogna.
«Mi dica pure se cambia idea.» Dutton attraversò la stanza facendo girare il brandy nel bicchiere e andò a sedersi dietro a una scrivania antica con i piedi a zampa. «Prego, si accomodi. Mi sembra terribilmente a disagio lì in piedi.»
Tom non lo stava ascoltando. Qualcos’altro aveva attratto la sua attenzione.
Sulla scrivania c’era una testa.
Dutton, notando il suo interesse, la girò verso di lui. Il viso era notevolmente bello, ma quei lineamenti così perfetti erano contratti in una smorfia di sorpresa. In cima al cranio, al posto dei capelli, c’era una calotta di plastica con sotto un disco radar. La plastica era incrinata. Parecchi cavi, anneriti e semifusi, pendevano dal moncone seghettato del collo.
«Quello è Modular Man» disse Tom scioccato, lasciandosi cadere quasi senza accorgersene sul bordo della sedia con lo schienale a doghe.
«Solo la sua testa» rispose Dutton.
“Sarà una replica di cera” si disse Tom, e allungò la mano per toccarla. «Non è di cera.»
«Certo che no» disse Dutton. «È autentica. L’abbiamo comprata da un aiuto cameriere dell’Olimpo degli Assi. Non le nascondo che ci è costata una bella somma. Il nostro nuovo diorama rappresenterà l’attacco dell’Astronomo all’Olimpo degli Assi. Si ricorderà che in quel finimondo Modular Man andò distrutto. La sua testa assicurerà una certa verosimiglianza al diorama, non crede?»
Tom si sentiva male al solo pensiero. «Ha intenzione di mettere in mostra anche il cadavere di Dinosauro Kid?» chiese con voce risentita.
«Il ragazzo è stato cremato» rispose Dutton in tono prosaico. «Abbiamo saputo da fonti sicure che all’obitorio hanno sostituito il suo corpo con quello di uno sconosciuto, di cui hanno fatto spolpare le ossa da coleotteri silfidi, per vendere il suo scheletro a Michael Jackson.»
Tom era senza parole.
«Mi sembra scioccato» disse Dutton. «Non lo sarebbe, se sotto la sua maschera ci fosse un joker. Qui siamo a Jokertown.» Alzò una mano e tirò indietro il cappuccio che gli copriva la faccia. Un teschio sorrise a Tom dall’altro lato della scrivania: aveva occhi scuri sprofondati sotto una grossa arcata sopraccigliare, e la pelle giallastra e coriacea era tesa sul viso glabro, senza naso e senza bocca, con i denti scoperti in un ghigno immobile. «Quando hai vissuto qui abbastanza a lungo, non c’è più niente che possa scioccarti» aggiunse. Poi, grazie al cielo, nascose di nuovo con il cappuccio la faccia da teschio vivente, ma Tom continuò a sentirsi addosso il peso di quegli occhi. «Veniamo a noi» continuò Dutton. «Xavier Desmond mi ha fatto sapere che lei vuole propormi un affare, per una nuova grande esposizione.»
Tom aveva visto migliaia di joker nei suoi lunghi anni come la Tartaruga, ma sempre a distanza, sui monitor, con strati di armatura blindata che lo separavano da loro. Trovarsi lì da solo in un seminterrato cupo con un uomo incappucciato la cui faccia era un teschio giallastro era un po’ diverso. «Già» disse in tono incerto.
«Siamo sempre in cerca di nuovi soggetti da mettere in mostra, il più possibile spettacolari. In genere Des non è incline all’iperbole, perciò quando mi ha detto che lei ci avrebbe offerto qualcosa di veramente unico, ha risvegliato il mio interesse. Qual è esattamente la natura di questo soggetto?»
«I gusci della Tartaruga» rispose Tom.
Dutton rimase in silenzio per un momento. «Non una copia?»
«No, quelli veri» disse Tom.
«Il guscio della Tartaruga è stato distrutto nell’ultimo Wild Card Day» replicò Dutton. «Hanno ripescato i rottami dal fondo dell’Hudson.»
«Quello era solo uno dei gusci. Ci sono i modelli precedenti. Ne ho tre, fra i quali il primo in assoluto: un’armatura blindata intorno alla scocca di una Volkswagen. Ha qualche valvola bruciata, ma il resto è quasi intatto. Si può ripulire, installarci degli schermi a circuito chiuso e farne una vera e propria giostra. Potrebbe far pagare un extra ai visitatori che ci vogliono salire. Gli altri due gusci sono solo involucri vuoti, ma sarebbero lo stesso una bella attrazione. Se ha una sala abbastanza grande, potrebbe appenderli al soffitto, come gli aerei allo Smithsonian.» Tom si piegò in avanti. «Se vuole fare di questo posto un vero museo, invece di un’esibizione pacchiana di mostruosità per turisti nat, deve esporre i pezzi giusti.»
Dutton annuì. «È allettante. Ammetto di essere tentato. Ma chiunque potrebbe costruire dei “gusci”. Avremmo bisogno di una qualche forma di autenticazione. Spero che non le dispiaccia se le chiedo come ne è venuto in possesso.»
Tom esitò. Xavier Desmond gli aveva detto che poteva fidarsi di Dutton, ma non era facile mettere da parte vent’anni di prudenza. «Sono miei» si decise a rispondere. «La Tartaruga sono io.»
Questa volta il silenzio di Dutton si prolungò. «Alcuni dicono che la Tartaruga è morta.»
«Si sbagliano.»
«Capisco. Immagino che non sarebbe un problema fornirmene una prova.»
Tom fece un respiro profondo, puntò lo sguardo sulla scrivania e si concentrò, stringendo i braccioli della sedia. La testa di Modular Man si alzò di trenta centimetri nell’aria e ruotò lentamente finché i suoi occhi fissarono Dutton.
«La telecinesi è un potere relativamente comune» disse Dutton, per nulla colpito. «Quello che contraddistingue la Tartaruga non è la telecinesi in sé, bensì l’intensità di quel potere. Sollevi la mia scrivania e non avrò più dubbi.»
Tom esitò. Non voleva mandare a monte l’affare ammettendo di non essere in grado di sollevare la scrivania, per lo meno non adesso che era fuori dal suo guscio. All’improvviso udì la propria voce che diceva, senza riflettere: «Se compra i gusci, io li porterò qui tutti e tre insieme, volando». Le parole gli uscirono di bocca facili e disinvolte: fu solo quando rimasero lì, sospese a mezz’aria, che Tom si rese conto di ciò che aveva detto.
Dutton rimase in silenzio, pensieroso. «Potremmo riprendere l’arrivo e trasmettere il video come parte integrante della mostra. Sì, penso proprio che questa sia l’autenticazione che ci serve. Qual è il suo prezzo?»
Tom provò un momento di puro panico. La testa di Modular Man ricadde con un tonfo sulla scrivania di Dutton. «Centomila dollari» disse di getto. Era il doppio di quanto aveva avuto intenzione di chiedere.
«Troppi. Posso offrirgliene quarantamila.»
«Non se ne parla» rispose Tom. «Questo è un pezzo unico.»
«In realtà sono tre» puntualizzò Dutton. «Posso arrivare a cinquantamila.»
«Il solo valore storico è più alto di così. Darà rispettabilità a questo cazzo di posto. Avrà la coda fuori tutt’intorno all’isolato.»
«Sessantacinquemila» disse Dutton. «Temo che questa sia la mia ultima offerta.»
Tom si alzò, sollevato ma allo stesso tempo un po’ deluso. «D’accordo. Grazie per il suo tempo. Non è che per caso ha il numero di telefono di Michael Jackson?» Dutton non rispose, e lui si avviò alla porta.
«Ottantamila» disse Dutton alle sue spalle. Tom si voltò. Dutton fece ...