Il generale, in piedi sulla sommità del colle, attendeva l’inizio della battaglia. Il cannocchiale era montato davanti a lui, i suoi aiutanti gli stavano intorno, portaordini si tenevano pronti a partire, portaordini arrivavano. La bandiera era piantata saldamente nel terreno. Il fragore selvaggio dell’artiglieria era incominciato puntuale e sarebbe durato ancora venticinque minuti. Albeggiava sui dolci rilievi e sulle valli che si stendevano a est fino alle rive del grande fiume che otto giorni prima avevano attraversato disperati in fuga verso ovest, e che oggi, con un attacco, avrebbero dovuto raggiungere di nuovo e “possibilmente” oltrepassare. Il generale sapeva che le sue truppe non sarebbero arrivate al fiume; era teso e irritato, perché era lacerato interiormente e non osava dar seguito a ciò che ormai gli era chiaro, e cioè che non poteva prendersi la responsabilità di buttare anche solo un’altra vita umana in quel gioco senza speranza…
Col cannocchiale osservava i tiri della sua artiglieria che con fragore metallico colpiva prima gli avamposti nemici e poi, di rimbalzo, i posti di comando e le linee logistiche al di là del fiume. I tiri erano buoni, ma le munizioni erano troppo poche per provocare un volume di fuoco che distruggesse come richiede la guerra, che bruciasse come un incendio nella steppa fino al fiume e all’altra riva. Improvvisamente il cuore quasi gli si fermò… scorse, completamente integre e indenni dal fuoco dei suoi cannoni, alcune batterie di quei terribili mortai che i soldati chiamavano “organi”, incredibilmente mimetizzate in modo perfetto; erano nascoste in piccole radure, e nell’attimo in cui si volgeva per gridare ordini agli ufficiali, il generale vide i pezzi di artiglieria che si mettevano in movimento come risvegliati dal suo sguardo; soldati strisciavano fuori da invisibili buche del terreno, toglievano stuoie mimetiche, trasportavano munizioni come alacri formiche… il generale guardò l’orologio: mancava un quarto d’ora all’attacco; esitò, doveva revocare gli ordini o no? Ed ecco che udì il tremendo rumore delle scariche, sommesso e crepitante, e immediatamente lo spaventoso incalzare dei colpi strappò via ogni residua stanchezza dalle membra di tutti…
I primi tenui raggi del nuovo sole che sorgeva in lontananza, dietro le linee nemiche, si impigliarono nei risvolti rossi del cappotto del generale. Era ancora molto presto. Con diabolica precisione la prima scarica d’artiglieria aveva quasi centrato le postazioni; seguirono ininterrotte le raffiche degli organi; lo strepito e le terribili urla dei feriti salivano fin sull’altura, dove, lungo il pendio, lo stato maggiore del generale si dava da fare febbrilmente con carte, megafoni e binocoli; la decisione era presa: tra dieci minuti avrebbero attaccato.
La fanteria giaceva nelle buche, infossata nella terra che è il suo elemento…
Otto giorni prima si erano precipitati in fuga di là dal fiume, dopo la ritirata i resti delle unità erano stati reintegrati, per alcuni giorni si erano fermati in una postazione tranquilla più a ovest, per qualche giorno c’era stato persino da mangiare e da bere regolarmente. Dopo quattro giorni si erano rimessi in marcia e nella calura infuocata avevano continuato a scavare nuove buche nel terreno arido e secco; scarsi i rifornimenti di cibo e di acqua; nelle notti fredde i vestiti umidi di sudore, sudici e coperti di polvere, diventavano come ghiaccio bagnato; di tanto in tanto un soprassalto di granate nemiche isolate, ma a parte questo si erano sentiti rassicurati dalla mancanza di resistenza e in quattro giorni di fatiche si erano conquistati quell’ultima postazione, ingannati dal nemico che si difendeva debolmente e li lasciava attaccare a vuoto. Da lì, ora, doveva partire un grande attacco con l’appoggio di altre divisioni. Quattro giorni di fame, di sete e di tormenti d’ogni tipo sono sopportabili se si ha davanti agli occhi la vittoria, la vittoria di qualcosa per cui valga la pena di soffrire e di morire; ma dopo che per anni non si sono sperimentate altro che ritirate e spasmodici tentativi di attacchi, continuamente falliti per mancanza di mezzi, allora la guerra diventa un’ottusa abitudine. Non c’è testimone più acuto e veritiero del sudicio soldato al fronte, sdraiato in prima linea nella sua buca; la guerra è un’impresa senza emozioni; la mancanza di mezzi deve essere compensata in qualche modo, fosse anche solo con la fede fanatica in un’idea sbagliata. Questa mancanza di fronte a un nemico in assoluto superiore, questa mancanza coperta di continuo da frasi vuote e da chiacchiere stantie che gli stessi ufficiali leggono imbarazzati ad alta voce, arrossendo quasi per il cinismo volgare e menzognero… a questo punto la guerra diventa una macina assassina e crudele, in cui non riesce più a penetrare neppure un barlume di speranza o di gioia… e a questo punto l’unico elemento di coesione è la sofferenza comune, che ha trovato un senso solo in Gesù Cristo crocifisso…
Molto prima che il fuoco incominciasse, tre soldati se ne stavano rannicchiati in una piccola buca che si erano scavati durante la notte con le loro piccole pale e parlavano sottovoce; per tutta la notte avevano scavato, vegliato e dormito a turno; dormito quel sonno simile alla paralisi di chi è allo stremo, quel sonno che a volte coglie il soldato in prima linea nel mezzo dell’accadere assoluto della guerra (ahimè, sono tanti i modi di dormire, come ben sanno i popoli che hanno tremato nelle fauci infuocate della guerra). Poco prima dell’alba era arrivato un portaordini e aveva annunciato l’ora dell’attacco. I tre se ne stavano accovacciati, parlavano sottovoce e fumavano; per due giorni non avevano mangiato che qualche boccone di pane elemosinato da altre compagnie; non avevano bevuto che qualche sorso di acqua sporca e fangosa raccolta per strada dalle pozzanghere; e tuttavia erano ancora molto ricchi perché uno di loro aveva il tascapane pieno di sigarette…
I tre, avvolti nei pastrani sporchi, se ne stavano seduti nella loro buca in tre piccole nicchie; uno col volto rivolto al nemico, gli altri due di lato, a sinistra e a destra; le loro armi erano appoggiate in alto su una specie di parapetto, mimetizzate alla bell’e meglio tra qualche ciuffo d’erba e qualche cespuglio; dietro, su uno spiazzo più in basso, c’erano i cinturoni, le cartucce, i tascapane e tutta quell’irrinunciabile attrezzatura che anche nella guerra moderna trasforma il fante in animale da soma: la maschera antigas, la pala, l’equipaggiamento d’assalto, le pesanti scatole di latta con le munizioni per la mitragliatrice, le granate a mano, gli esplosivi anticarro; c’erano mille prescrizioni che sulla carta prevedevano una distribuzione esemplare di questo materiale, ma le prescrizioni venivano seguite solo per limitare la libertà del soldato, e ben di rado per facilitargli la vita. Ahimè, non c’è nulla di più disgustoso della guerra condotta sulle carte. Il povero soldato viene sempre ingannato, e il futile gioco dietro ogni fronte è uguale in tutte le guerre.
Il più anziano dei tre, che stava col viso rivolto al nemico, si era scavato un comodo sedile nella parete posteriore della buca; come appoggio aveva una coperta rubata per strada da un carro delle salmerie distrutto dai colpi; da lì provenivano anche la grande quantità di sigarette e un intero pacchetto delle migliori gallette, quelle che non era mai riuscito ad avere per vie normali; le gallette le teneva di riserva, per dare un po’ di forza ai “ragazzi” prima dell’attacco; come bagaglio aveva solo il fucile e il tascapane; tutto il resto era andato perduto per strada; il viso era magro e coperto di barba, gli occhi scuri e seri, solo la bocca, piena e semiaperta, dava un’impressione di voluttà; bisbigliò agli altri due: «Se posso darvi un consiglio, buttate tutte le cianfrusaglie, tenete solo il fucile e il tascapane; non sarà un attacco; sarà una fuga folle, folle, peggio dell’ultima; dovete sapere che qui non c’è nessuna guerra da vincere, qui c’è solo da essere scaltri, resistere e tentare di non essere vigliacchi, perché i vigliacchi vanno sempre a finire male; la fine di questa follia la conosce solo Dio, e intendo proprio: solo Dio». Per qualche secondo fissò serio la penombra che, in lontananza, dietro le linee nemiche, diventava sempre più chiara, e poi disse: «Se potete, pregate un po’. Dio è l’unico che può aiutare noi soldati; vi dico che nessun uomo ci può aiutare». Tirò fuori un secondo tascapane da sotto la giubba, dove lo teneva legato, e lo porse al compagno di sinistra. «Prendi, dividi in tre.» I due avevano ascoltato un po’ spaventati; quello che sedeva a sinistra era giovanissimo e aveva davanti a sé il suo primo attacco; l’altro era appena uscito dall’ospedale e aveva paura, la paura di chi ha già versato sangue. Si divisero le gallette e mangiarono in silenzio, con le dita sporche. Il più giovane, un ragazzo piccolo e biondo, mangiava con l’avido piacere di un bambino; era un ragazzo di città, pallido e gracile, e non aveva conosciuto altro che fame e miseria; per tre anni aveva lavorato in una grande fabbrica e a diciassette era diventato soldato; aveva indossato l’uniforme solo tre mesi prima; per quei tre mesi era stato tormentato nelle caserme, sempre affamato e silenzioso, e ora era in prima linea di fronte al nemico; due giorni prima era stato scaricato a venti chilometri dal fronte con un cosiddetto battaglione di complemento, aveva marciato verso le prime linee con una fatica devastante, da poche ore era arrivato madido di sudore, con un pezzo di pane nel tascapane e in capo a una mezz’ora sarebbe dovuto correre al suo primo assalto; questi ragazzi erano un modello di sopportazione e di rassegnazione; avevano conosciuto la vita solo come un monotono e grigio strisciare tra fame e pericolo, non sapevano cosa fosse l’infanzia né la giovinezza, tutto era racchiuso nella parola “missione”, tanto lordata e abusata.
Era quasi giorno; il sole traboccava già sopra la linea dell’orizzonte e la sua luce delicata cadeva sul paesaggio deserto e monotono, sulla selvaggia malinconia della Russia, che poteva afferrare gli occidentali fino a portarli alla disperazione. Nella giovane luce i volti dei soldati apparivano grigi e scavati; erano senza età, senza nome, una generazione sconosciuta e anonima, che si scavava tane nella terra, e combattendo si apriva la strada tra tempeste di fuoco e di acciaio, trascinata e tenuta prigioniera dallo spietato fantasma del potere.
Davanti si vedevano i campi sconvolti e abbandonati, devastati dal furore infernale della guerra; alcune fattorie distrutte dalle bombe, le cui macerie fumavano ancora; dietro incominciavano i boschi che salivano dolcemente verso una catena di colline oltre le quali scorreva largo e possente il grande fiume. In alcuni punti, dove le colline erano interrotte da piccoli ruscelli che scendevano impetuosi, si vedeva il fiume dai riflessi scuri, imponente e tranquillo. Al di là delle linee si stendevano molte macchie boscose sparse e cespugli dove erano nascosti i carri armati che dovevano appoggiare l’attacco. Si sentivano i cavalli nitrire e il rumore degli automezzi in transito. Che sollievo per i soldati quando è passata la notte scura e angosciante; tutto ciò che nel buio non ha contorni e appare minaccioso riprende forma, il pericolo è di nuovo identificabile, e i tanti rumori si possono decifrare rapidamente in base alla provenienza e al significato.
Di colpo incominciò il fuoco annunciato dell’artiglieria; una nuvola invisibile, inquietante, ululante sibilò minacciosa sopra la prima linea, e i nuovi si rannicchiarono nelle buche in preda a un terrore incontrollabile; poi, quando un’ondata seguì l’altra e gradualmente riuscirono a riconoscere la sequenza sparo-ululato-scoppio, scoppio sul fronte nemico, trovarono di nuovo il coraggio di alzare la testa.
Il più anziano dei tre, Paul, era in piedi vicino al parapetto e osservava insieme a Johann l’ondata del fuoco che si srotolava verso il fiume; il piccolo stava accovacciato tra i due, che lo tranquillizzavano spiegandogli l’andamento e lo svolgimento di un attacco; il piccolo Erwin ascoltava serio le loro parole sussultando a ogni nuova ondata di colpi; alla fine trovò il coraggio di alzarsi e di guardare avanti… avanti: vide gigantesche raffiche di terra innalzarsi come vortici in cui turbinavano lunghi gambi di girasoli; vide le cime degli alberi che si piegavano e sentì lo schianto dei tronchi che scoppiavano in schegge; a volte, nelle pause di quel folle fragore, gli arrivavano all’orecchio le grida terribili dei feriti; a volte una figura scura balzava fuori dalla terra, guizzava all’indietro e scompariva di nuovo nella terra; alcuni, con la testa o una gamba fasciata da bende che parevano irreali nel loro biancore, ma invece, ahimè, ben reali, balzavano terrorizzati verso la boscaglia e il piccolo guardava se cadevano colpi vicino al luogo dove erano scomparsi; poi disse agli altri due che quelli erano i più miserabili, poiché, feriti, dovevano attraversare quel fuoco. Ma Paul si volse verso di lui serio e disse: «No, ragazzo mio, loro, che si sottraggono all’orrore, sono i più fortunati, e nella loro furia angosciosa c’è anche molta gioia. I più miserabili sono quelli a terra là davanti, che non possono più camminare, né essere trasportati, e si dissangueranno prima che il fuoco finisca, e di loro si dirà che sono caduti in battaglia. Caduti in battaglia significa essere morti in prima linea per una ferita grave; quelli giacciono nel loro sangue in un cratere di granata o sul campo; sono sporchi e puzzano, e non c’è niente di più terribile del puzzo del sangue… miserabili sono anche quelli che, ancora vivi e illesi, stanno rannicchiati nelle loro buche in prima linea, perché sono unicamente nelle mani di Dio, ed è terribile essere nelle mani di Dio, è terribile essere così totalmente esposti; ogni centesimo di secondo può portare la morte; beati, veramente beati, sono coloro che giacciono morti; forse Dio è stato generoso… ma» si chinò e mise una mano sulla spalla del piccolo «i più miseri siamo noi, perché presto faranno fuoco su di noi, e tu penserai che è la fine del mondo, ragazzo mio». I suoi occhi si spalancarono e il tratto cinico sopra la bocca fu cancellato da un fuoco interiore, estatico, luminoso e bello. «Chi ci potrà aiutare se non Dio, Dio e Sua madre. La Santa Vergine, che ha partorito Dio; una creatura lei stessa, l’unico essere umano perfettamente puro e senza colpa; e talmente intrisa di sofferenza che può comprendere ogni dolore del corpo e dell’anima; siamo perduti, se ci fidiamo degli uomini, dei loro cannoni e di tutto quello che essi considerano importanti conquiste.» Non avevano sentito i rumori del tiro nemico: e la prima scarica sibilò inaspettata vicino alla fossa; era come se un’ondata di orrore fosse scoppiata davanti a loro con un frastuono selvaggio; tutti e tre, pallidi e sconvolti dalla paura, si gettarono sul fondo della piccola buca; la terra vorticava nell’aria e le schegge sibilavano vicine; dalla paura il piccolo si era appiattito sul terreno; tremava in tutto il corpo come un bambino di fronte a qualcosa che lo spaventa… il fuoco rumoreggiava sopra di loro, senza pausa. Tutti e tre stavano appiattiti a terra; Johann tremava; solo Paul alzava di tanto in tanto il volto pallido e guardava in alto; all’improvviso Johann urlò il suo dolore: «Dio, Dio, perché ci hai abbandonati… come li odierò, gli occhi delle donne, non potrò più essere felice, il terrore non se ne andrà più dai nostri cuori, la morte livida sarà sempre davanti ai nostri occhi… oh, mamma, mamma, perché non sono rimasto al sicuro nel tuo grembo, perché ho dovuto essere strappato fuori alla luce, alla luce orrida di questo mondo. Per sempre, per sempre ricorderò questo dolore, questa follia atroce; quando in primavera passeggerò sotto gli alberi e respirerò i dolci profumi, mi ricorderò come puzza il sangue marcio su un campo di battaglia d’estate, per noi non ci potrà più essere gioia; ah, non potrò mai più dimenticare questo terrore mortale, che mi ha devastato il cuore… Dio, Dio, Madre di Dio, aiutaci tu…». Le granate martellavano con regolarità… come se da qualche parte, con un ghigno diabolico, qualcuno gettasse quei colpi tra i soldati; nel terribile frastuono dello scoppio risuonava una voluttà demoniaca, un lamento infernale, come se uomini trasformati in bestie, prigionieri di peccati innominabili, si contorcessero sul terreno; spruzzi di terra entravano nella buca, schegge sibilavano minacciose nell’aria, ronzavano e poi scoppiavano con uno schianto freddo, secco, chissà dove; vapori di polvere da sparo avvolgevano il terreno e penetravano nelle buche; le scariche si susseguivano continue; sparo, scoppio, esplosione non si potevano più distinguere, tutto si mescolava, era una pioggia di fuoco e ferro; tutt’intorno rideva e giubilava l’inferno, tutt’intorno veniva spruzzato un seme volgare; la tecnica fredda, spoglia, tanto sobria in apparenza mostrava ora la sua smorfia orgiastica, era un vero e proprio rotolarsi nell’annientamento, e i soldati, i più miserabili tra le creature, venivano buttati totalmente inermi nelle fiamme di quell’abisso infernale; era come se una mano enorme e disgustosa, dalle dita puzzolenti, gonfia di orride voglie, si fosse levata dalla terra e avesse sparso gocce che ustionavano, che scoppiavano e fumavano, e il sangue dei colpiti gocciolava e scorreva… dietro a tanta crudeltà non poteva esserci che l’inferno…
I tre si erano appiattiti sul fondo della buca, stretti l’uno all’altro contrariamente alle prescrizioni, la faccia premuta al terreno, le unghie conficcate nella terra, erano tutti e tre uguali, il soldato più anziano con la sua esperienza, quello appena uscito dall’ospedale sicuro e pulito e il giovane col cuore muto, erano uguali nella loro angoscia assoluta… Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato… nei primi minuti avevano quasi perso coscienza dal terrore; lentamente l’orecchio di Paul si fece di nuovo attento, persino in quella confusione di rumori, in quell’inferno di schianto e morte, il suo orecchio, a poco a poco, ricominciò a distinguere i livelli di pericolo, quando il furore infernale aveva iniziato a mordere la loro linea e martellava con folle piacere, come un assassino che, in preda a estasi sanguinaria, colpisce ripetutamente col coltello il cadavere della sua vittima e colpisce e colpisce… quando si accorse che toccava a loro – nel momento della peggior paura – capì che il piccolo sarebbe morto; questi giovani dai colli sottili, in testa ai quali l’elmo d’acciaio sembra un giocattolo grottesco, questi giovani dagli occhi innocenti e spaventati, non hanno altra missione da compiere che farsi seguaci di Gesù Cristo e morire di una morte sanguinosa come vittime sacrificali della giustizia di questo mondo; la mano di Dio li guida, anche quando tremano di fronte alle urla dei sottufficiali… li guida fino a che saranno spappolati sotto la macina… Paul afferrò la mano del piccolo e la tenne salda; pregò in silenzio; non poteva fare altro che tenergli la mano e se avesse potuto avrebbe disteso ai piedi di questo giovane tutti i tesori del mondo, ai piedi di questo inutile soldato, che tutti gli dei della guerra avrebbero rifiutato con risa sprezzanti, che non serviva ad altro che a morire…
Finora il fuoco aveva martellato un fronte ampio, sparso in lungo e in largo; ora colpiva concentrato in fasci e mazzi, si tirava separatamente su ogni singolo punto del fronte, come se all’improvviso invece che con la mano aperta si colpisse col pugno; era come se un temporale infernale strisciasse sulla terra e tuoni e fulmini scoppiassero all’unisono, acuti e bassi; vapore, fango, terra e schegge, folgori, era tutto un crepitare tra nuvole di fumo, intorno alla piccola buca in cui erano rannicchiati i tre uomini; ululati diabolici e digrignar di denti… una granata fischiò nella parete posteriore della buca, un terribile schianto, un colpo, l’odore della polvere… Paul sentì una grossa scheggia sibilare vicino alla spalla in un soffio gelido… e subito dopo un rumore orrendo, lo spezzarsi di ossa umane… un ricordo tremendo gli attraversò il cervello, il ricordo di un rumore analogo, che affiorò in lui al di là della sua volontà: da bambino era stato presente quando, in un cantiere, qualcuno aveva lanciato con violenza un mattone contro la gamba di un operaio, anche allora aveva udito il rumore di ossa che si spezzavano… e sentì il sangue che schizzava caldo contro il collo e il viso… guardò rabbrividendo a sinistra: il piccolo si era accasciato senza un grido… nella schiena gli si apriva un grosso foro, più grande di un pugno, il sangue sgorgava e i lembi dell’uniforme, già neri di sangue, circondavano la ferita terrificante; non aveva senso cercare di portargli soccorso; tremando Johann alzò il volto pallido e fece un cenno col capo a conferma… il pugno aveva colpito…
Paul afferrò il ragazzo per le spalle e lo girò a faccia in su; gli occhi erano chiusi; di sicuro il piccolo durante l’attacco non aveva mai aperto gli occhi dal terrore; il viso era grigio e quasi rugoso, la bocca, piccola e pallida, era aperta, da sotto l’elmo occhieggiava qualche capello biondo chiaro… non si sarebbe potuto dire se fosse il viso di un bambino; dalla schiena il sangue scorreva a fiotti; la terra dura e argillosa non riuscì ad assorbirlo rapidamente, ed esso ricoprì tutto il fondo della buca cosicché i due stavano inginocchiati in una pozza di sangue; il sangue scorreva in silenzio…
Il pugno del fuoco nemico martellava ora su altri punti del fronte, era come se un martello, che schizzava distruzione, danzasse sulla terra; vortici di terra e steli di piante turbinavano nell’aria, frastuono e urla selvagge di feriti risuonavano nel mattino luminoso…
Paul, con l’aiuto di Johann, avvolse il giovane nel pastrano; presero i suoi documenti e gli oggetti di valore dalle tasche, la piastrina di riconoscimento dal petto; commovente l’eredità di un bambino in quell’inferno: un coltellino da pochi soldi, un paio di pezzi di spago, un opuscolo di un’agenzia di viaggio, piegato e ormai a pezzi, sul quale uomini e donne, in abiti bianchi, passeggiavano lungo una spiaggia sotto le palme, una lettera con una calligrafia femminile incerta e le fotografie: una donna magra e minuta con due bambine piccole davanti a una casetta, una di quelle che vengono costruite dalle grandi fabbriche per i loro operai, per lo più nelle vicinanze della fabbrica stessa. Mio Dio, quei tesori, appoggiati sulla palandrana di un soldato, macchiata di sangue e sporcizia, questa è la guerra…
I due distesero il giovane sul pendio dietro di loro; gli sistemarono le mani in croce e recitarono sottovoce un padrenostro; diedero mano alle pale per coprire con la terra la pozza di sangue; in quel momento si alzarono dei razzi a luce verde, il segnale dell’attacco; da qualche parte a sinistra il tenente urlò con voce rauca: «Terza compagnia, avanti!!!». Si allacciarono il cinturone, afferrarono i fucili e saltarono fuori dalla buca… a sinistra e a destra, un’interminabile catena di uomini procedeva marciando…
Una seconda fila seguiva la prima a distanza di duecento metri; nascoste nella boscaglia dovevano esserci ancora delle riserve, ma i carri armati rimasero fermi ai loro posti; mancava il carburante…
Il generale sedeva al suo posto di combattimento, il viso grigio, lo sguardo opaco, e solo in apparenza ascoltava le informazioni e i consigli degli ufficiali che lo circondavano; in realtà non sentiva una sola parola; dentro di sé vedeva nitidamente la sua divisione che, scoraggiata e stremata, affamata e sporca, senza credere più in quella causa disperata, si accingeva a un nuovo, sanguinoso e disperato combattimento; avrebbe dato la vita pur di poter ritirare l’ordine d’attacco; ah, non sarebbe stato meglio venire condannato dalla corte marziale e fucilato piuttosto che rendersi responsabile...