"Fa bene a tutti perdere la facciata della propria casa, sentire lo stridore dei freni davanti al proprio figlio o vedere sparare alla schiena al proprio innamorato. Ho sempre detestato frequentare gente che non ha mai dovuto scavalcare un cadavere." A Herra Björnsson tutto questo è capitato. Ma non solo. Le è capitato anche di baciare il più famoso dei Beatles quando erano solo ignoti scarafaggi appena sbarcati ad Amburgo e di incrociare in una bettola di Parigi lo sguardo libidinoso di Sartre. Le è capitato di attraversare la guerra con un'unica ricchezza, due perle della collana di Casanova, peccato che un soldato tedesco alto e idiota le abbia viste e se le sia mangiate. Ha scaricato più di un uomo con la frase: «È arrivato il taxi», compreso, ancora in sala parto, il padre del suo primogenito. Ha fatto tre figli con nove uomini, conoscendo le canaglie di mezzo mondo: italiani che venerano la fidanzata e poi la sposano per farne una sciattona, americani che ti porterebbero sulla luna ma hanno una crisi isterica se gli finisci il burro di noccioline, francesi galanti ma in grado di farti impazzire a colpi di sostantivi, orologiai svizzeri che sanno montare solo i meccanismi degli orologi. "Dopo aver vagato per il mondo e aver vissuto nel continente, ero ben stufa dei signori compìti e non flatulenti che aprivano la porta alle signore e pagavano il conto ma non avevano mai storie da raccontare, e che erano perlopiù asessuati oppure volevano essere coccolati fino all'alba." Così Herra ha finito per preferire gli islandesi, perché sono mezzi matti, si lanciano nelle risse con passione e sanno raccontare un'infinità di storie.
Nipote titolata del primo presidente d'Islanda, ha attraversato il vecchio continente e si è spinta fino in Sudafrica e in Argentina, ha conosciuto le guerre e si è fatta nuovi amici (e spasimanti) su Facebook. È sopravvissuta ai figli privi di talento e a tutte le terribili nuore. Ma ora, chiusa in un garage nella sua amata Reykjavík, in compagnia di un computer portatile, due stecche di Pall Mall e una bomba a mano di fabbricazione tedesca, è decisa a battere sul tempo la propria malattia. Non senza aver preparato la sua ultima, grandiosa vendetta...

- 588 pagine
- Italian
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La nonna a 1000°
Informazioni su questo libro
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Informazioni
Print ISBN
9788804636083eBook ISBN
97888520472991
Modello 1929
2009
Abito qui, in questo garage, insieme a un computer portatile e a una vecchia bomba a mano. Proprio un posticino accogliente. Il letto è di quelli da ospedale e non ho bisogno di molto altro, a parte il gabinetto che mi costa parecchio dover utilizzare. È troppo lontano, per cominciare: devo percorrere il letto in tutta la sua lunghezza e mi resta ancora altrettanta strada per raggiungerlo. “Via dolorosa” lo chiamo, il tratto lungo il quale devo strascinarmi tre volte al giorno come uno spauracchio artritico. Mi concedo di sognare padella e catetere, ma la richiesta che ho inoltrato si è inceppata nell’apparato amministrativo. Vita dura in ogni senso.
Niente di che alla finestra, ma sullo schermo del computer mi si apre un mondo. Le e-mail vanno e vengono, e quella benedetta pagina Facebook che si allunga, come la vita. I ghiacciai si sciolgono, i primi ministri si incupiscono e la gente piange la propria auto e la propria casa. Ma il futuro attende al nastro trasportatore dei bagagli, lo sguardo guercio e un sorriso a trentadue denti. Sì, sì, seguo attentamente quel che succede là fuori dal mio giaciglio immacolato. Su cui me ne sto distesa come un cadavere senza più bisogni, ad aspettare la morte o l’arrivo delle mie donne con le dosi che mi allungano la vita. Vengono a farmi visita due volte al giorno, le infermiere dell’assistenza domiciliare del comune di Reykjavík. La ronda mattutina è una ragazza adorabile, ma la megera vespertina ha le mani fredde e l’alito fetido, e mi svuota il portacenere con uno sguardo vacuo.
Se poi socchiudo il mio occhio sul mondo, se spengo la luce e lascio che le tenebre autunnali invadano il garage, da una delle piccole finestre in alto sulla parete distinguo la famosa colonna della pace, la Imagine Peace Tower. Perché adesso quella buonanima di Lennon è diventato un raggio di luce in Islanda, come il dio silvestre di un poema di Ovidio, e illumina il nero tratto di mare nelle lunghe notti invernali. La sua vedova è stata così adorabile da posizionarmelo dritto negli occhi. Mi fa da candela e quindi buonanotte. Oh, com’è bello sonnecchiare davanti a una vecchia fiamma.
Si può dire che me ne sto qui parcheggiata in garage come una berlina d’altri tempi che ha esaurito il suo ruolo, e una volta l’ho perfino detto a Gaui; lui e sua moglie Dóra mi affittano il garage per sessantacinquemila corone al mese. Il buon Guðjón, detto Gaui, ha riso e mi ha soprannominata “Oldsmobile”. Ho trotterellato su Internet e ho trovato la foto di una Oldsmobile Viking, modello 1929. A dire il vero non sapevo di essere diventata così maledettamente vecchia. Sembrava una carretta truccata.
Vivo in questo garage da otto anni, sempre allettata a causa di un enfisema polmonare che mi perseguita dal triplo del tempo. Non posso quasi voltare la testa perché il minimo movimento mi blocca il respiro e mi sento soffocare, una sensazione poco divertente: il “disturbo degli insepolti”, come si diceva nei tempi antichi. Ma lo devo a decenni di tabagismo. Pompo sigarette dalla primavera del 1945, quando uno svedese verrucoso mi avviò a questa voluttà. Una passione ancora ardente. Mi hanno proposto un respiratore – fatto a mo’ di occhiali con tanto di tubi nasali – che avrebbe dovuto alleviarmi il respiro, ma per fruire dell’apparecchio avrei dovuto lasciar perdere il fumo, “a causa del rischio di incendio”. In pratica avrei dovuto scegliere tra due padroni, il conte russo Nikotin o il lord inglese Oxygen. La scelta è stata facile.
Di fatto respiro come una locomotiva e i giri al gabinetto continuano a essere la mia via crucis quotidiana. Invece ci mando volentieri la piccola Lóa, e mi lascio cullare dal suo casto zampillo. È la mia assistente domiciliare. Dove abitavo io, nelle Svefneyjar, le “Isole del sonno”, c’era una grotta che veniva chiamata “Antro del maschio”: per secoli è stata l’orinatoio degli uomini. Il sentiero per accedervi si chiamava “Viottolo dei conti”, perché si diceva “lasciare un conte” quando si andava a fare i propri bisogni. I nostri avi avevano un gran senso dell’umorismo.
Ah, salto di palo in frasca e di frasca in palo. Quando si sono vissuti tutta un’Internet di avvenimenti e un intero cargo di giornate, non è semplice classificare e distinguere una cosa dall’altra. Si fa un gran guazzabuglio temporale. O mi ricordo tutto nello stesso tempo, oppure niente di niente.
Oh, già, il sistema sociale è crollato, poveri islandesi, lo scorso anno. Il mio Maggi ha visto la banca sprofondare nel giardino di casa, un pezzo di roccia gli ha trapassato la veranda nuova di zecca e una bella scheggia di legno si è conficcata nella vetrata anteriore. Del resto, tutto è soggettivo. Le infermiere e Dóra mi dicono che la città è ancora la stessa. Non si nota niente di diverso a Reykjavík, al contrario di Berlino dopo la crisi, dove ho arrancato alla fine della guerra sulle mie gambette di donna bambina. E non so cosa sia meglio, se crollare per davvero o per i debiti. Ma la sicurezza di sé è evaporata dal mio Dodo, come l’aria da un palloncino, davanti a tanta atrocità, e di lui non è rimasto un granché, dopo che la sua ex si è sbattuta un altro. Maggi lavorava nella banca KB e aveva cementato il suo destino alla luce vacillante di uno schermo di computer, una riga rossa che una volta mi aveva mostrato con piglio orgoglioso. Di sicuro riverberava non poco, bella come il fuoco di un camino, e altrettanto affidabile.
A me, invece, la crisi è proprio piaciuta. Ero allettata mentre le cicale cantavano, con tutta quell’avidità intorno, e mi succhiavano il patrimonio fino al midollo. Quindi non mi sono affatto preoccupata di vederli sparire tra le spire del crollo, quei vampiri insaziabili, perché tanto dei soldi non m’importava più niente. Passiamo la vita a risparmiare per la vecchiaia, ma quando infine arriva non sogniamo già più di sperperare, e l’unica aspirazione è di poter pisciare sdraiati. Non lo nego, sicuramente non mi sarebbe dispiaciuto pagarmi qualche giovinetto tedesco per farlo piroettare mezzo nudo alla luce di una candela recitando Schiller alla vecchia pellaccia che sono, ma attualmente il commercio delle carni è bandito in Islanda, quindi inutile mettere il broncio.
Mi restano solo alcune settimane, due stecche di Pall Mall, un computer e una bomba a mano, e non me la sono mai passata meglio.
2
Feu de Cologne
2009
La bomba a mano è un vecchio uovo di Hitler che mi è stato consegnato durante l’ultima guerra e mi ha seguito lungo i fiumi e i fiordi della vita, attraverso tutti i miei tumultuosi matrimoni. E sarebbe appropriato usarla, se la sicura non si fosse rotta molti anni fa, durante una delle giornate più brutte della mia esistenza. Certo è una morte ben scomoda, abbracciare una tempesta di fuoco e farsi staccare la testa. E oltretutto mi sono proprio affezionata a questa bomba, buon per lei, dopo tutti questi anni. Sarà un dispiacere per i nipoti non poterne approfittare, la vedevo bene in una coppa d’argento nella cristalliera di famiglia.
Meine geliebte Handgranate, la mia amata bomba a mano, è incantevole nella sua impostura, sposa la forma della mano e ti rinfresca il palmo sudato con il suo guscio di ferro freddo riempito di tranquillità. Un’arma ha proprio questo di rilevante: può risultare sgradevole per chi si trova sulla sua traiettoria, ma dà una grande serenità a chi la maneggia. Una volta, molte città fa, mi è capitato di dimenticare in un taxi il mio uovo mortifero e non ho avuto pace finché non l’ho riavuto, dopo appelli infiniti e veementi alla stazione dei taxi. Il tassista si piantò sulle scale con un’espressione birbante e il cervello nei pantaloni e mi chiese:
«Ma questa non è una vecchia granata?»
«No. È un gioiello. Mai sentito parlare delle uova dell’imperatore?»
Comunque l’ho conservata a lungo nel mio cofanetto dei gioielli. «Che cos’è?» mi chiese Bæring, quello dei Fiordi occidentali, una volta che stavamo andando in un ristorante del centro. «È profumo, Feu de Cologne.» «Ah, sì?» fece il pescatore. Gli uomini saranno utili, ma non si può certo dire che siano svegli.
E non è mai stato un male sapere di avere una bomba in borsa, quando arrivava la sera e qualche tipo losco mi voleva accompagnare a casa.
Adesso la tengo sul comodino o tra le gambe incartapecorite, covo il vecchio uovo d’acciaio tedesco come una gallina postbellica, sperando che il fuoco si schiuda. E ce ne sarebbe certo bisogno, nel marasma che è diventata la nostra società moderna, passiva e pacifista. Fa bene a tutti perdere la facciata della propria casa, sentire i freni di un’auto stridere davanti al proprio figlio o vedere sparare alla schiena al proprio innamorato. Ho sempre detestato frequentare gente che non ha mai dovuto scavalcare un cadavere.
Chissà se si rianima, se la butto per terra? Una volta ho sentito dire che le granate amano i pavimenti in pietra. Certo, sarebbe una sciccheria andarsene dal mondo con il botto, mentre polvere e macerie si adagiano sui brandelli delle mie carni. Ma finché non salto in aria mi concedo di rinnovellare la mia vita.
3
Herra Björnsson
1929
Sono nata nella tarda estate del 1929 in un capanno di lamiera, a Ísafjörður. E mi è stato appiccicato questo nome strano, Herbjörg María, che non mi ha mai persuasa, e che strideva in sé e per sé. È un nome che mischia paganesimo e cristianesimo come olio e acqua, e dentro di me i due concetti fanno tuttora a pugni.
La mamma voleva darmi il nome di sua madre, Verbjörg, ma la nonna non ne volle sapere. «Bah, non portare la povera bambina in un postaccio simile.» A suo dire la vita nel capanno, in islandese verbúð, dei pescatori era un patimento letale e malediceva sua madre per averle imposto il nome di quell’ignominia. La nonna Verbjörg aveva lavorato su una barca a remi per diciassette stagioni, negli alloggi dei pescatori delle Bjarneyjar e di Oddbjarnarsker, inverno, primavera e autunno, «con qualsiasi tempo schifoso abbiamo mai trovato su quel fottuto mare, e che era perfino peggiore sulla terraferma».
È stato il papà a suggerire, in una lettera spedita a Ísafjörður, nell’Ovest, che Verbjörg diventasse Herbjörg, e la mamma non lo odiava tanto da disobbedirgli. Fosse stato per me, avrei scelto il nome della mia bisnonna materna, la grande Blómey Efemía Bergsveinsdóttir delle Bjarneyjar. Fu l’unica donna a portare quel nome nella storia islandese, finché nel ventesimo secolo ebbe due omonime, ma lei ormai giaceva nel suolo del fiordo da ormai una cinquantina d’anni. Una delle due era una tessitrice che abitò a lungo in una stamberga nella Hellisheiði, mentre l’altra Blómey ci lasciò da giovane, ma vive ancora nell’angolo più remoto della mia mente, e a volte mi appare sul limitare tra sogno e realtà. L’isola di Blómey è da tempo la mia preferita tra quelle del Breiðafjörður, benché non sia stata ancora trovata.
In tutta onestà, dovremmo poterci far battezzare alla morte come alla nascita. E avere la possibilità di scegliere un nome da portare durante la sepoltura e per l’eternità, sulla nostra croce. Me lo vedo proprio, il mio: Blómey Hansdóttir (1929-2009).
All’epoca a nessuno venivano imposti due nomi, ma mia madre, genio di bontà, ebbe una rivelazione proprio prima della mia nascita: le apparve la Vergine su un picco dall’altro versante del fiordo, seduta su una roccia, a centoventi metri d’altezza. Quindi aggiunse il suo nome al mio e senza dubbio è stata una specie di benedizione. Se non altro ho sfiorato la vetta della vita, la vecchiaia allettata.
Il nome María addolcisce la durezza di Herbjörg, anche se dubito che due donne più diverse abbiano mai condiviso una vita. L’una si dà solo a Dio, mentre l’altra si consacra a un esercito di uomini.
Non mi è toccato il patronimico -dóttir, com’è diritto di tutte le donne islandesi, e mi sono dovuta sorbire un -son. La famiglia di mio padre, fatta tutta di ministri e ambasciatori, aveva fatto carriera all’estero, dove si comprende soltanto il concetto di cognome. In questo modo l’intero parentado si aggrappa all’identità del singolo; tutti abbiamo dovuto portare il patronimico del nonno Sveinn (che poi divenne il primo presidente d’Islanda). Di conseguenza nessuno di noi è più riuscito a forgiarsi un proprio nome, e di fatto non ci sono più stati ministri né presidenti nella nostra famiglia. Il nonno era arrivato in vetta, e il nostro ruolo, il ruolo dei suoi figli e dei suoi nipoti, è stato quello di ridiscendere piano piano verso valle. È difficile perseverare nelle proprie ambizioni quando si è costantemente in discesa. In ogni modo, alla fine abbiamo toccato il fondo, quindi per i Björnsson la strada è tornata a essere in salita.
A casa, nelle isole Svefneyjar, mi chiamavano sempre Hera, ma quando andai a Copenaghen con i miei genitori per la prima volta a trovare la famiglia del papà, a sette anni, la cuoca dello Jutland, Helle, aveva qualche difficoltà a pronunciare il mio nome e di solito mi chiamava Herre, “signore”, oppure Den Lille Herre, “signorino”. Mio zio Puti (il fratello di mio padre, il cui vero nome era Sveinn) trovava la cosa particolarmente buffa e da allora mi ha sempre chiamata Herra, “signore” in islandese. All’ora dei pasti si divertiva a chiamarmi: «Herra Björnsson, a tavola!». All’inizio la canzonatura mi bruciava, perché avevo un aspetto mascolino, ma quel nome mi è rimasto attaccato e a poco a poco mi ci sono abituata. E così è andata che la signorina è diventata un uomo, Herra.
Non fu poca l’attenzione che ricevetti per questa storia, nella piccola cittadina sul mare blu quando vi feci ritorno dopo un lungo soggiorno all’estero negli anni Cinquanta, giovane deliziosa e delicata, con rossetto e worldly ways, un po’ come una Marilyn con diciotto uomini al suo servizio e quel nome che era quasi un nome d’arte. «Tra gli ospiti si contava inoltre la signora Herra Björnsson, la nipote del presidente dell’Islanda, che si fa notare ovunque vada per la sua disinvoltura e l’aspetto mondano; Herra è appena rientrata dopo un lungo soggiorno a New York e in Sudamerica.» Quindi quel nome sventurato è stato un po’ anche un’avventura.
4
Lóa il piviere
2009
Oh, ecco. Ecco che arriva la mia Lóa, il mio piviere dorato, il mio tesoruccio. Come un bianco bocciolo di rosa selvatica nel buio del mattino.
«Buongiorno, cara Herra. Come te la passi questa mattina?»
«Bah, smettila di torturarmi con le tue carinerie.»
Il giorno non ha nemmeno cominciato a ingrigire. Perché grigio sarà, come tutti i suoi fratelli. Daggry, dicono i danesi.
«Ti sei svegliata presto? Hai già dato un’occhiata ai notiziari?»
«Ah, sì. Non riescono a riprendersi, i frammenti della crisi…»
Si toglie il cappotto, lo scialle e il berretto. E sospira. Deve fare un gran freddo, c’è un vento assatanato e si sta proprio bene rint...
Indice dei contenuti
- Copertina
- La nonna a 1000°
- 1. Modello 1929 - 2009
- 2. Feu de Cologne - 2009
- 3. Herra Björnsson - 1929
- 4. Lóa il piviere - 2009
- 5. Bakari - 2009
- 6. Città del Capo - 1953
- 7. Le Svefneyjar, isole del sonno - 1929
- 8. Frottola BA 112 - 1935
- 9. Mille abbracci - 2009
- 10. «È arrivato il taxi» - 1959
- 11. Jonologia - 1959-1969
- 12. Große Freiheit - 1960
- 13. Beatlemania ad Amburgo - 1960
- 14. Herra, signore di me stessa - 2009
- 15. Funerale nel fiordo - 1962
- 16. Dama del Breiðafjörður - 1862
- 17. Nel Gunnubúð - 1935
- 18. Blitzkanker - 2009
- 19. Purgatorio - 2009
- 20. Mastro Jakob - 1947
- 21. Notte di San Giovanni - 1947
- 22. L’uomo della palude - 1947
- 23. Gaui e Dóra - 2009
- 24. La sterna - 1947
- 25. Hotel Islanda - 1928
- 26. Le bretelle d’Islanda - 1929
- 27. Le sette estati - 1929
- 28. La rastrellatrice - 1936
- 29. La tradizione islandese del silenzio - 2009
- 30. Sorrisi dal vasto fiordo - 1937
- 31. Lone Bang - 1937
- 32. Paralisi da capofila - 1937
- 33. Aldon Heath - 2009
- 34. L’acciarino - 1953
- 35. La ruota dentata del tempo - 2009
- 36. Al quinto piano a Lubecca - 1940
- 37. Madre e figlia a Copenaghen - 1940
- 38. «Ciao, piccola!» - 1940
- 39. Muore un soldato - 1940
- 40. Purè di rapa - 1940
- 41. In una scuola elementare danese - 1940
- 42. Gli escrementi altrui - 1940
- 43. Anneli - 1940
- 44. Uterologia - 1940
- 45. “Danimarca” - 1940
- 46. Ventre di cagna e dio Pelo - 2009
- 47. Tutti amano la guerra - 2009
- 48. Femminilità - 1940
- 49. Il festeggiato - 1940
- 50. Apprendista maliarda - 1940
- 51. Sorella di me stessa - 1940
- 52. Agente matrimoniale - 1940
- 53. Un’isola bianca - 1940
- 54. BBC - 1940
- 55. Gunna la Sudata - 1935
- 56. Matrimonio fra virgolette - 1935
- 57. Una domenica nelle Svefneyjar - 1935
- 58. In Islanda c’è un gelo crudele - 1935
- 59. Turkish delight - 1940
- 60. Addio Copenaghen - 1941
- 61. Posta notturna - 2009
- 62. Madre di re - 1959-1969
- 63. Umanità - 2009
- 64. Fine dell’infanzia - 1941
- 65. Amrum - 1941
- 66. Heike e Maike - 1941
- 67. Labbra rosse, scarpe nere - 1941
- 68. L’uomo dal cielo - 1941
- 69. La giacca di pelle - 1941
- 70. Marchiatura - 1941
- 71. Notte a Norddorf - 1941
- 72. Herr A - 1941
- 73. Nuore - 2009
- 74. Skothúsvegur 13 - 2009
- 75. La Scrosciata - 2002
- 76. Dodo il Divo - 2002
- 77. Strumento di tortura - 2002
- 78. Irruzione - 2002
- 79. Tormenta capitalista - 2009
- 80. La pantegana - 2002
- 81. Pietra congelata - 1942
- 82. Un braccio - 1942
- 83. Stazione centrale di Amburgo - 1942
- 84. Weinen verboten! - 1942
- 85. Mezzo Hitler - 1942
- 86. L’imene in testa - 1942
- 87. Cadavere comico - 1942
- 88. Scorie su ruote - 2001
- 89. L’Eremo - 1999-2001
- 90. Stallone polacco - 1944
- 91. Tra i sorabi - 1944
- 92. Marek - 1944
- 93. Yagina - 1944
- 94. European Fields - 1975
- 95. Epica epidermica - 1944
- 96. «Ragazza tedesca» - 1944
- 97. 17 giugno - 1944
- 98. Mattina a Bessastaðir - 1944
- 99. Senz’affanni - 1944
- 100. Presidente d’Islanda? - 1944
- 101. Il Rosso - 1944
- 102. Bandiere divaricate - 2009
- 103. 18 giugno - 1944
- 104. Ghiaia crepitante - 1944
- 105. Sotto la superficie - 1944
- 106. La pernice - 1944
- 107. Croce uncinata - 1944
- 108. Mattino con un morto - 1944
- 109. Sangue di rose - 1944
- 110. Buoni assist - 2009
- 111. Islanda - 1974
- 112. Bæring - 1974
- 113. Donna di casa - 1978
- 114. Hrefnuvík - 1980
- 115. Bómey - 1980
- 116. La veleria di Ægir - 1984
- 117. Funerali - 1988-1989
- 118. L’isolana - 1990
- 119. Frisia-Islanda - 1990
- 120. Necrofilosofia - 2009
- 121. Il campo dei giovani - 1944
- 122. Femmine e grappa - 1944
- 123. Guerra a distanza - 1944
- 124. Porcellino nel bosco - 1944
- 125. La contessa di Launsburg - 1944
- 126. La signora Johnson - 1945
- 127. Depressione con panna montata - 1945
- 128. «È arrivata Lóa!» - 1945
- 129. Cuore e rancore - 2009
- 130. Gli dèi medicinali - 2009
- 131. In terra di dopoguerra - 1948
- 132. Un porto del Sud - 1948
- 133. Aria fresca - 1948
- 134. Dai Benni - 1949
- 135. El Coco - 1949
- 136. Tentativo rivoluzionario sulla pedana del latte - 1949
- 137. La rivelazione di Herra María - 1949
- 138. Mollusco - 1949
- 139. Mal generato - 1950
- 140. Autobus serale per Baires - 1950
- 141. Donna di casa - 1951
- 142. Natale con tartaruga - 1951
- 143. Café de Flores - 1952
- 144. Da Dodo a Ivan - 2009
- 145. Hans Bios - 1944-1945
- 146. Figlia di perla - 1945
- 147. Pausa di vita - 1945
- 148. Jeder für sich - 1945
- 149. Un ponte rotto - 1945
- 150. Via della Sventura - 1945
- 151. Una casa piena di cibo - 1945
- 152. Il volto sbagliato - 1945
- 153. Latte e champagne - 1945
- 154. 8 dicembre - 2009
- 155. Grinfie serrate - 2009
- Copyright