La macchina della realtà (Urania)
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La macchina della realtà (Urania)

  1. 378 pagine
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La macchina della realtà (Urania)

Informazioni su questo libro

Prima venne la macchina a vapore, poi la Macchina della realtà: come sarebbe il mondo, se il computer fosse già stato inventato nel XIX secolo? La vera storia di Charles Babbage e del suo Calcolatore analitico è narrata in questo romanzo, insieme alle sue sorprendenti conseguenze. In un'Inghilterra tecnologicamente avanzata dove impera la dittatura tecnocratica di Lord Byron, l'unica rivale è la Francia; innovazioni come carte di credito e fast food sono pronte a rivoluzionare il mondo vittoriano. A Londra la civiltà informatica è già all'avanguardia, anche se il paesaggio urbano ricorda quello di un romanzo di Dickens... Un libro in cui l'invenzione non si ferma mai e il mondo del futuro si specchia in un passato credibilissimo, ricostruito nei più inquietanti particolari.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2013
eBook ISBN
9788852045561
Argomento
Literature

TERZA ITERAZIONE
Lanterne cieche

Immaginate Edward Mallory che sale la splendida scalinata centrale del Palazzo della Paleontologia, il massiccio corrimano di ebano sorretto da una ringhiera in ferro battuto smaltata di nero, che rappresenta antiche felci, cicadacee e ginkgi.
Diciamo che sia seguito da un fattorino dalla faccia arrossata, con le braccia cariche di una dozzina di pacchi lucidi, frutto di un lungo pomeriggio di attente e metodiche spese. Mentre Mallory sale, vede che Lord Owen sta calando la sua massiccia mole dalle scale, con un’espressione stizzita negli occhi catarrosi. Gli occhi dell’illustre anatomista dei rettili assomigliano a ostriche sgusciate, pensa Mallory, sbucciate e preparate per la dissezione. Mallory si leva il cappello. Owen brontola qualcosa che potrebbe essere un saluto.
Al primo pianerottolo, Mallory scorge un gruppo di studenti seduti accanto alle finestre aperte, che discutono a bassa voce, mentre il tramonto si adagia sui mostri in gesso accovacciati nei giardini alla giapponese del Palazzo.
Un leggero vento muove le lunghe tende di lino.
Mallory si girò davanti allo specchio del guardaroba, a destra e a sinistra. Sbottonandosi la giacca, infilò le mani nelle tasche dei pantaloni, per meglio mettere in evidenza il panciotto, che era tessuto in un cangiante mosaico di piccoli riquadri blu e bianchi. I sarti li chiamavano Scacchi di Ada, perché la Lady aveva creato il disegno programmando un telaio Jacquard per tessere algebra pura. Il panciotto faceva una gran figura, pensò, anche se forse gli mancava ancora qualcosa, magari un bastone. Facendo scattare il coperchio del portasigari, offrì un avana di prima qualità al gentiluomo nello specchio. Un gesto elegante, ma uno non poteva portarsi in giro un portasigari d’argento come se fosse un manicotto per signora; non aggiungeva molto all’insieme.
Un colpo secco, metallico, uscì dal tubo portavoce inserito nella parete accanto alla porta. Attraversò la stanza e aprì il coperchio listato di gomma. — Qui Mallory! — gridò chinandosi. Si sentì la voce del portiere, come quella di un fantasma, lontana e vuota. — Un visitatore per lei, dottor Mallory! Devo mandarle su il biglietto da visita?
— Sì, grazie! — Mallory, poco abituato a chiudere la grata della posta pneumatica, armeggiò con il gancio dorato. Un cilindro di guttaperca nera schizzò fuori dal tubo come se fosse stato sparato da un fucile, andando a colpire la parete opposta. Affrettandosi a raccoglierlo, Mallory notò senza sorpresa che la tappezzeria della parete era già coperta di tacche. Svitò il coperchio del cilindro, e ne fece uscire il contenuto. SIGNOR LAURENCE OLIPHANT, su elegante cartoncino filigranato, SCRITTORE E GIORNALISTA. Un indirizzo di Piccadilly e un numero telegrafico. Il nome era vagamente familiare. Forse aveva letto qualcosa di un Oliphant su “Blackwood’s”. Girando il biglietto, osservò il ritratto inciso a Macchina di un signore dai capelli chiari, con un inizio di calvizie. Grandi occhi castani, da spaniel, un mezzo sorriso enigmatico, un’ombra di barba sotto il mento. Fra la barba e la calvizie, il cranio stretto del signor Oliphant sembrava lungo come quello di un Iguanodonte.
Mallory infilò il biglietto nel suo libretto di appunti e guardò la stanza. Il letto era ingombro dei resti dei suoi acquisti: scontrini, carta velina, scatole di guanti, forme per scarpe.
— Per favore, dica al signor Oliphant che gli verrò incontro all’ingresso!
Riempiendosi in fretta le tasche dei pantaloni nuovi, uscì, chiudendo la porta a chiave, e percorse il corridoio dalle pareti di bianco calcare fossile, pieno di pustole e macchie, incorniciato da pilastri di marmo nero e umido, le sue scarpe nuove che scricchiolavano a ogni passo.
Il signor Oliphant, che aveva braccia e gambe singolarmente lunghe ed era abbigliato in maniera poco appariscente ma sontuosa, era appoggiato alla scrivania, la schiena rivolta al portiere. Con i gomiti sul piano di marmo, le caviglie incrociate, la posa scomposta del giornalista lasciava trasparire la tranquilla indolenza dello sportivo. Mallory, avendo incontrato la sua quota di reporter gin-e-acqua, imbrattacarte alla ricerca dell’articolo sensazionale sul grande Leviatano, ebbe un attimo di fastidio; quell’uomo dimostrava tutta la sicurezza di sé di coloro che sono ben piazzati.
Mallory si presentò, scoprendo un’energia insospettata nelle lunghe dita del giornalista.
— Vengo su incarico della Società Geografica — annunciò Oliphant, con voce abbastanza alta per essere udita da un gruppo di sapienti che sostava nelle vicinanze. — Il Comitato per l’Esplorazione. Gradirei consultarla a proposito di una certa questione, dottor Mallory.
— Naturalmente — disse Mallory. La Società Reale Geografica era ben fornita di fondi, e il potente Comitato per l’Esplorazione decideva sulla ripartizione delle quote.
— Posso suggerirle un colloquio privato, signore?
— Certamente — disse Mallory, e seguì il giornalista nel gran salone del Palazzo, dove Oliphant trovò un angolo appartato, mezzo nascosto da uno schermo cinese laccato. Mallory gettò indietro le code della giacca e prese una sedia. Oliphant si sistemò all’estremità di un sofà coperto di seta rossa, appoggiando le spalle alla parete. Scrutò la sala, e Mallory si accorse che cercava possibili ascoltatori indiscreti.
— Si direbbe che lei conosca bene il Palazzo — osservò Mallory. — Viene qui spesso, per il suo lavoro con il Comitato?
— No, non frequentemente, anche se una volta ho incontrato qui uno dei suoi colleghi, un certo professor Francis Rudwick.
— Ah, Rudwick, sì; poveretto. — Mallory fu un po’ irritato ma non sorpreso nell’incontrare qualcuno che aveva avuto dei contatti con Rudwick. Rudwick raramente aveva mancato un’occasione per arraffare fondi, da qualsiasi parte provenissero.
Oliphant annuì tristemente. — Non sono un sapiente, dottor Mallory. Sono uno scrittore di libri di viaggio, in effetti. Cose da poco, anche se alcuni hanno incontrato un certo favore di pubblico.
— Capisco — disse Mallory, convinto di avere inquadrato il tipo, adesso: ricco, senza niente da fare. Molto probabilmente aveva degli appoggi in famiglia. La maggior parte di questi dilettanti pieni di zelo erano del tutto inutili alla Scienza.
— Entro la Società Geografica, dottor Mallory — cominciò Oliphant — è in corso un acceso dibattito concernente il nostro ambito di lavoro. Forse lei è al corrente della controversia.
— Sono stato oltremare — disse Mallory — e non conosco le ultime novità.
— Senza dubbio lei è stato interamente preso dalla sua controversia scientifica. — Il sorriso di Oliphant era disarmante. — Catastrofe contro Uniformità. Rudwick parlava spesso della questione. In maniera piuttosto accesa, devo dire.
— Una questione complicata — borbottò Mallory. — Piuttosto astrusa...
— Personalmente trovo l’argomento di Rudwick debole — disse Oliphant con disinvoltura, lasciando Mallory piacevolmente sorpreso. Il giornalista si sporse in avanti; sollecitando la sua attenzione. — Mi permetta di spiegarle ulteriormente lo scopo della mia visita, dottor Mallory. All’interno della Società alcuni ritengono che sarebbe più saggio, piuttosto che dedicare tutte le nostre forze alla scoperta delle sorgenti del Nilo, investigare le sorgenti della nostra società. Perché limitare l’esplorazione alla geografia fisica, quando ci sono tanti problemi di geografia politica e morale, problemi ancora insoluti?
— Interessante — disse Mallory, che non riusciva a capire bene dove volesse arrivare il suo visitatore.
— In qualità di prominente esploratore — disse Oliphant — cosa ne direbbe di una proposta quale segue... — Lo sguardo dell’uomo, curiosamente, parve fissarsi ora nel vuoto. — Supponiamo, signore, che non si tratti di esplorare le distese del Wyoming, ma un angolo specifico della nostra Londra...
Mallory annuì senza sbilanciarsi, chiedendosi per un momento se Oliphant non fosse pazzo.
— Non potremmo in tal caso — proseguì l’uomo, con un lieve brivido come di entusiasmo soppresso — compiere delle indagini statistiche, e interamente obiettive? Non potremmo esaminare la società con una precisione e una profondità del tutto nuove? Scoprendo, in tal modo, nuovi principi... dalle miriadi di raggruppamenti della popolazione nel corso del tempo; dai più oscuri spostamenti di denaro di mano in mano, dallo scorrere vorticoso del traffico... Argomenti che noi ora definiamo vagamente di competenza della polizia, della sanità, dei servizi pubblici... ma visti, signore, da un’ottica scientifica, che tutto scruta, tutto indaga!
C’era troppo entusiasmo negli occhi di Oliphant, un improvviso bagliore che dimostrava come la sua aria languida fosse solo una maschera.
— In teoria — disse Mallory, prendendo tempo — la prospettiva sembra promettente. Dal punto di vista pratico, dubito che le società scientifiche potrebbero fornire le risorse-Macchina necessarie per un progetto tanto vasto e ambizioso. Io stesso ho dovuto combattere per ottenere una semplice analisi delle sollecitazioni sulle ossa che ho scoperto. C’è una richiesta continua di lavoro per le Macchine. In ogni modo, perché la Società Geografica dovrebbe occuparsi di questa faccenda? Perché dirottare fondi dal necessario lavoro di esplorazione in terre straniere? Penso piuttosto che una indagine parlamentare...
— Ma il governo manca dell’ampiezza di visione necessaria, del gusto per l’avventura scientifica, dell’oggettività. Ma supponiamo che siano le Macchine della Polizia, invece che quelle dell’Istituto di Cambridge, per esempio. Cosa ne direste, in questo caso?
— Le Macchine della Polizia? — disse Mallory. L’idea era alquanto straordinaria. — Come potrebbe la Polizia essere d’accordo a prestare le sue Macchine?
— Le loro Macchine sono frequentemente inutilizzate di notte — disse Oliphant.
— Davvero? — disse Mallory. — Parola mia, questo è interessante... Ma se queste Macchine venissero messe al servizio della Scienza, signor Oliphant, immagino che altri e più urgenti progetti occuperebbero rapidamente il tempo morto. Una proposta come la sua avrebbe bisogno di potenti appoggi per essere in cima alla lista.
— Ma in teoria, lei è d’accordo? — insistette Oliphant. — Se le risorse fossero disponibili, riterrebbe degno di merito l’assunto fondamentale?
— Dovrei vedere una proposta dettagliata prima di dare il mio appoggio a un progetto del genere, e francamente non credo che la mia voce abbia grande peso nella vostra Società Geografica. Non ne sono membro, sa.
— Lei sottovaluta la sua fama — protestò Oliphant. — La nomina di Edward Mallory, lo scopritore del Leviatano Terrestre, dovrebbe passare con grande facilità nella Società Geografica.
Mallory era senza parole.
— Rudwick è diventato membro — proseguì soavemente Oliphant — dopo la faccenda dello pterodattilo.
Mallory si schiarì la gola. — Sono certo che merita...
— Considererei un onore se mi permettesse di occuparmi personalmente della faccenda — disse Oliphant. — Non ci saranno difficoltà, glielo prometto.
L’aria di sicurezza di Oliphant non ammetteva dubbi. Mallory riconobbe il fait accompli. Si era lasciato abilmente manovrare. Non c’era alcun modo cortese di rifiutare il favore, e l’ingresso nella ricca e potente Società Geografica non era cosa da disprezzare. Sarebbe stato un grande vantaggio professionale. Già immaginava di vedere il titolo, unito al suo nome: Mallory, M.R.S., M.S.G.R. — L’onore è tutto mio, signore — disse Mallory — anche se temo che lei si dia troppa pena per me.
— Ho un grande interesse per la paleontologia, signore.
— Sono sorpreso che uno scrittore di libri di viaggio nutra simili interessi.
Oliphant unì la punta delle dita eleganti e le accostò al lungo labbro superiore. — Ho scoperto, dottor Mallory, che “giornalista” è un termine utilmente vago, che permette a uno di rivolgere tutte le domande strane che vuole. Per natura sono un uomo di interessi vasti, ma vergognosamente poco profondi. — Oliphant spalancò le braccia. — Faccio quello che posso per essere utile ai veri studiosi, anche se dubito di meritare interamente il mio presente e non cercato ruolo nel cerchio più ristretto dell’augusta Società. La fama improvvisa ha delle curiose ripercussioni, vede.
— Confesso di non conoscere i suoi libri — disse Mallory. — Sono stato oltreoceano, e sono rimasto in arretrato con le letture. Mi pare di capire che lei abbia avuto un grande successo di pubblico...
— Non i libri — disse Oliphant, con divertita sorpresa. — Sono stato coinvolto nell’affare della Legazione di Tokyo, lo scorso anno.
— Un oltraggio ai danni della nostra Ambasciata in Giappone, dico bene? Un diplomatico è rimasto ferito? Io ero in America...
Oliphant esitò, poi piegò il braccio sinistro, tirando indietro la manica della giacca e un polsino immacolato, e rivelando così una cicatrice rossa e raggrinzita sul polso. Un colpo di coltello. No, peggio: un colpo di sciabola, che era penetrato nei tendini. Mallory notò per la prima volta che due dita della sinistra di Oliphant erano perennemente piegate.
— Ma allora è lei! Laurence Oliphant, l’eroe della Legazione di Tokyo! Adesso ricordo il nome. — Mallory si accarezzò la barba. — Avrebbe dovuto mettere quello sul biglietto, signore, e mi sarei ricordato immediatamente di lei.
Oliphant riabbassò la manica, con aria leggermente imbarazzata. — Una ferita da spada giapponese è un po’ strana come carte d’identité...
— I suoi interessi in verità sono molto vari, signore.
— Talvolta uno non riesce a evitare di essere coinvolto, dottor Mallory. Nell’interesse della nazione, per così dire. Penso che anche lei conosca bene questa situazione.
— Temo...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. La macchina della realtà (Urania)
  3. PRIMA ITERAZIONE - L’angelo di Goliad
  4. SECONDA ITERAZIONE - Il giorno del Derby
  5. TERZA ITERAZIONE - Lanterne cieche
  6. QUARTA ITERAZIONE - Sette maledizioni
  7. QUINTA ITERAZIONE - L’Occhio che tutto vede
  8. MODUS - Le immagini tabulate
  9. LA STRANA COPPIA: TRE CONTRIBUTI PER BRUCE STERLING E WILLIAM GIBSON
  10. Copyright

Domande frequenti

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