Il cimitero dei folli
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Il cimitero dei folli

  1. 378 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il cimitero dei folli

Informazioni su questo libro

Notte di Halloween, anno 1954. Un giovane sceneggiatore, da poco assunto da una delle maggiori case di produzione hollywoodiane, riceve un invito anonimo e si reca negli studios; qui, tra una corsa di bighe, lo sfavillio degli Champs-Élysées e le cascate del Niagara, scopre, nascosto dietro un tramezzo, un cimitero, un luogo fitto di segreti che lo attira in un vortice di intrigo e mistero.
Un mondo di meraviglia e orrore attraversato da personaggi eccentrici e famosi¿ Dal grande Bradbury, una storia avvincente come un film, geniale combinazione di poliziesco e letteratura noir.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804517597

1

C’erano una volta due città dentro una città. Una era luminosa e l’altra era tenebrosa. Una si agitava irrequieta durante tutto il giorno, mentre l’altra restava immobile, sempre. Una era calda, piena di luci in continuo alternarsi. L’altra era fredda, fissata al suolo da lapidi. E quando il sole ogni pomeriggio tramontava sulla Maximus Films, la città vivente, questa cominciava ad assomigliare al cimitero di Green Glades, dall’altro lato della strada, che era la città della morte.
Mentre le luci si spegnevano, e il movimento cessava, e il vento, che soffiava agli angoli degli edifici degli studios, diveniva freddo, un’incredibile malinconia pareva dilagare dall’ingresso principale della vita per impregnare tutti i viali al crepuscolo e approdare all’alto muro in mattoni che separava le due città dentro una città. E d’improvviso le vie si riempivano di un qualcosa, definibile soltanto come un ricordo. Perché la gente, mentre se ne andava, si lasciava alle spalle architetture abitate dai fantasmi di incredibili avvenimenti.
E si trattava davvero della più immorale città del mondo, ove tutto poteva succedere, e succedeva. Diecimila decessi erano avvenuti lì, e, a tumulazione eseguita, la gente si alzava ridendo e se ne andava pacifica. Tutti gli edifici del luogo erano dati alle fiamme e non bruciavano. Ululavano le sirene e le auto della polizia irrompevano da dietro gli angoli, solo per scaricare gli agenti che si liberavano delle uniformi, si toglievano il cerone giallo dalla faccia e prendevano la via di casa, verso le loro piccole villette alla periferia di quell’immenso ed essenzialmente noioso mondo.
Lì si aggiravano dinosauri, ora in miniatura e un attimo dopo giganti di quindici metri pronti a incombere su vergini semidiscinte, le quali – a comando – emettevano urla di terrore. Da lì partivano crociate varie per appendere le loro armature e consegnare le loro lance al Magazzino Costumi lungo la via. Da lì Enrico VIII faceva cadere qualche testa. Da lì Dracula errava, carne in procinto di tornar polvere. Lì vi erano anche le stazioni della Via Crucis e un sentiero di sangue perennemente rinnovato, su cui gemevano soggettisti nel loro Calvario, recando sulla schiena un massacrante fardello di revisioni, pungolati da registi con fruste e da espurgatori di pellicola armati di coltelli affilati come rasoi. Era da quelle torri che i credenti musulmani venivano chiamati, ogni giorno al tramonto, alla preghiera, mentre transitavano silenziose berline, i cui finestrini inquadravano inespressive facce di potenti a indurre gli umili ad abbassare lo sguardo, nel timore di restare accecati.
Stando così le cose, tanto più logico era ritenere che, quando il sole svaniva, i vecchi fantasmi risorgessero a raggelare la calda città e a farla assomigliare ai marmorei viali al di là del muro. A mezzanotte, in quella strana quiete dovuta alla temperatura, al vento e alla voce di qualche lontano campanile, le due città divenivano finalmente una. E la guardia notturna era l’unica entità in movimento ad aggirarsi furtiva, dall’India alla Francia, alle praterie del Kansas, sino ai quartieri eleganti di New York, e poi a Piccadilly e a Piazza di Spagna, coprendo ventimila miglia di territorio nell’incredibilmente breve lasso di tempo di venti minuti. In pari tempo, la sua controparte al di là del muro timbrava il cartellino, nel suo giro tra le lapidi saettava il raggio della sua torcia sui vari angeli artici, leggeva le scritte meritorie sulle tombe, sostava per sorbire il suo tè di mezzanotte, ultime gocce dal thermos. Alle quattro del mattino, con le guardie notturne piombate nel sonno, le due città, unite e protette, attendevano che il sole sorgesse sopra fiori avvizziti, sepolcri erosi, sopra un’India densa di elefanti e sovrappopolata, nel caso che il Regista decidesse e il Cast Centrale assegnasse le parti.
E così era in quella vigilia di Halloween del 1954.
Halloween.
Di tutto l’anno, la mia notte prediletta.
Se non lo fosse stata, non mi sarei accinto a dare inizio a questa nuova Storia di Due Città.
E come avrei potuto resistere quando un freddo bulino scalpellava un tale invito?
Come avrei potuto non inginocchiarmi, gonfiare i polmoni e soffiar via la polvere dal marmo?

2

Il primo ad arrivare…
Ero arrivato nello studio alle sette, quella mattina di Halloween.
L’ultimo ad andarsene…
E adesso mancava poco alle dieci, e stavo concludendo la mia passeggiata notturna, assaporando il semplice ma incredibile fatto che finalmente lavoravo in un posto dove ogni cosa era definita con chiarezza. Dove c’erano inizi d’assoluto rigore e conclusioni nette e irreversibili. Fuori, al di là degli studi della celluloide, nutrivo alquanta diffidenza della vita, con le sue temibili sorprese e i suoi oscillanti complotti. Qui, camminando tra i viali, sul far dell’alba o del crepuscolo, potevo immaginare di essere io ad aprire e chiudere gli studi. Essi appartenevano a me perché così mi dicevo.
Quindi, incombevo su un territorio largo un chilometro e profondo uno e mezzo, quattordici studi di registrazione e dieci set per gli esterni, vittima della mia stessa romanticheria, della mia infatuata follia per i film che controllavano la vita quando essa sfuggiva al controllo, una volta superati i cancelli spagnoleggianti in ferro battuto.
Era tardi, ma una quantità di film dovevano vedere la parola fine la notte d’Ognissanti, cosicché contemporaneamente su vari palcoscenici avevano luogo cagnare conclusive e bisbocce d’addio. Da tre capannoni del sonoro, dalle gigantesche porte scorrevoli spalancate, venivano ondate di musica da ballo, fragori di risa, esplosioni di tappi dello champagne, canti. Dall’interno, turbe di gente in costume di scena salutavano turbe di gente che imperversavano, all’esterno, nelle mascherate di Halloween.
Entrai anch’io, limitandomi a sorridere o ridere mentre passavo. Dopo tutto, visto che immaginavo lo studio fosse mio, potevo restare o andarmene come volevo.
Comunque, mentre mi rituffavo nell’ombra, avvertii in me un certo tremore. Il mio amore per i film andava avanti da troppi anni. Era come avere una “relazione” con King Kong, piombato su di me quando avevo tredici anni; non mi ero più sottratto alla sua carcassa animata da un cuore pulsante.
Lo studio mi piombava addosso allo stesso modo ogni mattina al mio arrivo. Ci volevano ore di lotta per liberarmi da quella magia, per respirare normalmente e riuscire a lavorare. Al crepuscolo, l’incantesimo tornava, e il respiro ricadeva nell’affanno. Sapevo che ben presto sarei stato costretto a sgomberare il campo, fuggire per non tornare più, altrimenti King Kong – sempre precipitando nell’abisso e sempre atterrando indenne – mi avrebbe un bel giorno ucciso.
Attraversai l’ennesimo studio dove gli ultimi echi di ilarità e di un’assordante musica jazz scuotevano le pareti. Uno degli assistenti alle riprese mi incrociò cavalcando una bici, con un paniere di pellicola diretta all’autopsia, sotto il rasoio di un tecnico del montaggio che la risparmiasse o la seppellisse per sempre. E che, quindi, la avviasse alla distribuzione o la relegasse sugli scaffali dove finiscono i film deceduti, dove solo la polvere, non la putrefazione, li accoglie.
Su nelle colline di Hollywood, l’orologio di un campanile scoccò dieci rintocchi. Girai sui tacchi e mi trascinai verso il mio cubicolo, nell’edificio dei soggettisti.
Il mio ufficio, dove mi aspettava l’invito a comportarmi da assurdo imbecille.
Un invito non scolpito su lastra di marmo, ma nitidamente dattiloscritto su un foglio di carta di ottima qualità.
Leggendolo, mi afflosciai sulla sedia, gelato in volto, la mano già pronta a chiudersi, appallottolare e cestinare il messaggio.
C’era scritto:
GREEN GLADES PARK. Halloween.
A mezzanotte di questa notte.
Al centro del muro posteriore.
P.S. Ti attende una grande rivelazione. Materiale per un bestseller letterario o un superbo soggetto cinematografico. Non mancare!
Ora, io non sono un prode. Non ho mai imparato a guidare un’auto. Mi rifiuto di salire a bordo di un aereo. Le donne hanno smesso di terrorizzarmi solo compiuti i venticinque anni. Odio le altitudini. L’Empire State Building è per me la quintessenza della paura. Gli ascensori mi rendono nervoso. Le scale mobili sono ganasce pronte a stritolarmi. Il cibo mi trova estremamente prudente. La mia prima bistecca l’ho mangiata solo a ventiquattro anni, dopo che per tutta l’infanzia ero sopravvissuto ad hamburger, panini farciti al prosciutto, uova e minestre di pomodoro.
«Il parco di Green Glades!» dissi ad alta voce.
Gesù, pensai. A mezzanotte? Io, la creatura seviziata, nel cuore dell’adolescenza, da bulletti di strada? Il fanciullo che si nascose sotto l’ascella del fratello, la prima volta che vide Il Fantasma dell’Opera?
Proprio lui, sì.
«Che, sono fesso!?» strillai.
E andai al cimitero.
A mezzanotte.

3

Mentre mi accingevo a uscire dallo studio, deviai verso i gabinetti degli uomini, non lontani dalla Porta Principale, per poi cambiare direzione. Era un luogo da cui avevo imparato a girare al largo, una sorta di recesso sotterraneo, col suono di acque segrete e scorrenti, e un fruscio ambiguo di gamberi veloci nel retrocedere non appena toccavi e cominciavi ad aprire la porta. Da molto tempo avevo imparato a esitare, raschiarmi la gola, schiudere lentamente la porta. Perché le varie porte dei cubicoli dei gabinetti si chiudevano con un rumore sordo o molto silenziosamente, oppure qualche volta con un’esplosione assordante, mentre le creature sempiterne abitanti nel sotterraneo, e anche quelle, adesso che era tarda ora, reduci dai festosi commiati sul set, battevano in ritirata precipitosa, e tu entravi nel silenzio di fredde porcellane e di acquosi riflussi sotterranei, effettuavi le tue private incombenze il più in fretta possibile, e correvi fuori senza lavarti le mani, soltanto per udire, una volta riemerso, il diffidente e lento risveglio dei gamberi, il sussurro delle porte e il riapparire delle creature cavernicole in vari livelli di agitazione febbrile e di incomplete abbottonature.
Effettuai, come ho detto, una deviazione, gridai per accertare che nulla sostasse all’interno e sgusciai nell’attiguo regno delle donne, che era un freddo, nitido ambiente di bianca porcellana, non un cupo antro popolato di animaletti scodinzolanti, dove entrai e uscii in un palpito di ciglia, giusto in tempo per vedere un reggimento di guardie prussiane marciare verso un party nello Studio 10, e rompere le righe all’ordine del loro capitano. Bell’uomo quello, nordica bionda capigliatura e grandi occhi innocenti, all’abbordaggio – con l’ardire di chi non sa – del già descritto sotterraneo degli uomini.
Non lo si rivedrà mai più, pensai, e mi affrettai lungo le strade di quasi mezzanotte, alla conquista di un taxi.
Un taxi che non potevo permettermi, ma mi venisse un colpo se mi sarei mai avvicinato in solitudine al cimitero. Un taxi che si fermò davanti all’ingresso del camposanto, tre minuti prima di mezzanotte.
Trascorsi due lunghi minuti a considerare mentalmente tutte quelle cripte e tutti quei monumenti che consentivano a Green Glades Park di ospitare qualcosa come novemila anime trapassate a tempo pieno.
Anime che giacevano lì da almeno cinquant’anni. Da quando i costruttori immobiliari, Sam Green e Ralph Glade, erano stati costretti al fallimento e avevano livellato le loro baracche, lasciando lo spazio alle lapidi per i morti.
Sensibili alle bene auguranti implicazioni dei loro cognomi,1 i due soci avevano battezzato GREEN GLADES PARK le aree delle smantellate villette, ove tutti gli scheletri negli armadi degli studios, sull’altro lato della strada, erano sepolti.
Si diceva che una quantità di cinematografari coinvolti in quell’ambiguo pasticcio immobiliare si fossero adoperati attivamente affinché i due galantuomini andassero in malora. Un cumulo di pettegolezzi, dicerie e reati vari era stato sepolto con la prima inumazione.
E adesso, mentre sedevo stringendomi le ginocchia e le mascelle, fissavo il muro lontano, oltre il quale potevo contare sei capannoni di registrazione, belli, sicuri, caldi, dove le ultime follie di Halloween andavano conc...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Ray Bradbury
  3. Il cimitero dei folli
  4. 1
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  70. 67
  71. 68
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  76. 73
  77. 74
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  79. 76
  80. Copyright