Fantasmi romani
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Fantasmi romani

  1. 252 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Fantasmi romani

Informazioni su questo libro

Il matrimonio di Giano e Clarissa, dopo più di vent'anni, si regge su un borghese "equilibrio imperfetto" fondato su una solida e collaudata ipocrisia, per cui ciascuno dei due nasconde segreti che, se venissero alla luce, provocherebbero una catastrofe. Ma questa "manutenzione del matrimonio" non è una semplice sequela di volgari sotterfugi, è l'applicazione assidua e insonne di capacità dialettiche, di facoltà intuitive brillanti, si potrebbe quasi paragonare a un esercizio zen. Un esercizio da cui non sono comunque assenti il tormento e la passione. Sullo sfondo di una Roma splendida negli scorci dei suoi quartieri storici, nonostante gli oltraggi che una malintesa modernità infligge ai monumenti come alle anime, questo elegante romanzo di Malerba mette in scena un girotondo leggerissimo e amaro, un valzer aereo e crudele di individui e coppie, uomini e donne, travolti dalla necessità di vivere e dalla radicale insensatezza del mondo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804574712
eBook ISBN
9788852045370

Clarissa

Un nido di aquile su un’alta parete rocciosa. Arriva in volo un’aquila con due teste e suscita meraviglia nella piccola comunità. Finalmente le si avvicina una del gruppo e le domanda:
«Ingegneria genetica?»
«No, Asburgo.»
Questa storietta così nuda e cruda ce l’ha raccontata un amico giornalista della “Frankfurter Allgemeine” venuto in Italia per seguire a Spoleto un convegno sulle biotecnologie per conto del suo giornale e ospite per due giorni nella nostra casa di campagna a Casole vicino a Todi. Johannes Westerhoff prima di ritornare in Germania disse scherzando che ci concedeva la storietta in esclusiva.
Da allora Giano non perde occasione di proporre agli amici l’aquila a due teste, che ha successo per due ragioni: cita un argomento scientifico di moda e solletica lo snobismo storico dell’ascoltatore. Ogni volta che la racconta Giano introduce qualche variante, non tanto nello schema narrativo che è semplicissimo e rigido, ma negli elementi di sfondo. Per esempio la pioggia. Chi ascolta naturalmente si aspetta un risvolto intorno alla pioggia e invece, secca come una frustata, arriva la battuta risolutiva.
Poi Giano si è accorto che a quella altezza è più naturale la neve della pioggia. Allora ci mette la neve. Altre volte racconta che l’aquila (ancora non sappiamo che ha due teste perché nel racconto sta volando in campo lungo) è stanca perché viene da un paese lontano (Austria?). Il segreto consiste, dice Giano, nel creare una attesa diversa da quella che poi conclude il breve racconto: la “peripezia” secondo Aristotele, cioè lo svolgimento di una scena in senso contrario al previsto. Dalla presunta ingegneria genetica ad Aristotele, per approdare a una barzelletta (ma Giano mi ha proibito di nominarla come barzelletta).
Quattro giorni dopo la sua partenza abbiamo avuto notizia della morte del nostro amico tedesco in un incidente d’automobile sulla strada tra Francoforte, dove abitava, e Duisburg, dove andava a tenere una conferenza informativa sul congresso di Spoleto nella severa università intitolata a Gerhard Mercator. Sgomento assoluto per questa morte troppo stupida come tutte le morti per incidente d’auto. Povero Johannes, morire dopo avere calpestato la Terra solo per quarantasette anni, proprio nel momento della maggiore attività e del successo professionale. Abbiamo mandato un telegramma e poi un biglietto alla moglie, che sapevamo disperatissima.
Quanto dura il dispiacere per la morte di un amico? Quel simpatico giornalista tedesco era più un conoscente che un vero amico, ma la sua morte ci aveva colti di sorpresa e non abbiamo fatto commenti perché il silenzio ci sembrava la migliore espressione del nostro dolore. La morte lo aveva promosso al rango di amico.
Giano ha continuato a raccontare la storietta dell’aquila a due teste con un sentimento inconscio di disagio dal momento che la fonte della storietta si era dissolta con la morte. Io ascoltavo Giano che si esibiva ancora con l’aquila a due teste e sentivo che l’aria era cambiata, c’era nelle mie orecchie la morte rumorosa del povero Johannes, un fracasso di lamiere sull’asfalto notturno e la voce disperata di un uomo morente. Avrei voluto dire a Giano di lasciar perdere l’aquila a due teste, ma temevo di offenderlo, come se gli volessi rimproverare una mancanza di sensibilità. Giano ha raccontato ancora in tre o quattro occasioni quella storietta e ogni volta, sotto le sue parole, sentivo nelle orecchie quel lontano fracasso di lamiere sulla strada fra Duisburg e Francoforte. Ma fingevo di divertirmi come sempre, per non offenderlo.
Giano, che è molto concentrato quando si tratta di argomenti connessi all’urbanistica, la materia che insegna nella Facoltà di Architettura di Valle Giulia, è estremamente ingenuo nei suoi rapporti umani e mondani. L’occasione di raccontare questa o altre storiette, o paradossi come Giano si ostina a chiamarle, gli consente una partecipazione conviviale a casa degli amici o a casa nostra e soprattutto gli permette di evitare le Quattro Facce di Merda quando compaiono in tivù e sui giornali dal momento che gli procurano ogni volta gravi reazioni allergiche, tosse convulsa e affanno respiratorio di tipo asmatico per cui, su consiglio del nostro medico, tengo sempre in casa, o nella borsetta quando siamo in viaggio, una fiala di Bentelan. Il cortisone e l’adrenalina sono gli unici rimedi nel caso che si produca uno shock anafilattico, come è già successo a Giano una sera che la Prima delle Quattro era comparsa in tivù, con il petto gonfio come un tacchino, «convinta di muoversi nella Storia e non nella Merda» come ha detto Giano con una sintesi ardita prima di svenire.
Devo aggiungere che, in tutte le versioni, con la pioggia o con la neve, Giano sapeva raccontare con eleganza la storietta che io ho riprodotto in poche righe all’inizio. Sempre riusciva a creare un orizzonte di attesa descrivendo la piccola comunità dei nobili rapaci come se fosse stato presente di persona e avesse assistito allo stupore delle aquile stanziali quando arriva la vagabonda aquila a due teste. L’ultima volta, durante un pranzo con amici architetti, ha dato notizia anche della apertura d’ali dell’aquila bicipite, due metri e venti centimetri. Secondo i manuali di ornitologia è la misura dell’Aquila Reale che, nella speciale circostanza (Asburgo), avrebbe diritto al titolo di Aquila Imperiale.
Già dimenticato da Giano il povero Johannes Westerhoff e l’orribile incidente nel quale aveva perso la vita. Non da me, perseguitata ancora da quell’ossessivo fracasso di lamiere. E turbata dal ricordo dei miei inutili rimproveri per le sigarette che fumava in continuazione, due pacchetti al giorno delle micidiali Marlboro. Mi preoccupavo dei suoi polmoni, povero caro Johannes.
Giano è felicemente distratto, voglio dire che la sua distrazione non ha mai procurato danni alla sua persona o alle persone che lo frequentano. A casa di amici architetti fanatici talebani (che io odio come loro odiano tutto l’antico) due sere fa stava per raccontare la storietta dell’aquila a due teste per la seconda volta. Gli ho diretto un muto segnale di allerta, fronte accigliata e occhi bassi. Giano ha capito subito e ha cambiato argomento. E adesso per favore non ti mettere in mente che Giano è un idiota. È soltanto un incorreggibile ingenuo, questo sì.
Lo chiamo Giano invece di Gianantonio da quando ci siamo sposati una ventina di anni fa, ventidue per la precisione, e ormai tutti lo chiamano Giano, anche all’Università. I maligni dicono che inconsciamente ho affibbiato a mio marito il nome del dio romano double-face per una supposta doppiezza di carattere e di comportamenti. Per carità, il nomignolo è del tutto innocente e casuale, indotto da una contrazione del nome Gianantonio depositato sulla sua fronte dalla nascita. Quante congetture su un nome. Chiamalo Giano, mi sono detta senza troppi pensieri.
Ma ecco che questa storietta dell’aquila a due teste si è inserita come un chiodo di ferro nell’equilibrio imperfetto sul quale si regge il nostro matrimonio. Ho detto imperfetto di proposito perché evitiamo, sia io che Giano, di indagare i segreti e i chiodi che ognuno dei due custodisce con cura e che, una volta portati alla luce, potrebbero provocare una catastrofe. La nostra salvezza è la menzogna. Semplice manutenzione del matrimonio. Qualche volta mentisco anche a me stessa, è quasi un esercizio zen che mi solleva dalla presenza ruvida e opprimente della realtà.
Per esempio ce l’ho messa tutta per cancellare dalla mia memoria una relazione di Giano con Patricia, la vorace vedova di un suo collega, che conservava un certo numero di disegni e documenti del marito. Voleva sapere se era possibile pubblicarli da qualche parte, per esempio sulla rivista “Diagonale” edita dalla Facoltà di Architettura, e in ogni caso se Giano poteva aiutarla a catalogarli. Giano si lamentava con me per questa seccatura, ma non poteva dire di no a quella povera vedova. E intanto la povera Patricia se lo era portato a letto, come ho saputo poi da una amica che aveva raccolto le confidenze della porcellona. Due mesi di sesso pomeridiano dalle tre alle cinque. Altri due mesi, invece che alla biblioteca di Palazzo Venezia, ancora a casa di Patricia a piazza dei Mercanti a Trastevere, al terzo piano di un antico sgangheratissimo fabbricato. Corna quotidiane, una vera cornucopia sessuale. Chissà mai, potrebbe essere tutto inventato, un perfido pettegolezzo. Non indagare, mi dicevo, lascia le cose come stanno, piuttosto male.
Nei giorni che Giano è occupato con le lezioni a Valle Giulia certamente non resto in casa come una marmotta. Prima cosa sento nelle scarpe la spinta a uscire sulla strada, mi trascinano verso la porta. Esco e vado in giro per la città, allo sbando. Una mostra, un passaggio davanti alle vetrine di via Frattina, un Supermercato, qualche volta un film in centro, Capranica o Quirinetta, un gelato a piazza Navona o al Pantheon. Mi piace anche camminare a zonzo nella città, vado con passo svelto e leggero cercando le zone in ombra d’estate, evitando i sampietrini sconnessi per salvare i tacchi. Conosco a memoria lo stato dei sampietrini delle strade di tutto il Centro Storico. Da evitare in assoluto via Giustiniani, piazza dei Caprettari, via Tor Millina e via Arco della Pace. Ho lasciato un tacco a Trastevere fra due sampietrini di via San Francesco a Ripa. Dovrò decidermi finalmente a indossare le Superga gialle rasoterra che mi ha regalato l’architetto Zandel (qualche esitazione a causa della mia mediocre altitudine (un metro e sessantadue centimetri), che si avvantaggia dei sei centimetri dei tacchi quotidiani).
Sono ritornata in via San Francesco a Ripa, che mi sembra la più bella strada di Trastevere con quella piazzetta stupenda e la chiesa che fa da quinta in fondo alla strada, a cercare un negozio di prodotti biologici. Volevo comprare una salsa di soia biologica per sostituire la Kikkoman, che sicuramente sarà ricavata da soia Ogm. Non ho trovato il negozio biologico ma ho trovato il mio tacco ancora lì, incastrato fra due sampietrini dopo più di un mese. Ricordo che quel giorno, così azzoppata, avevo interrotto con la ricerca di un taxi il mio vagabondaggio in quella zona di Trastevere, dove ho capito che mi piacerebbe abitare. Quanta aria in questa strada, quanta luce. C’è già il progetto di una nuova pavimentazione, così non dovrò più temere per i miei tacchi. Sono stanca della mia casa in via del Governo Vecchio da quando intorno al nobile Caffè della Pace è nata una giungla di locali della peggiore rumorosa ghenga notturna. Ma quel tacco, quel tacco rimasto piantato fra i sampietrini di via San Francesco a Ripa potrebbe essere un segno del destino che mi chiama in questa zona. Comincerò a parlare con Giano dell’idea di trasferirci da queste parti. Un tacco rimasto piantato proprio qua vorrà pur dire qualcosa, non ti pare?
Troppa storia si è depositata sulla casa di via del Governo Vecchio, molta polvere. Arriva un momento che dici basta, che ti piacerebbe traslocare. I traslochi rinnovano la vita, un rimescolo salutare di neuroni e ormoni. Esco di casa sempre volentieri, qualche volta di corsa, senza un motivo. Quando sono di buonumore mi sembra di camminare in discesa, il mio passo è leggero quasi che avessi le ali alle scarpe come il dio Mercurio. Quando il mio passo si stanca e tutte le strade sono in salita, mi domando se sono di cattivo umore e mi rispondo che sì, sono di pessimo umore. Ragioni ne ho d’avanzo. Ti prego di credermi, quando dico pessimo umore non esagero.
È facile che incontri qualche amica sulle strade del centro perché da più di venti anni, troppi, io e Giano abitiamo all’ultimo piano di un antico palazzo in via del Governo Vecchio, qui nel Quartiere Parione che ha il suo centro mondano a piazza Navona e il suo centro mercantile di lusso a Campo dei Fiori.
Un incontro extra moenia. Dunque a una mostra di Tamara de Lempicka nella Accademia di Francia a Trinità dei Monti ho incontrato Valeria. Ci siamo trovate tutte e due in incognito davanti allo stesso quadro, incantate ad ammirare quell’uomo in cappotto con il cappello in testa, appoggiato con il gomito a una lussuosa automobile color miele con il lungo muso del motore e i grandi fari, poteva essere una Isotta Fraschini. Non solo l’automobile ma anche il cappotto di cammello, il Borsalino floscio e soprattutto la faccia di quell’uomo con i folti baffi grigi portavano addosso inequivocabile il timbro degli Anni Venti. Questo è un uomo che mi piace, stavo pensando, o meglio che mi sarebbe piaciuto se fossi vissuta in quegli anni.
Con gli occhi aperti sul quadro, ho sognato una romantica corsa insieme a quell’uomo sulla Isotta Fraschini rombante attraverso la campagna toscana al sole. Veloci chilometri italiani in mezzo a vigneti e viali di cipressi con l’aria frizzante che mi carezza il volto, e finalmente l’arrivo in una villa fra gli alberi su una collina che ci accoglie con la porta spalancata e qui entriamo correndo e facciamo le scale travolti dal desiderio, arriviamo nella grande camera, ci gettiamo sul letto e facciamo l’amore gridando come due mammiferi scatenati.
Al mio fianco, gomito a gomito nella Accademia di Francia, c’era una giovane donna incantata anche lei davanti allo stesso quadro, immobile e silenziosa, forse immersa nello stesso pensiero amoroso (davanti a quel quadro ho tradito Giano con quel fantastico esemplare di uomo Anni Venti, baffi grigi e cappotto di cammello). A un tratto mi volto verso di lei e anche lei si volta verso di me. È Valeria. Ci conosciamo da quasi un secolo ma non ci siamo mai frequentate, solo incontri casuali, come questo. Divorziata dopo un anno di matrimonio, Valeria ha condotto da allora una vita libertina e ancora oggi che ha più di quarant’anni si dedica volentieri a sostanziosi incontri di riciclaggio erotico, recupero di antiche storie, e si dice che non perda mai una occasione con tutti gli uomini di passaggio nelle sue vicinanze, che siano liberi o sposati poco importa. Di preferenza, quando può, uomini più giovani di lei. Nella opinione comune una amabile sgualdrina.
Dunque ci siamo scambiata qualche impressione sulla mostra, più che per i quadri piuttosto cartellonistici, entusiasmo di tutte e due per quegli uomini Anni Venti tirati a lucido dalla Lempicka con amore. Esaurito questo argomento non avevamo altro da dire e a un tratto, non so per quale oscuro impulso, ho domandato a Valeria se conosceva la storietta dell’aquila a due teste. Breve e di effetto immediato, perfetta per l’occasione mondana.
«La conosco» mi ha risposto, «molto divertente.»
Strano che la conosca, mi sono detta, e le ho domandato chi gliela avesse raccontata.
Valeria ha avuto un momento di panico, poi si è ripresa.
«Un amico tedesco qualche giorno fa.»
«Allora» le ho domandato, «per caso conoscevi Johannes Westerhoff?»
«No, chi è?»
«Quello che l’ha raccontata a noi, un giornalista della “Frankfurter Allgemeine”.»
«No, non lo conosco. A me l’ha raccontata un agente della Deutsche Bank che ho incontrato a Todi a casa di amici.»
Dall’imbarazzo di Valeria e dalla furia di interrompere il dialogo e di andarsene, ho capito che mentiva. Perché mentiva? Ma è chiaro, perché la storietta gliela aveva raccontata mio marito, il quale naturalmente non si è sognato di dirmi che aveva visto Valeria. Se mi ha nascosto questo incontro con Valeria che cosa devo pensare? Il peggio. Ma attenzione, non devo lasciarmi travolgere dai pessimi pensieri della gelosia. È possibile che Giano gliel’abbia raccontata al telefono o magari è stato proprio l’agente della Deutsche Bank, perché no?
Calma, mi dico, calma Clarissa.

Giano

Cretina, dieci volte cretina. Chissà perché Valeria ha detto a Clarissa che conosceva la storiella dell’aquila a due teste. È caduta in un volgare saltafosso, la cretina. E perché mai ha detto che gliela aveva raccontata l’agente della Deutsche Bank? La seconda stupidaggine, le ho spiegato, è peggiore della prima perché ricalca inutilmente la provenienza tedesca della storiella e soprattutto perché l’agente della banca tedesca esiste veramente, ha anche lui una casa nei pressi di Todi ed è facilmente raggiungibile da Clarissa. In questo caso sarei veramente nei guai, ma per fortuna posso contare sulla pigrizia di mia moglie e forse sul suo desiderio di non sapere quello che sa già, se vedo o no Valeria.
Clarissa non mi ha parlato del suo incontro con Valeria nella Accademia di Francia ma, da quando ha capito che le avevo raccontato io la storiella dell’aquila a due teste, mi tiene sotto pressione con gelosie finte, che però possono anche sembrare segni di affetto vero. Si tratta di esercizi in malafede, una recita del nostro teatrino coniugale, un esercizio d’amore, alla fine.
Quando faccio le mie lezioni all’Università tengo spento il cellulare e allora lei mi manda brevi messaggi. “Chiama dopo la lezione.” Se dopo la lezione non telefono, quando arrivo a casa non mi dà pace. «Perché non hai telefonato?» «Dove sei stato?» «Chi hai visto?» «C’è qualche studentessa nei tuoi orizzonti?» Clarissa fa la faccia furba di quella che ha capito tutto, ma che mi ha già perdonato. La verità è più semplice, Clarissa è molto intelligente e ha capito che non c’è niente da capire nell’area studentesse. Anche per queste finzioni generose sono innamorato di lei, che noia senza Clarissa.
«Ma quali orizzonti e quali studentesse, per piacere.» Io so che si tratta di una sua messinscena per evitare i discorsi veri che nessuno dei due vuole affrontare, nessuno dei due vuole aprire la porta ai Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. Io rispondo distrattamente, che è il modo più semplice per annullare la sua finta gelosia, che forse nasconde, chissà mai, una gelosia vera. Siamo sempre vissuti nell’inganno e ci sta bene così, conviene a tutti e due, fino a quando questa maledetta storiella dell’aquila a due teste ha obbligato Clarissa a sospettare i miei incontri segreti con Valeria. Un momento, credo proprio che Clarissa lo sapesse già, ma fingeva di non sapere. Adesso non può più fingere come prima, vale a dire ha cambiato registro nella finzione. Clarissa sa bene che Valeria non si lascia mai sfuggire una occasione e se ci siamo visti una volta, tutto il resto è sicuro come due più due.
Ma perché Clarissa non mi ha parlato del suo incontro con Valeria alla mostra della Lempicka? Mi ha parlato della mostra con entusiasmo, come sono affascinanti sia gli uomini che le donne degli Anni Venti, comprese le automobili, ma sicuramente alla Lempicka piacevano molto gli uomini, si capisce dai suoi quadri, tutti uomini bellissimi e sempre eleganti. Forse a Clarissa conviene credere che la storiella dell’aquila a due teste l’abbia raccontata a Valeria non io ma veramente l’uomo della Deutsche Bank. Per questo non farà mai un ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. di Luigi Malerba
  3. Fantasmi romani
  4. Clarissa
  5. Giano
  6. Clarissa
  7. Giano
  8. Clarissa
  9. Giano
  10. Clarissa
  11. Giano
  12. Clarissa
  13. Giano
  14. Clarissa
  15. Giano
  16. Clarissa
  17. Giano
  18. Clarissa
  19. Giano
  20. Clarissa
  21. Giano
  22. Clarissa
  23. Giano
  24. Clarissa
  25. Giano
  26. Clarissa
  27. Giano
  28. Clarissa
  29. Giano
  30. Clarissa
  31. Giano
  32. Clarissa
  33. Giano
  34. Clarissa
  35. Giano
  36. Clarissa
  37. Giano
  38. Clarissa
  39. Giano
  40. Clarissa
  41. Giano
  42. Clarissa
  43. Giano
  44. Clarissa
  45. Giano
  46. Clarissa
  47. Giano
  48. Clarissa
  49. Giano
  50. Clarissa
  51. Giano
  52. Clarissa
  53. Giano
  54. Clarissa
  55. Giano
  56. Clarissa
  57. Giano
  58. Clarissa
  59. Giano
  60. Clarissa
  61. Giano
  62. Clarissa
  63. Giano
  64. Clarissa
  65. Giano
  66. Clarissa
  67. Giano
  68. Clarissa
  69. Giano
  70. Clarissa
  71. Giano
  72. Clarissa
  73. Giano
  74. Clarissa
  75. Giano
  76. Clarissa
  77. Giano
  78. Clarissa
  79. Giano
  80. Clarissa
  81. Giano
  82. Giano
  83. Copyright