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Parigi
Per arrivare allo Halle Carpentier, il nuovo impianto sportivo costruito appositamente per ospitare gli incontri di kickboxing, Muong aveva lasciato la linea metropolitana alla Porte de Choisy, attraversando a piedi tutto il XIII arrondissement. Parigi non era più, in quell’intrico di viuzze costellate di pelletterie e ristoranti orientali, la Ville Lumière; diventava Agharti, la città ai confini del mondo che appare solo una volta ogni cento anni, sospesa tra Oriente e Occidente. Il quartiere orientale di Parigi, di notte, evocava le atmosfere di un universo lontano dall’Europa ma neppure totalmente asiatico. Era il XIII e basta. Muong vi ritornava per la seconda volta, ma senza la guida di Santo per orientarsi in quel territorio che, ora più che mai, appariva infido. Si sentiva confusa attraversando quelle strade dove gli orientali avevano creato un loro mondo, mescolando le tradizioni di casa con le tentazioni dell’Occidente.
Anche lo spettacolo di lotta che i diecimila spettatori erano venuti ad applaudire al Carpentier aveva qualcosa di unico, difficile da attribuire alla cultura dell’Occidente piuttosto che a quella dell’Oriente. La kickboxing, un’insieme di discipline da combattimento figlie delle arti marziali quanto del pugilato inglese, stava guadagnandosi una popolarità sempre maggiore anche in Europa.
Muong si soffermò per qualche istante davanti alla biglietteria. Sopra un pannello luminoso era affisso un enorme poster della manifestazione sportiva organizzata dalla Federazione internazionale di kickboxing. L’attrazione principale del gala era il Campionato del mondo femminile, combattuto con le regole siamesi. Due donne si sarebbero affrontate per undici riprese in un confronto gladiatorio scambiandosi pugni, calci e ginocchiate.
La folla rumoreggiava, eccitata da quella sfida che nulla aveva a che spartire con la severa disciplina delle arti marziali tradizionali ma che non era neppure un semplice confronto sportivo. Muong si fece largo tra gli spettatori in fila al botteghino, registrando commenti, scommesse ed entusiasmi. Non erano venuti ad assistere al combattimento per rimanersene zitti e concentrati come a una funzione religiosa. Quello non era il pubblico delle gare di arti marziali cui Muong aveva assistito da bambina nello Shan; era una folla esagitata, desiderosa di trovar sfogo in un rito liberatorio. La kickboxing, come aveva detto una volta Santo Castiglione, è uno sport da animali. Ma gli uomini sono animali. E gli animali si battono.
Il ricordo di Santo le provocò un’improvvisa vertigine che dominò a stento. Mentre si avviava al parterre, rammentò ancora una volta il motivo che l’aveva spinta a venire in Europa.
Angelo Castiglione, il figlio di Santo, viveva a Parigi. Apparentemente aveva reciso ogni legame con la famiglia. Gestiva un centro sportivo, organizzando incontri di kickboxing. La ragazza che sarebbe salita sul ring quella notte, Katia Bornés, era una sua allieva.
Muong non aveva mai incontrato di persona Angelo Castiglione, ma le parole con cui Santo le aveva descritto il combattimento che aveva posto fine alla sua carriera di kickboxer avevano lasciato dentro di lei una traccia così vivida da convincerla di conoscerlo intimamente.
Un poco lo odiava. Angelo era tutto ciò che, per Muong, simboleggiava la parte peggiore di se stessa. La tentazione di dimenticare, di lasciare che il tempo lenisse il dolore, costringendola a desistere dal suo compito. Un’ipotesi inaccettabile. La ribellione di Angelo aveva creato una voragine tra padre e figlio. Eppure, pochi giorni prima di morire, Santo aveva chiesto di lui, la progenie tanto amata che gli aveva voltato le spalle. Muong era intimorita dal compito che l’aspettava. Per quel che ne sapeva, Angelo aveva giurato di non tornare mai più sulla sua decisione.
In realtà, Muong non aveva scelta. Rifiutare il peso dell’eredità di Santo l’avrebbe portata solo al punto di partenza: un locale di Patpong, il quartiere a luci rosse di Bangkok. Un susseguirsi di giorni tutti uguali, scanditi da musica e sesso consumato senza amore. Anche lei aveva giurato di non tornare sui propri passi.
— Signorina, non si può entrare qui dentro. Al pubblico è riservata quell’area.
La voce costrinse Muong a un brusco ritorno alla realtà. Fronteggiò il giovanotto di colore che le sbarrava la strada.
— Stampa — disse, attenendosi al copione che aveva accuratamente preparato. — “Black Belt”, sono venuta per intervistare Katia Bornés.
Di fronte al badge plastificato con il logo della più prestigiosa rivista americana di arti marziali, il giovane si fece da parte. Ricevere una menzione su “Black Belt” significava salire quasi automaticamente nelle classifiche internazionali. Katia Bornés aveva bisogno di ogni spazio concessole dalla stampa, se voleva essere invitata a combattere al Madison Square Garden di New York o alla Kokugikan Hall di Tokyo. Muong vide schiudersi davanti a sé la strada per gli spogliatoi, senza incontrare altre difficoltà.
La giovane donna non passava inosservata. Al contrario degli altri, non indossava una tuta sportiva ma abiti eleganti, persino troppo ricercati per una serata come quella. Avvertì gli sguardi di due allenatori che interruppero la loro discussione per domandarsi chi fosse quell’indocinese dai lunghissimi capelli color ebano per essere ammessa negli spogliatoi della Thai Gym. Nella zona riservata agli atleti ferveva l’attività preparatoria. Due ragazze allungavano i bicipiti femorali alla sbarra, un massaggiatore riordinava bende e unguenti mentre un pugile stava allineando con meticolosa precisione parastinchi e calzari imbottiti che avrebbe indossato prima di salire tra le quattro corde.
— Angelo, c’è una giornalista per Katia — annunciò l’accompagnatore di Muong.
— Niente interviste prima del match, la conosci la regola — rispose una voce da una stanzetta attigua. Oltre il battente socchiuso, riecheggiava il rumore ritmico di qualcuno che saltava la corda.
— Ma è di “Black Belt”...
— Non mi frega un accidente per chi lavora... abbiamo bisogno di concentrazione.
Un uomo uscì dalla saletta di riscaldamento con il cipiglio deciso di chi vuol tagliar corto a ogni discussione.
Angelo Castiglione rimase per un attimo colpito dalla donna che si era improvvisamente introdotta nell’universo protettivo che difendeva la sua atleta. — Senta, io non...
— Non sono una giornalista — disse Muong affrontando direttamente il problema. — Questo badge è falso. Spero vorrà perdonare questo piccolo sotterfugio ma, quando saprà il motivo della mia visita, capirà.
Muong mantenne lo sguardo fisso, come per saggiare la reazione di Angelo Castiglione. Lo aveva visto solo in qualche vecchia foto, ma lo aveva riconosciuto immediatamente. La somiglianza tra padre e figlio era evidente anche per un osservatore distratto. Angelo era poco più alto del padre con il quale condivideva una struttura massiccia e i lineamenti decisi. Muong conosceva bene anche gli altri componenti della famiglia. Tony Castiglione, il fratello più giovane, non aveva nulla in comune con lui. Piuttosto era ravvisabile una somiglianza con la sorellastra, Lisa Kim, figlia di secondo letto di Santo. A differenza di Lisa, Angelo Castiglione non possedeva nessuna caratteristica orientale, ma qualcosa, nella struttura del volto, li accomunava al padre. I capelli di Angelo erano castani come quelli della madre e gli occhi erano perfettamente allineati agli zigomi. La durezza dei tratti del viso era identica a quella degli altri membri della famiglia nei momenti di tensione.
— Chi diavolo è, allora? — domandò Angelo con un leggero tremito nella voce.
— Mi chiamo Muong. Vengo da Bangkok per una questione importante. Porto notizie di suo padre.
L’atmosfera surriscaldata dello spogliatoio sembrò vetrificarsi in tanti piccoli aghi di ghiaccio. Gli atleti avevano interrotto gli esercizi, voltandosi verso Angelo. Nessuno sapeva nulla della sua famiglia.
— Perdoni la mia scortesia, Muong. Sono certo che le ragioni che l’hanno spinta a questo viaggio sono più che importanti, ma capita in un momento delicato.
— Lo so, lei ha un dovere da adempiere. Un kroo muay è come un padre per gli allievi. Segua la sua atleta e si concentri sul combattimento. Io l’aspetterò qui. Quando avrà terminato, potremo parlare.
— Sanuk — rispose automaticamente Angelo, usando un’espressione tipica thailandese. Notò solo in quel momento che Muong aveva usato volutamente termini e formule delle arti marziali tradizionali per riferirsi alla sua attività di coach. Era una trappola, naturalmente. In quel modo Muong gli ricordava che esistevano doveri e obblighi che non poteva ignorare, anche se ufficialmente aveva rotto con la famiglia.
— Hervé le terrà compagnia, Muong. È un onore averla con noi.
Muong concesse un punto al suo interlocutore con un cenno di assenso. — È un onore per me essere ammessa nel suo clan, nay Angelo. Il suo gym è famoso nel mondo. Suo padre ne sarebbe orgoglioso. — Lo smarrimento provocato dalle sue parole la convinse a non spingersi oltre. In un momento così delicato, posticipare la notizia della morte del padre era l’atteggiamento più conveniente.
Mentre chiudeva alle sue spalle la porta dello spogliatoio Angelo si sentì investito da un indefinibile malessere. La comparsa, senza alcun preavviso, di quella donna sicuramente legata a suo padre era di per se stessa una circostanza capace di fargli perdere ogni lucidità. Il fatto poi che la giovane gli avesse annunciato senza mezzi termini di essere venuta in Europa espressamente per riferirgli notizie del padre rischiava di mettere a repentaglio il suo equilibrio mentale in un momento in cui necessitava di tutta la lucidità disponibile. Angelo lottò per ricacciare quell’inaspettata apparizione e il fardello di turbamenti che si portava appresso in un angolo remoto della mente. Non mancava molto all’incontro di Katia e il suo compito di coach richiedeva la più assoluta concentrazione.
Katia Bornés aveva quasi ultimato il riscaldamento preliminare. La tuta di panno grigio col suo nome stampigliato sulle spalle era zuppa di sudore. Sei minuti di salto con la corda senza interruzione le provocavano appena un leggero affanno. Accorgendosi del ritorno di Angelo, eseguì un ultimo salto incrociando le braccia davanti a sé per disegnare nell’aria un otto che attraversò con un piccolo balzo. Rivolse al suo allenatore un mezzo sorriso, inclinando un poco il capo di lato, come faceva nei momenti di intimità.
— Via la corda e allunga i muscoli delle gambe — ordinò Angelo, troncando ogni tentativo di portare i loro rapporti presenti su un piano più personale. In quel frangente la loro relazione era insignificante. Erano l’allenatore e l’allieva e si preparavano ad affrontare una battaglia che li avrebbe impegnati al limite delle loro capacità.
Katia assentì, aveva recepito il messaggio. Ripiegò la corda di cuoio, deponendola poi nella borsa. Con un movimento agile appoggiò la gamba sinistra sullo spigolo di un calorifero. Mantenne la punta del piede rivolto al soffitto e, gradatamente, si chinò verso la gamba per distendere la muscolatura. Dopo lo sforzo aerobico stava tornando a una situazione di normalità, con atti respiratori prolungati.
Mentre l’osservava dedicarsi agli esercizi studiati per favorire la mobilità articolare durante l’incontro, Angelo andò a raccogliere i colpitori imbottiti che le sarebbero serviti per ripassare le combinazioni.
Katia era solo leggermente tesa. Angelo era compiaciuto: la sua allieva aveva imparato bene. Era una dura, avrebbe dato del filo da torcere a Sandra Pattong, la campionessa di Bangkok che i bookmaker indicavano come favorita.
Non si poteva dire che Katia fosse realmente bella, non nel senso classico almeno. I lineamenti erano decisamente troppo marcati con quegli zigomi alti e le labbra piene, carnose, perennemente imbronciate. Il piccolo naso avrebbe reso più accattivante l’espressione se non fosse stato rotto. Era successo la stagione precedente, durante un incontro con un’olandese che le aveva lasciato una piccola ma evidente gibbosità a metà del setto come ricordo prima di finire lei stessa al tappeto per il conto finale. La cascata di riccioli biondi, raccolti in una coda, rendeva la sua fisionomia piacevolmente femminile a dispetto delle spalle un po’ troppo larghe e delle cosce scolpite di muscoli. L’allenamento aveva regalato a Katia un fisico tonico, ben proporzionato, ingentilito dal seno pieno e dagli occhi vivaci.
— Sono pronta — disse la ragazza come se si fosse accorta dell’esame silenzioso cui veniva sottoposta.
— Metti i guanti. Cominciamo.
— Com’è l’atmosfera? — s’informò infilando i guanti di pelle contrassegnati da una larga fascia bianca nel punto dove avrebbero raggiunto il bersaglio.
— Rovente — le assicurò Angelo. — Lady Tyson ti manda i suoi auguri.
— Vada a farsi fottere se ci riesce, incontrerò anche lei.
Angelo sorrise, nuovamente compiaciuto. La ragazza nota in tutti i gym di kickboxing col nomignolo di Lady Tyson si chiamava in realtà Lucia Rjker ed era una delle più acclamate combattenti del circuito olandese, notoriamente tra i più duri del mondo. Sessanta chili di potenza e aggressività. Per il momento era decisamente fuori dalla portata di Katia, ma la battuta spavalda della ragazza era indicativa della sua decisione di far polpette di Sandra Pattong e arrivare al titolo mondiale anche in quella categoria.
Angelo serrò i gomiti offrendo come bersaglio i due colpitori imbottiti. — Scaldati con qualche circolare — ordinò.
Katia cominciò a muoversi con l’agilità di una ballerina davanti a lui. Improvvisamente lasciò partire un calcio a semicerchio, espirando tutta l’aria che aveva nei polmoni. Il colpo arrivò con la tibia e costrinse Angelo a puntellarsi sui piedi per assorbire la botta che lo aveva spinto contro il muro. Di nuovo i loro occhi si incontrarono. Era sparita, dalle pupille di Katia, qualsiasi allusione ai loro rapporti personali. Per Katia Bornés, come per qualunque altro kickboxer, il combattimento iniziava molto prima di salire sul ring, era un duello con se stessi che era fondamentale vincere per terminare in piedi l’incontro.
— All’angolo rosso, accompagnata da Angelo Castiglione della Thai Gym — la voce stentorea dell’annunciatore vibrava, come propagata da un diapason — Katia “The Queen of Pain” Bornés.
Appoggiato alle corde, Angelo osservò la sua pupilla farsi avanti sino al centro del ring, alzare il braccio e salutare il pubblico. Il peggio era passato, l’atmosfera opprimente degli spogliatoi dimenticata. L’attesa era terminata.
— All’angolo blu, direttamente dal Lumpini Stadium di Bangkok... Sandra “Occhi di Ghiaccio” Pattong, campionessa del Sudest asiatico in carica.
Dagli spogliatoi si levò un nuvola di fumo artificiale, subito accompagnata dall’ovazione del folto pubblico orientale venuto ad applaudire la leggenda vivente, la donna che vantava nel suo palmares il maggior numero di KO inflitti alle avversarie. Per una decina di secondi le luci stroboscopiche fendettero il fumo senza che fosse possibile scorgere alcunché, poi, contemporaneamente allo scandire delle prime note di Eye of the Tiger, Sandra Pattong emerse dagli spogliatoi circondata dai suoi secondi, com...