Nuovi Argomenti (65)
eBook - ePub

Nuovi Argomenti (65)

  1. 224 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Nuovi Argomenti (65)

Informazioni su questo libro

Hanno collaborato: Francesco Piccolo, Fiorenza Sarzanini, Matteo Trevisani, Giorgio Falco, Giuseppe Rizzo, Flavia Piccinni, Alessandro Mari, Tommaso Giartosio, Francesco Gallo, Alessandra Sarchi, Ben Lerner, Roberto Deidier, Antonella Lattanzi, Matteo Bertini, Guido Monti, Matteo Gagliardi, Keith Gessen, Claudio Morici, Francesco Palmieri, 404: file not found, Paolo Di Paolo.

Domande frequenti

Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
  • Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
  • Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Entrambi i piani sono disponibili con cicli di fatturazione mensili, semestrali o annuali.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a Nuovi Argomenti (65) di AA.VV. in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.

Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2014
Print ISBN
9788804638155
eBook ISBN
9788852048746

images


SCRITTURE

images

PER UN’ANTOLOGIA
PALATINA DEL ’900


images


di Tommaso Giartosio

L’esistere del mondo stamattina
è bellicoso e imbarazzante. Vedo
un fuoco di gerani sul balcone.
E quei ragazzi, giù in strada. E le case
che stanno enormi contro il cielo torrido.
Ma tutta la mia vecchia città, credo,
ride orgogliosa come una bambina.
Io no. Io sono disarmato, e siedo,
e scrivo, e guardo come stranamente
questa lama m’insanguini la mano.
Altra ferocia, penso; inoffensivo
è solo il boia. Tutto il resto uccide.
Una malattia professionale
Viaggiando con un vecchio minatore
s’impara che la morte qualche volta
la si respira senza farci caso,
per anni. Ci si accorge dopo anni
che non la montagna si consumava
ma noi; che è troppo tardi – bisognava
saperlo, che nel cuore dell’abisso
ci si sprofonda dentro un ascensore
con i pulsanti bianchi illuminati;
impuntarsi sulla soglia, nel sole
fresco del primo inverno andare via
e trovare lavoro in un ufficio,
un posto fisso ad una scrivania.
Leggendo Kafka
Male, non mi mostrare quanto esatto
il tuo mostruoso affetto mi accarezza,
la tua crudele determinatezza
che sceglie per quest’attimo quest’atto.
In quella macchina un uomo contratto
curva la fronte verso il parabrezza,
come un arbusto che la neve spezza
quasi: ma trema e si drizza di scatto.
Pochi passanti vanno intirizziti
verso l’insegna accesa di un locale.
Il caldo, dopo il freddo, è naturale.
Penseranno, quando saranno usciti,
tutto il contrario. Sono sciocchi riti:
lasciaci almeno questo, dolce male.
***
Ripenso a te quando mi volto piano
e guardo la mia spalla, e mi rammento
di te che posi il capo sonnolento
sulla mia spalla, in un giorno lontano.
Ritorno a te, se osservo la mia mano
tracciare sulla pietra il movimento
con cui sfioravo la tua pelle: sento
sotto le dita la tua pelle: strano.
Se rivedo risplendere il tuo corpo
nell’ombra del mio corpo, e mi rispecchio
in te per riconoscere me stesso,
prima che muoia mi sarà concesso
di sorprendere in me brutto, in me vecchio,
te con bellezza, giovinezza, morte?
***
Poesie d’amore al vento se davvero
tutto ti strappa a me, tutto ti nega,
io per primo che lascio sulla carta
l’azzurro dei tuoi occhi ad altri occhi
le mani ad altre mani e interamente
te a tutti gli altri. Dire questo è dare
tutto alla leggerezza che ci lega:
poesie d’amore al vento se nel vento
in apparenza ti apparento a me.

MOLTO ANCORA
DOVRÀ ACCADERE


images


di Francesco Gallo

Il giorno in cui Pasqualino Massa si trasformò in un Koroooth, ovvero un feroce, implacabile nonché famelico alieno/vampiro, originario della galassia di Seyfert, e giunto sul nostro pianeta, la Terra, all’unico scopo d’ingozzarsi di sangue umano, fu anche il giorno in cui dovetti affrontare un’importante prova di coraggio.
Accadde durante l’estate di ventuno anni fa, nel 1994. Avevo tredici anni, allora, e frequentavo la III C della Scuola Media Statale «Paolo di Tarso» di Bacoli, in provincia di Napoli.
Era un periodaccio. Il mio rendimento scolastico era calato. Matematica, Inglese, Storia, Italiano. I compiti in classe, che prima mi venivano restituiti per lo più integri, con soltanto il voto scritto a penna, cominciarono a tornarmi indietro martoriati di cancellature e correzioni e doppie e triple sottolineature.
I problemi non riguardavano soltanto la scuola. Dentro di me c’era qualcosa che proprio non girava per il verso giusto. A casa, per esempio, non riuscivo a divertirmi più come una volta.
Leggere le vecchie storie a fumetti di Martin Mystère (anche le preferite, che avevo ordinato per posta: la numero 13, Un vampiro a New York, e la numero 14, La maledizione) aveva smesso di appassionarmi. Identico discorso per i film. Con i videogiochi, poi, avevo toccato il fondo: durante certe partite a «Lemmings 2: The Tribes», per esempio, invece di metterne in salvo il maggior numero possibile, condannavo a morte quegli esserini dai capelli verdi dirigendoli verso il baratro di un suicidio di massa.
Smisi di frequentare gli amici: rinunciai a sedermi in fondo all’autobus assieme a loro quando si usciva per qualche gita scolastica; feci scadere i termini di iscrizione per l’ultima edizione del torneo di calcetto tra sezioni. Abbandonai la possibilità di infilare una mano sotto il maglioncino di una compagna di scuola che mi piaceva, Giuseppina «Giusy» Salemme, dicendo addio alle feste di compleanno (la mia e quella degli altri).
Frequentavo solo un mio compagno di classe che si chiamava Pasqualino Massa.
Pasqualino Massa era famoso, a scuola, per un episodio che era accaduto nel primo anno, durante il compito in classe di Biologia.
Quando la maggior parte di noi aveva già consegnato le risposte, Pasqualino, con il foglio ancora davanti, sbatté improvvisamente le braccia sul banco, cacciò un urlo, e, in preda a un violento tremore, iniziò a sbavare. Ricordo i suoi occhi rovesciati all’indietro e gli angoli della bocca che perdevano filamenti di saliva.«Andatevene! Andatevene fuori, vi prego!» cominciò a gridare Pasqualino Massa, con voce cavernosa. «Sta accadendo adesso! Adesso! Mi trasformo in un… in un… drago di Komodo!»
Ci furono urla e i rumori delle sedie e dei banchi spostati.
Il professore Giarrusso, però, diede prova di sangue freddo, e provvide a metterci tutti quanti in salvo scortando fuori dall’aula il povero Pasqualino Massa.
Tra i ragazzini della «Paolo di Tarso», Pasqualino Massa apparteneva alla categoria degli “alunni delle suore”. Erano un gruppo di adolescenti i quali, a causa di una situazione famigliare “difficile” (questa, almeno, era la parola che sentivo adoperare di più), attendevano un nuovo affido genitoriale presso l’istituto religioso della Colonia Castaldi.
Erano quelli “strani”. Noi “normali” li evitavamo come la peste.
Pasqualino Massa, tra di loro, si distingueva per queste sue capacità di trasformazione.
Dopo il drago di Komodo, infatti, si trasformò in un velociraptor. Poi in un lottatore di wrestling mascherato e, infine, dal momento in cui era in grado di assumere anche l’aspetto di un oggetto inanimato, in una pala meccanica.
Nel frattempo, noi compagni imparavamo ad accettare quelle sue crisi. C’era chi sosteneva che avesse semplicemente qualche rotella fuori posto. C’era chi parlava di attacchi epilettici. C’era chi lo accusava di ricorrere a quelle metamorfosi per crearsi delle vie di fuga davanti a momenti di stress.
Un’idea precisa, io, non ce l’avevo. So soltanto che durante quell’ultimo anno, l’anno della prova di coraggio, io e Pasqualino Massa iniziammo a passare un bel po’ di tempo assieme. Certi pomeriggi lo invitavo addirittura a casa. Lo facevo entrare di nascosto, senza che mia madre se ne accorgesse.
Ricordo che una volta, mentre ce ne stavamo seduti sul letto a guardare la televisione, gli chiesi a bassa voce: «Pasqua’, ma quand’è che hai cominciato a trasformarti? La prima cosa che sei stato, Pasqua’, te la ricordi?».
Pasqualino Massa aveva occhi piccoli e azzurri, schermati dalle lenti degli occhiali. I capelli ricci, avvitati sulla testa come bulloni, e una faccia larga e piatta, minata da un’infinità di lentiggini: partivano dalla punta del naso e si irradiavano ovunque; parevano delle stelle minori collocate ai margini delle galassie come si vedevano nei sussidiari di scienze.
«Aspe’… Famm’ concentra’…»
Pasqualino Massa iniziò a oscillare la testa. Si portò le dita alle tempie e socchiuse le palpebre. Stava forse andando in trance? Nel dubbio, recuperai il telecomando del televisore e azzerai l’audio.
«’A primma vota… So’ stato…»
Passava dal dialetto all’italiano con estrema disinvoltura. I miei amici, invece, si limitavano a pronunciare in napoletano le parolacce. Pasqualino Massa no. Associai quell’abilità alla capacità di transitare da uno stato all’altro della materia.
«’A primma vota…» riprese a dire Pasqualino, dopo un tempo che mi parve lunghissimo. «Era scuro scuro… calore assaje… E nun se senteva niente.»
«E poi, poi?»
«E poi… m’aggio scurdato» e piegò il muso verso il bordo di una tazza di Nesquik.
A volte si comportava come un vero paranoico.
Mentre studiavamo, o meglio: mentre entrambi fingevamo di studiare, se udiva un veicolo giù in strada frenare di colpo, mi faceva segno di stare zitto, si accostava alla finestra e sbirciava fuori. Poi, scoccando le dita, ammetteva in tono cospiratorio: «Falso allarme. Ma una volta o l’altra, vedrai, mi troveranno…».
Aveva paura del pullmino della Colonia Castaldi. Quello giallo. Quello che aveva stampata su entrambe le fiancate una riproduzione (quasi sicuramente illegale) dei personaggi della Warner Bros: Bugs Bunny, Duffy Duck, Taddeo… Pasqualino Massa aveva paura di farsi catturare, e portare via come un randagio.
Dove andavano quei ragazzi? Chi si occupava di loro? Quando salivano a bordo di quel pullmino, sapevano cosa sarebbe stato delle loro vite, oppure lo scoprivano quando ormai era troppo tardi?
Certo che ne aveva di problemi, Pasqualino.
Eppure un giorno, a scuola durante l’intervallo, stanco più del solito di farmi logorare da quel misto di rabbia e frustrazione che sentivo crescere dentro di me per i voti che continuavano a scendere, gli dissi: «La vuoi sapere una cosa, Pasqua’? Fanculo tutto. Ma tutto proprio. I voti, la scuola…».
«Quella chiavica della Moscato, che mi ha messo 4.»
«E a me 5. Vabbuo’.»
Lo guardai. Lui mi restituì uno sguardo rabbioso, appena smorzato dalle lenti degli occhiali.
«Tu in vita tua sei stato un sacco di cose, no?» gli domandai.
Pasqualino Massa fece di sì con la testa.
«E sai che ho scoperto? Che io invece non so’ stato niente. Niente, Pasqua’. E se continua così, non sarò mai niente. Lo vedi a quello là? Io è come a lui che voglio diventare. Hai capito? Come a lui. Mo guarda se non lo faccio.»
Mi riferivo a Giuseppe Erbasto.
Studente in un Istituto Tecnico, aveva qualche anno più di me ma ai miei occhi appariva come un gigante: una muscolosa struttura a V che era il risultato di un allenamento in palestra tutto sbilanciato nei confronti della parte superiore del busto. Aveva la testa piccola, gli occhi scuri, il naso schiacciato e la bocca sporgente. Chi lo aveva sentito parlare, giurava che sembrava di sentire il ringhio di un cane.
Quando faceva sega a scuola, Giuseppe Erbasto veniva davanti alla «Paolo di Tarso». E le ragazzine – e, che rabbia, Giuseppina «Giusy» Salemme era tra le prime ad accorrere – si radunavano attorno al suo malconcio Sì della Piaggio.
Giuseppe Erbasto se ne stava lì, a dare ripetuti, rumorosissimi colpi di acceleratore, e quelle, le ragazzine, chissà se per qualche battuta divertente o che altro, liberavano nell’aria lo squillo adamantino di una (per me inspiegabile) risata.
Con lui c’era anche la sua banda. Ragazzini che mettevano in fila una bocciatura dietro l’altra per poi abbandonare la scuola senza che gliene fregasse qualcosa.
Volevo far parte di quella banda. Ma mi serviva un aggancio.
Sapevo che Giuseppe Erbasto trascorreva la maggior parte del tempo libero seduto ai tavolini di un bar che si chiamava «PETER PANINO».
Ricordo di esserci passato davanti, una sera, mentre ero in auto con mia madre.
Per lei quelli erano i “ragazzi senza futuro”. Ignoranti. Drogati. Portatori di malattie. Perfino quella malattia che in quegli anni avevano tutti paura di pronunciare. L’AIDS. (Anche se, dal momento in cui nessuno mi pareva racchiuso in una bolla fosforescente e violacea, come la televisione mi aveva mostrato poteva accadere quando si andava a letto con tante donne, almeno quelli, be’, dovevano averla fatta franca.) Chissà quanto facevano stare in pena i loro genitori. Ciò nonostante, era proprio uno di quei poco di buono lì, anzi, il loro capo, che avevo deciso di prendere come modello. Ma non potevo andare a parlare con uno di loro. Dovevo mandarci qualcun altro.
«Pasqua’» chiesi quel pomeriggio a Pasqualino, «tu lo sai come devo fare per entrare nella banda di Giuseppe Erbasto?»
«Ci sta una prova» mi spiegò. «Una prova di coraggio.»
«Racconta.»
Pasqualino Massa mi raccontò. Ma in cosa consisteva questa prova, però, non lo sapeva. Mi chiese soltanto se possedevo un animale domestico.
Mi venne subito in mente Pastanò. Pastanò era il criceto di mia sorella più piccola, Francesca, e si trattava di un regalo di nostro padre.
Lo acquistammo in un negozio che si trovava in un vicoletto del centro storico di Bacoli, tra il circolo per gli anziani e una bottega di alimentari con i lamierini pubblicitari dei gelati Motta.
Dentro, mentre mio padre contrattava con il negoziante, io me ne stavo per conto mio, con il naso incollato a una teca della parete. Osservavo un fondo di sabbia bianca, dei piccoli massi di plastica grigia, e l’ingresso di una grotta.
«Guarda che belli! Non sarebbe bello averne uno?» domandò Francesca.
Dall’altro lato, in un grosso boxer di cartone, guaiva una cucciolata di San Bernardo. Mi voltai. «Sì, vabbuo’, poi chi lo porta a fare i bisogni? Tu?»
«Non vedi quant’è bello quello… quello piccolo... Che bisogni? Che dici?»
«A pisciare. Chi lo porta a pisciare? Lo porti tu?»
Francesca si mise le mani davanti alla bocca. «Hai detto una parolaccia. Ora ce lo dico a papà.»
«“Glielo dico”, non “ce lo dico”. Stupida.»
«Papà!»
Andammo verso la cassa ancora discutendo.
In quel momento, il negoziante materializzò sul bancone una casetta di plastica. Francesca lanciò un gridolino di stupore. Mio padre scoppiò a ridere.
Dall’angolo più distante della casetta, allineato col mio punto di vista, stava un criceto che mi fissava. I suoi occhi erano piccoli e neri. Profittevoli. Pieni di cazzimma.
Mi risultò subito antipatico, quel criceto.
Se quello era il regalo per Francesca, pensai mentre tornavo a casa, chissà quale sarebbe stato il mio. Francesca, però, sembrava così felice col suo criceto, che, realizzai, qualsiasi tipo di regalo non sarebbe mai stato in grado di farmi sentire altrettanto felice.
«Ti chiamerò Pastanò. Che dici, ti piace? Quand’ero piccola la pasta non mi piaceva. E dicevo sempre: “Pasta no, pasta no”. Manco a te posso dare la pasta. L’ha detto il signore del negozio. Vero, papà?»
Mio padre le rispose. Tirò fuori anche un lungo elenco di doveri coniugati in maniera a dir poco sospetta: dovevamo pulire la gabbietta di Pastanò, dovevamo ricordarci di dare da mangiare a Pastanò, dovevamo verificare che Pastanò stesse sempre bene… sempre al plurale.
Da lì, un dubbio atroce: era forse anche mio quel regalo? Ma per quale motivo quello che desideravo potevo averlo soltanto se lo desideravo assieme a qualcun altro? Non avevo diritto a un regalo tutto mio? Mio padre parve accorgersi chissà come dei miei pensieri. S’era forse accorto di aver commesso un errore? Che intendesse recuperare all’ultimo momento?
Glielo impedii. Quando mi chiese se mi piaceva il regalo di Francesca, e se anch’io sapessi cos’è che volevo, risposi: «Io non voglio nessun regalo».
Dovetti pronunciare quelle parole in una maniera assai convincente perché restò zitto fino al ritorno a casa.
«Ho un criceto» dissi a Pasqualino Massa, riprendendo il nostro discorso. «Mia sorella ce l’ha.»
«A posto, allora. Erbasto lo contatto io. Tu tieniti pronto.»
Quando Pasqualino Massa finalmente combinò l’incontro, ero incapace di pensare a qualsiasi altra cosa.
Mentre facevo colazione al mattino, e fissavo i frollini che galleggiavano dentro la tazza di latte tiepido, e in classe, mentre gli squilli delle campanelle mi risuonavano dentro le orecchie come rintocchi a morto. Lanciavo ripetuti sguardi al quadrante digitale del mio orolog...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Nuovi argomenti (65)
  3. DIARIO - Francesco Piccolo
  4. LA RIVISTA CHE SAPEVA TROPPO
  5. SCRITTURE
  6. RIFLESSIONI
  7. Notizie biografiche