Me ne sono innamorato in un secondo. Come della pallavolo.
Giocavo a Perugia, in serie A. La società era convenzionata con L’orto del frate, una trattoria vicino al palazzetto dello Sport. Ci facevano buoni prezzi e in tre anni, a forza di frequentarlo, ero diventato molto amico di Mario, il gestore: mi aveva quasi adottato. Bisogna spiegare che il nome Orto del frate nasce dal fatto che Mario da giovane ha studiato in un convento a Norcia, poi si è innamorato, pure lui, e di benedettino gli sono rimasti il cuore e i sandali. È facile immaginare che si sia sempre trovato un po’ spiazzato di fronte a “riti pagani” come la festa della donna... Non aveva mai organizzato niente ma quell’anno, era il 2005, contando sul fatto che anche il Perugia calcio era in serie A e che noi ragazzi ci conoscevamo tutti, ci ha proposto: «Verreste, due della pallavolo e due del calcio, a fare i camerieri? Vi mettete una maglietta nera e i jeans, io vi do un grembiule e voi servite le ragazze, portate il vino in tavola, fate un po’ i piacioni...». Poi ha pronunciato la frase magica: «Hanno prenotato novantotto donne e l’ingresso è vietato agli uomini fino a mezzanotte».
Non mi è parso vero. Mi sono detto: “Siamo gli unici là dentro sotto i trenta: spopoliamo. Chissà quanti numeri di telefono raccolgo stasera”.
Mi sono fatto carino: sbarbato, i capelli accorciati, la mia migliore maglietta nera e sono andato là, super contento.
Con Alessandro Trimarchi e i due calciatori prendo in mano la situazione. Distribuiamo grandi sorrisi e occhiolini, accenniamo qualche mossa di ballo, versiamo il vino alle signore e io faccio bene il mio mestiere: guadagno tre o quattro numeri di telefono e sarebbe il momento di valutare il da farsi, però manca ancora un tavolo. E non un tavolino da due: un tavolo da dieci, che campeggia vuoto sulla parete in fondo. Che faccio: volto le spalle così a dieci ragazze? E se poi entra la donna della mia vita e mi brucio una chance per la fretta? Non se ne parla.
Le ragazze entrano dopo poco, una fila di ghiaccioli che, appena varca la porta, comincia a togliersi cappellini, sciarpe e altri ammennicoli, fuori fa un freddo barbino. Sono appoggiato al bancone, intento a darmi un tono da uomo che non deve chiedere mai, quando la vedo. È la seconda. È nascosta da un cappotto gigante e un berretto spesso tre dita. Le altre sono pronte alla guerra: scollature, tacchi, minigonne; lei ha un cappello di lana panna e azzurro, con i paraorecchi e il pon-pon.
Mi incanta all’istante e mi produco in una scenetta imbarazzante che ricorderò per tutta la vita: io la guardo, lei mi guarda, le faccio “ciao” con la manina, sfarfallando appena le dita. Roba da matti: tre anni da single e intere estati passate a dragare la costa da Milano Marittima a Riccione (e ritorno) non sono serviti a niente. Il tempo di pensare che al suo posto non mi degnerei di uno sguardo, che lei mi risponde, mi fa “ciao” con la manina a sua volta. Miracolo.
Il patacca che è in me si sarebbe precipitato al tavolo a prendere i cappotti, scostare le sedie, buttare lì una mezza frase... ma io niente: sono imbambolato. Rimango al bancone, a osservarla muoversi, sedersi, sorridere alle amiche, scostarsi i capelli dietro l’orecchio destro, far brillare un orecchino lungo e sottile, finché non mi rianima brutalmente Alessandro: «Jack, sveglia!» e mi rifila una gomitata. «Le ragazze in fondo chiedono se, invece di fissarle, puoi portare in tavola il vino della casa.»
Con uno scatto felino mi fiondo alle caraffe e veleggio al tavolo. Riempio tutti i bicchieri e, colpo di genio, lascio il suo per ultimo. A quel punto, già che ci sono, mi accuccio lì accanto.
«Giacomo.»
«Alessia.»
Mi si illuminano gli occhi: «Il primo amore e anche l’ultimo» le dico, perché la mia prima fidanzatina al liceo si chiamava Alessia – un nome bellissimo, che mi sarebbe piaciuto per mia figlia. Invece di mandarmi a quel paese, mi sorride e rimane ad ascoltarmi mentre le racconto ogni cosa: del mio babbo che fa il medico all’ospedale di Lugo di Ravenna e di quanto parla, quasi come me, e di quanto lo ammiro; della mia mamma, che mi chiamava “viandante” perché vivevo più fuori casa che dentro; di me, che sono cresciuto a Villanova di Bagnacavallo, una campagna stupenda vicino al mare, con due fratelli, uno più grande e uno più piccolo, e non so da chi ne ho prese di più; del colpo di fulmine per la pallavolo, e di come sono arrivato fino lì, a Perugia. Poi passo ai sogni – quelli di gloria, di vita, d’amore, i figli che vorrei – e al futuro, fin dove riesco a immaginarmelo.
«Invece cosa mi dici di te?»
Parentesi: adoro parlare. All’asilo la maestra, se doveva assentarsi un minuto, mi piazzava sulla cattedra e io intrattenevo tutti con il racconto di qualche episodio (romanzato) che mi era accaduto veramente. Sono nato entusiasta: per me il mondo è un posto stupendo, dove nelle situazioni più banali capitano avventure che nemmeno nei film – la spesa, per esempio, o un giretto in centro, una cena con gli amici. Per non parlare di una serata all’Orto del frate. Noto tutto: i dettagli, i colori, il ritmo dei dialoghi, i toni delle voci. Deformazione professionale: il mio ruolo in campo è quello del palleggiatore. In altre parole, il regista: e il regista, se vuole gestire bene la sua squadra, deve osservare, cogliere ogni sfumatura, soppesarla nel quadro generale della situazione.
Il punto però questa sera è: avrò parlato troppo?
Neanche fosse una sfida, Alessia dà prova di grande tempra: alla fine del mio pistolotto ha ancora la forza per sorridere e parlare di sé. Mi viene il dubbio di piacerle. Mi dice che studia Giurisprudenza, che il suo sogno è fare il magistrato, nel settore minorile. Per arrotondare presenta su un canale locale i regionali di calcio e quell’anno le è toccato per la prima volta di commentare la pallavolo: Perugia (la mia squadra) è entrata ai play-off, una serie di incontri a eliminazione diretta che porta a incoronare il vincitore del campionato. Alessia ne sa poco e niente, è rimasta alla generazione di fenomeni come Lucchetta, Bernardi e Zorzi, e detesta in particolare il nome di un giocatore, tale Jack Sintini-Sentini-Santini, che le crea problemi al microfono. Tutte le volte che fa un lancio si chiede: “Ma questo è americano, che dobbiamo chiamarlo Jack? Si chiama Giacomo, chiamiamolo Giacomo!”.
Collega la faccia al nome e diventa rossa. Imbarazzata è bellissima.
Scopro che odia la festa della donna e che le amiche l’hanno prelevata da casa a forza, promettendole una serata normale, senza spogliarelli o simili amenità. Sono finite all’Orto perché c’era posto solo lì, Mario le ha infilate nell’ultimo angolino disponibile. Per tutte queste ragioni è in jeans e cappello con pon-pon.
Più la guardo, più mi sembra perfetta. Perfetta per me.
Quanto tempo sarà passato? Un’ora? Due? Sono completamente cotto. E si vede così poco che, se di solito le amiche ti fissano in cagnesco finché non si convincono che sei degno della massima fiducia, in questo caso è un’amica di Alessia a passarmi il suo numero. Appena lei lo scopre, mi prende e mi trascina in bagno, chiude la porta e mi stende. Non con un bacio, purtroppo. Ma dicendomi: «Senti, Giacomo, sono fidanzata, non sono quel tipo di ragazza... per favore, cancella il mio numero».
Si gira e se ne va.
E adesso?
Il giorno dopo mi arriva un SMS. “Come stai oggi?” Numero che non conosco. Niente firma. È lei? O non è lei? E se è lei e non la riconosco? E se scambio un’altra per lei? Mi manca giusto la margheritina.
Dovendo buttarmi, scelgo il 50 per cento con Alessia: deve essere lei. Motivo: sempre meglio una brutta figura rispetto al rischio di non riconoscerla.
Ci prendo, per fortuna. Mi dà appuntamento la sera stessa. E mi racconta che, mentre stava uscendo dall’Orto, un signore, che forse ci aveva visti parlare, l’ha avvicinata e le ha detto: «Io, prima di lasciarmi scappare un ragazzo così, ci penserei» e le ha dato il mio numero. Chi sia questo benefattore, non lo so. Peccato, perché vorrei ringraziarlo.
A mente fresca, la mattina ha deciso di giocarsela mandandomi un SMS, senza firmarsi: se l’avessi riconosciuta avrei avuto una possibilità, altrimenti sarei stato depennato. Punto per me e grande sospiro di sollievo. La tensione scompare del tutto quando mi dice che quel pomeriggio ha mollato il suo ragazzo, comunicandogli onestamente: «Io non so cosa sia questa cosa, però credo che valga la pena viverla». L’ha piantato per me, dopo avermi visto una volta. Che donna.
E che anno. Prima dell’inizio del campionato la stampa ci dava per retrocessi, invece abbiamo giocato da Dio: siamo arrivati in finale Scudetto e abbiamo conquistato l’accesso alla Champions League. Non si era mai visto che riuscisse nell’impresa una società neopromossa, da soli tre anni in A1.
Come se non bastasse, d’estate Montali mi convoca in Nazionale per fare il secondo di Valerio Vermiglio, uno dei palleggiatori più forti al mondo: è un onore. Gli altri si allenano e basta, io mi alleno e macino chilometri per passare ogni momento libero con Alessia. Vivo tra la A1 e la casa dei suoi genitori, Nata e Nando. Siccome sono in procinto di cambiare squadra – da Perugia mi trasferirò alla Lube, una delle più forti in Italia – non ho più diritto all’appartamento nel quale vivevo. Queste due sante persone mi mettono una brandina in salotto, attaccata al divano, creando una specie di lettone nel quale io e Peter, il pallone che mi porto sempre dietro e che palleggio continuamente, ci parcheggiamo durante i weekend per un giorno, un giorno e mezzo, invadendo l’ingresso con sacche e borsoni della Nazionale. Quando lo racconto a mia madre, a momenti le viene da piangere: «Ma quella povera gente neanche ti conosce, e tu ti sei piazzato in casa loro!». Torto non ce l’ha, eppure sento che è la cosa giusta, che Alessia è quella giusta. Sono passati solo due mesi ma le chiedo di venire a vivere con me a Macerata, e lei accetta. Darà gli esami da non frequentante, e faremo insieme i pendolari per vedere genitori e amici.
È tutto talmente perfetto che quasi non ci credo.
La Lube ha messo insieme una squadra fortissima per conquistare lo Scudetto, l’unico trofeo che non hanno in bacheca. Lungo il percorso, vinciamo tutto: la Regular Season, la Coppa Cev contro i russi del Volejbol’nyj Klub Iskra Odintsovo, io vengo premiato come miglior palleggiatore della Coppa e due mesi dopo approdiamo ai play-off. Vinciamo i quarti di finale contro Perugia, senza perdere neanche una partita; in semifinale incontriamo Cuneo e li battiamo: il risultato è già storico, la Lube non è mai arrivata in finale. Contro di noi, la favorita, i campioni in carica: Treviso, la cui formazione ricalca quasi al completo quella della Nazionale italiana, che ha appena vinto la Champions League.
Siamo tesi, ma siamo a un passo dall’obiettivo e vogliamo quello Scudetto più di ogni altra cosa. Per aggiudicarcelo, dobbiamo vincere tre delle cinque partite che prevedono i play-off. Perdiamo gara 1, rimediando una suonata incredibile in casa, 3-0. Ci rifacciamo vincendo gara 2. Quando perdiamo gara 3, i giornali sostengono che ormai i giochi sono chiusi: Treviso è campione in carica ed è pure in vantaggio... Partiamo per il Veneto, per giocare gara 4 al Palaverde, un po’ scoraggiati. Io mi produco in una partita memorabile, mettendo a segno 9 punti, che per un palleggiatore sono una valanga. Giochiamo tutti da re: vinciamo, e portiamo Treviso a Macerata, per l’ultima gara. O meglio, dovremmo giocare a Macerata, ma il palazzetto si rivela troppo piccolo: arrivano richieste da tutta Italia per assistere a questa partita inaspettata che fa notizia e finiamo per giocare a Pesaro: 11.000 gli spettatori. Un boato come quello quando entriamo in campo non l’ho mai sentito. Sono concentrato e aggressivo, dagli spalti mi guardano Alessia e i miei genitori. Chiudiamo rapidamente il primo set, combattiamo sul secondo ma lo teniamo, il terzo ce lo giochiamo punto a punto ma siamo incontenibili e vinciamo 3-0. Per la prima volta nella sua storia, la Lube è campione d’Italia.
Con la coppa in una mano e una nuova convocazione per la Nazionale nell’altra, mi chiedo se sia tutto vero. Perché proprio non riesco a dare una lettura diversa della parola “felicità”.
Prima di raggiungere Montali e i compagni, però, trovo il tempo per delle vacanze come si deve.
Destinazione: Messico.
Missione: chiedere la mano di Alessia. Glielo ripeto quasi tutti i giorni: «Ma sposami!», quasi per scherzo. Adesso, però, vorrei che diventasse mia moglie per davvero. Credo nel matrimonio, voglio creare con lei una famiglia, di fronte a Dio e alla nostra comunità. Vengo da una famiglia cattolica, ma tra noi due è Ale quella più credente. Nessuno ha saputo aprirmi le porte della fede come lei, coinvolgermi così profondamente in un progetto di vita e di valori condivisi.
Ci conosciamo solo da un anno, ma so che è Lei. Parliamo tantissimo, ridiamo tantissimo, ci abbracciamo tantissimo. Mi accetta tutto intero nel mio 1.96, comprese le mie manie per la pallavolo, per l’ordine e la pulizia, per la programmazione e i calendari. Guarda il mondo con meraviglia: ogni volta che esce, torna a casa raccontandomi un’avventura. È tosta, coraggiosa, forte, nel momento del bisogno è un sostegno imprescindibile. Vogliamo disegnare futuri che si assomigliano – pieni di bambini, di persone che ci vogliono bene e alle quali voler bene –, sogniamo una fetta di terra tutta nostra, ci inventiamo la nostra casa, diamo i nomi agli alberi che pianteremo e immaginiamo quelli dei nostri figli.
Alessia è bellissima, ogni giorno sprigiona più luce. Sì, lo so, sono pazzo di lei. Siccome un filo di razionalità mi è rimasto, sento qualche parere esterno. Chiamo Tommaso e Mattia, i miei fratelli, Luca, il fratello di Alessia, e Edoardo, per lei un fratello acquisito. Il piano è: se mi dicono «Sei scemo, cosa stai facendo?», magari ci rifletto qualche settimana in più. Invece Tommaso e Mattia mi confermano che faccio benissimo, perché «sta ragazza è giusta per te», Luca mi fa un sorriso che non mi scorderò più, Edoardo, che è un sensibilone, si commuove.
Mia nonna materna, Lidia, ci mette il carico da mille, concedendomi – unico della famiglia – di leggere una lettera che ha scritto al nonno Arturo dopo che è morto, come se lui l’ascoltasse dal cielo. La tiene nel portafoglio, tutta piegata in un quadratino piccolissimo. Vuole che sappia che noi due amiamo nello stesso modo?
Ok, vado. Parto con in tasca il solitario acquistato a maggio a Perugia: ho il terrore che mi smarriscano il bagaglio. In camera nascondo la scatolina in un angolo della cassetta di sicurezza: nera su fondo nero, Ale non dovrebbe notarla. In ogni caso resisto solo per pochi giorni.
Una sera, dopo cena, andiamo a fare una passeggiata in spiaggia. Siamo scalzi, la sabbia tra le dita, i paguri che ci passano accanto. Camminiamo lentamente, per mano, godendoci il vento.
Ho il cuore a mille. La guardo di traverso, alla luce della luna. Comincio a parlarle d’amore: le dico quanto vorrei che rimanessimo sempre felici così, come in questo momento perfetto. E poi mi tocca: «Adesso Alessia, guardami, perché questa è l’ultima volta che te lo chiedo: vuoi sposarmi?». Tiro fuori la scatolina e gliela apro davanti, come nei film, peccato che non ci veda già quasi più, perché sto piangendo di gioia mentre lei mi dice di sì. Caschiamo sulla sabbia in ginocchio mentre ci abbracciamo fortissimo e ci viene da ridere – chissà cosa pensa chi ci vede singhiozzare con due sorrisi grandi così. Ci facciamo un autoscatto, per ricordarci sempre da dove siamo partiti, e torniamo a casa con un matrimonio da organizzare. Fissiamo la data per l’anno successivo in un giorno speciale, il compleanno di Alessia, il 26 maggio 2007.
Decidiamo che la nostra base sarà a Perugia e cominciamo a frequentare il catechismo per adulti, nella parrocchia di don Peppe, il padre spirituale di Alessia. Sul mio percorso da manuale – battesimo, comunione, cresima, lezioni di religione a scuola, sbandamenti adolescenziali verso una strada che non è esattamente evangelica – ho trovato lei, il suo modo di pregare con i canti, di condividere i sentimenti con la comunità. E ho scoperto un mondo bellissimo che tende alla gioia, pieno di giovani; ho scoperto che la mia fede era viva e intatta.
A maggio, tutto elegante, con un paio di fuoriserie del 46 ai piedi, attraverso la navata con mamma in attesa della mia sposa. Celebra don Peppe, a Bagnaia. Qualche lacrimuccia più tardi sono il marito di Ale e un giocatore un po’ sperduto: l’ultima stagione con la Lube è stata poco fruttuosa, abbiamo mancato alcuni obiettivi e perdo la convocazione in Nazionale.
Ci soffro, soprattutto per la Nazionale, ma non tutto il male vien per nuocere: ho tempo per un viaggio di nozze come si deve. Al ritorno, Luca Novi, mio amico e procuratore, mi scova un posto proprio a Perugia, una benedizione: lì c’è la mia famiglia, lì c’è il mio futuro, voglio che sia anche il luogo della mia riconferma. Mi attrezzo psicologicamente per rialzarmi, ma chiudiamo la Regular Season al decimo posto. Dei play-off neanche se ne parla. Della Nazionale ancora meno.
Però. Ci sono un po’ di cose positive.
Prima ancora che inizi la stagione, do appuntamento ad Alessia all’Orto del frate (sempre lui), per mangiare insieme finito l’allenamento. Quando arrivo, Ale mi sta aspettando nel parcheggio, con dei sacchetti in mano. «Ti devo dire una cosa, ti devo dire una cosa.» È eccitatissima e io, come un cretino, non capisco subito. Per fortuna. Così lei può prendermi un po’ in giro con tutta la messinscena che si è studiata. Entriamo e ordiniamo, poi mi allunga due pacchetti. «Amore, ti faccio due regali.»
Apro il primo, il più grande: una felpa. «Per l’inverno.»
Continuo a non capire ma, siccome l’arrivo dell’inverno non è questa grande notizia, intuisco che mi vuole depistare. Incuriosito, scarto il secondo pacchetto: un pagliaccetto con dei pinguini disegnati e un giochino di gomma.
«Ma che vuol dire, che aspettiamo un bambino?!?» Dirlo, alzarmi e abbracciarla è tutt’uno col mettermi a piangere per la gioia. Lo volevamo da matti, lo volevamo immediatamente, ed è venuto talmente subito che non ce l’aspettavamo nemmeno. Quando riprendo il controllo mi accorgo che la radio, ...