Il segreto per cucinare un buon couscous libanese è cospargerlo di tanto curry. Preparo gli ingredienti del mio piatto esotico di stasera e guardo il mio programma di salute delle otto. Oggi si parla di TIA: Attacco Ischemico Transitorio. Fantastico.
Peperoni, zucca, carne di manzo, carne di tacchino, carote.
“... la perdita di equilibrio nella deambulazione può essere avvisaglia di un ictus in atto...”
Qui ci vuole un goccetto di questo bianco.
È stupefacente quante proprietà benefiche abbia il vino: se ne bevi un bicchiere al giorno il rischio d’infarto diminuisce del cinquanta per cento, contrasti l’insorgenza di calcoli biliari, le difese immunitarie sono stimolate ed è un ottimo antidepressivo. Mmh. Va già meglio.
“Ecco le cinque regole per scoprire se siete caduti a causa di un ictus:
1) controllate se siete in grado di sorridere (se è un ictus non ci riuscirete)
2) tirate fuori la lingua e fatela ondeggiare
3) provate a reggere un oggetto senza che vi tremi la mano”
Oddio, qua mi ci vuole un altro goccio.
“4) Alzate un braccio verticalmente”
Questo prosecco è delizioso...
“5) Provate a formulare una frase semplice, del tipo: ‘Oggi è una bella giornata’.”
La scienza è davvero uno spasso, con poche regolette da ricordare puoi salvarti la vita. Dovrebbero guardarlo tutti questo programma così all’avanguardia con le innovazioni per l’umanità e la salute, e io dovrei coccolarmi più spesso con questi drink.
Tracanno un altro mezzo bicchiere e, positiva ed euforica, scendo a comprare le cipolle e il dado granulare, anche se dovrei smetterla di esagerare con il glutammato di sodio, non giova certo ai miei reni.
Mi sento veramente bene: fresca, affamata e piena di salute. Amo questa città al tramonto, con le sue strade che pullulano di gente e il profumo del mare che giunge dai lidi. Sorrido, con i miei occhiali da sole anni Trenta, e mi gira un po’ la testa: sarà il caldo, o forse avrò bevuto troppo. Procedo con baldanza lungo la via crepitante di vetrine lucenti.
Entro al supermercato e faccio scivolare nel carrello due confezioni di Amuchina disinfettante per mani e uso domestico. Poi mi dirigo al reparto ortofrutticolo, e canticchio qualcosa mentre mi accosto alla cesta delle cipolle. Vedo che ce ne sono di diverse qualità: bianche, rosse, dorate, calabre, novelline, cipollotti da zuppa. Mmh. Sulla ricetta del mio couscous non è specificata. Titubo qualche minuto coi cipollotti in una mano e le bianche nell’altra, poi decido di prendere entrambi i tipi.
Mi avvicino soddisfatta alla bilancia e porgo le mie cipolle al ragazzo che pesa la merce. Gli sorrido amabilmente, catapultandole dalle braccia al piatto.
Il tipo mi guarda con aria strana. Ci sarà mica un limite di cipolle da acquistare, dico?
«Prepara una zuppa di cipolle per depurarsi?»
La zuppa di cipolle è depurativa?! Come facevo a non saperlo? Guarderà anche lui i programmi di salute e benessere.
«Veramente preparo un couscous» dico baldanzosa.
«Capisco» appiccica lo scontrino sulla busta.
«Tenga. E non dimentichi il cumino!»
«Ehm... dove posso trovarlo?»
«Al banco delle spezie. Lo prenda in granuli.»
Lo ringrazio, raggiante. Questo supermercato ha assunto finalmente personale qualificato. Saltello col carrellino verso il reparto Spezie e condimenti, ma all’improvviso perdo il controllo. Il mio carrellino si rovescia e mi ritrovo in terra sulle cipolle e su un signore che ho travolto nella rovesciata.
Non mi rendo subito conto di quello che è appena accaduto. Sto per avere un ictus. Oh mio Dio!
“Oggi è una grande gioo...” Non riesco a dirlo. Provo con la lingua.
«Ehi signore? Guardi se la mia lingua ondeggia, per favore.»
Questo tizio che si è precipitato a soccorrermi non sa proprio cosa sia la scienza, mi guarda come se fossi una matta in libera uscita che gli sta facendo una linguaccia.
«Lasci perdere, provo con le braccia...» Lo allontano con una mano e lui resta lì impalato e sbigottito come uno sciocco a fissarmi, mentre muovo le braccia su e giù lungo il corpo.
Sono sotto shock.
Mi sto sbracciando come un’anatra e mi accorgo che l’addetto all’ortofrutta è apparso al mio fianco e mi sta osservando niente affatto allarmato.
«Almeno non ha niente di rotto» ironizza, con mio orrore, mentre con una certa soddisfazione gli caccio fuori la lingua più a mo’ di linguaccia che di test anti ictus.
Lo guardo raccogliere la mia spesa sparsa sul pavimento e il mio cestello capovolto.
«Si sente bene?» mi chiede pacato.
«Non lo so!» mi agito. «Ho le pupille dilatate?»
«No» asserisce, troppo rapidamente, come se nella vita non avesse fatto altro che rispondere a questa mia domanda.
«Oh, guardi meglio!»
«Sta benissimo. È solo inciampata su questa.» Appare risoluto.
Mi mostra una scatoletta di tonno ai peperoni e sorride. L’altro tizio va via sollevato.
Ho un moto di fastidio per questo addetto dell’ortofrutta che sa tutto sulle cipolle e il couscous e non sa un tubo sui test anti ictus.
«Io non inciampo mai» mi difendo presuntuosa, mentre mi passano davanti agli occhi immagini di me che mi incaglio coi tacchi nei tombini, a ridosso dei marciapiedi, sui sampietrini, sulle scale mobili...
«Lo sa lei che una TIA può colpire gli umani a qualsiasi età?»
Ride, odioso. «Ahahah! Detta così, lo fa sembrare un asteroide!»
Oh mio dio! Il garzone si sta burlando di me? Mentre sto per avere un’occlusione di qualche vena cerebrale? Ma chi accidenti l’ha inventata la libertà di parola?!
«Lei non ha un ictus. È solo un tantino... ipocondriaca» dice con sicurezza.
Questo è davvero troppo, penso, afferrando la scatoletta di tonno e peperoni che ha ancora in mano. Giro sui tacchi e sul cestello, voltandogli le spalle, accigliata.
Non ho più voglia di couscous. Non ho più voglia di cucinare la mia cena esotica, m’è perfino passata la fame. Proprio il commesso saccente mi doveva capitare?
Questa sera solo insalata, una pasticca balsamica anti faringite notturna, una bustina di Gaviscon e a nanna. Io non sono ipocondriaca. Cerco solo di non stramazzare al suolo quando avrei gli strumenti per evitarlo. In fondo, bastano poche semplici regolette per star bene in salute: prevenzione, igiene, conoscenze mediche di base, 118 alla mano.
Ci sono due cose che non capirò mai.
Una è la differenza tra spesa, guadagno e ricavo, e l’altra è perché i peggiori malesseri fisici sopraggiungano di notte. Due minuti fa dormivo come un ghiro: respiro regolare, i grilli che friniscono, un dolce venticello dalla finestra dischiusa che refrigera la mia gamba destra e il mio collo scoperti, niente reflusso notturno da posizione supina, niente TIA.
La beatitudine dopo la burrasca.
Adesso, invece, sono una donna stravolta e in preda a un’incalzante crisi respiratoria di causa ignota. Mi sono svegliata per un’anomala gola riarsa. Sono scesa dal letto e ho ciabattato con gli occhi mezzi chiusi fino in cucina per bere un bicchiere d’acqua, mentre Gas Gas, il mio gatto rosso persiano, mi seguiva a saltelli, come fa di solito se mi sveglio nel cuore della notte.
Ho sentito un buon odore di pane appena sfornato e stavo giusto pensando che il signor Dino, il panettiere qui sotto, dovrebbe creare nuove forme di panini, invece di quei soliti obbrobri amorfi senza mollica dentro, quando d’improvviso una vampa di fuoco mi ha pervaso la faccia, l’acqua mi è andata di traverso e ho smesso di respirare.
Ora tossisco all’impazzata e nella mia lotta per la sopravvivenza scaravento per terra una sedia e la padella rossa comprata due giorni fa da Ikea. Volevo cucinarci le crêpe besciamella, prosciutto e porcini, non posso morire senza averla mai utilizzata...
Faccio un respiro profondissimo dal naso e tossisco ancora, un colpo forte e deciso. Mi bruciano le narici e ho un dolore sordo alla trachea.
Gas Gas mi sta fissando, occhi di cielo sbarrati su di me. Allarme rosso. Irrigidimento dell’esofago, blocco dell’epiglottide, intorpidimento delle pareti tracheali. Afferro il telefono a forma di coccinella gigante e digito come un fulmine il 3, in collegamento diretto con il 118.
Attendo ansimante che la voce mi dica che la chiamata verrà registrata.
«Pronto soccorso, chi parla?»
E qui (Dio voglia che ciascun cittadino faciliti come me il lavoro dei medici del pronto soccorso) espongo il mio caso, completo di un piccolo accenno al mio quadro clinico pregresso.
«Donna, ventinove anni, allergica al saccarosio, ai cactus e alle foglie di betulla. Ieri sospetto episodio TIA; ho un blocco respiratorio e a momenti soffoco! Vi prego, mandate un’ambulanza al 25 di via San Cesareo.»
«È uno scherzo?»
«No!» mi indigno. «Le pare che ho voglia di scherzare? Non sente la mia voce spasmodica? Mandi immediatamente un’ambulanza!»
«Senta, signorina, si calmi. Qui non è che mandiamo ambulanze nel cuore della notte per attacchi di panico. Ce l’ha un ansiolitico in casa?»
«Ma come si permette! Io la denuncio per omissione di soccorso e farò esposto al ministro della Salute!»
Riaggancio con forza la cornetta e riprendo fiato. Non so che fare. Sento ancora la trachea contrarsi e il respiro che si fa sempre più debole. Già immagino i giornali di domani che racconteranno del mio stupido decesso per negligenza medica:
“Donna di ventinove anni muore soffocata sotto gli occhi del suo gatto, dopo essere stata ignorata e derisa dal 118. Il suo ultimo desiderio era di poter utilizzare almeno una volta la sua nuova padella antiaderente...”
Mi asciugo le lacrime col polso e mi chino a dare un bacio sul naso a Gas Gas, mio unico fedele soccorritore notturno e diurno.
Inspiro profondamente, tentando di dosare l’aria. Devo mantenere il controllo, chiamare un taxi e correre in ospedale.
Infilo una tuta rapidamente e penso a quanto tempo impiegherà la trachea a contrarsi del tutto e soffocarmi. È una paresi tracheale... o forse... è colpa del reflusso gastrico? Ma sì! L’ho letto su “Elisir di salute”: l’esofago si dilata e si dimena per gli acidi gastrici a scapito della trachea, come ho fatto a non pensarci prima?
Con estremo autocontrollo decido di prendere in pugno me stessa: inspirando ed espirando a ritmo regolare come una che sta facendo jogging mi dirigo in bagno, dritta al mio armadietto farmaceutico.
Posso farcela, penso fiduciosa: gli spasmi dovrebbero arrestarsi con un antiacido.
Rovisto nel mio scrigno della salute, tra aspirine e antinfiammatori uso esterno e orale, e afferro la scatola di Riopan bustine. Tolgo la linguetta e tracanno il liquido giallastro e melmoso. Non riesco ancora a capire che sapore abbia. Tipo latte, acqua e Novalgina mischiati.
Mi metto a sedere sul bordo della vasca e attendo che faccia effetto.
«Nina! Che succede? Stai male?» Carol, la mia coinquilina americana, è apparsa sulla porta e mi sta fissando con quel suo solito sguardo a metà tra l’apprensivo e il compassionevole-ammonitore.
So già cosa mi dirà....